Elezioni, manuale per un voto razionale senza ipocrisie. di Ecci

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LA VIGNETTA DEL MESE Fiore all'occhiello della prima pagina della Piazza in edizione cartacea, quella di febbraio non poteva che essere dedicata alle urne. Buon voto a tutti.

di Ecci

Una campagna elettorale che spesso si trasforma nel Paese dei balocchi. C’è il grande burattinaio che la butta lì: niente Imu. Niente tasse. Ci potrebbe aggiungere, anche donne e champagne. E baldoria tutto l’anno. Solo che non verrebbe preso sul serio. Ma come dicono i contadini: senza soldi non si canta neppure messa. E dove si attingono i soldi per l’ospedale quando ci si ammala, per le scuole dei figli, per i parchi, per le piscine, per le strade, per le pensioni, per i monumenti? Un cittadino consapevole dovrebbe mandare al diavolo il pifferaio magico che dal ’94 promette lustrini e cuccagna. E poi quando ha il potere cambia le carte in tavola e pensa ad altro. Data l’età dovrebbe optare a come sollazzarsi con il tempo che il Signore o la natura gli ha concesso in prestito. Perché come dice qualcuno sul lungo periodo siamo tutti morti.

Manuale per un voto razionale senza ipocrisie

Quelle del 24 e 25 febbraio sono elezioni decisive per il futuro dell’Italia, ma sono solo interlocutorie rispetto ai nuovi assestamenti destinati a ridefinire la geografia politico-partitica. Il voto è un bene prezioso della democrazia, la sua sacralità sta nella garanzia del suo esercizio. Il voto ideale da tempo, si dice, non esiste più, sempre più spesso si sceglie il meno peggio. Allora il voto dovrebbe essere interpretato come uno strumento pragmatico per premiare chi è più vicino al proprio sentire e contrastare l’avversario. Dunque il voto come strumento è un voto pro e contro. Un buon criterio sarebbe quello di favorire le persone oneste e preparate, anche al di là dei simboli partitici, ma questa legge elettorale impone di votare solo candidati designati dalle segreterie. Le primarie che hanno coinvolto qualche milione di cittadini le ha fatte solo il Pd e il centrosinistra.

Tutti i commentatori dicono che alla Camera la partita sia chiusa, mentre tutto si giocherebbe al Senato, in modo particolare in Lombardia, Campania e Sicilia. Lo sbarramento alla Camera è del 4% con premio di maggioranza al partito-coalizione che ottiene più voti su scala nazionale. Al Senato lo sbarramento è l’8% secco con premio di maggioranza regione per regione. Tutti i partiti puntano ad azzoppare una vittoria piena del centrosinistra, concentrando liste e propaganda sul Senato. Lo fa il Pdl (è l’unico che ancora può sperare di vincere le elezioni) per rientrare nel gioco di governo, lo fa Monti perché vuole rimescolare trasversalmente le carte nelle coalizioni (col pensierino di ritornare a fare il presidente del Consiglio, magari con un nuovo governissimo), lo fa Ingroia per sperare in un condizionamento da sinistra (alla Camera è probabile che riesca farcela a superare il 4%, ma al Senato i sondaggi lo danno competitivo solo in Campania. Dunque nel resto delle regioni i suoi voti sono, brutalmente parlando, buttati via. Va riconosciuto però ad Ingroia di avere coalizzato in un unico simbolo, tutto quello che era rimasto dell’Idv, Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, per dare una prospettiva più credibile).

Siccome la matematica non è un’opinione, il voto come strumento pragmatico richiede una piccola e facile riflessione: chi voglio fare vincere? Chi assolutamente voglio che non vinca? Se si vuole fare vincere il centrosinistra o il centrodestra non va disperso il voto ad altre liste minori che non sono in coalizione con i due maggiori partiti: Pd e Pdl. Al Senato, in particolar modo in Lombardia, Sicilia e Campania, ogni voto sottratto al centrosinistra va a favorire l’ingovernabilità del Parlamento favorendo nuove maggioranze, compromessi… col rischio nefasto di nuove elezioni anticipate (lo spread non è un’opinione!). La maggioranza in Senato prevede 158 seggi, ma per governare con un minimo di tranquillità ce ne vogliono un’altra decina (Pd-Sel, con almeno tre regioni in bilico, dai sondaggi, ne otterrebbero 143/145). Conti alla mano l’unica alleanza fattibile di governo diventerebbe Pd-Centro-Monti. Significativo è un recente sondaggio del Corriere della sera: per il dopo elezioni il 75% vede un governo Bersani-Monti.

Nell’augurare a Rivoluzione civile di Ingroia il superamento del 4% alla Camera, la sua insistenza al Senato conferma la tradizionale vocazione masochista della sinistra (Pd-Sel compresi), dove i rancori e i personalismi spesso dettano l’agenda politica. C’è anche il voto “contro tutto e tutti” di Grillo che sottrae voti un po’ a tutti gli schieramenti, ma anche all’astensione (e questa è una buona cosa). Che effetto avrà sul nuovo Parlamento? Intanto qualcuno ricorda maliziosamente che tre anni fa il pugno di voti ottenuti dal M5S “regalarono” la regione Piemonte al leghista Cota. Poi c’è il voto ideale di pura testimonianza (rassicura la propria coscienza ma può fare anche danni) col quale si possono ottenere risultati opposti a quelli sperati o dichiarati. Esempio: Rivoluzione civile è contraria a Monti, ma senza una vittoria piena di Pd-Sel al Senato, l’alleanza con Monti diventa inevitabile. Non potendo puntare su una propria affermazione (oltre l’8% al Senato pertanto col rischio di non avere senatori), per Rc coerenza e interesse sarebbe votare in massa Sel per rafforzare nel centrosinistra la componente anti-Monti.

Va riconosciuto che Monti è l’unico che porta via voti a Berlusconi. Senza di lui e la rottura dei centristi dalla casa madre Pdl, non ci sarebbe stata partita: Berlusconi avrebbe già stravinto. Infatti con grande abilità è riuscito ad unire tutti i cocci, e anche di più, di un centrodestra che sembrava allo sbando. L’“incantatore di serpenti” sta giocando il tutto per tutto.

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