Il dialetto: il DNA di una società

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di SIMONA CENCI

Davide Pioggia (foto), laureato in fisica e poi passato allo studio dei dialetti romagnoli, si è focalizzato sul dialetto riminese che ha alcune caratteristiche fonetiche peculiari che ne fanno uno dei dialetti più interessanti per la linguistica, non solo nell’ambito dei dialetti romagnoli. Le sue peculiarità ne rendono difficile la scrittura ed è quindi necessario scoprire come si possono superare i problemi che si pongono in tale impresa, tenendo presente che lo scopo di una grafia adeguata è quello di mostrare all’occhio ciò che sente l’orecchio. Ma cosa sente l’orecchio dei riminesi? E’ da questa domanda che ha preso le mosse il ciclo di lezioni “Grafie di confine. Faenza, Quondamatteo e gli altri: decifrare i dialettali riminesi”, sei in tutto a ingresso libero, tenutosi presso la Biblioteca Gambalunga, nell’ambito del progetto “Lingue di confine” a cura di Fabio Bruschi che si concluderà venerdì prossimo 26 febbraio 2015. Che, conferma Pioggia, sono state anche l’occasione per verificare, grazie ai riscontri ricevuti da parte dei partecipanti, i risultati dei suoi studi e di alcune sue considerazioni.
Dott. Pioggia, come nasce e si sviluppa un dialetto?
Le lingue si sviluppano secondo sistemi rigorosi senza che i singoli individui ne siano minimamente consapevoli. Le persone usano le parole per esprimersi secondo le proprie necessità senza avere percezione dei cambiamenti che essi stessi stanno contribuendo a introdurre e affermare nella lingua nel suo complesso.  Così è stato di generazione in generazione e il dialetto romagnolo ha acquisito delle strutture precise, una grammatica rigorosa con equilibri perfetti dal punto di vista fonetico. Chi parla un dialetto, imparato da bambino dai suoi genitori, è inconsapevole delle sue regole grammaticali che sono il risultato di trasformazioni addirittura matematiche, geometriche, sistematiche. E’ ciò che succede nei sistemi complessi auto-organizzati.
Ecco allora il collegamento tra lo studio della linguistica e i suoi studi di fisica?
Sì. La fisica dei sistemi complessi è applicabile a tanti ambiti e anche al linguaggio.

 

Qual è una caratteristica rilevante del dialetto riminese?
La differenza tra vocali lunghe e brevi, grazie alla quale le parole assumono significati  completamente diversi o passaggi dal singolare al plurale.

 

Quando ha cominciato a occuparsi di dialetti?
Tutto è cominciato dall’incontro con alcuni linguisti con cui ho avuto la fortuna di collaborare, quali Daniele Vitali, con cui ho poi scritto il libro “Dialetto Romagnoli”. Daniele poi conosceva Luciano Canepàri, che ci ha fornito la sua consulenza. Ma prima ancora il mio interessamento per il dialetto romagnolo è nato quando mi sono sentito di dover verificare alcune asserzioni semplicistiche che tuttora si leggono in non pochi testi. Ho risolto positivamente i miei dubbi al riguardo, smentendo il pregiudizio diffuso che considerava il dialetto quale sottoprodotto dell’italiano. Basti pensare che il dialetto riminese ha 13 vocali e che l’alfabeto italiano non riesce nemmeno a esprimerle.
Lo studio del dialetto è fine a se stesso?
Lo studio dei dialetti, dei suoni, della fonetica e il loro collegamento ai diversi luoghi è una strada per conoscere e per risalire alle caratteristiche socio-culturali di un territorio e al loro evolversi nel tempo. Il dialetto è come il DNA di una società.




Sicurezza, amministrazioni locali sole. Il “brutto film” della nuova Questura

Einbrecher an einem Fenster

di SIMONA CENCI

Il Comune di Rimini ha recentemente cercato di mettere in fila l’andamento dei delitti denunciati in provincia di Rimini dal 1996 al 2013, per inquadrare il complesso tema della sicurezza e cercando di trovare spiegazione anche all’andamento crescente dei reati (nel 2013, il 31,0 per cento delle famiglie italiane dichiara la presenza di problemi di questo tipo. Il confronto con il 2012 mostra un aumento di quasi 5 punti nella percezione del rischio di criminalità – dato NoiItalia/Istat).
Il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, ha colto l’occasione per pronunciare una dichiarazione al riguardo, in data 16 febbraio 2015. Il Comune di Rimini rileva che sino alla fine degli anni novanta, non solo il numero assoluto di delitti denunciati ma anche il rapporto tra questi e la popolazione residente, indicava una problematica più profonda rispetto agli anni successivi. Al temine di quel decennio si è avuta, infatti, la prima svolta in positivo, quando si è vista una diminuzione complessiva delle denunce intorno al 30% (l’Istat determina il quoziente di criminalità nel 2001 pari al 40% in meno di dieci anni prima). Quel risultato venne più o meno confermato per un quinquennio – afferma il Comune. Nel periodo successivo si nota un picco negativo nel 2007 e quindi una ridiscesa sino al 2010, prima stagione in cui statisticamente “entrano” i sette nuovi Comuni dell’Alta Valmarecchia. Da quell’anno vi è una progressione in crescita di reati denunciati su tutto il territorio provinciale dal 2011 al 2013 (ma, a quanto pare, il 2014 registrerà un lieve segnale in controtendenza), molto probabilmente in stretta connessione con l’accentuarsi della crisi economica.
Le preoccupazioni del sindaco Gnassi sono rivolte a questo 2015 appena cominciato che vedrà, per l’ennesima volta, le amministrazioni e le polizie locali occupate a salvaguardare la sicurezza del territorio senza un aiuto concreto dalle amministrazioni centrali, nei confronti delle quali si avverte una sorta di senso di abbandono, in particolare se vengono considerati due elementi: primo, i continui tagli alla spesa delle pubbliche amministrazioni, che in nome della spending review (due decreti per tutti: il D.L. 52/2012 e il D.L. 95/2012) si sono trovate talvolta prive dei mezzi necessari per svolgere la loro attività; secondo, per quel che riguarda Rimini, le difficoltà per arrivare alla conclusione della estenuante vicenda relativa alla nuova sede della Questura di Rimini, vicenda avvertitacome sintomatica dimostrazione della mancata attenzione verso il territorio da parte del Ministero dell’Interno.
L’immobile di Via Ugo Bassi doveva ormai da molti anni (l’avvio della sua costruzione risale alla fine degli anni novanta) essere adibito a nuova sede della Questura di Rimini sostituendosi così alle tante sedi dislocate della medesima. Ma le cose non sono andate come previsto, visti i problemi nati con la proprietà, che ha costruito un immobile destinato a essere sede della Questura in cambio dell’edificabilità di parti residenziali, commerciali e direzionali. Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna con sentenza 60/2011 aveva definito favorevolmente per il Comune di Rimini i giudizi che vedevano l’Amministrazione comunale contrapposta alla società Da.Ma Srl in merito alla vicenda. Il TAR aveva, in particolare, rigettato il ricorso proposto da Da.Ma Srl contro la determinazione con cui il Comune di Rimini aveva disposto il diniego al rilascio del permesso di costruire richiesto dalla società Da.Ma S.r.l. nell’ambito delle ultime fasi di esecuzione delle opere relative al programma integrato “Nuova Questura di Rimini”. Il TAR aveva inoltre accolto il ricorso presentato dal Comune di Rimini contro Da.Ma Srl, con cui l’Amministrazione chiedeva la risoluzione della convenzione del 1999 per gravi inadempimenti, da parte della società.
Il mancato accordo, in seguito, tra la proprietà e il Ministero, nello stabilire un adeguato canone d’affitto, previa realizzazione dei lavori che dovrebbero rendere agibile e utilizzabile l’immobile per i fini specifici stabiliti e che non sono stati mai effettuati, ha portato al dilungarsi di questa situazione di impasse che potrebbe essere risolta probabilmente cercando una diversa struttura. Si è parlato di alternative, tra cui anche la palazzina ex sede dell’Inpdap, ente assorbito dall’Inps, già idonea, cablata e arredata, ma che sembra non essere in grado di accogliere tutti gli uffici della Questura che così continuerebbe a essere distribuita in diverse sedi.
Intanto la città attende invano un’opera che è lasciata all’incuria più totale, con le coltivazioni di marijuana sui tetti e i cortili completamente allagati.  Possibile che non si sia stati in grado di stipulare accordi efficaci a raggiungere lo scopo?Possibile che il mancato raggiungimento dell’obiettivo non sia responsabilità di nessuno?Possibile che un’intera città, quella Rimini che aspira a rimanere la capitale del turismo,  ammesso che ancora lo sia, debba subire le vicissitudini di una qualsiasi società, che non dimostra nemmeno di avere interesse a rientrare dei capitali investiti? Si tratta di un “brutto film”, come dichiara Gnassi, a cui bisogna decidere assolutamente di cambiare il finale.