Investimenti pubblici, il Patto è di “stabilità” o di “instabilità”? L’analisi di Marco Lombardi

Il Patto di Stabilità interno per le amministrazioni locali – scrive il Consigliere Regionale Marco Lombardi (foto) – viene spesso accusato di essere irrazionale in quanto impedirebbe ai Comuni di “spendere i soldi che hanno già in cassa”. Questo è allo stesso tempo vero e falso. Come dimostra anche il caso di Bellaria Igea Marina. È vero – motiva Lombardi – perché da qualche anno il saldo-obiettivo per i Comuni è calcolato secondo il criterio della competenza mista: competenza giuridica per la parte corrente, e cassa per il conto capitale. Quest’ultimo, dal lato delle uscite, corrisponde in massima parte agli investimenti in opere pubbliche. Essendo basato sulla cassa, ed avendo alcuni enti locali in passato impegnato in competenza ingenti spese, il vincolo di cassa sugli investimenti genera automaticamente l’accumularsi di residui passivi (che sono somme impegnate ma non erogate), cioè opere pubbliche già finanziate e spesso anche già avviate o addirittura completate, ma che non possono passare alla fase della liquidazione a causa del vincolo sulla cassa.

La discrasia tra competenza e cassa è acuita dal fatto che l’indebitamento, ossia una delle due principali fonti di finanziamento degli investimenti pubblici, non viene conteggiato tra le entrate rilevanti per il computo del saldo del PSi. Le somme così finanziate, dunque, non possono essere erogate a meno di un peggioramento del saldo. In pratica è come se un individuo comprasse un gran numero di prodotti alimentari ma avesse poi un vincolo su quanti ne possa effettivamente mangiare, essendo a dieta. Probabilmente starebbe tutto il giorno davanti allo scaffale pieno, interrogandosi per quale motivo abbia comprato tutto quel ben di Dio senza poi poterlo consumare. Probabilmente non si chiederebbe come mai ha comprato – a debito – tutta quella roba, ma lancerebbe semplicemente strali contro la dieta che gli impedisce di goderne i frutti.

Tuttavia – continua nella sua analisi Lombardi – l’affermazione secondo cui dall’attuale configurazione del PSi discenda automaticamente un blocco degli investimenti è anche falsa. Per quanto riguarda il rispetto del saldo-obiettivo, il PSi non distingue tra parte corrente e parte in conto capitale. Nulla vieta ad un Comune che voglia salvaguardare i pagamenti dei propri investimenti di effettuare l’intera manovra di aggiustamento sulla parte corrente, riducendo gli impegni di spesa sotto il livello delle entrate accertate (o aumentare queste ultime sopra il livello delle spese impegnate). Questo implica un avanzo di parte corrente che può essere destinato al finanziamento degli investimenti l’anno successivo o all’abbattimento dello stock di debito.

Ma molti amministratori locali – speiga il Consigliere – sono restii ad intraprendere questa strada, perché il taglio della spesa corrente implica un’azione costosa sia in termini di tempo (una vera revisione della spesa non si improvvisa in due minuti) sia in termini politici (il livello eccessivo di spesa corrente spesso serve a remunerare interessi di lobby e ad acquisire consenso politico). Nulla vieta agli enti locali, inoltre, di rimpinguare le entrate rilevanti ai fini del Patto, per esempio accelerando le dismissioni patrimoniali. Tuttavia, anche trascurando la fase estremamente complicata del mercato immobiliare, il vincolo di cassa ancora una volta torna a mordere: per essere rilevante ai fini del Patto, infatti, non basta un’immobile pubblico all’asta (il che darebbe luogo ad un accertamento di entrata) ma occorre incassare materialmente la somma (che genera un incasso di liquidità).

Riassumendo – e conclude – anche se non è necessariamente vero che il PSi impedisce, di per se’, gli investimenti, si tratta comunque di uno strumento incerto (per le Regioni funziona in un modo, per i Comuni e Province in un altro), oscuro (partorisce percentuali senza alcun senso economico), inefficiente (non ribalta sulle amministrazioni locali la stessa grandezza rilevante in sede europea) e ingiusto (scarica sugli enti di prossimità i sacrifici che l’amministrazione statale non vuole o non riesce a fare).