Marco Pantani nel libro di Marziani

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OLYMPUS DIGITAL CAMERAPer venti anni giornalista (che noia), Michele Marziani (foto) è diventato un signor scrittore. Da ragazzo gli sarebbe piaciuto fare il disegnatore di fumetti, ma il poco talento lo ha dirottato verso la scrittura. Ha appena vinto il Premio Serantini con “Barafonda”. In questa intervista racconta del suo ultimo romanzo e della sua idea della vita.

Dove hai tratto le storie per il tuo ultimo libro?

Il mio ultimo romanzo, uscito da poco in libreria, si intitola Nel nome di Marco ed è una storia che gira attorno a Marco Pantani, il grande campione di ciclismo. Narra le vicende di un sacerdote, don Fausto, appassionato di biciclette e tifoso di Pantani. Le storie dei due uomini avvengono in parallelo, come in una sorta di specchio: uno passerà dai fasti delle grandi vittorie alla morte tragica a Rimini il 14 febbraio del 2004, l’altro abbandonerà la tonaca per sposare la donna che ama e da lì cominceranno delle vicende che lo porteranno a Rimini lo stesso giorno della scomparsa di Pantani. Dove ho tratto queste storie? Beh, quella di Pantani è nota, ma mi ha fatto venire in mente le altre vicende che si intrecciano con la sua. Non so bene come sia accaduto. A volte basta fermarsi su un particolare della vita e questo prende forma, fa venire in mente dei personaggi, diventa un libro… Credo che il segreto, se segreto c’è, stia nel lasciare spazio ai pensieri vaganti, nel lasciarli andare seguendoli con curiosità.

Il primo pensiero dopo il premio?

Il premio “Francesco Serantini” che mi hanno assegnato per il mio romanzo precedente, Barafonda, è stato una bella sorpresa. Un riconoscimento al mio lavoro di narratore. Ne sono soddisfatto soprattutto se guardo al palmarés del premio che in passato è stato assegnato ad autori come Piero Meldini, Eraldo Baldini, Cristiano Cavina, Silvia Di Natale, Francesco Fuschini, Gino Montesanto, Gian Ruggero Manzoni… Non solo, per me che sono sempre un po’ nomade e spesso mi ritrovo senza radici, vincere un premio in Romagna significa un po’ ritrovare un’identità, un luogo dove riconoscersi.

Puoi raccontare qualcosa della tua storia umana?

Beh, io mi sento da sempre un po’ un senza terra. Sono nato a Rimini, ma i miei genitori venivano dal Friuli, mio nonno era capostazione, quindi nomade per mestiere. Sono cresciuto e ho vissuto in diversi luoghi: San Leo, Rimini, il lago d’Orta, Milano, per periodi più brevi anche altrove. Ho sempre girato molto. E sin da bambino ho sempre desiderato raccontare storie. Volevo fare il disegnatore di fumetti ma non ne ero capace. Per questo ho iniziato a scrivere. Poi ho fatto quello che considero insieme il più grande errore della mia vita e la mia fortuna: sono diventato giornalista. È stato un errore perché ho passato più di vent’anni dentro a una scrittura che non era narrativa e non era quella che amavo. Il giornalismo è stato però anche la mia fortuna perché mi ha permesso comunque di avere a che fare con la penna e con le parole, ma soprattutto di girare tantissimo, in ogni angolo d’Italia.

Famiglia, educazione. Nella tua vita di scrittore chi ha contato di più, come esempio?

In famiglia ho sempre respirato i libri. Mio padre faceva l’insegnante di filosofia, mia madre stava a casa a occuparsi di me e di mia sorella. Non c’erano molti soldi ma quelli che c’erano finivano tutti nei libri. Sono cresciuto in una casa senza scaffali, ma con centinaia di volumi stipati in cassette della frutta, appoggiati ovunque. A scuola ho avuto la fortuna di incontrare due figure fondamentali della mia formazione: il mio maestro delle elementari a Rimini, Gioenzio Baldazzi, che mi ha insegnato a leggere e scrivere e il mio professore delle medie a Gozzano, Mario Bilardo, che mi ha insegnato a non smettere più di farlo.

Quali pregi trovi nei riminesi?

Non credo di frequentare abbastanza Rimini per potermi permettere un giudizio. La mia sensazione è che i riminesi abbiano una sorta di radar per capire prima degli altri dove stiamo andando, per anticipare le mode, le tendenze, i modi di comportarsi e di pensare. Però non so se questo sia vero o è solo una cosa che avverto io.

Quali difetti?

Di tenere in grandissima considerazione i forestieri e di non amare la propria città, per usare le parole dello storico Luigi Tonini. Ma anche qui lo dico come una boutade, come una sensazione a pelle, vivo troppo poco la città per dare dei giudizi. A Rimini sto per brevi periodi di tempo che dedico principalmente ai miei due figli e ai corsi di scrittura narrativa che tengo a Università Aperta. Faccio scarsa vita sociale. Non perché non vorrei, ma perché il tempo è tiranno.

Sei esperto di eno-gastronomia, che come può aiutare il nostro turismo?

Sono stato in passato un esperto di enogastronomia. Nel senso che sono diversi anni che mi sono allontanato anche dalla scrittura legata al cibo e al vino per privilegiare il mio lavoro di narratore. Vedo che l’enogastronomia è oggi un grande motivo di richiamo, ma non so se potrebbe essere un volano per il turismo. Non ho mai fatto il turista, per me la vacanza ideale è stare a casa a leggere un libro, quindi non saprei proprio dare consigli.

Che cos’è per te il cibo?

Cerco che sia sempre “buono, pulito e giusto”, per rubare le parole a Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food. Dopo, ma solo dopo, può anche rappresentare un territorio, le sue tradizioni, la sua storia.

Qual è l’attestato, il gesto più commovente che hai ricevuto?

Un meccanico di biciclette a cui ho portato casualmente a riparare una foratura e ha voluto essere pagato con una dedica sul mio Umberto Dei che è un romanzo che racconta la storia di un meccanico di biciclette. Lui aveva il libro in bottega, mi ha riconosciuto per una foto apparsa su un giornale ed era emozionatissimo. Io più di lui. I grandi attestati vengono dalle persone che amano i tuoi libri.

Chi è uno scrittore?

Credo sia qualcuno a cui non piace la vita com’è e cerca di immaginarne un’altra, di andare a fondo, di indagare nei lati meno esposti dell’umano e di restituire quello che scopre ai lettori. Sperando di ricevere dai lettori ulteriori risposte. Personalmente scrivo perché sento che sia quello che sono chiamato a fare nella vita, il mio modo di essere un poco utile all’umanità. Spero di riuscirci, almeno in parte. Se solo riesco a far sognare una sola persona per pochi minuti, se riesco a portarla in un altro mondo, se riesco, anche per un semplice attimo, a farle pensare qualcosa che non aveva mai pensato, credo di aver fatto la mia piccola parte nella vita.

Quali sono i tuoi hobby?

Non ho hobby. Ho grandi passioni: la lettura, la pesca alla trota in torrente, la montagna, i funghi, il whisky di malto, un sigaro ogni tanto. Soprattutto mi piace ascoltare le vite che gli altri raccontano. In fondo lo scrittore è anche questo: una sorta di voyeur della vita che poi prende tutto quello che ha raccolto e lo trasforma in altre storie.

Di che cosa ha bisogno l’uomo?

Di sentirsi libero, credo. Perlomeno è sempre stato quello che ho percepito negli anni: per raggiungere un obiettivo, un sogno, realizzare un desiderio, occorre sentirsi liberi. Che non significa poter fare quello che si vuole, ma accettare di spogliarsi dell’inutile per seguire la propria strada. Conduco una vita estremamente sobria ma non sento la mancanza di niente e questo mi fa sentire molto libero, ad esempio, rispetto alle richieste del consumismo.

Hai rimpianti?

Nessuno direi. Qualcosa potevo farla magari meglio. Ma posso dire di essere un uomo fortunato. La vita mi ha dato molto più di quello che mi sarei aspettato di avere. Se a sedici anni quando leggevo Jack Kerouac e sognavo di fare lo scrittore mi avessero detto che avrei pubblicato dei libri non ci avrei creduto.

Che cosa vedi, quando guardi la natura?

Capisco cose che in altri ambiti mi sfuggono: soprattutto di fronte all’acqua, ai fiumi, ai torrenti, ai laghi, al mare d’inverno sento che ci sono delle risposte possibili anche alle situazioni più difficili. Sento che la vita è forte, potente, “galantuoma”. Capisco che di fronte all’immenso non sei nessuno, ma hai avuto la grande fortuna di poterci essere, di poter partecipare.

I tre libri sul comodino della tua vita?

Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, La luna e i falò di Cesare Pavese e Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. Ma li cambio tutte le sere.

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