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Riminese, cresce la povertà

Un senza tetto a terra (Foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Gugliemo (Valter) Martinese è uno tra i più massimi ricercatori statistici del teritorio, e non poteva mancare la sua collaborazione nella stesura di questo importante Rapporto sulle povertà della Caritas diocesana di Rimini. “E’ uno strumento molto valido – dice – che raccoglie e racconta problemi veri del nostro territorio. La Caritas è in prima fila, sono bravissimi e fanno un grande lavoro in prima linea. Faccio i complimenti alla responsabile dell’Osservatorio sulle povertà Isabella Mancino e ai sui collaboratori. Ho collaborato nella ricerca dei dati macro e micro economici di Italia, Regione e provincia di Rimini. Importante il Focus group con associazioni, istituzioni e Prefettura”.

E’ giunto alla IX edizione il Rapporto sulle povertà della Caritas diocesana di Rimini. L’obiettivo è quello di documentare e comunicare, a più persone possibili, quanti e quali siano le povertà presenti sul territorio riminese. Conoscere per sensibilizzare, per promuovere azioni di solidarietà e per far sì che la nostra comunità sia sempre più attenta ai bisogni di tutti, anche di coloro che sono ai margini. Il tema di approfondimento scelto in questo Rapporto è quello del lavoro, è chiaro infatti che la causa principale dell’aumento delle povertà è proprio la mancanza di occupazione. I poveri aumentano perché il lavoro non c’è. Sono stati quindi coinvolti più Enti presenti sul territorio con il fine di comprendere meglio quale sia la situazione economica e occupazionale a Rimini e in quale direzione si stia andando. È stato realizzato un tavolo di confronto con Camera di commercio, Inps, Centro per l’impiego, Prefettura, Università, associazioni di categoria, banche e sindacati. In un periodo come questo è infatti necessario lavorare insieme, cercare sinergie per offrire risposte il più possibili adeguate alle persone che si rivolgono agli sportelli della Caritas e di altre realtà. La crisi è in atto dalla fine del 2008 e nel 2012 alla situazione già grave si è aggiunta anche l’abbondante nevicata avvenuta in febbraio e il forte terremoto in Emilia a maggio. Peggiorando ulteriormente la situazione economica, soprattutto per quel che concerne industrie, allevamenti e agricoltura.

I dati dei Centri di ascolto presenti in diocesi. I dati 2012 raccolti dai 33 Centri di ascolto presenti in tutta la diocesi mostrano quanto la situazione di disagio sia crescente. Aumentate le persone che si sono rivolte alle Caritas: da 6.130 nel 2010 a 7.025 nel 2012, quasi mille in più in soli due anni. Sono aumentati i residenti: nel 2011 erano 2.756 (tra cui il 30% italiani e il 66% stranieri), nel 2012 sono 3.010 (tra cui il 32% italiani e il 65% stranieri). Aumentate le famiglie: nel 2010 il 33% degli individui che si è rivolto alle Caritas viveva con la propria famiglia, nel 2012 questa percentuale è salita al 40%, quindi il numero stimato delle persone in stato di disagio nel 2012 raggiunge circa le 18.300 unità. Tra questi molti sono minori: solo la Caritas diocesana ne ha contati 422. Sono aumentati di quasi il 50% in soli due anni gli italiani, sono 1.846. Il 56% uomini e il 44% donne, tra quest’ultime la maggior parte è coniugata, mentre gli uomini sono prevalentemente celibi. Il problema che maggiormente riportano è quello del lavoro, ma non è il solo, infatti a questo seguono le difficoltà economiche e abitative che si intrecciano con situazioni familiari complesse e conflittuali. Aumentati i giovani, sono 478 coloro che hanno tra i 19 e i 24 anni (il 20% in più rispetto al 2010) e gli anziani, over 75, sono 105 (il 110% in più rispetto al 2010). Si tratta prevalentemente di giovani stranieri, in gran parte rumeni, ma cresce anche il numero degli italiani (il 15,6% degli italiani ha tra i 19 e i 24 anni). I giovani faticano nella ricerca di un lavoro, e lamentano di vivere rapporti difficili con i familiari. Gli anziani aumentano perché le pensioni non bastano e i figli, nel caso ci siano, non riescono a provvedere alle spese dei genitori malati e anziani, ma anzi cercano da questi ultimi un sostegno economico e morale, specie se hanno perso il lavoro e di più se si sono separati o divorziati dal coniuge. Diminuiti di quasi il 3% gli immigrati, se nel 2011 erano 5.295, nel 2012 sono 5.142, restano comunque la maggior parte delle persone che si sono rivolte alle Caritas presenti in diocesi (sono il 73,2%). Tra le nazionalità prevalgono: – rumeni (1.143): rispetto al 2011 sono aumentati di quasi il 2%; nonostante la crisi economica in atto e le poche prospettive di lavoro, continuano a venire in Italia. La maggior parte sono coniugati e fanno avanti e indietro fra Italia e Romania, vengono qui per la stagione estiva, ma anche per lavori nel settore edilizio e agricolo; – marocchini (956): aumentano del 26%, rispetto al 2010, per la precisione sono aumentate le donne marocchine (sono il 10% in più rispetto al 2010). I mariti hanno perso il lavoro e non riescono più a trovarlo, coloro che avevano usufruito della Cassa integrazione l’hanno terminata, ora spetta alle donne trovare una “soluzione”. La presenza maggiore dei marocchini è registrata soprattutto nelle Caritas dell’entroterra riminese; – ucraini (754): le nazionalità dell’Est Europa sono diminuite (Ucraina -11,6% rispetto al 2011, Russia -26,5% rispetto al 2010). Questo calo è dovuto alla diminuzione delle richieste di badanti da parte delle famiglie italiane: le donne dell’Est, prevalentemente impegnate in questo settore, hanno optato per altri Paesi o per altri mestieri. Altre non si rivolgono più alla Caritas perché si sono ben inserite sul territorio e in caso di difficoltà si affidano alle proprie connazionali con le quali si è instaurata un fitta rete di amicizie e solidarietà; – albanesi (377): aumentati del 36,1% rispetto al 2010. Questo incremento è combaciato con l’aggravarsi della crisi economica. Presenti sul territorio dagli anni ’90 si erano ben inseriti nel mondo del lavoro, soprattutto nel settore edilizio, alcuni avevano persino avviato delle attività in proprio ma, venute meno le occasioni lavorative e finiti gli ammortizzatori sociali, le famiglie albanesi si sono ritrovate in grosse difficoltà, anche perché spesso si tratta di famiglie numerose.

Aumentati di quasi il 70%. rispetto al 2010, coloro che vivono in casa in proprietà: sono 219 persone tra cui: giovani coppie (16 italiane e 11 straniere), adulti che vivono soli o con familiari o amici (105 italiani e 37 stranieri) e anziani (44 italiani). Cresce anche la percentuale di coloro che vivono in case in affitto da Ente pubblico, sono il 79% in più rispetto al 2010. Complessivamente sono 3.834 coloro che hanno un domicilio, tra questi il gruppo più numeroso è rappresentato da coloro che sono in casa in affitto da privato: 3.302 persone. Tra coloro che hanno casa riscontriamo problemi con le banche per il pagamento dei mutui, difficoltà nel pagare gli affitti e quindi numerosi casi di rischio sfratti e difficoltà con gli enti gestori delle utenze. Spesso gli operatori Caritas si sono fatti portavoce di queste problematiche chiedendo direttamente agli enti la rateizzazione delle spese. Numerosi sono stati gli aiuti economici per far sì che intere famiglie non si trovassero in strada o senza luce, acqua e gas. Aumentati del 44%. rispetto al 2010 coloro che sono privi di abitazione, si tratta di 1.167 persone. Complessivamente sono 2.242 coloro che hanno dichiarato di non avere un domicilio stabile (si appoggiano da amici, dormono in rifugi di fortuna, in macchina o in strada). Con la crisi economica coloro che faticavano a pagare l’affitto sono finiti in strada e, non trovando lavoro, non riescono a vedere soluzioni, se non quella di spostarsi da un posto all’altro per cercare nuove occupazioni. Aumentati del 14,2%. rispetto al 2010, i disoccupati, sono 4.690. Scendono del 41,9% rispetto al 2010 e del 11,8% rispetto al 2011 coloro che hanno un’occupazione. È evidente che il problema più grave è proprio l’assenza del lavoro, ma anche quando c’è, non è sufficiente per sostenere le spese economiche della famiglia e dell’individuo.

I dati della Caritas diocesana. La Caritas diocesana nel 2012 ha incontrato 2.530 persone, il 52,5% è rappresentato da persone che si erano già rivolte alla Caritas in passato. Una percentuale così elevata di “ritorni” non si era mai registrata, tale fenomeno evidenzia che chi si trova in stato di povertà, difficilmente riesce a uscirne in un lasso di tempo breve. Sono il 4% in meno rispetto al 2011 i cittadini stranieri che si sono rivolti alla Caritas diocesana nel 2012, restano comunque il gruppo più numeroso pari a 1.779 persone. Prevalgono rumeni, marocchini e ucraini. Tra gli immigrati 268 sono residenti a Rimini. Aumentano di circa 100 unità gli italiani: passati da 659 nel 2011 a 750 nel 2012. Un italiano su due non si era mai presentato alla Caritas in passato, si tratta quindi di italiani che prima non erano in una situazione di bisogno. Coloro che hanno residenza a Rimini sono 218. L’aumento degli italiani presso la Caritas diocesana è stato registrato soprattutto in mensa e nel dormitorio. L’Associazione Famiglie Insieme nel 2012 ha aiutato 320 famiglie, per un totale di prestiti pari a circa 300 mila euro di cui: 192 mila euro per affitti e utenze, 25 mila per spese sanitarie, 43 mila per il pagamento di automezzi (assicurazioni, bolli ecc.),12 mila per spese scolastiche e i rimanenti per arredi e ricongiungimenti familiari.

I dati delle altre realtà. La Mensa dei frati cappuccini dell’Opera Sant’Antonio nel 2012 ha incontrato 1.998 persone, mentre nel 2011 erano 1.883. Cresce il numero degli italiani passati da 377 nel 2011 a 452 nel 2012. Seguono rumeni, ucraini e marocchini. Aumentati i pasti serviti in mensa, passati da 45.986 nel 2011 a 48.429 nel 2012. Cresciuto notevolmente anche il servizio docce, segnale di un aumento di persone che vivono in strada, da 1.277 nel 2011 sono passate a 1.917. La Capanna di Betlemme dell’Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, nel 2012 ha dato ospitalità a 851 persone, di cui 713 uomini e 138 donne, per un totale di 17.774 notti. Nel 2012 le persone sono il 5% in più rispetto al 2011 e il 15% rispetto al 2010. Le accoglienze totali sono aumentate del 13% dal 2011 e dal 2010. L’Assocciazione Banco di solidarietà Onlus opera attraverso la consegna a domicilio di pacchi alimentari a famiglie in difficoltà. Si tratta quindi di persone che hanno tutte un domicilio. Nel 2012 ha assistito 261 nuclei familiari di cui 72 nuovi, complessivamente si tratta di 564 persone (392 adulti e 172 minori). I pacchi distribuiti sono stati 3.572, contro i 2.353 per 217 nuclei familiari del 2011. I Centri di aiuto alla vita presenti a Rimini, Riccione, Cattolica, Bellaria e come servizio delle Caritas parrocchiali di San Mauro Pascoli, Coriano e Morciano, nel 2012 hanno aiutato complessivamente 680 mamme in difficoltà, contro le 569 mamme del 2011. Altissima la percentuale di mamme che hanno dichiarato di non essere in grado di sostenere le spese degli affitti e delle utenze. Il Centro di solidarietà ha accolto circa 500 persone, tra uomini e donne. Si tratta principalmente di over 35 per la maggior parte italiani. Gli utenti stranieri sono soprattutto nord-africani, albanesi ed europei dell’Est. Circa 430 sono persone appartenenti a categorie di svantaggio tra cui: 15 in cassa-integrazione, 35 disabili e circa 150 disoccupati di lungo periodo e/o privi di titoli di studio. Acli Colf nel 2012 ha incontrato 350 assistenti familiari. Ha segnalato una leggera diminuzione della disponibilità di lavoratrici straniere, (311 nel 2012 contro le 405 del 2011) è invece aumentata la richiesta da parte delle cittadine italiane. Complessivamente sono andati a buon fine 120 contratti, contro i 178 dell’anno precedente.

L’Associazione Rumori sinistri nel 2012 ha avuto 120 contatti telefonici con lavoratori stagionali, si tratta prevalentemente di donne rumene, ma non mancano anche le segnalazioni da parte di lavoratori italiani, senegalesi e altre nazionalità. Su 120 persone 7 hanno dichiarato di lavorare in nero, le altre hanno in gran parte contratti a chiamata o part time. Lo Sportello sociale del Comune di Rimini nel 2012 ha incontrato 1.795 persone, contro le 1.312 dell’anno precedente: 341 persone hanno fatto richiesta di contributo economico (nel 2011 erano 272), 212 hanno segnalato di avere problemi con la casa (nel 2011 erano 118), 201 con il lavoro (nel 2011 erano 105) e 78 hanno ricevuto lo sfratto (nel 2011 erano 20). Gli Sportelli sociali di Riccione e Misano hanno incontrato 360 persone. Tra le persone che si sono rivolte allo Sportello il maggior numero è rappresentato dagli italiani, seguono: nord africani, europei dell’Est, sud americani, senegalesi e nigeriani. Sempre di più durante i colloqui le richieste vertono sulla ricerca di un alloggio; gli sfratti sul territorio di Riccione, nel 2012, sono stati più di 100. Nel 2012 lo Sportello sociale di Bellaria Igea Marina ha incontrato 583 persone di cui 117 sono nuovi casi; 20 persone si sono rivolte per problematiche inerenti a sfratti già in fase esecutiva o in fase di notifica. Le richieste di maggior rilevanza sono quelle di natura economica e riguardano il pagamento di bollette.

Gli Sportelli sociali dell’Unione dei Comuni Vallemarecchia nel 2012 hanno incontrato 556 persone. Le maggiori richieste sono state: contributi economici, ausilio/compilazione di documenti, sostegno nella ricerca del lavoro, aiuto per la domanda di invalidità, permessi per disagio lavorativo, pagamenti di affitto.

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“Crisi, sbornia individualistica degli ultimi 25 anni”

di GIOVANNI CIORIA

Questa crisi economica è figlia della sbornia individualistica degli ultimi 25 anni. Dove è stato inculcato che il proprio destino non dipendesse che da se stesso. Quando invece il proprio io dipende dall’altro. Bisogna ripartire dalla cooperazione, virtù nel dna degli italiani come il fare artigianale. Il riminese Stefano Zamagni prima ancora che un economista di livello mondiale, è un grande uomo. Già preside della facoltà di Economia a Bologna, insegna Economia politica nello stesso ateneo. Tutti gli hanno chiesto di impegnarsi in politica, ma ha sempre preferito non accettare. Solca il mondo a testimoniare saperi e buon senso.

Professore, se lei fosse ministro dell’Economia, come andrebbe ad incominciare?

“Dopo aver accertato la situazione reale dei conti e la disponibilità di cassa, metterei in piedi un progetto per invertire la spirale mortifera dell’aumento della disoccupazione. Uno, detassare il lavoro. Due, far riaprire i rubinetti delle banche per non penalizzare ulteriormente il lavoro. Terzo, farei partire subito provvedimenti rivolti a rilanciare le imprese sociali, servizi alla persona ed ai beni comuni. I tre ambiti hanno una caratteristica: assorbono immediatamente manodopera. Cosa che non avviene in altri settori, dove si ha la crescita senza occupazione (jobless growth), perché la macchine si sostituiscono all’uomo. Detto dei primi tre provvedimenti da attuare, se è vero che la disoccupazione è la prima emergenza. Subito dopo, però bisogna puntare sul medio e lungo periodo. Metterei attorno ad un tavolo il mondo del lavoro e quello dell’Università. Uno dei problemi dell’Italia è che il comparto del sapere non è in sintonia col mondo del lavoro. Dovuto a pregiudizi culturali, retaggio di Gentile e Croce, che hanno sempre visto l’università e la scuola come alternative al lavoro. Se uno studia non lavora e viceversa. Non è un caso che i genitori al figlio svogliato dicono che se non studia, va a lavorare. Il lavoro viene visto come una punizione. Secondo, tu studi per non lavorare. Questa è anche una delle ragioni del tasso di disoccupazione giovanile così alto. I giovani escono dall’Università ma non sono in grado di entrare nelle unità produttive. Nella loro vita non hanno mai visto una fabbrica, un ufficio. Fosse il contrario, i giovani potrebbero apportare idee e slanci. L’addestramento al lavoro fa fatto negli anni universitari e non dopo. Così, con questa cultura, si vanno a dividere due mondi vitali. Per ripartire con un approccio da sviluppo da medio termine, introdurrei stage che non possono essere come quelli di oggi: una burla. Li farei valere anche per fini accademici”.

Partendo da quanto lei afferma, perché in Italia i cosiddetti mestieri artigianali vengono identificati come lavori manuali?

“Lo affermano quelli che non capiscono. La parola arte, dal greco, significa virtù, quindi artista. L’artigiano è un virtuoso. Assomma in sé sia il momento creativo, sia l’esecutivo. E’ nato in Italia nel 1200. Il suo modello più alto è Leonardo da Vinci; fu un grande artigiano. Purtroppo, in Italia, gli artigiani non sono mai stati aiutati. Nel dna dell’italiano medio c’è l’artigianato. Non siamo uomini da grandi fabbriche. Naturalmente, oggi giorno, colui che lavora e pensa, pensa e lavora va rivisto alla radice. E va innovato. Negli ultimi 30 anni è stato pensato alla grande impresa, accantonando l’artigianato”.

Breve periodo, medio periodo, ma come invertire questo pessimismo diffuso?

“Quando si sta male, non si può dire giusto o sbagliato, ma la condivisione diventa consolazione. Invece, ci sentiamo soli e sperduti. La solitudine, il pensiero individualista è stato costruito con la sbornia degli ultimi 25 anni. Sono passati valori tipo: ognuno deve arricchirsi, ognuno deve pensare alla propria carriera, ognuno è imprenditore di se stesso. Chi ha detto questo, è stato un grande incosciente. E’ stato un individualismo libertario. Dove ognuno pensava che il proprio destino dipendesse da se stesso. I poveri veri non sono mai depressi; hanno semplicemente fame. Noi, ora, ci sentiamo soli e depressi. Quanto diffuso negli ultimi 25 anni è stata una menzogna; chi ha diffuso menzogne deve vergognarsi”.

Come uscire?

“Dobbiamo ritrovare il senso della cooperazione. Cioè, io ce la posso fare insieme a te, come era nel dopo guerra. Come individui ci dobbiamo sentire parte di un corpo. Nel nostro dna come c’è la sapienza artigianale, così non c’è l’individualismo. Ce lo hanno soltanto contrabbandando.

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Criminalità e amministrazioni locali

di PIERGIORGIO MOROSINI *

“Vulcano”, “Re Nero”, “Titano”, “Mirror”. Non sono insegne di locali notturni o titoli di campagne pubblicitarie, ma i nomi di operazioni di polizia. Da qualche tempo, arresti, sequestri, blitz sono il “pane quotidiano” della cronaca locale di Rimini e dintorni. Finanziarie che prestano soldi a “strozzo”, estorsioni, traffico di droga e armi, riciclaggio di danaro “sporco” in società di ogni tipo. Le trame dei camorristi e degli ‘ndranghetisti aggrediscono una riviera che risente da anni della crisi economica. Immobili e attività passano nelle mani di fior di criminali collegati ai clan di Casal di Principe, Gricignano e Acerra. E’ a rischio la nostra “comunità”, tradizionalmente sana. Dobbiamo reagire. In gioco c’è la libertà di fare impresa. La sicurezza di famiglie oneste che, con sacrificio, hanno costruito le loro “fortune” nella ristorazione, nell’alberghiero, nell’industria del tempo libero. Ma non solo.

La “contaminazione mafiosa”, la sua proiezione nelle attività imprenditoriali, può deteriorare i diritti di chi lavora. Meno sicurezza sui cantieri, meno tutele dal sindacato, meno prerogative per i dipendenti. E poi, anche le pubbliche amministrazioni si trovano più esposte alla enorme forza corruttiva dei boss in affari.

A Rimini e dintorni, da tempo, il problema non viene più negato. Si moltiplicano le occasioni pubbliche di confronto sui nodi più spinosi. Abbiamo da oltre un anno un “Osservatorio” sulla legalità. Il lavoro corale di amministratori locali, rappresentanti delle categorie professionali e del sindacato evitano l’“isolamento” di forze dell’ordine e magistratura. La circolazione delle informazioni su condotte finanziarie anomale o su presenze criminali nel territorio è importante. Solo con questo metodo possiamo spuntarla su criminali “camaleontici” che si mimetizzano e si avvalgono di insospettabili complicità locali.

Il prefetto Claudio Palomba, di recente, ha chiesto la collaborazione del governo centrale. Gli hanno fatto eco il presidente della nostra Provincia, i sindaci e vari rappresentanti delle forze dell’ordine. Rimini è una realtà particolare. Servono consapevolezza e responsabilità per costruire una “diga anticriminalità” davvero resistente per la riviera. E’ giusto chiedere rinforzi specializzati a Roma. Servono competenze particolari per le indagini. Bisogna saper leggere nelle pieghe dei bilanci societari, comprendere le negoziazioni sospette, “mappare” gli investimenti e i flussi di denaro. Senza mai sottovalutare cosa accade nelle amministrazioni locali.

L’operazione “Titano” che, all’inizio di aprile, ha portato a una decina di arresti e al sequestro di alcuni complessi immobiliari. Quel blitz ci consegna un dato su cui riflettere che coinvolge proprio la gestione urbanistica dei nostri comuni. Secondo le investigazioni dei carabinieri, il figlio di un noto boss dei casalesi stava creando una struttura satellitare stabile per la gestione degli affari tra le Marche e l’Emilia Romagna. Per sfuggire al sequestro di ingenti capitali, il clan puntava moltissimo sugli investimenti nel settore immobiliare. In altri luoghi ciò ha significato per i boss investire nell’edilizia privata.

Mentre cala l’incidenza mafiosa sui pubblici appalti per via dei controlli istituzionali sempre più stringenti con la legislazione degli ultimi anni, i boss si fanno costruttori, avvalendosi anche di prestanome locali. Comprano immobili da imprenditori locali in crisi di liquidità e sono intenzionati a farli fruttare per monopolizzare l’economia del territorio. Così cercano la simbiosi con professionisti-progettisti della zona che hanno entrature negli uffici tecnici comunali. Fanno pressioni sui funzionari e i burocrati delle amministrazioni, preposti al governo del territorio.

Coltivano con questi rapporti subdoli, nascosti. “Comprano” la loro collaborazione. Le tangenti sono in denaro o “mascherate” ad esempio dalla assunzione di un figlio in uno studio tecnico o in un impresa, oppure da qualche altra diavoleria. E la triangolazione tra mafiosi-costruttori, professionisti-progettisti e burocrati locali frutta, frutta eccome a tutti i protagonisti di questo circuito illegale. Il valore dei terreni e degli investimenti può lievitare con una diversa colorazione del pennarello. Un semplice tratto di penna è sufficiente a modificare il piano strutturale del territorio o la destinazione d’uso di una mappa dell’ufficio tecnico. Si tratta di escamotage facilitati da una normativa urbanistica assolutamente farraginosa e contraddittoria che permette al funzionario disinvolto di sostenere tutto e il contrario di tutto.

Se questa è la lezione, anche nelle nostre zone, è oggi il settore “urbanistica” delle amministrazioni ad attrarre fatalmente ogni tipo di appetito mafioso. E allora il monito della operazione “Titano” è: se il sistema locale è già corrotto, le logiche mafiose nell’edilizia privata potranno penetrare più facilmente. La mafia è come i pidocchi cresce dove c’è lo sporco.

In attesa di una legislazione anticorruzione più efficace, spetta alle amministrazioni locali fare opera di prevenzione. Come? Ad esempio, intervenendo sui criteri di selezione del personale degli uffici tecnici. I funzionari devono essere non solo formati professionalmente, ma anche controllati. E occorre prevedere dei meccanismi di “rotazione” negli incarichi, per evitare “incrostazioni” e la costituzione di vere e proprie “satrapie” negli uffici tecnici.

Si tratta di un modello alternativo per le politiche della sicurezza. Alternativo negli obiettivi e nei modi, rispetto a quello imperante da tempo nelle amministrazioni locali. Per troppi anni ci siamo preoccupati solo di lavavetri, venditori ambulanti abusivi, scippatori e spacciatori, considerati il pericolo maggiore, persone da “tolleranza zero”. Siccome le risorse per la sicurezza non sono illimitate, occorre distribuirle razionalmente anche su altri obiettivi. In caso contrario, assisteremo ad una metamorfosi mafiosa delle nostre belle realtà. Siamo ancora in tempo. Il futuro, tutto sommato, è ancora nelle nostre mani.

* Magistrato della Procura di Palermo

(Altro articolo sull’Osservatorio antimafia nelle pagine di Cattolica)

 




Addio a Umberto Panozzo, grande divulgatore

Addio a Umberto Panozzo. Il professore se n’è andato lo scorso 28 aprile; aveva 95 anni. Lascia una casa editrice elegante nei titoli (e nella grafica) ed uno stuolo di libri che hanno tirato su se non milioni certamente centinaia di migliaia di studenti. La sua Storia della Letteratura italiana per le scuole medie superiori era uno spasso. Scritta con uno stile che si potrebbe definire anglo-sassone: piacevole, precisa, in grado di sorridere mentre sei alle sue prese.

Origine veneta, sposato ad un’Albini di Saludecio (una delle famiglie più blasonate del Riminese), Panozzo era nato il 18 gennaio 1918 a San Giovanni in Marignano. Aveva frequentato il Liceo classico in Arezzo, quindi la Facoltà di Lettere presso l’Università di Firenze, dove aveva avuto maestri quali il Momogliano, il Lamanna, il Devoto, il Pasquali, il Giannelli. “L’8 giugno 1940 si laureò con una tesi sul Carducci con il prof. De Robertis, che aveva sostituito il Momigliano epurato in seguito alle leggi antiebraiche.

Il 10 giugno, chiamato alle armi come ufficiale. Fu congedato nel gennaio ’45 e, in seguito, gli venne conferita la Croce al merito di guerra. Uomo di studio, tornò agli amati libri studi e all’insegnamento. Iniziò presso il Liceo classico di Arezzo (’45-’47); nel ’48, trasferitosi a Rimini, aveva ottenuto un incarico presso il Liceo scientifico e, l’anno successivo, vinse la cattedra di materie letterarie presso la scuola media di Riccione. Seguì il trasferimento alla scuola media “Panzini” di Rimini, di cui fu preside incaricato per un biennio, quindi, nel ’67 passò alle scuole superiori, dove insegnò italiano e storia, prima all’Istituto Magistrale, quindi all’ITIS e infine al Tecnico Commerciale “Valturio”.

Preparato, rigoroso, burbero all’apparenza, ma appassionato. All’insegnamento ha costantemente affiancato l’attività di autore di testi letterari, linguistici e di didattica. Nel 1945 pubblicò la sua prima opera, Avviamento alla critica letteraria, alla quale sono seguite negli anni decine e decine di altre opere pubblicate dai principali editori del settore (Le Monnier, La Nuova Italia, Paravia, D’Anna). Particolarmente significative la Grammatica italiana per le scuole superiori e inferiori e La Storia della Letteratura italiana per le scuole medie superiori. Nel 1981 ha fondato a Rimini, col figlio Massimo, Panozzo Editore.

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Morciano “scenico e futuristico” con la quarta edizione di FU.MO

Quarta edizione di FU.MO, l’evento che rende omaggio al movimento novecentesco del Futurismo fondato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti. Il progetto artistico, affidato alla cooperativa teatrale riccionese Città Teatro, si propone di ” presentare una sintesi contemporanea del movimento”.  Nell’ideale futurista – scrivono gli organizzatori – sono infatti presenti, in embrione, molte di quelle che sono diventate tendenze determinanti nella nostra società. Nessun’altra avanguardia storica ha saputo imporsi, allo stesso modo, come dimensione integrale della vita, coinvolgendo l’arte, la musica, il teatro, il cinema, la cucina, fino a dare chiare indicazioni su comportamento e abbigliamento. L’evento, che coinvolgerà l’intero centro cittadino con le Vetrine Sceniche Futuriste di artigiani e commercianti ed eventi unici e creazioni originali, riserverà un’attenzione speciale a Umberto Boccioni, pittore e scultore di origine morcianese.

Il programma, davvero ampio e variegato, darà ovviamente spazio ai giovani. Si parte da “Piazza Rumore”. Sul palco principale saliranno venerdì 26 luglio i “Giardini di Mirò”, band reggiana simbolo dell’indie-rock italiano, mentre domenica 28 luglio i “Der Maurer” di Enrico Gabrielli, polistrumentista e compositore di Mariposa e Calibro 35, dalla sconfinata discografia (con Afterhours, Capossela e Muse tra i tanti) insieme a Marco Parente, cantautore toscano di origini napoletane. Sabato 27 luglio sarà invece la volta di Alessandro Bergonzoni, invitato a “dissertare” in un incontro “parolibero” su temi d’attualità e sul rapporto fra culture giovanili e Futurismo.  Tra le realtà culturali giovanili di Morciano di Romagna, ci sono i Nü Èl, progetto musicale di recente formazione che proporrà un set a metà tra mix e live, ispirato alla scena elettronica sperimentale.

Ci sarà anche la “Cucina Futurista”, “argomento caro al movimento”. Tutte le sere, a numero rigorosamente limitato, una si cena con gli chef Tiziano Rossetti e Luca Angelini. Nella “Via del Cibo Veloce”, invece, happening dedicato alla cucina futurista e alle sue rivisitazioni con ricette semplici e curiose ispirate al cibo di strada. Piatti originali e audaci da mangiare con le mani, ad opera di realtà gastronomiche morcianesi e limitrofe. Con la possibilità anche di sperimentare direttamente la cucina futurista con laboratori per bambini ed adulti. Per i bambini, ad occuparsene Alessia Canducci con il Futurismo raccontato ai più piccoli una selezione di cortometraggi internazionali, realizzati all’interno delle più prestigiose scuole di animazione.  Per il “Teatro Sintetico Futurista” alcuni inediti di Umberto Boccioni a cura degli attori di Città Teatro con la consulenza parolibera di Loris Pellegrini, azioni illuminanti di Nevio Cavina e allestimenti a tema realizzati dallo scenografo catalizzatore Keiko Shiraishi.

Fu.Mo. FUturimo MOrcianese, è una manifestazione realizzato dal Comune di Morciano di Romagna con la collaborazione della Provincia di Rimini e della Regione Emilia Romagna. Il progetto di Città Teatro prevede il coordinamento artistico di Mirco Gennari, quello organizzativo di Alex Gabellini e Francesco Tonti.

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