Addio ai semafori anche all’incrocio Via Roma-Corso Giovanni XXIII

Semafori e incroci, uno dietro all’atro, uno a poche centinaia di metri dall’altro. Risultato? File perenni, e blocchi da paura in caso di pioggia. Da qualche tempo l’amministrazione comunale ha deciso di affrontare la questione con una serie di interventi. Dopo quello di via Savonarola-Ravegnani e la rotatoria di via Destra Porto-Perseo, nella notte di lunedì scorso 25 agosto sono iniziati i lavori all’incrocio tra via dei Mille e via Roma con corso Giovanni XXIII (nella foto lapiazzarimini.it). Qui i semafori scompariranno e sorgerà una rotonda.

incorocioviaromagiovanni23Con questo, precisa il Comune in una nota, è il terzo dei 21 interventi previsti dal progetto di fluidificazione dell’asse mediano della città. Un intervento articolato e coordinato, progettato dai Lavori pubblici del Comune di Rimini, che attraverso 21 interventi ha l’obiettivo di snellire il traffico da nord a sud della città con soluzioni tecniche utili alla fluidificazione e alla sicurezza della circolazione sull’asse mediano, eliminando gli impianti semaforici esistenti e le svolte a sinistra. Nell’area dell’incrocio, che nella dimensione limitata degli spazi trova le maggiori difficoltà progettuali, sarà realizzata rotatoria del diametro di 15 metri con un anello centrale parzialmente sormontabile del diametro di 4 metri, così da garantire una corsia di 5,50 metri di larghezza.

Inizialmente verranno collocati dei new-jersey in plastica per segnalare le aiuole spartitraffico e la corona centrale della rotatoria, destinati poi ad essere sostituiti da cordoli in gomma fissati a terra. Complessivamente i lavori avranno una durata massima prevista di 30 giorni, ma già da martedì 26 agosto verrà attuata la nuova regolamentazione del traffico a rotatoria. Il progetto esecutivo è stato redatto dai tecnici di Anthea (Servizio Manutenzione Strade), riprendendo le indicazioni generali riportate nel progetto preliminare redatto dalla Direzione Lavori Pubblici e Qualità Urbana del Comune di Rimini, che provvederanno anche alla Direzione Lavori. Dal 1° settembre prenderanno avvio i lavori all’incrocio fra Via Emilia e Via Italia. Ora che alle promesse stanno seguendo i fatti la domanda è se questi lavori saranno davvero in grado di decongestionare il traffico.

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E’ in dialetto l’ultima fatica letteraria di Gianfranco Miro Gori

gianfrancomirogorilibri1di MILENA ZICCHETTI

“E’ cino, la gran bòta, la s-ciuptèda” è il titolo della nuova raccolta in versi in dialetto sammaurese a firma dell’ex direttore della Cineteca di Rimini Gianfranco Miro Gori (foto lapiazzarimini.it). La quarta ad essere precisi e dopo una pausa di sei anni. Gori ritorna alla poesia e lo fa con un libro denso di significato ed emotivamente coinvolgente, in cui vengono trattati tre temi a lui particolarmente cari. “Non voglio dimostrare nulla, ovviamente – premette – sono semplicemente argomenti su cui rifletto e ho riflettuto per buona parte della vita. Volevo mettere a confronto il dialetto, lingua delle madri e dei padri, con il medium più importante del Ventesimo secolo, il cinema (e’ cino), che è stata la mia professione; con la principale delle narrazioni, quella dell’origine del mondo (la gran bòta), che ho incrociato sin dai primi studi di filosofia; con uno degli omicidi impuniti forse più famosi delle patrie lettere, quello del padre di Pascoli (la s-ciuptèda), di cui ho udito parlare sin da bambino, occupandomene poi in età adulta”.

La competenza di Gianfranco Miro Gori per quanto riguarda il cinema è fuori discussione. Ideatore e direttore della cineteca del comune di Rimini, in questa raccolta, ‘e’cino’ non viene trattato sotto un aspetto tecnico, ma sotto una visione strettamente famigliare, particolarmente legata alla nonna, alla mamma e, naturalmente, a lui stesso da bambino, ai ricordi legati alla meraviglia. Cerca di mostrare quanto il cinema e il dialetto siano particolarmente legati tra loro definendoli “due morenti che continuano mirogoricopertinalibroa vivere ‘ruzzolando’ e che resistono nonostante la tv e internet”. Scrive infatti “…E’ cino l è mort, e’ dialèt l è mort. O i s aréugla tut déu piò o mènch te bacaiadéz dla telévisiòun, te ciacaradéz ad internet” (…il cinema è morto, il dialetto è morto. O ruzzolano entrambi più o meno nel vociare della televisione, nel chiacchiericcio di internet). E poi ‘la gran bòta’, il Big Bang, il nulla che precede il tutto. Un lungo monologo che vede il passaggio di diverse fasi: l’acqua, il fuoco, la posizione eretta dell’uomo, l’uso del bastone… “…Tot inquél l’è vnu fura s’una gran bòta. U n gn’era gnént. A n simi invèl…” (…Tutto quanto è scaturito con un gran botto. Non c’era nulla. Non eravamo da nessuna parte…).

La terza e ultima parte è costituita da due monologhi che ripercorrono, con la voce dell’assassinato e dell’assassino, la morte di Ruggero Pascoli, quasi fosse un dialogo tra i due, un dialogo mai avvenuto e su cui si è tanto discusso. Entrambi iniziano allo stesso modo “E i m à tirat: propri in te mèz dla fròunta” (E mi hanno tirato: proprio nel mezzo della fronte) racconta Ruggero, il ‘morto ammazzato’, come lo descrive Gori. “E a i ò tirat: propri te mèz dla fròunta” (E gli ho tirato: proprio nel mezzo della fronte), ribatte l’assassino. Come sottolinea Ennio Grassi, intellettuale e critico letterario riminese che ne ha curato la prefazione, i due ora “possono raccontare la verità e la raccontano senza reticenza alcuna”. “E’ cino, la gran bòta, la s-ciuptèda” edito da FaraEditore Rimini (84pp – euro 11,00).

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