Farmacie, domani giorno di sciopero, aperte solo quelle di turno

La farmaceutica territoriale, ovvero la distribuzione dei farmaci ai cittadini nelle farmacie, è l’unico titolo di spesa sanitaria – dichiara Federfarma- che rispetta ogni anno il tetto di spesa prefissato: dovrebbe essere considerato un ramo sano della spesa pubblica. “Per questi motivi è inaccettabile che la spending review penalizzi il servizio che la farmacia da sempre eroga ai cittadini, farmacia che rispetta il tetto di spesa e che fornisce i dati su come vengono utilizzate le risorse fornite, in un contesto in cui la spesa  resta stabile o diminuisce ogni anno.” dichiara Annarosa Racca, presidente di Federfarma. Le 18.000 farmacie italiane forniscono i dati di tutte le ricette SSN per un monitoraggio preciso e immediato della spesa e dei consumi dei farmaci distribuiti. “Il Governo – conclude la Racca – conosce il destino di ogni euro che è stato destinato alla assistenza farmaceutica territoriale tramite le farmacie, purtroppo questo è il motivo per cui è così semplice tagliare sulla nostra pelle”.

Redazione Online
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Lombardi: “Molta carne al fuoco”

Innanzi tutto – dice Marco Lombardi – noi addetti ai lavori, e mi riferisco alla politica ma anche alle associazioni di categoria, ai sindacati ed in genere agli “opinion leader” della società civile, non dovremmo alimentare aspettative esagerate nell’opinione pubblica perché alla resa dei conti verranno smentite dai fatti ed oggi non ci possiamo permettere di continuare ad illudere la gente. Una riforma istituzionale della nostra Repubblica era indispensabile, ogni risparmio nel funzionamento dello Stato è utile e tagliare qualche costo della politica  è quanto mai opportuno, però la gente deve sapere che domani mattina l’abolizione o l’accorpamento delle province procurerà in Italia un risparmio di circa 50 milioni di euro e non di miliardi di euro come spesso si sente dire e la Provincia unica comporterà semplicemente un risparmio per Consiglieri,Assessori e Presidenti, di circa 900.000 euro.

Fatta questa premessa, veniamo all’accorpamento delle tre province romagnole. Intanto va detto che l’accorpamento non è obbligatorio, perché potremmo anche portare la necessità dei tagli alle estreme conseguenze e pensare che nel caso nostro le province potrebbero essere semplicemente abolite senza necessità di alcun accorpamento. Se viceversa si accede all’ipotesi di accorpamento, che comunque costerà più della completa abolizione, questo a mio avviso avrà un senso solo a determinate condizioni.

La Provincia unica non potrà che chiamarsi Romagna per ragioni storiche culturali ed anche per dare un primo riconoscimento a coloro che da decenni sostengono la peculiarità della Romagna. La Provincia unica dovrà ricevere ulteriori competenze dalla Regione oltre a quelle previste dallo Stato perché è bene ricordare che il decreto del Governo non poteva ovviamente decidere per le competenze regionali in virtù delle prerogative previste dalla riforma del titolo V della Costituzione. Dico questo perché mantenere in piedi una provincia per le misere competenze in tema di ambiente, trasporti e viabilità, potrebbe veramente prestarsi alla critica di ulteriore inutilità visto che queste  competenze potrebbero essere svolte da autorità od agenzie già presenti. La Regione Emilia-Romagna ha invece una lunga tradizione di deleghe trasferite alle province e quindi dovremo ridiscutere l’allocazione di tali deleghe valutando caso per caso i motivi di opportunità e convenienza.

Altro tema delicato è quello delle partecipazioni societarie che mi sembra semplicistico liquidare pensando a fusioni o di trasferirle tout court alla nuova Provincia unica. Resta infine il tema di tutte le articolazioni dello Stato oggi su base provinciale. Questure, Prefetture e tutti gli altri enti periferici dovranno essere ripensate in base alle reali esigenze del territorio e non potranno essere semplicemente “abolite” in maniera sobria e fredda come solo i professori sanno fare. Gli esimi professori, del Governo Monti, sembra poi che abbiano sottovalutato il problema della elezione degli organi provinciali. Se, come è previsto oggi, saranno enti di secondo grado cioè eletti dai consigli comunali, l’attuale provincia di Rimini (27 Comuni) sarà sovrarappresentata e l’attuale provincia di Ravenna (18 Comuni) sottorappresentata, il che non sarebbe negativo, soprattutto se il nuovo capoluogo fosse Ravenna. In ogni caso, è istituzionalmente problematico dare competenze regolatorie ad un ente che deve regolare chi lo elegge. Nel caso di elezione diretta degli organi provinciali, oggi esclusa, l’architettura istituzionale sarebbe più corretta, ma la rappresentanza della attuale provincia di Rimini sarebbe frustrata dai numeri della sua popolazione.

Come si può notare la carne al fuoco è molta, il processo però  è inarrestabile e quindi non si può resistere in maniera ottusa ma bisogna pensare  al modo di governarlo al meglio per quanto di nostra competenza. In questa ottica sull’argomento mi iscrivo al “partito” dei riformisti e non a quello dei “conservatori”.




Gnassi: “Ma quale spending review, sono tagli lineari”

“Dicono spending review, in realtà sono puri, semplici, drammatici tagli lineari – ha detto il Sindaco di Rimini Andrea Gnassi intervenendo quest’oggi a Roma alla manifestazione indetta dall’Anci contro i tagli ai Comuni e agli Enti locali, decisi nei giorni scorsi senza alcuna concertazione dal Governo -. Non producono risparmi strutturali ma colpiscono indistintamente i Comuni, non distinguendo i virtuosi da quelli che non lo sono, penalizzando gravemente la quantità e la qualità dei servizi e in definitiva i cittadini.”. Gnassi, che è stato chiamato dall’Anci ad intervenire sul palco insieme ai Sindaci delle città italiane più grandi, ha proseguito: “Si dica la verità: tra tagli lineari agli enti locali e Patto di stabilità i Comuni italiani hanno già dato in pochi mesi allo Stato 20 miliardi di euro. Hanno fatto la loro parte, non altrettanto ha fatto l’Amministrazione centrale e i suoi vari enti. Il 70% della spending review e del sacrificio finanziario è sulle spalle di Regioni, Province e Comuni mentre uffici governativi, agenzie centrali e periferiche, aziende e aziendine pubbliche e parapubbliche, Parlamento stringono la cinghia per meno della metà. A questo Governo diciamo che non possiamo fare i gabellieri di Roma, chiediamo più autonomia organizzativa e fiscale, più responsabilità, più federalismo. Chiediamo atti per le dismissioni degli immobili inutili dello Stato.”
“Ha ragione il presidente dell’Anci Del Rio quando dice che l’Italia è sotto attacco – ha spiegato poi il Sindaco Gnassi, intervenuto dopo Del Rio, Alemanno, Fassino, Zedda, Merola, Orsoni davanti ai tanti sindaci che hanno partecipato indossando la fascia tricolore -. Se c’è un incendio da spegnere il Governo non può spostare il fuoco in periferia. Non possiamo accettare tagli lineari senza che vengano lette le specificità dei territori come ad esempio quelli turistici.

Il nostro compito lo abbiamo già fatto come sindaci e il Governo deve ringraziare la responsabilità civica dei cittadini che hanno pagato l’Imu, l’hanno versata ai comuni perché credono nei comuni. Noi l’abbiamo girata a Roma, ma se i cittadini riminesi avessero dovuto pagare l’Imu in base all’affidabilità dei provvedimenti del Governo probabilmente non avrebbero pagato. Non hanno ancora sbloccato il Patto di stabilità per i comuni terremotati e – si pensi un po’ – non hanno ancora stanziato i soldi promessi per la neve.

“Come sindaci – ha precisato il sindaco di Santarcangelo Mauro Morri a Roma con Gnassi alla manifestazione – chiediamo che l’Imu rimanga sul territorio, che si sblocchi la tagliola del patto di stabilità. Si sappia che siamo un pezzo della Repubblica e non un pezzo dello Stato che prende ordini sovraordinati. Non siamo sotto processo. La nostra parte, i nostri cittadini e il Comune, l’abbiamo fatta.”
“E’ a dir poco scandaloso spacciare tagli lineari per risparmi – ha poi continuato il Sindaco Gnassi – ed è altrettanto scandaloso e moralmente inaccettabile tentare di far passare i comuni come fonte di spreco tirando fuori tabelle inesatte e paradossali, come quelle pubblicate ieri dal più autorevole quotidiano economico nazionale. Questo giochino di cavare dal cilindro, alla vigilia della manifestazione odierna, dati e tabelle bizzarre e senza alcuna scientificità da dare in pasto all’opinione pubblica per motivare ulteriori tagli ai comuni non è nuovo perché lo si è tentato anche con l’ipotesi di sforbiciata agli ospedali ma non passerà.

Caro Monti, non abbiamo l’anello al naso. Non sono solo le difficoltà statistiche che non colgono, penalizzandola, le peculiarità di una realtà come quella riminese che ai suoi 141mila abitanti aggiunge durante l’arco dell’anno oltre 7 milioni di ‘ospiti’ sballando completamente i conti. I dati riferiti all’anno 2011 a cui fanno riferimento le tabelle pubblicate dal Sole 24Ore sono tratti dal sistema “Siope” e si riferiscono alla cassa, cioè ai pagamenti, che, come tali, riguardano le spese sia dell’esercizio 2011 che quelle riferite a contratti di anni precedenti. Sono dati caratterizzati da un forte elemento di casualità e sono spesso legati alla liquidità e alla capacità degli enti di pagare con rapidità, tanto da poter persino far apparire virtuoso chi invece ha solo “rallentato” i pagamenti e non chi, come noi, ha fatto fronte alle proprie spese con puntualità e correttezza. Le modalità di gestione delle attività, poi, sono molto diversificate e quindi difficilmente confrontabili, se non accompagnati da analisi puntuali che la rilevazione effettuata non evidenzia. Solo per le spese riguardanti gli incarichi, ad esempio, balza agli occhi come nei dati delle tabelle per il 2011 riferite a Rimini rientrino quelle per la stesura del PSC e del RUE del tutto straordinarie e non certo ricorrenti.”

Andrea Gnassi ha chiuso l’intervento spiegando come se le proposte dell’Anci non verranno accettate dal Governo “si aprirà un evidente e gravissimo conflitto tra Istituzioni. Per questo il nostro appello è anche rivolto ai partiti e ai parlamentari, affinché non si rifugino in uno strabismo per cui a Roma si sostengono provvedimenti che sul territorio hanno effetti devastanti”.