Trenta liceali all’estero, il “San Pellegrino” sempre più internazionale

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di ALBERTO BIONDI

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Una delle due classi al St. Andrew’s College di Cambridge (Gran Bretagna). In bocca al lupo a tutti e trenta.

Zaino e libri sono pronti, l’estate si può dire ormai finita, ma anziché tornare sui banchi dell’anno scorso trenta ragazzi del Liceo Linguistico “San Pellegrino” di Misano hanno cominciato la scuola fuori dai confini nazionali. Francia e Gran Bretagna le destinazioni dei fortunati, per la precisione “Le Chateau School” di Antibes e l’antico St. Andrews College di Cambridge. Una prima campanella davvero speciale, che suona in due centri educativi di altissimo livello. Gli studenti, dieci di seconda e venti di terza e quarta, trascorreranno un soggiorno di una o due settimane frequentando all’estero le prime lezioni, ospitati da famiglie del luogo che tenteranno l’impossibile pur di farli sentire a casa. Naturalmente, per garantire una “full immersion” totale nel paese di destinazione, sono previste visite ed escursioni nei principali siti d’interesse delle città, organizzate con l’obiettivo di far entrare i ragazzi in contatto diretto con il nuovo ambiente.

Il San Pellegrino punta all’internazionalizzazione, offrendo ai suoi studenti un’opportunità in più per mettere in pratica sul campo le lingue di studio. Tante altre le mete tra cui poter scegliere: Spagna, Germania, Stati Uniti e da quest’anno anche l’Australia, sempre più Nuova Terra Promessa per molti giovani romagnoli in fuga. Silvia Paccassoni, preside del Liceo, afferma: “I soggiorni all’estero non servono solo a consolidare la conoscenza linguistica, ma abituano il giovane ad orientarsi autonomamente all’interno di contesti familiari e scolastici diversi. Inoltre, presso le scuole servitane studiano in lingua anche le altre materie che qui apprenderebbero in italiano e questo è un ottimo esercizio per le proprie capacità. Il risultato è un’apertura mentale e un allenamento tali da poter affrontare con successo situazioni di studio e lavoro in paesi stranieri. Visite ai musei, teatri e altri luoghi d’interesse storico, artistico e culturale accompagnano le lezioni frontali e arricchiscono l’esperienza”.

Studiando Lingue e Letterature Straniere all’università di Urbino, ho capito quanto utilizzare una lingua in contesti reali sia fondamentale per il suo apprendimento. Finché dalla teoria non si passa alla pratica, i meccanismi di memorizzazione che governano l’acquisizione linguistica non scattano. Bisogna sporcarsi le mani per imparare, un po’ come in officina, e senza un contatto diretto con chi quella lingua la parla da sempre, in un contesto in cui tutti si esprimono così, è difficile fare buona pratica. I soggiorni all’estero, le vacanze studio, i progetti Erasmus e Intercultura… tutti offrono la possibilità di “immergersi” in un paese straniero, ma sta poi a chi partecipa sfruttare al meglio le occasioni per imparare. Lo dico perché i casi in cui, finita l’esperienza, si torna a casa senza aver migliorato le proprie abilità sono più di quanto non si pensi. C’è l’opinione diffusa che basti trascorrere un periodo all’estero per tornare in Italia padroneggiando la lingua straniera come un nativo, ma purtroppo il fattore tempo e ambiente non bastano. Sono necessari curiosità e spirito di iniziativa, senza i quali non possiamo muovere i nostri passi verso “l’altro”, e un esercizio continuo dell’idioma per fissarne i meccanismi segreti fino a renderli spontanei, automatici. Insomma, non basta partire: bisogna metterci del proprio, prima, durante e dopo il soggiorno. Quasi sempre però si torna a casa con bellissimi ricordi e per molti basta questo a dare un senso al viaggio. Non è sicuramente il caso dei trenta del San Pellegrino, ma tutti avremo sentito di un giovane partito per la vacanza studio e tornato in patria con la fotocamera piena e il cervello come prima.

Oggi le possibilità di vivere un’esperienza all’estero sono moltissime, ma alcune di esse restano ancora appannaggio di poche tasche. Un’apertura della scuola italiana in questa direzione sarebbe quanto di più auspicabile, con l’auspicio di formare ragazzi consapevoli del mondo e delle opportunità che sono aldilà delle frontiere; ma c’è il rischio che, proponendo progetti troppo esosi nelle classi, così come spesso avviene con le gite, venga a formarsi una forbice ingiusta tra chi può concedersi di partire (che impari o no qualcosa non fa testo) e chi invece è costretto a restare quando magari ne avrebbe tratto profitto. Prima che una famiglia o un giovane decida di investire in una meravigliosa esperienza all’estero, devono essere chiari gli obiettivi che si vogliono raggiungere fuori casa e soprattutto essere sicuri, quando si sale la scaletta dell’aereo, che non si stanno spendendo soldi per niente.

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