PRU GHIGI, SI DEVE MIGIORARE

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di Mario Battelli *

In una recente lettera aperta ai consiglieri comunali mi ero reso interprete del disagio e della diffusa opposizione dei morcianesi verso il progetto ex Ghigi presentato su Forum [giornale comunale, ndr]. Mettevo anche in luce i problemi (non solo urbanistici) che quel progetto solleva ma non risolve come quello del rispetto del contesto urbano, della memoria storica della fabbrica, delle “regole” urbanistiche (viabilità, parcheggi, verde pubblico) e della tutela delle attività economiche esistenti. Avevo anche suggerito alcune indicazioni progettuali, come lo spostamento del Conad a monte (con l’accesso al magazzino direttamente da sud evitando così il transito dei camion nel centro cittadino), no monetizzazione ma effettiva realizzazione dei parcheggi pubblici occorrenti all’interno dell’area Ghigi (magari sfruttando meglio le potenzialità della “piastra” che, con una razionale ridistribuzione dei volumi superiori e dell’auditorium, potrebbe fornire circa 5000 mq. di aree pubbliche per parcheggi e verde), capaci di risolvere molti problemi anche senza significative riduzioni delle superfici e e dei volumi e senza aggravio di costi. Concludevo con l’auspicio che quel progetto non fosse “blindato” e ci si potesse dunque “sedere attorno ad un tavolo” per ricercare una giusta sintesi fra l’interesse della proprietà e quello generale. Nella risposta il capogruppo Cesarotti mi garantisce, anche a nome della Giunta, che il progetto non è blindato e mi invita assieme al Sindaco a sedere attorno a quel tavolo.   Anche gli altri capigruppo mi hanno risposto apprezzando il mio contributo.Ciò è incoraggiante e mi stimola ad un maggiore approfondimento dei temi che in quella lettera avevo appena sfiorato e del ruolo dei cittadini nell’elaborazione del progetto. Il fatto di condividere con tante persone le stesse critiche (…è brutto, fuori tempo e fuori contesto, è dannoso per la nostra economia…) ti fa sentire quasi “automaticamente” dalla parte giusta, tuttavia questa rassicurazione non può bastare, soprattutto per chi ha concrete responsabilità nella trasformazione fisica della propria città (e non mi riferisco soltanto ai tecnici privati e pubblici e agli imprenditori, ma anche ai politici e a quelle categorie sociali che concorrono alla formazione e all’approvazione dei piani urbanistici e dei progetti). Da costoro occorre pretendere rigore e onestà intellettuale; si potrebbe infatti eccepire che i progetti non si fanno “a maggioranza”, che le buone idee spesso sono troppo avanti e non vengono capite dalla gente o sono addirittura ostacolate perchè vanno contro interessi corporativi o conservatori. Potremmo al limite aver preso tutti un abbaglio criticando ciò che invece dovrebbe essere apprezzato. Quante volte la storia ha smentito giudizi positivi o negativi ritenuti tali dalla stragrande maggioranza dei cittadini? La torre Eiffel, simbolo del progresso tecnologico dell’800, era considerata bruttissima e inutile dai parigini che l’accettarono soltanto perchè avrebbe dovuto restare in piedi giusto il tempo dell’Esposizione universale; che dire dei primi grattacieli americani, resi possibili e convenienti dall’energia elettrica e dall’invenzione dell’ascensore, con le facciate  “mascherate” con fregi che richiamavano i tre ordini classici dorico, ionico e corinzio, tanto erano ritenuti brutti? Ebbene oggi la torre Eiffel è il simbolo di Parigi e i grattacieli sono un modello vincente che caratterizza tutte le metropoli  in cui si concentra ormai il sessanta per cento della popolazione mondiale. Lo sviluppo verticale della città infatti consente un grande risparmio energetico e di territorio; con i suoi sistemi integrati di trasporto (ferrovie, metropolitane, ascensori) rende possibile la vita di miliardi di persone limitando sempre più l’uso dell’automobile, grande inquinatrice e divoratrice di spazio ed energia. In futuro lo sviluppo della città sarà sempre più dettato da ragioni economiche ed “energetiche” ma dovrà essere compatibile anche con il benessere dei suoi abitanti, salvaguardando il loro patrimonio più prezioso: la casa, l’ambiente, la cultura. E’ la Cultura, in ultima analisi, a determinare il destino del territorio e della città. Tutto scorre, tutto si trasforma e anche l’uomo modifica l’ambiente per ricercare sempre migliori condizioni di vita. In questa incessante attività egli si deve misurare con la Natura e con la Storia utilizzando il suo sapere e la sua cultura. Alla fine la città è sempre il risultato di un’opera collettiva. Tutte le sue componenti, le strade, le costruzioni pubbliche e private, belle e brutte, antiche e recenti, formano un organismo che materializza la memoria storica delle generazioni presenti e passate. E come ognuno di noi è conscio della propria identità ed unicità e cerca di conservare e valorizzare le proprie qualità così la Città ha una sua personalità e specificità. E quando è ora di cambiare qualcosa nel suo organismo (per demolire, per recuperare, per crescere) deve prima interrogarsi sulla sua identità. Deve conoscere le sue virtù per conservarle, i suoi punti di forza per potenziarli, la sua storia per non ripetere gli errori del passato; deve operare nell’interesse dei suoi cittadini senza però compromettere quello delle future generazioni. Recentemente sulla “Piazza” l’architetto riminese Marino Bonizzato è intervenuto con sensibilità nel dibattito sul progetto Ghigi sottolineandone la completa estraneità al “genius loci”, stupito e amareggiato per una operazione progettuale che va avanti quasi avulsa dal necessario legame storico, culturale e umano con la città. In realtà il “genius loci” da lui evocato un po’ alla volta sta emergendo esprimendosi non solo con la “pancia” dei commercianti o con la “testa” di intelletuali e addetti ai lavori, ma anche con lo spirito e la saggezza di tante persone che semplicemente amano il loro paese. Esse vorrebbero che un progetto così importante fosse più condiviso e più in linea con la loro cultura della città, da sempre caratterizzata da dinamismo e lungimiranza (ne è esempio il Piano Regolatore disegnato da Diomede Forlani più di cento anni fa). San Francisco, Los Angeles, San Diego, per vari motivi (rischio di terremoti, culto dell’automobile, immensi spazi disponibili) si sono sviluppate orizzontalmente e soltanto negli ultimi anni hanno costruito il loro cuore commerciale e amministrativo in verticale, con torri di vetro moderne e bellissime. Fatte le debite proporzioni penso che anche noi morcianesi, come le metropoli californiane, non dovremmo aver fretta di sviluppare il nostro centro cittadino in verticale e, specie per la residenza, dovremmo continuare a privilegiare la qualità della vita con tipologie edilizie più consone alle nostre esigenze abitative e ben inserite nell’ambiente urbano e nel verde. Tuttavia se fossimo proprio convinti che il progetto Ghigi è una occasione di sviluppo da non perdere, allora non ci dovremmo accontentare delle ricette già pronte con le quali quel progetto sembra confezionato. Rammentando quanto ogni edificio sia legato alla memoria e alla storia e quanto sia scorretto e superficiale negarne ogni utilità che non sia puramente commerciale e materiale, sono possibili vari approcci progettuali (che non escludono sane valutazioni economiche). In ogni caso il vantaggio o il danno per la nostra comunità andrà verificato concretamente tenendo prioritariamente conto di due punti inderogabili: rispetto delle leggi e delle normative e prevalenza dell’interesse pubblico su quello privato. Tutti gli altri aspetti sono conseguenti: dalle caratteristiche tecniche e funzionali a quelle commerciali, dagli aspetti estetici e culturali a quelli econimici. Nella mia lettera avevo suggerito agli Amministratori un approccio progettuale più rispettoso del “genius loci” e della cultura della città proponendo con spirito costruttivo un possibile schema utile a correggere errori che in questa fase potrebbero essere fatali. La prospettiva di un centro commerciale che non dovesse funzionare perchè carente di dotazioni urbanistiche è concreta e va scongiurata; che dire poi della previsione di concentrare nelle due “palazzine” 120/140 appartamenti poco o nulla serviti da parcheggi pubblici e della scelta “sbrigativa” di demolire tutto rinunciando a conservare, almeno in parte, la memoria storica del Pastificio? Secondo alcuni colleghi sarebbe preferibile fare un progetto Ghigi nuovo piuttosto che “correggere” quello attuale in discussione. Anche io avrei il mio progetto ideale, ma sono convinto che oggi un buon compromesso che recepisca le indicazioni dettate da quella cultura collettiva che è patrimonio della nostra città, sia più utile di un intervento, magari prestigioso, calato dall’esterno. Mi piace tuttavia immaginare un futuro (diciamo fra 50 anni) in cui Morciano, centro naturale della Valconca, ormai dotato di una adeguata rete di trasporti e di infrastrutture, con una popolazione più che triplicata potrà con fiducia potenziare e sviluppare in verticale il suo cuore commerciale e direzionale… allora, sotto la superficie vari piani di parcheggi pubblici e privati, la stazione degli autobus (o della metropolitana), il tutto collegato con bretelle sotterranee alla viabilità esterna… in superficie piazza Risorgimento e piazza Ghigi fra loro collegate e pedonalizzate, finalmente libere dalle automobili… e il complesso ex Ghigi, efficiente, ormai perfettamente integrato e ancora protagonista della nostra storia, coi suoi prospetti e volumi testimoni dell’antica fabbrica… Al contrario non oso neppure pensare che sulla Ghigi si possa ripetere lo stesso errore di cinquant’anni fa… ma le analogie preoccupano! Le conseguenze di quella scelta, cioè di consentire l’ampliamento della fabbrica ormai nel centro di Morciano, sacrificando parte di via Colombari e mezza piazza Risorgimento, si sono rivelate disastrose per la città e per la Ghigi stessa. Dieci anni fa il Pru e il progetto Preger sembravano l’occasione per rimediare a quell’errore fatale, ma le ambiguità della politica e le inadempienze della Con.Sv.Agri. hanno fatto sfumare quella opportunità. Oggi le condizioni dell’economia sono purtroppo peggiori di allora ed anche l’entusiasmo iniziale è calato. Nonostante le “generose” modifiche all’Accordo di Programma fatte dall’attuale Amministrazione, nessuno si illude che sul mercato, oltre a Coop e Conad, si trovi facilmente qualcun altro disposto a ripianare gli ingenti debiti fin qui accumulati e ad investire sulla Ghigi. Tutto ciò significa,come ha affermato anche il nostro Sindaco, rinunciare ad un ideale progetto equilibrato e sostenibile e accettare un compromesso. Dovremo allora (uso il plurale perché la responsabilità oggi come cinquanta anni fa non può che essere collettiva) porre non dei semplici… paletti, ma dei robusti pilastri, condizioni precise e irrinunciabili affinché non possa ripetersi quel disastro.

*Architetto in Morciano

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