Aperitivo Bestiale, iniziativa a sostegno del rifugio di Ulmino

Un aperitivo-evento davvero da non perdere quello organizzato dal Caffé Commercio di Rimini in collaborazione con Animal Freedom. Si svolgerà in Piazza Ferrari domani venerdì 24 maggio alle ore 17:00 ed è stato battezzato “Aperitivo Bestiale”. Il ricavato andrà infatti interamente devoluto al Rifugio di Ulmino, non un canile, ma una associazione che nella sua oasi di Albereto di Montescudo, offre sicurezza, benessere e protezione ai cani più sfortunati, assicurando loro cibo, medicine e tanto amore.

A fare da cornice, una mostra fotografica: venti emozionanti scatti della fotografa riminese Chiara Fambri (tra le ideatrici dell’evento) che ritraggono lo stretto legame fra le persone e i loro cani. “Da anni – ha detto alla piazzarimini.it – mi occupo degli animali più sfortunati e ogni giorno vedo appelli disperati su cani e gatti” ci racconta Chiara “Mi sono chiesta cosa potevo fare di più per loro. Ho pensato all’altra mia grande passione: la fotografia. Quindi ho unito le due passioni per cercare di trasmettere alle persone, attraverso questi scatti, che i cani sono ottimi compagni di vita per chiunque, dai bambini agli anziani, ai disabili e che possono essere adottati cuccioli o adulti o anziani, persino disabili. Mi aspetto che la gente possa capire e riflettere”.

Un buon bicchiere di vino per una giusta causa, quindi, accompagnato da spuntini e assaggi anche vegan offerti da Bioappetì di Santarcangelo di Romagna. In un apposito gazebo allestito in piazza, sarà presente anche una educatrice che darà consigli a chiunque fosse interessato e cercherà di risolvere ogni vostro dubbio o perplessità su una corretta convivenza con i vostri amici a quattro zampe. (m.z.)




D’Andrea: “Sono state solo elezioni politiche”

di CLAUDIO CASADEI

Chiediamo a D’Andrea se davvero si senta una causa della sconfitta del suo partito.

“Gli stessi esponenti del M5S hanno dichiarato che si trattava di un voto politico e non amministrativo; in effetti non mi pare si sia votato per l’elezione del sindaco e del Consiglio comunale. Mi è dispiaciuto vedere che un giornale come ‘la Piazza’ abbia fatto un’analisi così grezza, superficiale ed errata esponendo considerazioni di carattere personale più che politiche. Una brutta caduta di stile. I risultati per le elezioni amministrative le vedremo l’anno prossimo”.

Nemmeno il suo titolare vota come lei… la considera un’anomalia?

“Considero questo modo di pensare stupido e forse, anche pericoloso. Non credo che il mio datore di lavoro abbia bisogno di consigli su come votare… Ripeto che quell’articolo è stato una brutta caduta di stile. Preferivo il vostro giornale quando si presentava con dei ragionamenti, anche critici, e non con delle affermazioni che sembrano il programma elettorale di qualche gruppo estremista”.

Dopo dieci anni, come può dimostrare alla gente del suo comune che lei lavora ancora sodo?

“Ma chi se le inventa queste assurdità? Assolutamente nessuna stanchezza del ruolo, se stanchezza c’è, è esclusivamente fisica ed è dovuta all’impegno e al lavoro profuso soprattutto nella gestione di un Comune importante. Non è certo facile amministrare, ma comunque è una cosa che mi onora e di cui non mi sono certo mai pentito. Ho piena consapevolezza che in questo periodo si stanno giocando partite importantissime per il nostro comune; proprio quelle partite che garantiranno la possibilità di investimenti per i prossimi 15/20 anni. Il tutto perché abbiamo sempre agito con grande lungimiranza e virtuosità, non occorre urlare le cose, è sufficiente farle”.

Battazza e lei: maestro e allievo o tandem di potere?

“Claudio per me è un amico e da anni un prezioso collaboratore. In questa fase ci troviamo anche ad amministrare due territori importanti della vallata. Abbiamo avuto ruoli diversi in passato ma abbiamo sempre condiviso obiettivi e battaglie per questo territorio. Per quanto riguarda il Pd noi ne siamo una parte, ovviamente. Per fortuna il nostro è un partito che ha regole interne ed una democrazia che permette a tutti di esprimere idee e pensieri e offre a tutti la possibilità di un confronto”.

Lavoro dipendente, sindaco e studio fino ad una laurea, ci svela il segreto della produttività?

“…quando si ha un obiettivo, la fatica passa in secondo piano e si procede con entusiasmo quotidiano nell’affrontare le varie questioni. Non c’è un segreto, ma la consapevolezza di non lasciarsi mai intimorire dai problemi, che invece vanno affrontati uno alla volta, e uno alla volta si possono risolvere con assoluta lucidità.

L’accusa peggiore: non ha realizzato il suo programma per buona parte…

”Sono andato a riprendere il programma elettorale e vorrei capire a cosa si riferisse chi ha scritto l’articolo; probabilmente l’odio politico, a volte, annebbia la mente e manipola la realtà. Facendo i conti con il periodo che stiamo attraversando, di grave recessione economica e crisi di carattere anche sociale dove il comune ha ben poche responsabilità, l’anno prossimo lascerò un Comune molto cresciuto rispetto al passato. I meriti sono da condividere con tanti. Le colpe, se ve ne sono, me le assumo senza problemi e ci mancherebbe che non possa aver sbagliato qualcosa, ma sempre in buona fede, nella gestione della cosa pubblica. Onestamente trovo poco elegante elencare i tanti successi dell’amministrazione che rappresento, in brevissimo, come l’apertura della biblioteca “Tasini”, l’idea del teatro comunale “Villa”, il completo restauro di tutte le mura malatestiane del capoluogo, l’apertura dell’asilo nido, gli interventi di messa in sicurezza su numerose strade comunali e non, la casa dell’acqua, l’area produttiva della Valconca, unica in Provincia di Rimini ad essere a un passo dalla partenza con tutti i passaggi tecnici e amministrativi compiuti a tempo di record, una riorganizzazione della macchina comunale che ha dato i suoi frutti, la prossima riapertura del cantiere del ponte sul Conca…, la riqualificazione del centro sportivo, e tutto questo con i bilanci ridotti all’osso e il patto di stabilità che vincola ogni scelta. I nostri interventi sulla crescita hanno portato a mantenere tre aziende sul territorio che rappresentano eccellenze nel loro settore, Mec3, Ceramica del Conca e Ghigi; il nostro apporto alla loro espansione ed, in qualche caso, alla loro sopravvivenza è stato fondamentale ed oggi occupano complessivamente oltre 600 persone. E poi quello che abbiamo in cantiere ossia l’allargamento del cimitero a S. Andrea in Casale, la riqualificazione urbana dell’area di fronte al Teatro Villa, la sistemazione di alcune varianti urbanistiche, la creazione di numerose aree verdi e interventi consistenti sui plessi scolastici, compreso la riutilizzazione di parte delle ex scuole elementari. Senza dimenticare, inoltre, la creazione dell’Azienda di servizi alla persona che ha consentito la salvaguardia di un enorme patrimonio del nostro comune e che rappresenterà nei prossimi anni la vera ancora di salvezza per i nostri investimenti futuri. Questo è un aspetto che passa molto in sordina ma credo che meriti un approfondimento. Il mondo intorno a noi sta cambiando; ad oggi stiamo discutendo di livelli di governo che non prendono più neanche in considerazione l’esistenza dei comuni. E proprio in quest’ottica a San Clemente si fanno miracoli ma, anche su questo mi piace procedere senza squilli di tromba, mi interessano di più i risultati. Mi permetta ancora una riflessione: dobbiamo cercare di capitalizzare di più quello che viene fatto. E non per un ritorno politico ma per un ritorno sociale, culturale ed identitario del nostro comune; dove l’identità però non vuole dire chiudersi dentro un campanile ma capire che siamo parte di un sistema. Abbiamo una stagione teatrale di livello, abbiamo tante manifestazioni, un ottimo centro sportivo, spazi e risorse, abbiamo molti esercizi commerciali di qualità e tanti ne stanno nascendo! Ora occorre che anche la cittadinanza prenda coscienza di questi aspetti e partecipi a questo sistema.

Grillo al 41%. Un bel colpo di fortuna non essere ricandidabile?

“Ma figuriamoci! Ogni tornata elettorale ha le sue particolarità. Ho vinto con il 53% nel 2004 e col oltre il 57% nel 2009 e le assicuro che non erano tutti voti del Partito democratico. E allo stesso tempo avevamo il centro destra al governo del paese. Questo per dire che ogni tornata elettorale, in particolare quella amministrativa, è una tornata a sé stante. In quanto ai grillini, io apprezzo a prescindere chiunque fa politica e chi si occupa di amministrazione. Mi spiace però che, ad oggi, di programmi ne vedo ben pochi;

Che ruolo avrà nel partito o per il partito allo scadere del suo mandato?

“Sarò, come sempre, a disposizione. Spero di poter dare un contributo anche in nuovi campi, che però mi consentano sempre di poter fare qualcosa per il mio territorio. Vede, è evidente che la politica sia stata interpretata da qualcuno come volano per interessi personali; io ho una visione completamente diversa: fare politica vuol dire occuparsi esclusivamente della tutela dell’interesse pubblico e so che la maggioranza di chi fa politica condivide questa visione. Se avrò la possibilità di poter fare ancora qualcosa per il mio paese, il mio pensiero non cambierà.

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100 serrande giù. Perché il commercio è in crisi?

di ECCI

I dati ufficiali. Al 31 dicembre 2012 la situazione statistica (dati ufficio Attività economiche del Comune) del commercio cattolichino non presenta particolare apprensione. Ecco i dati. Esercizi di vicinato con superficie fino a 150 mq. Settore alimentare e misto: 114 (al 31/12/2011) 3 cessate e 10 nuove. Al 31/12/2012 il totale è di 121, saldo attivo +7. Settore non alimentare: 550 (al 31/12/2011) 40 cessate 37 nuove. Totale 547, saldo negativo -3. Soggetti a programmazione: annuali 110 (+2); stagionali 52 (+1). Esercizi intrattenimento e svago: annuali 5 (+1), gli stagionali rimangono 3. Altre autorizzazioni: rimangono 6. Circoli privati: rimangono 7. Esercizi di vicinato con superficie superiore a 150 mq. 34 alla fine del 2011, 1 cessato e 2 sospesi. Totale 31 (-3) alla fine del 2012.

Questa è la situazione statistica (sostanzialmente stabile con 3 nuove attività), ma quella che si vede passeggiando per la città è un po’ più preoccupante. I più informati ci dicono che alcune attività non hanno ancora denunciata la cessazione a altre stanno aspettando i subingressi. Ma di fatto questi esercizi sono chiusi. Affittasi, cedesi attività… Decine di cartelli affittasi, vendesi, cedesi attività, campeggiano su vetrine chiuse. Molte volte questi cartelli non ci sono e le serrande abbassate mostrano un volto ancora più desolante. Sono chiuse perché i proprietari non hanno i soldi per ristrutturare il negozio, o sono ubicate in vie ormai fuori dal giro commerciale, altre volte perché collocate in palazzine disabitate. Fino agli anni Ottanta si costruiva la palazzina con sopra gli appartamenti e sotto gli spazi per negozi e piccoli laboratori artigianali.

I centri commerciali hanno ucciso le botteghe. La rivoluzione commerciale dei supermercati e mega-centri commerciali hanno azzerrato un tessuto di piccoli esercizi diffusi capillarmente in tutta la città (non solo a Cattolica). Molti li hanno trasformati in garage, altri sono diventati anonimi magazzini o ripostigli, qualche fortunato è riuscito a cederlo o affittarlo a studi professionali. Questi ultimi stanno contenendo a stento la moria di negozi. Ma questa è la “modernità” con la quale bisogna fare i conti. Le nostre zone scontano anche un’offerta commerciale esagerata cresciuta negli anni ’80-’90, ma che da tempo non garantisce più un margine di guadagno sufficiente alla sopravvivenza di tutti i negozi. Spesso prevale un turn over veloce: gestioni di un anno o due, ci si rimette un sacco di soldi e si diventa più poveri di prima. Gli unici ad avvantaggiarsi (con affitti esagerati), sono i proprietari dei locali. Vetrine e serrande chiuse. Facciamo una ricognizione e contiamo i cartelli affittasi e le serrande chiuse che indicano la fine di un’attività: viale Bovio (4), via Mancini (2), via Matteotti (2), via Fiume (1), piazza Mercato e via Bastioni (4), via Cattaneo (3), via Pascoli e via Libertà (9), tutti sfitti i negozi dell’area Pritelli (via Marx), via XX Settembre (8), piazza Repubblica (1), via Volta – via Risorgimento e via Marconi (6), via del Porto (14), via Verdi (2), via Petrarca (4), via N. Sauro (1), via I. Bandiera (5), via Ferrara (3), via Del Prete (4), via Carducci (3), Galleria via Dante (4), via Cavour (4), via Garibaldi (10), via Mazzini (7), via Allende (5), zona Macanno (3), via Emilia Romagna (4). In una piccola città come Cattolica trovare oltre cento vetrine o serrande chiuse dà l’idea di una crisi profonda del commercio e anche il senso dell’abbandono. E come si è visto non si tratta solo delle vie più periferiche, ma la crisi ha iniziato a mordere anche nel cuore del centro più commerciale. Il caso di piazza Mercato e dintorni lo testimonia.

Perché il commercio è in crisi? La crisi è, purtroppo, molto più profonda e generale non solo a livello nazionale. I soldi sono finiti! Paghiamo decenni di sperperi, furbizie e incapacità di fare sistema (non solo a livello locale), ma proprio come Paese Italia. Ha prevalso la politica del lamento che ha impedito di fare le giuste scelte al momento opportuno. Si badi bene, non è solo un problema di classi politiche inette, l’idea del guadagno facile con la finanza e la speculazione immobiliare (invece di investire nella produzione, nella propria bottega e sul proprio lavoro), ha contagiato troppe avidità. E’ l’intero Paese ad essere da tempo avviato verso un (irreversibile?) declino. Gli affitti sono troppo cari. Il prezzo è ovviamente diversificato: dipende dalla zona, dalla qualità dei negozi, ecc. Vediamo alcuni esempi. Area viale Bovio affitti mensili da 2 a 5mila euro, 1.500-2.500 nelle immediate vicinanze. Via Dante e Carducci 1.200-2.000 mensili (anche per i mesi invernali!). Zone meno centrali :1.200-1.800. Zone più “periferiche” 600-1.200 – sempre mensili). Continua l’usanza di una parte pagata in nero, anche se da più parti assicurano che il fenomeno si è ridimensionato.

Le tasse nazionali e locali sono sempre più insostenibili. La burocrazia è borbonica e frustrante. I prezzi dei prodotti venduti sono alti (per sostenere certamente i costi, ma per molto tempo anche per un eccesso di lucro). Individualismo (incapacità di muoversi per area, settore, ecc.). Manca l’idea di lavorare insieme come tante unità di un sistema che si richiami un po’ ai centri commerciali. L’immagine del singolo negozio cresce se tutt’intorno si eleva la qualità dell’offerta. Scarsa fantasia e pigrizia (non è più tempo di aspettare passivamente che il cliente entri nel negozio). Incentivi, iniziative, ecc. che coinvolgano dall’esterno i potenziali clienti. Premessa che favorisce l’entrata nei negozi. Qualità del prodotto. La presenza di decine di negozi stagionali che caratterizzano intere vie (Dante, Carducci, ecc.) non favoriscono una buona qualità sia nell’offerta del prodotto, sia nel decoro dell’allestimento.

Proposte contro il degrado. Le vetrine dei negozi sfitti dovrebbero essere allestite con prodotti in esposizione temporanea. Il vantaggio è triplice: 1) evitare buchi morti e degradanti nelle vie commerciali, 2) i proprietari dei locali avranno locali sempre attivi e appetibili per venderli o affittarli, 3) gli espositori avranno più potenzialità per vendere i loro prodotti. In compenso dovrebbero sostenere i costi (o in parte) dell’allestimento e dignitosa sistemazione dei locali. Le serrande chiuse nelle zone centrali dovrebbero essere dipinte con colori gradevoli, e/o coperte con soluzioni floreali per salvaguardare il decoro della zona. Garantire il decoro di una città è un obbligo che coinvolge ogni singolo cittadino. Associazioni di categoria e enti locali dovrebbero mettersi con pazienza intorno ad un tavolo e vagliare tutte le possibilità per arginare questo declino (non è solo economico, ma anche estetico). Elaborare una programmazione, sistemi di incentivi e disincentivi, nuove regolamentazioni, ecc.. Uscire tutti dal proprio particulare, fare sistema. Deve essere la città nel suo complesso al centro del rilancio, con tutte le sue energie e potenzialità per superare criticità vecchie e nuove. Non è più tempo di furbizie e pigrizie.

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Servizi educativi, pronta una doppia manifestazione di protesta

di BERNADETTA RANIERI

I consiglieri di maggioranza Stefano Brunori (Idv) e Savio Galvani (FdS) assieme al consigliere di minoranza Fabio Pazzaglia (SEL – Fare Comune) presentano un emendamento per la stabilizzazione delle 16 educatrici che lavorano all’interno delle due strutture gestite dall’Asp Valloni, ma viene rigettato al secondo incontro. Martedì 14 maggio la Commissione Bilancio del Comune di Rimini si riunisce e vota positivamente l’emendamento a favore della gestione pubblica degli asili “Brucoverde” e “Cerchio Magico” (Asp Valloni). Giovedì 16 maggio si riunisce il Consiglio Comunale e l’emendamento viene bocciato. Come mai questo cambio di rotta?

Nel primo incontro l’emendamento ha visto il parere favorevole dei tre proponenti e del Movimento 5stelle, mentre Pd e Pdl hanno optato per l’astensione. Solo dopo tale votazione la maggioranza si è riunita per approfondire l’argomento, non senza uno spaccamento di opinioni all’interno del gruppo stesso, e ha deciso per il voto contrario presentato nei giorni successivi. Quindi la decisione è stata: affidare i due asili a una gestione privata e assumere le educatrici tramite cooperative. Ma facciamo un passo indietro nel tempo. Nell’estate 2008 il Comune di Rimini indice un concorso per stilare una graduatoria di “Educatori di Nido – cat. C – a tempo indeterminato”. E’ il 2010 e il Comune di Rimini decide di affidare i due asili all’Asp Valloni (azienda pubblica di servizi alla persona) per una gestione sperimentale di due anni e prorogabile di uno. Attingendo dalla lista dei vincitori del concorso del 2008, vengono assunte 16 educatrici ma a tempo determinato. Ora che si avvicina la scadenza dell’appalto (30 giugno 2013) la questione della gestione di questi due asili si fa più animata che mai.

In una lettera indirizzata al Sindaco Gnassi, le educatrici dicono: “In questo arco di tempo quello che si evince dalle valutazioni dei questionari di gradimento (compilati dalle famiglie utenti dei nidi ASP) e dalle riflessioni delle amministrazioni è un riscontro molto positivo e sembra affermare che il nostro lavoro ha saputo portare avanti quelli che sono i criteri di qualità di un servizio pubblico per l’infanzia. Se le valutazioni sulla qualità dei servizi ASP sono positive, quali sono le motivazioni che portano a pensare ad un cambio gestionale del personale? La nostra è una semplice richiesta: fare il nostro lavoro dignitosamente, all’interno di una gestione pubblica che sia supervisionata, con la presenza di un coordinamento pedagogico e con la competenza di tutti gli attori coinvolti. Questo nell’ottica dell’obiettivo principale dei servizi educativi: una qualità che salvaguardi i suoi principali protagonisti i bambini, le famiglie e i lavoratori.”

Di opinione diversa è il Consigliere Comunale Pdl Eraldo Giudici che in un comunicato stampa sottolinea e condivide le parole dell’Assessore Brasini che, ponendo un dilemma da spending review, ha detto che “assumere vuol dire meno posti nido; d’altra parte è pur vero che la riduzione di posti nido comporta meno lavoro per le educatrici.” Per Pazzaglia la scelta fatta è, dunque, da considerarsi solamente come un semplicistico calcolo economico: “L’orgoglio di gestire direttamente il servizio, col relativo progetto pedagogico, non esiste più. Ci hanno anche detto che con la gestione diretta o para-diretta tramite ASP il costo per bambino all’anno è mediamente 8.500 euro. Mentre subappaltando a soggetti di natura privatistica la gestione di tale servizio il costo per bambino è sui 6.700 euro. Il Comune quindi, per decidere quante risorse investire nella parte pubblica del settore educativo, si riduce a fare considerazioni solo di carattere economico”. Resta il fatto che la decisione di privatizzare i due asili continua a far discutere e ci si prepara per una doppia manifestazione di protesta di insegnanti e genitori per venerdì 31 maggio alle ore 15,30 per poter gridare a gran voce “SI alla scuola pubblica e NO alle privatizzazioni”.

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Istituzioni contro le mafie, dal sequestro alla confisca

di ENZO CECCHINI

Pierpaolo Romani (coordinatore nazionale di Avviso Pubblico). “Al 7 gennaio 2013 sono stati confiscati alla mafia 11.238 beni immobili e 1.708 aziende. Il 12% (1.377 di beni immobili) nel Nord Italia (86 in Emilia Romagna di cui 3 in Provincia di Rimini. Uno a Cattolica. Per quanto riguarda le aziende confiscate: 282 in Italia settentrionale (26 in Emilia Romagna di cui 3 in Provincia di Rimini). Questi dati già dimostrano che le mafie non sono un problema solo del Sud, anzi, ormai sono il problema del Nord, perché è qui che l’attività economica è più forte e diffusa. I beni confiscati non si possono paragonare a qualsiasi altro tipo di bene. Essi rivestono una forte valenza simbolica, rappresentano in modo evidente il potere dei boss mafiosi. I mafiosi temono la confisca. Un mafioso senza ricchezze è come un re senza scettro. Nel mondo mafioso si conta per quanto si ha. Si è perché si ha.

Il Prefetto di Rimini, Claudio Palomba

La confisca è importante perché: dimostra che le mafie non sono invincibili; rafforza la credibilità della istituzioni (restituzione del maltolto); l’attacco al potere economico è l’attacco al vero potere mafioso (sottrazione di consenso sociale); rottura di legami con persone appartenenti all’area grigia (politici, imprenditori, professionisti, ecc.), la forza delle mafie sta fuori dalle mafie; creazione di capitale sociale (rapporti tra istituzioni, imprese e associazioni); sviluppo di un territorio”.

Quello di Romani è stato uno degli interventi nella presentazione dell’“Osservatorio provinciale per la prevenzione del crimine organizzato e mafioso, la promozione della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile”, che vuole essere un punto di forza della risposta delle istituzioni. Dopo mesi di incontri l’Osservatorio è stato ufficialmente presentato. I promotori sono la Provincia di Rimini e i Comuni di Cattolica e Bellaria. Tra le iniziative in cantiere un sito internet e alcune manifestazioni pubbliche. La prima sabato 13 aprile alle ore 10, presso la Sala Marvelli della Provincia (via D. Campana) con un ospite di eccezione: il magistrato antimafia a Palermo Piergiorgio Morosini. Titolo dell’incontro: “Le istituzioni contro le mafie”. Prossime iniziative in cantiere sulla legalità e sicurezza in maggio e settembre (date da definire). La presentazione è avvenuta il 18 marzo scorso alla presenza del prefetto di Rimini Claudio Palomba, i rappresentanti delle forze di Polizia, Guardia di Finanza, amministratori pubblici e giornalisti. Relatori il presidente della Provincia Stefano Vitali, Il sindaco di Bellaria Enzo Ceccarelli, il vicesindaco di Cattolica Alessandro Bondi, Gian Guido Nobili per la regione Emilia Romagna e Pierpaolo Romani coordinatore nazionale di Avviso Pubblico.

Stefano Vitali (presidente Provincia di Rimini): “La vendita di molti alberghi mette i brividi, perché la crisi economica amplifica i rischi di infiltrazioni mafiose. Le banche sono responsabili della bolla edilizia e dei derivati, e oggi diminuendo il credito aprono crepe nella tenuta della economia più sana. La pericolosità della crisi provoca rottura nella coesione sociale e istituzionale. E’ finito il tempo del vogliamoci bene, la politica deve prendere posizione contro le rendite di posizione, i comportamenti scorretti, l’evasione fiscale. Fondamentale è la collaborazione tra enti e forze militari contro le mafie. Questa è la battaglia. Superare i compartimenti stagni”. Enzo Ceccarelli (sindaco Comune di Bellaria): “Da anni incrociamo i dati. Vanno controllati i passaggi di proprietà utilizzando l’anagrafe e i vigili. E’ necessario diffondere la cultura della legalità partendo dalle scuole”. Alessandro Bondi (vicesindaco Comune di Cattolica) – (forte della sua professione di docente di Diritto penale ha illustrato tutti gli aspetti giuridici del complesso percorso sequestro-confisca): “E’ ora di passare dalle parole ai fatti. E’ necessaria una risposta istituzionale forte contro le mafie. Trasformiamo la crisi in opportunità per modificare comportamenti sedimentati sbagliati. Istituzioni in rete, per stimolare una nuova sensibilità su queste tematiche, per divulgare le buone prassi, affinché i vari enti abbiano la possibilità di dare risposte precise.

Deve essere battaglia contro la corruzione. Utilizzare tutte la banche dati incrociando tutte le informazioni disponibili. Dal sequestro del bene ai mafiosi alla confisca si inseriscono troppi intoppi, il passaggio è farraginoso. La confisca è uno strumento fondamentale ma ancora poco usato. I beni confiscati alla mafia sono un messaggio forte: la presenza e la vittoria dello Stato sulla criminalità. Seguire il filone dei patrimoni, da qui è possibile risalire a tutte le tipologie di reato per arrivare alla confisca. Tre confische in una provincia ricca come la nostra sono poche. Qualcosa non funziona a dovere. Il Comune di Cattolica ha chiesto l’appartamento confiscato per utilizzarlo a fini sociali. La procedura però si è concentrata sui diritti reali in tribunale. Il problema esiste, basti pensare che in Italia le ipoteche riguardano il 46% di questi beni”.

Claudio Palomba (prefetto di Rimini): “Prima le infiltrazioni mafiose venivano intese solo nella risposta repressiva. Oggi la risposta è estesa alla prevenzione e alla cultura della legalità. Pertanto molto bene gli Osservatori (come questo), Protocolli tra enti, Buone pratiche, Circolazione delle informazioni. In provincia recentemente ci sono state circa 200 variazioni di proprietà alberghiere. I controlli sono in corso anche sui semplici subentri societari. Tenere costante il monitoraggio sugli appalti”.

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Rifiuti, porta a porta e “zona rossa”

di ECCI

Il 12 marzo scorso in Consiglio comunale si è discusso di gestione dei rifiuti alla presenza di dirigenti e tecnici Hera. L’iniziativa era stata ampiamente e anticipatamente pubblicizzata sui media e non solo. I cittadini venivano invitati a segnalare all’Urp del Comune tutte le criticità del servizio per poterle girare, e chiedere soluzioni, a Hera. Ebbene, le segnalazioni sono state pochissime, e la presenza di cittadini in Consiglio è stata molto scarsa. Se ne deduce, dunque, che i cittadini vedono complessivamente migliorato il servizio rispetto agli anni precedenti e che le critiche contro Hera sono spesso solo pigra retorica. Ma in realtà i problemi ci sono ancora: il servizio di Hera mostra ancora diverse lacune, l’E-Gate va superato quanto prima, il livello di educazione dei cittadini e una corretta informazione-educazione sul differenziamento dei rifiuti è scarso, i controlli e le sanzioni sono quasi inesistenti (in questo non è ancora chiaro il ruolo dei vigili urbani). Ma il lamento generico non risolve nulla. Per tutte le segnalazioni rivolgersi all’Urp: tel. 0541-966789 mail: urp@cattolica.net oppure direttamente a Hera: tel. 800.999.500.

L’assessore all’Ambiente Leo Cibelli, insieme ai vertici provinciali di Hera, ha illustrato a tutti i consiglieri i progetti dell’amministrazione comunale che è intenzionata a estendere il porta a porta, dalla zona turistica ad altre aree della città a partire dal prossimo giugno. La “zona rossa”, attualmente coincidente con la zona turistica della città, dove si utilizza come metodo di raccolta del rifiuto differenziato il porta a porta, si allarga: da giugno 2013 a Nord della zona turistica di Cattolica, nel tratto tra via Del Prete, via Matteotti e viale Bovio, in via Pascoli ed in via Donizetti, nel 2014 nell’area dietro palazzo Mancini tra via Renzi e via del Porto. “Cattolica è un comune turistico con 17 mila abitanti che durante l’estate tocca picchi di 80 mila persone, per cui occorre modulare bene i servizi di igiene urbana e pulizia della città, sulla base di queste oscillazioni – commenta l’assessore all’Ambiente Leo Cibelli – Nel 2013, per riqualificare il servizio si è pensato di estendere la zona rossa (servizio porta a porta) che a Cattolica interessa la fascia turistica fino a via del Prete, reinvestendo quanto si era risparmiato per migliorare i servizi. La raccolta differenziata è ormai un valore imprescindibile per una comunità: sia per diminuire il volume dei conferimenti nelle discariche, cercando dunque di limitare il più possibile la realizzazione di altri impianti, sia per sviluppare una coscienza collettiva che miri a disincentivare la produzione di rifiuti e, al contrario, favorisca la cultura del riutilizzo e del riciclo”.

Nel territorio comunale è stato adottato il sistema di gestione della raccolta differenziata dei rifiuti con l’introduzione dal 2009, della Calotta (E-Gate). Questo sistema, ha sensibilizzato i cittadini che hanno aumentato la raccolta differenziata dal 35.2% del 2009 al 52.8% del 2012, con punte del 56.6% nel gennaio 2013. La produzione dei rifiuti indifferenziati è scesa dalle 16.372 tonnellate del 2011 alle 15.408 tonnellate del 2012, 963 tonnellate in meno pari ad una diminuzione dei conferimenti in discarica del 6.25%. Un risparmio sui costi di smaltimento che nel 2012 è stato di 78 mila euro. L’amministrazione comunale continua però ad incalzare Hera in un’ottica di miglioramento e implementazione continua del servizio. “L’introduzione dell’E-gate ovvero della chiavetta, a causa dei comportamenti scorretti di alcuni cittadini, ha comportato anche una serie di problemi, quali l’abbandono di rifiuti fuori dai contenitori o il non corretto conferimento degli stessi: chiediamo ad Hera di vigilare su questi comportamenti, di valutare se e quando sia possibile andare al superamento della chiavetta, considerato che la maggior parte della gente ormai sa come fare la raccolta differenziata – conclude l’assessore Cibelli -. Infine rivolgiamo un nuovo appello a cittadini e all’azienda di servizio per elevare il livello di decoro urbano della Città. Chiediamo ad Hera di essere più presente e flessibile nella pulizia della città e agli operatori di tenere i bidoni all’interno delle loro proprietà. Noi continueremo ad operare per evitare il più possibile la vista dei bidoni, soprattutto nelle aree commerciali e turistiche”.

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Don Andrea Gallo, quel prete di strada in Valconca

Don Andrea Gallo (foto ITALPRESS)

di A.N.P.I. Alta Valconca – Sezione Iris Versari

L’articolo è stato pubblicato a pagina 66 sulla Piazza del mese di Aprile. Vai al giornale on line QUI

Sabato 9 marzo 2013, l’A.N.P.I. Alta Valconca sezione Iris Versari, ha ospitato Don Andrea Gallo presso la sala-teatro “Giustiniano Villa” di San Clemente. Con quest’articolo, vorremmo riuscire a restituire qualche emozione e qualche parola di quella serata a chi non è potuto essere presente o semplicemente ha scelto di fare altro. L’incontro, dal titolo “Prospettive per una nuova resistenza”, intendeva far conoscere al maggior numero possibile di cittadini, i fondamenti del pensiero di un prete tra i più liberi e critici all’interno della chiesa cattolica. Il successo di pubblico di questo incontro è stato indiscutibile, il teatro Villa era gremito, con una parte del pubblico costretta ad assistere in piedi, dentro e fuori la sala. La schiettezza, la genuinità e l’amore che emergono dalle parole e dai gesti semplici di personaggi pubblici come Don Gallo, rappresentano una garanzia tangibile nell’ essere percepiti dai cittadini come persone vere, autentiche, formatesi sulla base di esperienze di vita vissuta e valori realmente fatti propri e condivisi nel quotidiano.

Don Gallo nasce in una famiglia di origini molto umili, ex-partigiano, ordinato sacerdote nel 1949, ha dedicato tutta la vita agli ultimi; siano essi tossicodipendenti, prostitute, emarginati, alcolizzati, senza casa, “diversi”, umanità dalle solitudini più disparate e disperate, poco importa, tutti, senza esclusione alcuna, sono sempre stati accolti nella sua comunità di San Benedetto al Porto di Genova, da quasi quaranta anni. E i valori professati da Don Gallo sono pochi, chiari ed essenziali, ma racchiudono l’amore ed il senso che hanno guidato e guidano ancor oggi la sua vita e fortunatamente quella di milioni di esseri umani. Quando sale sul palco, a San Clemente, mai potresti sospettare in un uomo così minuto, di ben ottantaquattro anni, una vitalità e una forza così dirompente e contagiosa. Camminerà avanti e indietro sul palco per più di due ore, mantenendo ben viva l’attenzione del pubblico, come un consumato attore; dopo un viaggio con i suoi collaboratori di ben 420 km, con partenza alle quindici dalla sua Genova.

Ci racconterà aneddoti, storie di vita vissuta, i suoi valori, le sue battaglie, facendoci ridere e commuovere. Don Gallo esordisce spiegando come rispose alla domanda del suo vescovo: “Ma Don Gallo, preghi? Riesci a trovare il tempo per farlo?” La sua risposta: ”Eminenza, certo che prego, prego tanto e ogni mattina, scendendo in canonica, prego cantando e canto pregando!” – “E canti i salmi?” – “No, eminenza, non è proprio un salmo, però è un canto per i martiri, per noi, per tutti, per il futuro, per la giustizia sociale…”. A questo punto, Don Gallo intona Bella Ciao, sventolando il suo fazzoletto tricolore dell’A.N.P.I. e facendola cantare a tutta la sala.

Quell’inno popolare, “Bella Ciao”, canzone-simbolo della Resistenza a cui Don Gallo partecipò in prima persona, poco più che diciassettenne, dopo esser stato educato al fascismo in marina militare. Dice: “Io, ho avuto la grande fortuna di conoscere la democrazia, l’ho vista nascere con la Resistenza e ora che sono un vecchio che sta per morire, non voglio vederla sparire!” Don Gallo è un fiume in piena, ricorda alla platea la frase-simbolo di Vittorio Arrigoni, reporter, scrittore e pacifista, attivista per i diritti umani e strenuo difensore della causa del popolo palestinese; “Restiamo umani”, queste due parole semplici, quasi banali, racchiudono un messaggio incredibilmente bello ed esplosivo, proprio perché le dimentichiamo troppo spesso e non è affatto facile né scontato restare umani sì, perché come asserisce Don Gallo, “Noi apparteniamo tutti a un grande ceppo ancestrale, la grande famiglia umana, chi parla di razze è un ignorante, i nostri avi nacquero in Africa, siamo noi i diversi! Esiste solo la grande famiglia umana: uomini e donne, eterosessuali, lesbiche, omosessuali e trans-gender e non c’è nessuno contro natura, solo varianti della natura! Perciò scriviamo queste due parole rivoluzionarie ovunque, su qualsiasi muro di tutti i paesi di ogni nazione: restiamo umani”.

Don Gallo ricorderà tutti i caduti della resistenza, i fratelli Cervi e le partigiane, 50.000 donne che contribuirono alla lotta di liberazione, versando un pesante tributo di sangue: 2.800 caddero e diciannove furono insignite della medaglia d’oro. E con le partigiane ricorda le donne in genere, le incita a lottare per la loro dignità che è infangata dalle tante Minetti e Ruby di turno e a conquistarsi una parità non ancora raggiunta al grido di: “Se non ora quando?”. Dice: “Le donne, le madri devono essere al centro di tutto quali creatrici di vita, esse sono il grembo della terra!”. I rapporti con le gerarchie ecclesiastiche sono sempre stati burrascosi ma Don Gallo pur ribadendo: “La chiesa è la mia casa”, ne combatte da sempre le prese di posizione più conservatrici (l’opposizione alle leggi sul divorzio, sull’ aborto, la campagna per boicottare il referendum sulla legge 40) e la incita a riprendere la strada del Concilio Vaticano II del 1964, quale cammino e occasione di apertura verso un autentico rinnovamento. Critica la chiesa come organizzazione verticistica di potere poiché non rispecchia gli insegnamenti di Gesù. “Non è la chiesa di Gesù quella che fa parte del 10% d’italiani che detengono il 60% del patrimonio immobiliare del paese! Dove sta la povertà? Sono venuto per servire e non per essere servito, questo è il “biglietto da visita” che mi ha lasciato Gesù dopo aver terminato il noviziato. Quando incontrate uno che dice che è cristiano, dal papa all’ultimo pretino, se non è al vostro servizio, non ha niente a che fare con Gesù.

Gesù è il salvatore di tutti e tutte, non fa distinzioni, non sarebbe lui altrimenti. Il sole è l’immagine di Dio e il sole illumina e scalda il viso di ogni essere umano. Gesù stava con gli ultimi, rispettava e accoglieva ogni diversità e ogni minoranza”. Don Gallo parla anche di migranti “Neghiamo di essere umani, quando non accogliamo i migranti o non facciamo nulla per loro; trenta milioni d’italiani sono stati migranti; la maggior parte di loro arriva perché ha fame.

Che cristiani siamo se non riusciamo a sfamarli e a dare loro un tetto? Certo che occorrono regole sull’immigrazione, ma serve ancor di più la solidarietà e consumismo ed egoismo ci hanno fiaccato tanto, basterebbe evitare gli sprechi, e ce n’è per tutti”. Sull’attualità politica, sociale ed economica del nostro paese e del mondo: “L’Italia è in ginocchio” e si rivolge ai tanti giovani presenti “Che paese vi offriamo? Non c’è lavoro, la scuola è allo sfascio, diminuiscono ricerca e cultura, dovete andare all’estero!”. Don Gallo auspica un anno di tregua per delle vere riforme e lancia un messaggio molto colorito all’amico Grillo “Non far lo stronzo!”. “Un mondo in cui ogni cinque secondi muoiono tre, quattro, fra uomini, donne o bambini per fame! E’ questo il pianeta di cui Dio ci ha chiesto di essere custodi?

Il nostro modello di sviluppo, il capitalismo, in cui il 20% degli abitanti del pianeta si pappa l’80% delle risorse, che società è? E’ una società di cui non siamo soci! E il capitalismo non è in crisi, perché la crisi la paghiamo noi cittadini, il neo-liberismo attuale prevede che l’uno per cento dei cittadini dell’occidente mantenga le proprie ricchezze e si arricchisca proporzionalmente all’impoverimento del restante 99%! Mi sa che questa sera, in questa sala noi rappresentiamo tutti quel 99% ! O c’è qualche ricco?”. E don Gallo ci spiega cosa sia la vera democrazia e la vera partecipazione che comincia dal rinsaldare i legami famigliari e affettivi, trovando il tempo per dedicarsi ad essi. Poi, uscendo da casa, ci si dovrebbe chiedere: “Che cosa posso fare per il mio condominio? E per il mio quartiere, per la mia città, cosa posso fare per la mia regione, la nazione, per il mondo intero? La solidarietà, questo è il punto centrale!

A proposito del suo essere additato da molti cattolici quale prete comunista, Don Gallo racconta un aneddoto molto divertente, ma che fa soprattutto riflettere. Inizia a leggere un documento: “…e bisogna inoltre esaminare seriamente le situazioni degli emarginati che il nostro sistema di vita ignora e perfino coltiva: anziani, disabili, tossicodipendenti, dimessi dalle carceri e dalle cosiddette cliniche psichiatriche, perché crescere ancora la folla dei nuovi poveri? Perché a un’emarginazione così clamorosa, risponde così poco la società attuale? Con gli ultimi, con gli emarginati, potremmo tutti recuperare un genere diverso di vita, demoliremo innanzitutto gli idoli che per un cristiano, se si ha un Dio solo, tutti gli altri son idoli. Idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere sopra delle nostre possibilità. Riscopriremo poi i valori del bene comune, della tolleranza, della solidarietà e della giustizia sociale”. “Una volta, mentre lo leggevo, fui interrotto da un sacerdote che gridò: “Basta, prete comunista!” e mi fece subito tenerezza e gli dissi: “Caro confratello, hai ragione! Scusa, mi sono dimenticato di dire il titolo e gli autori! (alla fine lo abbracciai). Titolo: “La chiesa italiana e le prospettive del paese” chi sono gli autori? Documento del consiglio permanente dei vescovi della Conferenza Episcopale Italiana!

Se nella chiesa, si ricercano le cause della povertà, si viene a volte criticati, ma è qui il vero nodo politico, non bastano le semplici denuncie, occorre trovare le ragioni e agire, avere una reazione!”. Un richiamo va anche al valore imprescindibile della pace, Gesù è il principe della pace, dice Don Gallo e ricorda L’enciclica “Pacem in terris” del 1963: “Chi dice di portare la democrazia con le armi è un pazzo!” Don Gallo, poi cita Don Milani “La politica è uscire tutti insieme dai problemi” e un durissimo articolo di Giorgio Bocca, pubblicato sull’Espresso nel 2003 dal titolo: “Il fascismo perenne in libera uscita”. Bocca usa parole di fuoco contro l’arroganza del potere e la decadenza morale in cui è precipitata la mala-politica italiana, in cui i ladri e i corruttori si vantano di essere tali e i cittadini onesti quasi si vergognano della loro virtù. E allora di fronte a tale situazione che fare? “Un grido di rivolta può venire solo dai giovani, ma tutti dobbiamo risvegliare le nostre coscienze, su la testa!” Termina l’incontro presentando quelle che ama definire le sue bussole di orientamento nella vita: “La prima, il vangelo di Gesù, la seconda, la Costituzione Repubblicana del 1947 e la terza, il vangelo laico di De André.” La costituzione italiana, nata dalla Resistenza al nazi-fascismo e frutto dell’Assemblea Costituente che mise insieme la matrice comunista, cattolica, socialista, liberale, repubblicana, del Partito d’Azione e anche monarchica, dando vita a un patto nazionale e ad una delle carte costituzionali più complete, ricche e belle di sempre.

Questa Costituzione così maltrattata, calpestata a volte proprio nei suoi articoli fondamentali. Vorremmo ricordare solo un articolo, il quarto, emblematico in tempo di crisi economica, politica e sociale; esso recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Oggi, leggendolo, vien quasi da sorridere, pare di ascoltare un innocente bimbo pronunciare frasi d’incredibile bellezza e purezza che si perdono e cadono nel vuoto di un orizzonte del tutto utopico. Ma come sostiene don Gallo, la Costituzione è e dovrebbe essere la bussola che ci indica la strada maestra, ogni italiano ne dovrebbe chiedere il rispetto e l’applicazione con l’intento di perseguire il volere dei nostri padri costituenti. Essi la scrissero poiché formasse la solida radice per la crescita di una società forte, libera e solidale che si evolvesse verso una piena democrazia; perché i suoi dettami si realizzassero concretamente e non restassero lettera morta.

Per ultima cosa, ci spiega come fece col suo cardinale: “Eminenza, io seguo un quinto vangelo, oltre i quattro canonici”. “Don Gallo, leggi i vangeli apocrifi?”. “No Eminenza, il mio quinto vangelo è musica, è poesia che ci fa danzare e volare, è una brezza non-violenta. Il mio vangelo è antifascista, con il termine fascismo inteso quale arroganza del potere e intransigenza; il mio vangelo è anticapitalista, dobbiamo trovare altri modelli di sviluppo; e mi consenta anche una spruzzatina di anarchia, nel senso di opporsi fermamente a qualsiasi sopruso; il mio vangelo è il bellissimo vangelo laico secondo De André!” Dopo questa esauriente spiegazione, Don Gallo leggerà la lettera collettiva che la sua comunità di San Benedetto al Porto di Genova, scrisse dopo la scomparsa di Faber, oggi giustamente ricordato e celebrato come più grande cantautore italiano di sempre. Una lettera commovente, un omaggio e un ringraziamento per la sua musica sempre dalla parte degli ultimi e degli esclusi, delle tante Bocca di Rosa, Geordie, Miché, Marinella presenti nella comunità di Don Gallo ed in ogni angolo della terra; dove forse, miserie, solitudini ed emarginazioni non cesseranno mai, ma sarà sempre presente la grandissima umanità di queste “Anime Salve”. Ringraziamo sentitamente tutto lo staff di Don Andrea Gallo e tutti i cittadini che hanno partecipato a questa intensa ed emozionante serata. Infine ringraziamo Don Andrea Gallo per esserne stato l’artefice e il protagonista principale e aver accettato la tessera di presidente onorario dell’A.N.P.I. Alta Valconca sezione IRIS VERSARI.

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Vivarelli, l’artigianato svolto nel segno della libertà

di MORENA FABBRI

Cuoio, pelli, spago, pece, fibbie, borchie. E passione. Tanta passione. E’ l’atelier Vivarelli del bolognese Giuliano, e Raffaella Bianchi, trentina. La bottega si trova in via Bellini, sul canale di Riccione, lato Alba. Come tutti i laboratori che si convengono è aperto al pubblico mentre si fanno le cose. L’attività di Giuliano Vivarelli nasce negli anni Settanta, nelle zone dell’Appennino bolognese. Dopo vari spostamenti, dall’entroterra arriva sull riviera romagnola. Negli anni Novanta conosce Raffaella a Bologna (studia filosofia), che stava ultimando gli studi. Decidono di mettersi in attività insieme.

“Quando ho conosciuto Giuliano mi sono subito appassionata a questo mestiere artigianale”, racconta Raffaella. Dal 2005 sono in pianta stabile a Riccione. In un periodo in cui le difficoltà economiche del Paese sono evidenti, si fa forse più affidamento sulle piccole imprese, specialmente nel mondo dell’artigianato, con la speranza che possano essere da traino per creare delle prospettive incoraggianti. Oggi antichi mestieri che nel corso del tempo si erano accantonati, stanno tornando, soprattutto in questi tempi di disoccupazione. Occorre reinventarsi e differenziarsi, e gli artigiani, abili nella creazione di prodotti unici e particolari, in questo riescono benissimo.

Raffaella spiega: “Noi siamo una piccola realtà; produciamo varie cose, borse, cinture, borselli, cartelle, portafogli. Che vendiamo direttamente. Facciamo anche riparazioni. C’è sempre l’esigenza di ricucire una borsa, o riparare una scarpa. Inoltre, questa è una zona molto vivace e creativa, quindi capitano richieste che vanno dall’applicazione di pelli sulle magliette ai porta-menu in cuoio, alle borchie sulle scarpe. Siamo duttili; quindi rispetto a strutture più grandi risentiamo meno della crisi”. Giuliano e Raffaella di divertono ad ironizzare sul fatto che in “crisi” loro ci sono sempre stati e quindi oggi non ne risentono. “Non abbiamo mai avuto idee di grandezza – raccontano. Anzi, abbiamo sempre creduto nella realtà della bottega che si può facilmente controllare e gestire, ecco perché non risentiamo della crisi”. “Noi produciamo – specifica Raffaella – anche pochi pezzi; soprattutto, il nostro laboratorio funge da negozio dove i clienti si fermano e comprano ciò che a loro piace”.

L’artigianato, come lo intende Giuliano, va svolto nel segno della libertà: “Esistono anche botteghe con dieci o venti persone, ma fare l’artigiano significa svolgere un mestiere che ti rende autonomo e indipendente; in cui sei tu che amministri sia te stesso che il negozio. Anche una volta c’era l’artigiano, ma dagli anni Settanta ad oggi questa figura ha assunto una valenza più indipendente”. Raffaella intende l’autonomia che questo lavoro porta con sé non solo a livello economico: “Questo mestiere dà piena libertà di scelta su quello che decidi di produrre un determinato giorno, ma è tutto in divenire. Perché poi potrebbe entrare un cliente che fa una richiesta o compra qualcosa. Ecco che a fine giornata hai da una parte la realizzazione di un prodotto da mettere in vetrina e dall’altra hai messo i soldi nel cassetto con le vendite. È questo che dà un senso di indipendenza e anche di tranquillità”. La bellezza di questo lavoro è anche il rapporto diretto che si viene a creare con i clienti, l’aspetto umano. “Noi – continua Raffaella – abbiamo anche lavorato praticando solo all’interno del laboratorio e vendendo all’ingrosso, ma è diverso quello che ti trasmette il contatto con gli amanti del pezzo unico. È’ più stimolante e ci scambiamo curiosità, storie. Anche storie di vita vissuta. Anche questo a fine giornata nutre”.

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Un tesoretto nascosto, 27 inediti di Nino Pedretti

di PATRIZIA MASCARUCCI

Il 2013 è l’anno del 90° anniversario della nascita di Nino Pedretti, il grande poeta santarcangiolese autore di poesie e monologhi in vernacolo ed in italiano. Le celebrazioni per la ricorrenza sono iniziate già dal 29 novembre 2012 a Santarcangelo, presso il Teatro Supercinema con la presentazione del volume “Grammatiche. Monologhi e racconti inediti”, edito da Raffaelli Editore, Rimini, 2012. La serata, presentata da Giaele Pedretti, Tiziana Mattioli ed Elena Nicolini con letture di Silvio Castiglioni, è stata l’epilogo della ricerca condotta dalla cattolichina Elena Nicolini per la redazione della sua tesi sul poeta santarcangiolese, che le ha fruttato una laurea summa com laude in Lettere moderne: durante i suoi studi Elena ha rinvenuto ben ventisette tra monologhi e racconti inediti conservati nell’archivio donato dalla moglie del poeta, Lina Conti, alla Biblioteca Comunale ‘A. Baldini’ di Santarcangelo, che sono confluiti nella pubblicazione di Grammatiche.

Sotto l’attenta supervisione di Tiziana Mattioli, docente di Letteratura italiana presso l’Università degli studi di Urbino Carlo Bo, curatrice del volume, e grazie alla generosa integrazione di notizie riferite dalla sorella del poeta, Giaele Pedretti, questi preziosi testi integrano le precedenti pubblicazioni dei monologhi e racconti di Nino Pedretti, aumentandone lo spessore letterario. Nella postfazione del volume Tiziana Mattioli scrive che il titolo del libro, Grammatiche, era stato scelto da Pedretti in una lettera datata 7 dicembre 1980 indirizzata al dott. Violo, redattore della Rizzoli, al quale già nel 1978 proponeva la pubblicazione dei monologhi che avrebbe dovuto presentare in un programma radiofonico per la RAI.

La Mattioli si interroga «del cosa si debba intendere, per Grammatiche, in una galleria così affollata di personaggi un po’ isterici e un po’ irreali, sempre dolorosi e smarriti e come sopraffatti e crocifissi da una quotidianità feroce e divorante. Eroi al negativo, al grado zero. Superstiti, alla deriva del tempo. […] potrebbero valere come ‘grammatiche dell’essere’: il linguaggio che ciascuno porta sul proprio corpo, nel proprio tempo, nella propria vita. […] Forse potrebbero anche essere ‘grammatiche generative’, retaggi ancestrali di lingue remote, soggiacenti. […] O potrebbero ancora dirsi ‘grammatiche dell’arte’, di quel fatto fondamentale che è la scrittura, per Pedretti: una sorta di sospensione del tempo e della vita […]».

Nei ventisette inediti ritroviamo un Pedretti osservatore dell’uomo del borgo che si dibatte nelle fatiche dei mestieri e nella vita quotidiana; ritroviamo il poeta con le sue disanime, le sue disillusioni, il suo coraggioso essere uomo con le sue contraddizioni, la sua malinconia, la sua ironia a volte amara, più frequentemente divertita, mai priva dell’amore per la sua gente. Tra gli inediti si dipanano – tra gli altri – il portinaio, la puttana, il parente, la suora, il ragioniere: ventisette personaggi che, per la prima volta nel panorama della grande produzione dialettale nazionale, parlando in italiano escono dal borgo come dal paese e si affacciano sul mondo. L’umanità descritta non è più esclusiva delle contrade santarcangiolesi, ora è anche quella delle solitudini più universali che si dibattono nelle inospitali metropoli, come la Milano in cui possiamo immaginarci che si svolga il monologo del portinaio.

I ventisette personaggi diventano paradigmi universali di un’umanità tradita, corrosa dalle menzogne della modernità che tuttavia rimangono abbracciati tenacemente ed orgogliosamente alla loro dignità: gli svantaggi, le esperienze negative di vita diventano la ragione stessa dell’essere giunti sin lì senza aver rinunciato alla poesia, avendo continuato a cercare e a godere di quella possibile felicità che risiede nelle piccole gioie che il giorno ci può portare, cose come il sole, e’ sòul/ […] che adès/ a me gód pianin/ cumè che l’avnéss a mènch/ cumè una ròba ch’la s pérd/ ènca a tnélla dacòunt. (il sole/ […] che ora/ me lo godo adagio/ come una cosa che venga a mancare/ come una cosa che si perde/ anche a volerla conservare), scriveva Pedretti nel 1977 nella poesia Diferenza (Differenza).

Anche se l’uomo resta con la propria croce a dibattersi nella ricerca del senso del sacro, del mistero della ragione della vita, nell’incomunicabilità, per Pedretti è attraverso il mal di vivere, il disincanto, che la salvezza rimane saldamente nelle possibilità dell’uomo, dove anche l’ultimo può camminare a testa alta, nella sua capacità di riconoscersi degno di esistere così com’è, di accettarsi con i propri limiti. La felicità possibile risiede nel lasciare che la vita scorra godendo di quelle semplici uniche gioie che possono renderci felici anche solo per «Stasera con questo rumore dolce del mare e sotto il braccione di Giorgio che per delicatezza si sforza di essere leggero sopra le mie spalle», dice la puttana.

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