SALVI

“Eroi i filippini che ci hanno aiutato. Eroi chi cedeva il passo ed era davanti. Eroi gli abitanti dell’Isola del Giglio che ci hanno dato tutto”. A parlare così è Omar Brolli, 18 anni, un metro e ottantasette di altezza, che si è comportato semplicemente bene, da uomini, la sera di venerdì 13 gennaio alle 21,42. L’ora X in cui “Concordia”, la nave di Costa Crociere di quasi 396 metri di lunghezza e 36 di larghezza, ha urtato gli scogli a pochi metri dalla costa dell’Isola del Giglio (Toscana), perché l’uomo ha smesso di rispettare la natura, preso troppa dimestichezza col mestiere, come recita un antico adagio lombardo. O semplicemente ha dimenticato il coraggio di Ulisse: prima l’accortezza, poi il resto. Ci sono dei momenti in cui gli uomini perdono la ragione senza ragionevoli perché. A bordo c’erano anche molti riminesi. Due morti, William e la figlioletta di 5 anni (in totale 17 morti e 16 dispersi). Tra loro anche 15 componenti della famiglia Brolli. Il regalo per festeggiare i cinquant’anni di matrimonio dei “vecchi”. Al momento dell’urto, una parte dei Brolli erano in teatro, terzo piano a prua. Stavano assistendo ad uno spettacolo di magia cominciato alle 21,30. Ricorda Omar: “Poco dopo l’inizio del numero, sentiamo un tonfo sordo; con la nave che si scuote leggermente. Abbiamo pensato ad un’onda anomala; anche perché era da un paio di sere che il mare all’ora di cena si faceva un po’ sentire. Lì per lì si pensava a qualcosa di semplice, anche se la marcia si blocca e le luci si spengono. Ma si accendono quelle di sicurezza. Parte un messaggio in più lingue; ci viene comunicato che c’è un problema tecnico e che in pochissimi minuti lo avrebbero sistemato.  C’è un po’ di paura, ma a guardare attorno, notiamo che il personale è tranquillo. Ci tranquilliziamo anche noi. Però, seppur lentamente, molto lentamente, la nave inizia a inclinarsi. Usciamo dal teatro e facendo !  una cinquantina di passi andiamo verso il grande spazio della reception per chiedere informazioni. C’è una sola ragazza. Le dico che capisco che non ci dobbiamo preoccupare, ma che cosa consiglia di fare dato che abbbiamo la nonna Lilly in carrozzina? Mi risponde che tutto è a posto, che ci possiamo sedere e di portare la nonna a letto. E che non dobbiamo indossare i giubbotti salvagente”. La prima ora del naufragio della Costa Concordia è ben strana. In tanti intuiscono la gravità, ma il tran tran continua. C’è che resta la ristorante, chi continua a bere al bar, chi va fuori a fumare. Chi fa battute, tipo: “Te l’immagini se la nave dovesse affondare”. Sembrava a tutti impossibile che un mastodonte simile potesse piegarsi alla natura. Omar: “I miei genitori vanno sul ponte del terzo piano a fumarsi una sigaretta. E lì ascoltano una battuta dei compagni di crociera: ‘Se ci dovesse succedere qualcosa, andiamo a nuoto a terra. Mi sorella piccola, Vanessa, dice, schezando,  che ci sta succedendo come al Titanic. Mentre mio sorella grande, Federica, e mia cugina, Eleonora, escono fuori a braccia spiegate e rifanno l’angelo di Brad Pitt nel famoso film. Io intanto col mio telefonino scatto foto e faccio riprese. Per almeno mezz’ora respiriamo una tranquillità particolare. Noto che il personale è traquillo. Passa più o meno un quarto d’ora e le luci d’emergenza spariscono. Fa seguito il secondo messaggio, rinnova il primo: c’è un problema tecnica al quale si sta ponendo rimedio. Finito il messaggio, ritornano le luci d’emergenza”. “Passano pochi minuti – rimarca Omar – e dagli altoparlanti esce un messaggio in codice fatto di parole e numeri. Appena dopo, il personale inizia a corrrere, a essere frenetico, a indossare i giubbotti, come formiche di un alveare molestate. Capisco che è successo qualcosa di grosso. Siamo sempre al terzo piano. Fermo un dipendente e gli chiedo come mai se è un semplice black out la nave sia immobile. Mi risponde che non posso capire perché non conosco com’è fatta una nave. Capisco che mi sta prendendo in giro”. Mentre buona parte dei Brolli sono al terzo piano, zona hall, le sorelle Federica e Vanessa salgono al quarto piano. Chiedono ad un dipendente, Michele, col quale hanno familiarizzato i giorni precedenti, che cosa sta succedendo. Consiglia loro di infilarsi i giubbotti di salvataggio. Lui e tutti i dipendenti lo avevano già addosso. Calzati i giubbotti, le due ragazze scendono al terzo piano e invitano i familiari a fare altrettanto. Omar: “Torno a chiedere delucidazioni alla ragazza dell’ufficio informazioni, che per l’ennesimo volta, mi raccomanda di stare tranquillo. Lei intanto si infila il giubbotto e i inizia a fermare il computer con del nastro adesivo. Mentre al nostro piano è ancora tutto tranquillo. Federica, mia sorella maggiore, 20 anni, ci informa che di sopra, quarto piano, tanti passeggeri hanno già il giubbotto. Vado al sesto piano, nella mia cabina, a prendere i giubbotti. Ce n’erano tre. Li do alla mamma, alla nonna in carrozzella e al nonno. Torno di sopra a cercare le mie sorelle. Fuori è buio pesto. Le trovo impaurite che piangono. Insieme, scendiamo al terzo piano. Siamo tutti riuniti. Continuano a giungere messaggi in codice, parole e numeri, dagli altoparlanti. Alcuni del personale piangono e si gettano per terra assaliti dalla paura. Ad una dico che non si piange davanti alle persone, ai bambini, alle donne. Tutti capiamo che sta succedendo qualcosa di… Nessuno tra i crocierist!  i ancora urla”. Qui avviene la svolta. Omar: “Dall’alto parlante una voce dice che sta parlando a nome del comandante e che ci dobbiamo dirigere verso le scialuppe di salvataggio chiamate navette; possono accogliere fino a 150 persone. Poco prima, mio babbo era andato a prendere nella sua cabina altri giubbotti. Cerco di fermare  il personale per un aiuto; dobbiamo portare la nonna in carrozzina al quarto piano, quello delle lance di salvataggio. Tutti mi dicono di aspettare e che sarebbero arrivati in un paio di minuti. Ma nessuno si rifà vivo. Fermo due del personale e intimo loro di darmi una mano a salire le due rampe di scale per il piano delle scialuppe. Al quarto piano, la nostra famiglia viene divisa; ad ogni cabina corrispondeva una navetta. Io, insieme ai nonni, e ai genitori sono sul ponte 4, zona A (lato della nave non adagiato sul mare). Mia zia con le quattro figlie, mia sorella e mia cugina Eleonora sul lato mare, zona 4B. C’era una ressa irracontabile, con persone che urlava!  no. Credo che il caos con una buona organizzazione potesse essere governato. C’era gente che si picchiava per salire per prima sulle scialuppe. C’era gente che si aiutava l’un l’altra. C’era gente scalza. C’era gente in pigiama. Il tutto avvolto nel panico. Panico. Panico ovunque”.  “Suggerisco – continua Omar  – alla mamma, a mia sorella Veronica, 13 anni e al babbo di andare verso la loro navetta. Io dovevo andare verso un’altra con i nonni. Piano della nave inclinato scarpe lisce, faccio una fatica mostruosa a spingere la carrozzina con la nonna. Urlo ‘handica, handicap, handicap’, per passare. Mi do anche forza, urlando. Non so dove vado a prendere tanta energia. Penso che o ce la faccio, o resto sepolto qui. Aiuto i nonni a salire sulla navetta. Torno indietro, aiuto la signora tedesca con la figlia che ha difficoltà a camminare. Do una mano a salire anche ad una giovane coppia sui trent’anni. Lei è in carrozzina; il marito è nella paura. Li faccio salire. Nella ressa per la salvezza, mi sento tirare; mi giro. E’ una ragazza bionda in carrozzella. La prendo in braccio e la faccio salire. All’ingresso della navetta un addetto filippino mi prende per un braccio e mi tira dentro. Salgo ma non so nulla della mia famiglia. Mi chiedono di mettermi di fi!  anco al timoniere della navetta. Da quella posizione ho cercato di dare coraggio. Siamo rimasti penzoloni agli argani per una quaratina di minuti. Un’eternità. Mentre eravamo in quella posizione, mi chiama sul cellulare la zia dalla Germania. Mi dice che tutt’e 15 i familiari sono in salvo, eccetto Federica e Eleonora. Piano, piano, veniamo calati in mare non senza difficoltà, dato che la parete della nave era inclinata. Per bilanciare la scialuppa che urtava contro il fianco, ci spostiamo sul lato dell navetta. Non lo pensavo, ma tranquillizzavo gli altri dicendo che tutto andva bene. Che eravamo in salvo. La discesa in acqua è lenta e infinita. Dopo pochi minuti siamo nel porticciolo dell’Isola del Giglio. Aiuto a far scendere. Metto al sicuro i nonni e mi metto alla ricerca degli altri familiari. Vedo la Federica, la mamma, gli altri… Manca il babbo. Manca Misha, l’amico tedesco”. “Mio padre – continua Omar nella narrazione – attraversa tutt la nava da prua a poppa per trovare le navette disponibile ad accogliere lui, mia madre e la mia sorellina. Giunge quasi alla fina, ma gli addetti alla scialuppa non vogliono far salire nessuno. Prende prima mia madre e  poi mia sorella e la scarventa abordo come fossero sacchi. Si fanno un po’ di male. Mia sorella sviene, ma sono salve.  Mio padre e Misha a bordo si chiedono che cosa fare. Le navette sul latto in alto sono finite. Si stacca dalla balaustra e si lascia scivolare sul lato della nave in acqua. Entra negli spazi chiusi e trova altre persone che urlano terrorizzate e che cercano la salvezza. Lo chiama sul cellulare, da Misano, l’amico Rudy Scandiffio per chiedere come sta. Aveva sentito che la Concordia stava per affondare. Mio padre risponde che è al bar che aspetta un caffè, ma il personale è un po’ lungo. Subito dopo chiama una zia dalla Germania. Le dice che forse non ce la farà e di salutare i su!  oi, ai quali vuole un mondo di bene. La zia chiama subito dopo noi che eravamo al sicuro al portoe ci dice che il babbo è ancora  sopra. Di Misha non  abbiamo più notizie. Mio padre raggiunge il lato della nave in acqua e viene tratto in salvo da una scialuppa che fa avanti indietro, nave-porto, con i passeggeri. Quando vedo arrivare una barca con la testa di mio padre che svetta, per via della stazza, è bellissimo. Per sicurezza portaimo mia nonna in un ambulatorio pieno di feriti; ricordo un’animatrice bionda dal volto sfigurato. Mia nonna viene portata in elicottero in ospedale sulla terraferma. Noi siamo rimasti sull’isola del Giglio per 3-4 ore. Dopo abbiamo preso il traghetto per Santo Stefano. Da qui, dopo cinque ore di pulmino, raggiungiamo Savona. Dove  incontriamo l’amico Misha”. “Al Giglio – ricorda Omar – la gente ci ha accolto con affetto. A braccia aperte. Un albergatore ci9 ha dato da magiare, da bere, ci ha  vestiti”. Omar incontra il comandante Francesco Schettino una volta sbarcato. Racconta: “Quando siamo scesi a terra, la maggior parte degli ufficiali, marinai, dipendenti, conosciuti sulla nave nei giorni di crociera era già tutta a terra. Un ragazzo francese mi ha detto di aver visto il comandante insieme ad altri ufficiali salire su una delle prime scialuppe. Dopo lo sbarco io ci ha parlato col comandante. Gli ho chiesto com’era stato possibile un fatto simile. Mi ha risposto che uno giovane come me non poteva giudicare l’operato di uno che va in mare da oltre trent’anni. Mia cugina lo ha insultato”. A Omar gli chiediamo che cosa si porta con sé di questa nottata. Dice. “Ho consociuto meglio me stesso. Mi sono sempre chiesto dove potessi arrivare nel momento del pericolo. Lì, volevo che i miei familiari con tutte le persone si potessero salvare. Ho conosciuto belle persone. Ne ricordo una su tutte. Arnel 40 anni, era addetto alla mia cabina. Sempre sorridente, non appena uscivo dalla cabina, lui entrava e la rimetteva in ordine, spazzolino da denti compreso. La cabina tornava perfetta. E voglio dire anche qeusto. sono stati eroi gli abitanti del Giglio, eroi i componenti dell’equipaggio che ci hanno aiutato. eroi che ti faceva passare davanti per salire sulle lance di salvataggio. capisco la situazione, capisco la paura, ma ho visto molto casino, molta disorganizzazione fin dall’inizio”. Federica, la sorella di Omar, ha fatto passare davanti tutti. Pensava: “Alla peggio vado a riva a nuoto”. E’ stata portata in porto da una zattera di salvataggio.