Turisti cinesi, tutti i numeri di una colossale baggianata

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di ALBERTO BIONDI

L’istituto di ricerca Trademark Italia (con sede a Rimini), dopo due anni di indagini, osservazioni, focus e interviste, ha pubblicato un primo rapporto sullo stato attuale del mercato turistico cinese. Ciò che emerge getta nuova luce su un fenomeno non solo coperto dalle autorità di regime, ma spesso e volentieri “trasfigurato” dai nostri occhi occidentali e il risultato, indubbiamente, sfata molti luoghi comuni. Primo: l’obiettivo delle autorità cinesi è quello di limitare il turismo in uscita (outgoing) e di investire largamente su quello in entrata (incoming), costringendoci a ridimensionare il miraggio di nuovi influssi che dall’oriente apporterebbero linfa vitale ai nostri alberghi. “Per anni si è detto che basterebbe l’1% della popolazione cinese per non lasciare libera nemmeno una camera in Italia, ed è vero, ma potenziare il traffico aereo e investire in pubblicità non è solo inutile, ma addirittura velleitario – sostengono gli analisti di Trademark Italia e aggiungono – è una vera illusione credere che in Cina possano svilupparsi flussi di turisti indipendenti e autonomi che possano raggiungere l’Italia. In una nazione in cui la censura è assoluta, internet e i social network oscurati e il controllo sui cittadini capillare, non c’è nulla da stupirsi se 1 turista cinese su 10 al suo ritorno in patria subisca controlli di polizia. A differenza di noi occidentali, il cittadino cinese “medio” non può prenotare biglietti online (fatta eccezione per i membri delle sfere diplomatiche, amministrative e finanziarie), solo il 10% possiede una carta di credito (rigorosamente emessa in Cina) e per di più con limiti di spesa invalicabili. I 20 milioni di milionari e miliardari che i dati calcolano nel paese del sol levante non esistono “legalmente” agli occhi del Partito Comunista: i loro patrimoni, salvo quelli sommersi, appartengono alle aziende e non sono personali. Il controllo, anche sul denaro, è ferreo”.

Pochi prima d’ora si erano interrogati sulle enormi difficoltà che il ricco turista cinese incontra se vuole visitare l’occidente: non si esce dai confini senza autorizzazioni provinciali, nulla osta politici, passaporti validati dalla Polizia e Visa governativo. Non solo, ma chi è ricco e potente teme l’invidia e le segnalazioni al Partito Unico, nasconde il suo status (mai esibito), non ama i viaggi collettivi organizzati e sostanzialmente non esistono Luxury Tour per l’Europa. Dunque l’immagine di un esercito di ricchi che guida Ferrari e veste Gucci, che ama l’Italia e il Made in Italy, attratto dalle bellezze artistiche, culturali e paesaggistiche del nostro paese, pronto a portare i suoi soldi da noi ha bisogno di una bella limatura.

L’unico sistema con cui il cittadino comune può viaggiare è quello dei viaggi organizzati, che naturalmente tramite i tour leader estendono il controllo governativo anche in vacanza. Vacanza… per modo di dire! Sempre gli analisti di Trademark Italia: “Siamo riusciti a tracciare un profilo inedito di questa potentissima nazione, che presa da mastodontici problemi sociali interni risulta “strabica” rispetto ai valori ludici e culturali dei viaggi internazionali. C’è come un rifiuto del concetto di tempo libero, chi viaggia lo fa per “missione”, è prevalentemente maschio e nei due terzi degli intervistati non c’è il minimo interessamento per il patrimonio culturale italiano. Alle mete “classiche” di Roma, Venezia e la Toscana preferiscono Milano, Bergamo, Torino, Novi e Bologna. Insomma, dove pulsa l’industria”.

Dalle interviste rilasciate in stretta forma anonima è triste venire a sapere che la maggior parte dei gruppi di turisti cinesi in vacanza da noi consideri l’Italia come una realtà occidentale imbalsamata, disordinata, improduttiva. I rapporti ufficiali che arrivano al governo cinese sono ricchi di appunti negativi sul nostro paese tesi ad esaltare per contrasto la sobrietà e l’efficienza cinesi. Dalla ricerca leggiamo che le alte sfere dell’establishment (le stesse che si vorrebbero attirare con le attuali politiche turistiche) affermano di non provare alcuna soggezione per le forme d’arte italiane e occidentali in generale, rivendicano strenuamente un primato cinese in ogni campo e condannano senza remore la contemplazione artistica, la creatività e “l’ozio improduttivo”.

Ma quanti sono effettivamente i cinesi che oltrepassano la frontiera come turisti? E quanti vengono in Italia? A dirlo con precisione è impossibile perché molti di coloro cha abbandonano la madrepatria per venire in occidente lo fanno con un biglietto di sola andata per stabilirvisi legalmente, dunque in qualità di migranti legali. Non si riesce perciò a separare i dati dei viaggiatori con quelli di chi emigra, anche se da fonti anglo-australiane i “turisti” in quanto tali sembrano ammontare a circa l’1,2% della popolazione (17 milioni di viaggiatori nel mondo). L’ISTAT, nel calcolo delle visite in Italia, commette l’errore di considerare turista chiunque alloggi per una notte in un albergo del paese; così facendo però, nel caso di un turista cinese che dormisse una notte a Roma, una a Firenze e una a Milano, secondo l’ISTAT non sarebbe uno ma tre. Quando cioè parla di 1.200.000 arrivi cinesi, a voler star larghi non superano le 290.000 unità. Nel 2010, ad esempio, i visti rilasciati a cinesi dalle ambasciate italiane furono 90.000 a scapito di 900.000 arrivi calcolati. Possiamo fidarci?

In più il vero flusso di presenze cinesi è costituito dai migranti semi-permanenti, che solo in Italia dal 2008 al 2011 hanno inviato in patria 7,78 miliardi di euro. E continuano a crescere al ritmo vertiginoso del 60% in più all’anno. Le politiche turistiche cinesi, per converso, sembrano funzionare: per soddisfare il turista occidentale il governo ha fatto leva sull’immagine della Cina come paese sicuro, ordinato; è cresciuto enormemente il numero di alberghi a 4 o 5 stelle, migliorati i servizi, e posto che l’obiettivo di ogni governo è quello di rendere il proprio paese un polo di attrazione turistica limitando al contempo l’outgoing, bisogna rivedere anche alla luce di queste ricerche le politiche turistiche rivolte alla Cina. Certo con la consapevolezza che il cambiamento più radicale, dalla mentalità ai lacci dittatoriali, deve provenire da oriente.

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