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Un “Caffè Culturale” risolleverà il crocevia del degrado

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L’area oggetto di riqualificazione a due passi dalla Stazione ferroviaria accanto al sottopassaggio che collega il centro storico con il lungomare (foto lapiazzarimini.it)

 

di ALBERTO BIONDI

Per anni è stato il rifugio di clochard, immigrati clandestini, tossicodipendenti. Un crocevia di degrado e abbandono a pochi passi dalla stazione, un angolo di città lasciato a sé stesso per la mancanza di un solido progetto di risanamento. Parliamo di Piazzale Cesare Battisti e dei Giardini Silver Sirotti, la zona adiacente al sottopassaggio che raccorda il mare al centro storico. Erbacce, immondizia, calcinacci, lampioni moribondi che nottetempo rischiarano a malapena il marciapiede, di sicuro una brutta vetrina da mostrare alle migliaia di turisti e visitatori che in un senso di marcia o nell’altro si trovano a dover passare da qui. Ora però è in arrivo un’interessante novità che, come si dice in urbanistica, dovrebbe dare vita ad un piccolo “Effetto Bilbao”, cioè ad una riqualificazione mediante opere architettoniche di respiro artistico e culturale. Sempre se si troveranno dei valenti mecenati disposti a metter mano al portafoglio.
Andiamo al sodo: il Comune di Rimini ha indetto un’asta d’appalto per convertire il fabbricato già esistente in Piazzale Cesare Battisti, l’ex ristorante pizzeria Marina Grande, nel Caffè Culturale. Un centro, come leggiamo nel bando, di “attrazione a vocazione culturale, nella forma di pubblico esercizio, per la valorizzazione turistico/commerciale della città e del centro storico in particolare”. I vincitori della concessione, che dura 9 anni dopodiché va rinegoziata, dovranno utilizzare l’immobile sia per la vendita di cibo e bevande, sia come location di eventi concordati con il Comune. La superficie commerciale complessiva è di 228,38 mq. (l’area verde Sirotti sarà utilizzabile qualora il progetto comprenda l’installazione di arredi e giochi per bambini, ndr) e mentre agli assegnatari spetteranno tutte le spese di risanamento e messa a nuovo dei locali, il Comune ha in programma il rifacimento del marciapiede antistante con un nuovo sistema di illuminazione.
La base d’asta per il canone annuo è fissata a 17mila euro, ma per aggiudicarsi il Caffè Culturale non basta mettere più soldi sul tavolo; infatti la Direzione Cultura e Turismo valuterà i diversi progetti di gestione scegliendo quello con il ventaglio di manifestazioni più appetibili. Tra queste dovranno figurare mostre temporanee, incontri con autori, cineforum, corsi tematici, iniziative musicali, di canto, di danza, eventi di promozione turistica, appuntamenti per bambini e ragazzi. Maggiore la diversificazione dell’offerta, sia per genere che per target d’età, maggiori punti si guadagneranno nella graduatoria. In più verrà prestata particolare attenzione alla tipologia dei prodotti enogastronomici che si potranno consumare in loco e che, se possibile, dovranno includere le eccellenze del nostro territorio. Immancabile la postazione wi-fi, ma severamente vietata l’istallazione di videogiochi, slot machines e qualsivoglia apparecchio “automatico, semiautomatico ed elettronico da intrattenimento e gioco”. D’altronde se si chiama “Culturale” scordatevi i flipper e i videopoker.Ogni onere per la gestione dell’attività culturale e commerciale, leggiamo nei moduli di partecipazione, sono a carico del Concessionario, come pure l’ottenimento delle autorizzazioni amministrative necessarie a tali scopi. Il polo aggregativo che si verrà dunque a creare fungerà da “nuova porta” della città, sperando che l’Effetto Bilbao si diffonda anche nell’area circostante.

Nota di colore: tra le altre prerogative del Caffè Culturale troviamo la collocazione di un ‘totem’ (sic) all’esterno, con tutte le informazioni turistiche sul centro storico, zone limitrofe e zona mare; in tanti anni un banale ‘cartello’ all’altezza dell’attraversamento pedonale avrebbe senza dubbio facilitato l’orientamento dei visitatori, ora costretti a decifrare i criptici graffiti direzionali del sottopassaggio, ma finalmente si stanno muovendo i primi passi su questa strada.
Chi intende lanciarsi nell’impresa dovrà presentare la propria candidatura entro le ore 13.00 del giorno 3 marzo 2015, consegnando il proprio plico di documenti (a mano o via posta) all’indirizzo: Comune di Rimini – Direzione Patrimonio U.O. Espropriazioni e Affitti – via Rosaspina 7, 47923 Rimini (RN). Tutta la modulistica necessaria, tra cui il bando, il disciplinare di concessione e gli allegati, possono essere scaricati dal sito del Comune.




‘Ndrangheta in Emilia Romagna, tutti i nomi della maxi operazione “Aemilia” con 117 arresti

di BERNADETTA RANIERI

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Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, a sinistra, nel corso di una conferenza stampa sui risultati dell’attività investigativa svolta dalla Dda di Bologna (foto Radio Città del Capo)

Un’imponente manovra antimafia sta tenendo in questi giorni con il fiato sospeso alcune regioni d’Italia, a cominciare dall’Emilia Romagna. Ad essere sotto i riflettori la ‘ndrangheta e, più precisamente, il clan Grande Aracri, storico “locale” originario di Cutro (Catanzaro) da anni radicato nella provincia di Reggio Emilia con infiltrazioni in molteplici settori economici ed imprenditoriali, soprattutto nel business dell’edilizia. A coordinare l’inchiesta denominata “Aemilia” è la Procura Distrettuale Antimafia di Bologna che ha ottenuto dal gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di centinaia di persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti nei territori di Italia, Austria, Repubblica di San Marino e Germania. Tutti reati commessi con l’aggravante di aver favorito l’attività dell’associazione mafiosa, oltre che di infiltrazione nella ricostruzione post terremoto in Emilia nel 2012. Un’inchiesta di vaste proporzioni che, come ha dichiarato il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, è  “senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord. Non ricordo a memoria – asserisce Roberti – un intervento di questo tipo per il contrasto a un’organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata”.

Tra i nomi eccellenti anche quelli di Graziano Delrio, l’attuale  sottosegretario alla presidenza del Consiglio, all’epocadei fatti sindaco di Reggio Emilia. Delrio, che non risulta in alcun modo coinvolto nell’inchiesta, è stato sentito dai pm della Dda di Bologna  come persona informata sui fatti e, come riferiscono fonti di stampa, perché chiarisse i suoi rapporti con la “vasta comunità calabrese trapiantata nella città emiliana”.

I numeri saltano immediatamente agli occhi: 160 arresti in tutta Italia e 200 indagati. 117 sono gli ordini di arresto in Emilia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Sicilia. Di questi ordini  7 non sono stati eseguiti perché gli indagati risultano irreperibili. Parallelamente anche le procure di Catanzaro e Brescia hanno emesso altri 46 provvedimenti di fermo per gli stessi reati. Imponente anche il numero di militari impiegati in perquisizioni e arresti, compresi l’utilizzo di elicotteri. A finire in manette imprenditori, soprattutto cutresi, ed esponenti della politica locale delle province di Mantova, Reggio Emilia e Modena. Il sindaco di Mantova, Nicola Sodano di Forza Italia, originario del crotonese, è uno degli indagati. A Brescello, nel reggiano, vivono diversi membri del clan Grande Aracri. A Reggio è presente la comunità di cutresi più popolosa d’Italia ed è qui che risultano coinvolte anche 6 talpe tra le forze dell’ordine che informavano i Grande Aracri, oltre all’avvocato Giuseppe Pagliani, consigliere comunale e provinciale di Forza Italia accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. E ancora, il giornalista Marco Gibertini, finito già in carcere nel giugno scorso per un maxi giro di fatture false, e Giuseppe Iaquinta, padre del noto calciatore. Nel modenese, spiccano altri nomi d’eccellenza: Augusto Bianchini, titolare dell’omonima “Bianchini Costruzioni” e Alessandro Bianchini, tecnico del Comune di Finale Emilia. Secondo quanto emerso dall’istruttoria, Bianchini, uno degli imprenditori più impegnati nella ricostruzione nel cratere sismico a cavallo tra il 2012 e 2013,  aveva impiegato nei cantieri della Bassa modenese, alcuni dei quali proprio finalizzati alla ricostruzione post-terremoto, parenti di boss legati alla ‘ndrangheta. Mirandola, Finale Emilia, Reggiolo e Concordia sono alcuni dei comuni colpiti dal sisma in cui la Bianchini Costruzioni ha lavorato prima smaltendo i rifiuti e sgomberando le zone, poi costruendo anche le scuole temporanee. Dalle carte dell’inchiesta emerge un possibile utilizzo di amianto e scarti di fabbricazione per i lavori di muratura. Augusto Bianchini è finito in carcere, Alessandro Bianchini è invece ai domiciliari.

Ciò che è emerso finora dagli interrogatori è qualcosa di nuovo per la gestione del malaffare mafioso : la ‘ndrangheta si era diffusa in maniera capillare sul territorio emiliano e Nicolino Grande Aracri, almeno sino al momento del suo arresto avvenuto nel 2013, era ritenuto il punto di riferimento delle cosche calabresi saldamente insediate in Emilia Romagna. I collegamenti tra Emilia Romagna e Calabria erano dunque continui e costanti, soprattutto con gli imprenditori locali, e non si faceva niente senza che Grande Aracri lo sapesse e desse il consenso. In definitiva, l’intenzione era quella di costituire una grande provincia in autonomia rispetto a quella di Reggio Calabria.

Come già detto, l’operazione è denominata “Aemilia”: nome scaturito dall’antica strada romana che collegava Rimini e dunque l’Emilia alla provincia di Milano. Per il momento l’inchiesta sembra non toccare le province di Ferrara, Ravenna, Parma e Rimini dove, invece, in indagini passate si è riscontrata la presenza dei casalesi. Nonostante il non coinvolgimento il sindaco di Rimini, nonché neo presidente della provincia, Andrea Gnassi ha commentato dicendo che “il territorio di Rimini non può guardare con distacco all’inchiesta Aemilia che ha messo ancora una volta in risalto il rischio della permeabilità delle economie locali alle infiltrazioni mafiose, in questo caso della ‘ndrangheta”. Infatti ciò che stupisce più di altri è come la mafia abbia intessuto legami molto stretti con cittadini, imprenditori locali e politici tanto da sembrare una cosa del tutto normale. La preoccupazione è tanta e Gnassi chiede insomma alla cittadinanza un impegno analogo a quello portato avanti in questi anni dal Comune sul fronte della lotta all’illegalità. Comune che “continuerà a investire in iniziative di contrasto e di sensibilizzazione, a partire dallo straordinario lavoro sul problema portato avanti dalle associazioni civiche”.

Contestualmente, Marco Affronte, Europarlamentare riminese del Movimento 5 Stelle,  ha presentato un’interrogazione alla Commissione Europea per capire che fine hanno fatto i 563 milioni di euro che l’Unione Europea, attraverso il suo Fondo di Solidarietà, mise a disposizione dell’Emilia-Romagna per la ricostruzione. “Con il Gruppo Regionale M5S facemmo molta pressione attraverso atti ufficiali per seguire il percorso di quei soldi – dichiara Affronte in un comunicato stampa – e ci rallegrammo quando il 12 dicembre 2013 l’Assessore Muzzarelli e il Presidente Errani dissero di aver centrato l’obiettivo di spenderli tutti nella massima trasparenza di rendicontazione. Peccato che quella trasparenza nei fatti non sia mai esistita. Non c’è alcuna rendicontazione puntuale pubblica di dove siano finiti quei soldi, e il sito Openricostruzione.it, tanto sbandierato in quanto a trasparenza, è fermo ad un anno fa”. Insomma, la ‘ndranghera sembra proprio essere andata a nozze con la ricostruzione post terremoto 2012. Vedremo come si evolverà l’inchiesta e se ci saranno altri altarini da scoprire.