“CAPOGIRO” AL SAN FRANCESCO

James Brown, Untitled,1983, smalto e olio su tela, 244x168 cm, Courtesy Studio d'Arte Raffaelli

L’esposizione, curata dalle studiose Cristina Calicelli e Sara Ugolini, ruota intorno all’immagine della testa, uno dei soggetti preferiti della storia dell’arte che fin dall’antichità l’ha trasformata nel modulo di riferimento di tutte le porzioni corporee, nella protagonista di truculenti martiri e decapitazioni, oppure nella trasposizione scultorea di un ritratto fisionomico e nell’emblema dell’identità individuale. Ma ci sono altre funzioni, forme e significati che la testa contiene e propone.

Entusiasmati dalla possibilità di appellarsi a questi molteplici sguardi si è deciso di accostare a materiali di provenienza medica i lavori di autori riconosciuti e apprezzati a livello internazionale, e quelli di giovani artisti contemporanei, alle cui visioni – altrettanto suggestive – la critica ha attribuito spesso l’epiteto di “irregolari”. In mostra saranno presenti opere provenienti dai principali atelier italiani (Adriano e Michele, Alce in Rosso, Blu Cammello, La Manica Lunga – officina creativa, La Tinaia) e da due importanti atelier del Belgio, da alcune collezioni private e dal Museo delle Culture di Lugano, una delle istituzioni più autorevoli nel campo dell’antropologia dell’arte. La mostra è corredata da un catalogo edito da Grafiche Damiani con testi di Cristina Calicelli, Paolo Maiullari e Sara Ugolini.

 

 

 

 




I Riminesi? “Quando vogliono battono tutti”. E per la crisi? “Ci vorrebbe una governance mondiale”

“Stiamo vivendo una delle peggiori crisi economiche mondiali dal 1929. La colpa non è dei titoli subprime, ma dalla guerra in Iraq che ha assorbito 3.000 miliardi di dollari. Per superare il momento ci vorrebbe una governance mondiale. L’Italia nella crisi dà il meglio di sé. Rimini è messa benissimo”. Questo è lo scenario che legge Stefano Zamagni, uno tra i massimi economisti italiani. Preside della facoltà di Economia e commercio dell’Università di Bologna, autore di “Economia”, un manuale diventato un classico, lo studioso riminese fa parte del Comitato scientifico dell’Expò di Milano (uno dei 18) e del Comitato del Premio Sodalitas (uno dei 15) di Assolombarda.

Il professor Zamagni, come sempre, è piacevole, disponibile. E con la capacità di semplificare i concetti come solo coloro che conoscono l’argomento sanno fare. E’ come vedere un colpo difficilissimo, quanto all’apparenza facile, del tennista Federer. Lo guardi e pensi: “Potrei farlo anch’io!”. Vai sul campo ed è quasi impossibile.

Un bel comportamento, il suo, in controtendenza rispetto ai costumi di molta classe dirigente italiana, abituati alle torri d’avorio. Il suo è più un fare calvinista ed anglosassone. Si telefona alla sua segreteria che senza pensarci troppo, dice: “Il professore non c’è, le do il cellulare”. Una gioia per la mente ed il cuore; poi non siamo così tanto lontani dai nostri competitori.

Professore che tempi economici stiamo vivendo?

“Siamo in un periodo di forti turbolenze. Bisognerebbe andare indietro di tanti anni per trovare una situazione simile. Non siamo alla crisi del 1929, naturalmente, ma è più attuale e seria di quanto gli esperti avessero letto alcuni mesi fa. E’ la sconfitta degli econometrici. Fino a pochi mesi fa non ne avevamo avvertito l’urgenza. Se il Fmi (Fondo monetario internazionale) le cose le avesse dette sei mesi fa, non saremmo in questa situazione. Tutti pensano che questa crisi sia figlia dei subprime, gli sciagurati prestiti fatti dalle banche americane ai propri cittadini insolventi, trasformati in titoli e venduti in tutto il mondo, ma è una sciocchezza. E’ come una cisterna di carburante che si voglia incendiare; il fiammifero non rappresenta che la miccia. Le ragioni di questo turbolento momento economico mondiale sono almeno tre.

La prima. E’ legata alla guerra in Iraq, con i mass media che non la citano mai. A tutt’oggi, ha assorbito 3.000 miliardi di dollari; il presidente Bush ne mise a bilancio soltanto 200.000 milioni. La guerra non si è ancora conclusa ed ha provocato un’allocazione perversa delle risorse, senza contare le perdite umane. Le guerre, da un punto di vista economico, non creano ricchezza ma la distruggono. Qualcuno arrivò a dire che la guerra è brutta ma si acquisivano i pozzi ed il petrolio sarebbe diminuito. Invece, il prezzo del greggio è triplicato. Ma l’effetto non è dovuto, come si legge, per un aumento della domanda. Negli ultimi due-tre anni i consumi non sono saliti.

La seconda ragione. E’ il fatto che i mercati finanziari sono auto-referenziali e per questo fuori controllo. Mentre le merci e le persone sono sottoposti a controllo. La Banca mondiale non è autorizzata ad occuparsi delle transazioni finanziarie, che non rispondono a nessuno e a nessuna regola. Così la speculazione tende a degenerare.

La terza ragione, infine. In parte è collegata a quanto già detto. Negli ultimi tempi sono saliti i prezzi degli alimenti in modo terrificante e sono destinati ad aumentare. La conseguenza è che aumenterà la fame dei gruppi meno abbienti che vivono nelle città. L’esplosione del prezzo del pane è dovuto al maggiore benessere che sta arrivando in Cina, India, Brasile. Il loro maggiore benessere porta la popolazione a sostituire il consumo dei cereali con quello della carne. Solo che per produrre 100 calorie di una bistecca bisogna produrre cereali pari a 700 calorie. Insomma, il consumo della carne peggiora la produzione dei cereali.

Un’altra componente che incide sull’aumento dei prezzi dei generi alimentari è la produzione di bio-energia, l’etanolo, attraverso il mais. Coltivare i campi per l’energia equivale a sottrarre campi per l’alimentazione. Ecco per capire lo scenario mondiale vanno visti questi fenomeni”.

Con quali strumenti agire per trovare le soluzioni?

“La soluzione è una governance mondiale composta dai maggiori paesi, come avvenne nel dopoguerra con Bretton Woods. Le potenze vincitrici si ritrovarono in quella città per un trattato che garantiva stabilità economica. Oggi, va fatto assolutamente. Il primo a parlarne fu Paolo VI e nel lontano nel 1967, in una enciclica. Affermava che se non si andava verso un equilibrio ci sarebbero stati morti, eccetera. La soluzione c’è, ma niente stupidaggini, niente cerotti, ci vuole la volontà politica dei paesi più avanzati per le nuove regole del gioco economico e finanziario”.

In questo quadro mondiale come se la caverà l’Italia?

“L’Italia è molto meglio di altri paesi e questo perché siamo italiani. Storicamente, è l’unico paese che è sempre riuscito a dare il meglio nei momenti di difficoltà e di crisi. L’esempio è Rimini. Ha espresso il meglio di sé dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale. Poi si è adagiata ed è andata giù. Gli italiani sono più creativi, culturalmente più flessibili e con la capacità di riscoprire la cooperazione nel momento del bisogno. L’Expò di Milano ne è un esempio. Si sono messi da parte i litigi, le dispute ideologiche e si è avuto a cuore il bene comune. Conseguenza: risultato raggiunto. All’inizio della competizione, tre anni fa, l’assegnazione era data per persa. Personalmente sono moderatamente ottimista, anche se c’è chi aizza e distrugge. Intendiamoci ci devono essere le differenze, la pluralità di posizioni, ma non contro il bene comune”.

Invece, come leggere la situazione della provincia di Rimini?

“Vedo segnali di ripresa. C’è un fatto che mi ha colpito positivamente. C’è un premio, “Sodalitas”, che celebra le aziende che operano per migliorare la qualità sociale, il bene comune. Ebbene su 260 domande e sette premi, sono state riconosciute due aziende riminesi ed una è giunta seconda. Io ero uno dei 15 della giuria e si vota come Dio comanda. E da qui si vede che quando vogliono i riminesi battono tutti. E’ un piccolo esempio che confuta il linguaggio dei declinisti. Credo che le persone vadano giudicate in base alle opere realizzano e tutti ne traggono giovamento”.

Redazione Online
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