Quando le opinioni diventano notizia

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Ora che la Piazza ha la propria edizione digitale, non potevano più rimanere nel cassetto. E sono tante. Così da oggi iniziamo la pubblicazione delle “Grandi interviste della Piazza”. Una ogni domenica, on line dalle 8 del mattino. Di che cosa si tratta? Sono interviste realizzate dalla Piazza a personaggi famosi e influenti. Nel senso che le loro opinioni spesso diventano e fanno notizia a livello nazionale e nei circuiti che contano. Non si tratta di interviste recenti. Ad essere sinceri di alcune ignoriamo proprio l’epoca in cui sono state realizzate. Dunque per il momento le pubblichiamo “incomplete” senza svelare la loro “età”. Iniziamo con Tito Boeri. Lo presentiamo brevemente. Economista, Ph.D. in Economia alla New York University, ha lavorato ai piani alti: Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Commissione Europea, Ufficio Internazionale del Lavoro. Attualmente è professore ordinario alla Bocconi. Molti lo conoscono, più semplicemente, per gli articoli di analisi e approfondimento pubblicati sul sito Lavoce.info. La prossima sarà pubblicata domenica 29 aprile. Buona lettura.

Lettere e commenti a: redazione@lapiazzarimini.it. 

L’INTERVISTA

Tito Boeri

Dott. Boeri, che cosa deve chiedere il bravo imprenditore allo Stato?
“Si ha bisogno di un contesto favorevole per fare impresa. L’imprenditore deve essere sicuro di poter contare su leggi e normative efficienti che non vengono cambiate, che non siano soggetto alle stagioni e ai cambiamenti della politica. Necessita di un prelievo fiscale corrispondente alla qualità dei servizi. E tutta una serie di condizioni interne favorevoli legate al settore pubblico. Dovrebbe essere ridotto il monopolio nei servizi; questi se non sono in regime di mercato impongono alle nostre imprese costi elevati. Costi che frenano la nostra capacità competitiva quando altrove i servizi costano meno. Gli attuali provvedimenti presi dal governo sono un passo importante in tale direzione. Anche se nei settori dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, resta ancora tantissimo da fare. Il bravo imprenditore non deve chiedere aiuti allo Stato che sono ossigeno di breve periodo”.

Gli esperti affermano che fare impresa prima ancora che questione tecnica, è un fatto culturale. Pensa che  gli imprenditori italiani hanno ancora lo spirito giusto per competere?
“Certamente. Vedo molte esperienze  di successo sui mercati. Penso alla Brembo, alla Magneti Marelli. Esempi che dimostrano che se ci si impegna, se si fa ricerca e innovazione, anche senza poter contare su uno Stato efficiente, è possibile farcela. Se ci fosse un contesto generale e fra imprese sarebbe di certo d’aiuto. Se ci fosse una politica per facilitare le esportazioni anche”.

Che cosa dovrebbero fare le imprese per essere competitive?
“Sono obbligate a rischiare, investendo in ricerca e in sviluppo. Cose che pagano nel medio e lungo periodo e non nel breve. Va investito nella formazione dei giovani e non utilizzarli come lavoro flessibile. Moltissimi imprenditori hanno capito tutto ciò e hanno migliorato le propri prodotti, hanno ampliato i propri mercati. Credo che gli imprenditori possano prendere come modello i casi di successo dei colleghi”.

Che cosa si possono aspettare le piccole e medie imprese dal futuro?
“La piccola e media impresa ha dato molto. E ce n’è una parte importante che è riuscita a penetrare i mercati, a conquistare nuove quote, usando nuovi e alti strumenti. La piccola e la media impresa rispetto alla grande spesso non riesce a tener conto dei vantaggi e dei benefici che ci sono con l’apertura di mercati come quello indiano e quello cinese. Personalmente non credo nell’unione delle piccole imprese. Penso che potrebbero essere più competitive se usufruiscono di servizi esterni che si trovano nei sistemi locali. Non va dimenticato che le imprese diventano più competitive se gareggiano tra loro. Paradossalmente avviene che un’impresa più sta lontano dalla concorrenza e più si indebolisce. Credo che il sistema imprenditoriale italiano abbia sofferta della poca concorrenza quando era abitudine svalutare la lira per vendere le merci. Con l’euro, sotto la pressione della concorrenza, molte aziende hanno reagito in modo positivo”.

Redazione Online
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