Riflessioni “gastro-intestinali” sugli show cooking

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di MILENA ZICCHETTI

MasterChef, il talent show dedicato alla cucina, è arrivato alla sua terza edizione e, nel tempo, sembra essere diventato un vero e proprio fenomeno culturale. Un format televisivo che sicuramente è più coinvolgente di un semplice e monotono ricettario e, grazie alla bellezza dei piatti creati nelle varie puntate, specialmente tra i giovani, sta aumentando sempre di più l’interesse per la cucina e la voglia di cimentarsi ai fornelli per provare a riproporre i piatti visti in tv.

Eppure è già da diversi giorni che infuria la polemica sull’effetto negativo che avrebbe questo (e non solo) programma e sull’errato messaggio che trasmette a chi lo segue. A sentire Bruno Barbieri, lo chef italiano che ha il maggior numero di stelle Michelin insieme a Gualtiero Marchesi e uno dei tre giudici di Masterchef, questo talent “ha dato la possibilità di cambiare il modo di pensare la cucina. Abbiamo rilanciato una storia italiana fatta di tanto lavoro, di tanta gente, di piccoli produttori”. Questo è, in sintesi, quello che ha dichiarato al microfono di Marta Cagnola in una intervista su Radio24. Non è assolutamente d’accordo Massimiliano Alajmo, il più giovane chef della storia ad avere ottenuto una valutazione di tre stelle dalla Guida Michelin che, intervistato dal giornalista Vittorio Zincone per Sette del Corriere della Sera, esprime il suo parere sulla trasmissione, in cui “piatti e ricette in realtà servono per parlare di altro. Di competizione. Mostrano scorciatoie. Si illude il pubblico dicendo ‘puoi diventare un grande cuoco, puoi guadagnare, diventare famoso, scrivere libri’. Basta sconfiggere un avversario davanti a una telecamera. Mera esibizione. Si fa passare l’idea che la cucina sia così”.

Ma cosa ne pensano gli chef nostrani? Il primo a fare outing e seguire ed appoggiare Alajmo, è stato Pier Giorgio Parini, piergiorgio parini okchef del Povero Diavolo di Torriana con un tweet semplice ma chiaro e di effetto: “condivido!”. Ma d’altronde già ce lo aveva dichiarato in una intervista, in cui specificava che “il lavoro da chef in realtà non è poi così spettacolare come lo si riporta. E’ molto più duro. Dalla tv sembra tutto molto facile, immediato, invece dietro ci sono anni di lavoro, studio, sacrifici”. D’accordo con Alajmo, ma non su tutto, anche Gian Paolo Raschi, chef del Ristorante Guido. “Credo che le affermazioni di Massimiliano siano giuste , ma solo in parte. Parliamo di format televisivi, che si rivolgono soprattutto ad un pubblico di curiosi e Gian Paolo Raschi okcucinieri domestici. Possono quindi creare idee di semplicismo relativo, dove il lavoro del cuoco non è altro che messo in vetrina per fare odiens, con copioni già stabiliti. Noi tutti sappiamo bene che per fare il nostro mestiere, il più delle volte non bastano neanche 5 anni di studio presso istituti di formazione. Ma, se l’italiano medio pensa che per diventare ottimi chef basta solamente partecipare ad un programma televisivo, siamo proprio sulla strada sbagliata. La cucina è fatta di tantissimi sacrifici e di anni di battaglie fra i fornelli e nonostante tutto, ricchi non si diventa. Con questo non voglio accusare miei colleghi e amici che scelgono di diventare star televisive anzi, sono molto felice per loro, ma si tratta solo di televisione. La realtà è tutt’altra cosa”.

daniele succi Anche Daniele Succi, chef dell’I-Fame di Rimini ci ha illustrato il suo pensiero “riguardo alla degradante situazione del palcoscenico gastronomico che si sta divulgando in ogni dove”. Categoricamente contro ogni tipo di programma come Masterchef o Hell’s Kitchen che, per ritegno, evita proprio di guardare perché “dipingono un mondo fatto di ingiurie, imprecazioni e false verità che poi nel vero non accadono. Indubbiamente la competizione esiste, come in tutti i campi. Quello che però prevale è la passione e la gioia di partecipare ad un gruppo che lavora, si ingegna e si mette in discussione di fronte ad ogni chicco di sale o di riso, ad ogni variante che possa impedire il buon risultato finale che è quello di dare gioia al commensale, come un pittore che spera di far trasudare dal suo dipinto, le emozioni che hanno spinto il suo pennello e la sua mano. Eppure quanti sono i giovani che frequentano scuole alberghiere per emulare i loro divi, o i divi delle loro madri?! Nel contempo, sono sicuro che se facessero programmi di più spessore intellettuale, con l’intento di far capire quello che c’è veramente dietro ad un lavoro così antico e così caloroso come il nostro, farebbero indubbiamente del bene alle nuove leve e a chi si vuole avvicinare a questa bellissima passione”. Ma diciamola tutta: ci sarà posto per tutti questi aspiranti chef? Di sicuro per diventare dei veri e propri artisti dei fornelli, non solo serve un diploma, ma anche talento, senso estetico e tanta passione perché in fin dei conti, cucinare è una vera a propria forma d’arte! (Nella foto di copertina i giudici di MasterChef. Da sinistra: Bruno Barbieri, Carlo Cracco e Joe Bastianich).

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