CECCHINI: “Turismo sportivo risorsa fondamentale”

Due importanti notizie per il mondo dello sport cattolichino. Il campo da basket di via Carpignola sarà (finalmente) a disposizione; poi, scaldare i muscoli, perchè dal 25 al 27 maggio, grazie al lavoro del Velo Club Cattolica in collaborazione con Extè Tour Operator e Adria eventi, la Regina ospita la 56^ edizione dei campionati italiani di Cicloturismo organizzati dall´Udace (Unione degli amatori ciclismo europeo), l´associazione ciclistica più grande in Europa per numero di iscritti.

Per quanto riguarda il campo da basket, secondo l´ultimo sopralluogo alla struttura svolto dall´assessore all´Urbanistica Giovanna Ubalducci e da quello al Patrimonio Leo Cibelli, insieme ai titolari della società che ha realizzato il Vgs, si è conclusa la transazione con i privati. Ora – conferma la nota stampa – l´amministrazione si occuperà dei lavori di messa in sicurezza del campo (rifacimento della recinzione etc.) che entro maggio sarà messo a disposizione della scuola elementare e dei suoi studenti. In seguito si valuterà se metterlo a disposizione anche di eventuali società sportive locali che dovessero farne richiesta.

In occasione del campionato di cicloturismo, la competizione si stima possa coinvolgere circa 1.500 persone, provenienti da tutta Italia, a cui si aggiungeranno familiari e amici. La gara si svolgerà domenica 27 maggio con partenza da piazza Primo Maggio e un percorso che si snoderà lungo le strade del nostro entroterra: da San Giovanni a Morciano, da Mercatino Conca a Tavoleto, fino a Auditore, Mondaino, Gradara e Tavullia. A seguire premiazione, mentre la sera prima ovvero sabato 26 maggio grande Festa del campionato sempre in piazza Primo Maggio.

“Il turismo sportivo è una risorsa fondamentale per il nostro territorio e su cui vogliamo puntare fortemente anche grazie alla collaborazione con le nostre associazioni sportive e i nostri operatori economici – spiegano il sindaco Piero Cecchini e l´assessore allo Sport Leo Cibelli – Un evento che cade nell´ultimo weekend di maggio e che dunque ci consente di destagionalizzare ulteriormente l´offerta turistica. Cattolica e la Valconca, grazie all´eccellenza delle proprie strutture possono davvero puntare a diventare leader nel settore del turismo legato a Sport e Benessere. In un mese a Cattolica, tra fine aprile e fine maggio, si svolgeranno tre importanti manifestazioni: i Campionati Uisp di ginnastica artistica, la Mostra dei Fiori e appunto il Campionato italiano di cicloturismo, per non parlare poi del World Ducati Week tra il 21 e il 24 giugno. Grazie alle iniziative di qualità si genera un indotto economico rilevante per la nostra comunità”.




L’ANALISI POLITICA

“La politica non può diventare un affare personale. I partiti oggi rappresentano malamente gli elettori e la base. Sono diventati troppo gerarchici”. L’allarme lo lancia Roberto Piva, dal 2005 consigliere regionale del Pd. Professione medico, dice: “Per uno che viene dal mondo delle professioni e del lavoro fa un po’ fatica a entrare nel linguaggio e nelle dinamiche della politica che conosciamo. Va sottolineato che anche in politica c’è da scegliere, per fortuna. Dal mio punto di vista deve essere un servizio. Dopo un certo percorso, dopo un certo lasso di impegno, l’eletto deve tornare al suo lavoro. Quando la politica diventa uno strumento, sfocia in un affare personale. Credo che ci voglia un coraggioso scatto in avanti”. “Noto – continua Piva – che nei partiti c’è un vuoto di quarantenni e cinquantenni; per fortuna ci sono tanti trentenni, che è una classe con grandi speranze e ancora più grandi energie. E’ una generazione vicina alle persone e alla solidarietà. Per fortuna il Pd a livello provinciale ha una bella ramificazione rappresentata dai quasi 60 circoli. E sono proprio i circoli a mantenere vivo il rapporto tra il territorio e le istituzioni. In questo momento di difficoltà sia economiche sia sociali siamo al centro di una sfida coinvolgente, con le quali abbiamo l’obbligo di cogliere il nuovo”. “L’attuale crisi economica – commenta Piva – deve farci riflettere sul valore dell’uomo. Se sto bene io, deve stare bene anche il mio vicino di casa. Insomma, deve essere bello anche l’orto di fianco. Questo vale a Rimini ed in tutti gli altri luoghi. Ed è proprio questo che negli anni la politica ha smarrito. In un periodo in cui la politica è sempre più dirigistica e questo è un errore, perché prevale la conservazione, la mia speranza è che alla politica si possano avvicinare persone normali e vere. Credo che sia il tempo di una politica delle persone, come dimostra l’esperienza governativa di Monti. Purtroppo, anche nel nostro territorio ho visto gli uomini soli al comando; quando ci vorrebbe un lavoro d’insieme sia in chi fa politica, sia in chi amministra. Spesso, gli amministratori sono molto bravi quando devono governare ed organizzare il proprio territorio. Però si fermano al confine; quando per ovvie ragioni l’amministrazione deve essere condivisa in un’area più vasta. Invece, tutto si arresta e frena. Oggi, gli investimenti si devono fare in spazi ampi. Solo così si crea un Paese moderno ed efficiente. Certo con questo discorso di efficienza bisogna partire dalla Camera e dal Senato, fino ad arrivare alle auspicabili unioni dei comuni. Dei territori. Dei cittadini. Stare!   insieme significa massimizzare le conoscenze. Conoscenze che ti permettono di andare al di là dei propri confini”. “Seppur lentamente – chiude la riflessione Piva – questo sta avvenendo. Un esempio forte sono gli ospedali nella provincia di Rimini. Vent’anni fa, c’erano due aziende pubbliche con sette ospedali. Oggi, c’è una sola azienda, con meno ospedali ed ognuno ha una sua specializzazione”.




IL PUNTO DI VISTA

di Alessandro Roveri*

Finalmente sono usciti allo scoperto. Hanno reagito al blitz di Cortina con tutta la rabbia di chi ha sentito il morso della giustizia sulle proprie caviglie. Parliamo dei berlusconiani. L’on. Antonio Leone, vicepresidente vicario della Camera, si è affrettato a chiedere la proroga per tutto il 2011 del condono fiscale Tremonti. La Santanché, dal canto suo, ha ricordato tot miliardi di evasione scoperti dal governo Berlusconi (pochi, molto pochi, per la verità), e aggiunge che secondo lei gli evasori meritano la galera. Ma intanto i berlusconiani fremono di sdegno: Cortina? «Spettacolarizzazione», «scelta ideologica», «metodo inaccettabile», «inutile vessazione» e così via. Il loro “Giornale” se   l’ è presa con Alessandro Rimassa, lo scrittore che dopo una notte in discoteca ha denunciato alla Finanza un forno milanese che non emetteva scontrino: «Che pena lo scrittore che fa l’ esattore fiscale». E’ più forte di loro: non governa più il loro uomo, che giustificava  l’ evasore che si ribella a una tassazione troppo alta, l’ uomo che ogni tanto inventava i condoni, e che oggi freme per la perdita di Palazzo Chigi. Ha appena detto che lo spread resta alto, e lo spread  si è messo a scendere. Monti, il professore che tiene una lezione in inglese nella più prestigiosa Università britannica, e che può dare lezioni di economia politica alla Merkel e a Sarkozy, fa sul serio. La stretta cortinese sui controlli fiscali? Nell’intervista a Radio Vaticana Monti lo ha detto chiaro e tondo: «Chi evade offre ai propri figli un pane avvelenato, consegnerà loro qualche euro in più, ma li renderà cittadini di un paese non vivibile. In quest’anno 2012 verrà dimostrato, con risultati certi, che alcuni, molti cosiddetti “soliti ignoti” diventeranno presto “soggetti noti” dal punto di vista fiscale».   Certo: quella del governo Monti è stata una scelta ideologica, a favore di chi paga le tasse e contro chi non le paga. Il presidente Monti, con la sua fine ironia, l’ha dichiarato: non ama il detto berlusconiano del «non mettere le mani nelle tasche degli italiani», perché incompleta: sono gli evasori «coloro che mettono le loro mani nelle tasche dei contribuenti onesti». Sì, c’è una nuova lotta di classe in Italia: la classe di chi paga le tasse contro la classe di chi evade. La giustizia fiscale è parte importante della giustizia sociale, come è ben noto in tutta Europa. Si tratta di togliere ai ricchi per dare ai ceti meno abbienti. La cosa non piace nemmeno all’agenzia Standard & Poor’s, di cui è proprietario il gruppo McGraw–Hill. Quell’agenzia non ha declassato soltanto l’Europa e l’Italia, ma nell’ agosto 2011 lo aveva fatto anche sul debito pubblico americano, indebolendo il detestato Obama e la sua riforma dell’assistenza sanitaria. In Germania, il paese non a caso economicamente più forte in Europa, si pratica da un pezzo la lotta all’evasione fiscale. Là l’amministratore delegato della potente Deutsche Post, ha subito per ore nella sua villa la visita della Steuerfahndung (la Guardia di Finanza tedesca), che l’ha arrestato. Negli Stati Uniti le pene per gli evasori fiscali sono durissime. Al Capone fu scoperto e arrestato per questo. In Italia no. Oggi la Guardia di Finanza scopre che, tra trasferimenti delle residenze di persone e società nei paradisi fiscali e spostamento di capitali all’estero, nel 2011 ben 7.500 evasori totali con redditi di 21 miliardi, non hanno pagato un euro di tasse. Ecco perché in Italia si viaggia in Suv, ma si dichiara al fisco un’entrata dai 30 ai 50 mila euro lordi all’anno! Questo è emerso nel blitz di Cortina. Altri seguiranno. Attente Rimini, Riccione e Cattolica all’estate 2012… A Luigi Magistro, direttore centrale dell’ accertamento all’Agenzia delle Entrate, non interessano le tante microimprese familiari, che non potrebbero stare sul mercato se non ricorressero a un certo livello di evasione. Gli interessano le 3500 grandi imprese con oltre 100 milioni di euro di fatturato, e le 60.000 medie imprese con fatturato da 5 a 100 milioni. E dal primo gennaio 2012 Magistro non si occuperà degli estratti conti mensili che riceverà dalle banche, ma del dare e dell’avere  dell’intero anno. In Italia non era mai accaduto. Durerà? Berlusconi, che aveva regalato a Mediaset e Rai le frequenze mentre conduceva l’Italia sull’orlo del baratro, non vede l’ora di far cadere il governo Monti, che lo fa scendere nei sondaggi e pare non voglia regalare a nessuno le frequenze.  Ma l’ex presidente del Consiglio farà fatica a far cadere il governo di Monti, che in Europa, dove ha combattuto  vittoriosamente la potente Microsoft, è stimato da tutti i capi di Stato e di governo. Essi hanno capito che Monti  sta salvando l’Italia, ed è il curatore fallimentare del’Italia rovinata da Berlusconi. Oggi in Europa lo si ascolta come si fa dinanzi a un maestro di economia politica e lo si ammira come e più di prima. Sembra un sogno. Non più corna europee, non più ruoli di kapò offerti a Martin Schultz, non più voci gridate che scandalizzino la regina Elisabetta, non più rivelazioni ad Obama di (inesistenti) persecuzioni giudiziarie, non più barzellette. Anche tra le “olgettine” spuntano costituzioni di parte civile!   contro la Minetti! Se Monti cadrà, vorrà dire che in Italia le cose non cambieranno mai. Ma se durerà, tutto sarà diverso. Una ventata di quelI’etica protestante, studiata da Max Weber, entrerebbe nel nostro paese, abituato a peccare e farsi perdonare i peccati in confessionale. I partiti dell’ancien régime dovranno riposizionarsi, con i loro uomini e le loro clientele. Non ci sarà più posto per le cricche, per le P2 e le P3, per i Bertolaso. Comincerà un nuovo regime, perché attorno a Monti e alle sue liberalizzazioni andrà formandosi una nuova maggioranza. Partito democratico, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà faranno bene a tenerne conto. Per qualcun altro il posto non c’è. Non c’è per i maggiordomi di Berlusconi, non c’è per la goffaggine della Lega Nord, che maschera sotto gli slogan padani la propria resa al berlusconismo, e se si salverà lo dovrà a Maroni, in lotta contro il “cerchio magico” stretto attorno a un Bossi sempre più debole e contestato.

*Libero docente all’Università di Roma




EXPORT, E’ PRE-CRISI

Una delle più importanti aziende metalmeccaniche del Riminese in dicembre non ha pagato nessun fornitore. Che poi sarebbero i piccoli artigiani. A ricaduta, i padroncini non hanno onorato le tredicesime, nel migliore dei casi. Massimo, nome di fantasia, dice: “Le tredicesime le ho pagate ai primi di febbraio. Devo ringraziare i ragazzi che hanno aspettato. Ma in cassa non c’era una lira. Il fatto che più mi delude è che l’azienda blasonata non ha fatto una telefonata per avvertire. Non ha saldato le fatture, punto”. “Per noi artigiani – continua Massimo – non è dura, è durissima. Io mi sto rivolgendo al Nord; cerco nuovi clienti, ma non è facile. Spesso, i nuovi pagano le prime ricevute bancarie e poi latitano. Vorrei anche ricordare che le aziendine sono una ricchezza per le grandi. Senza di noi sarebbero più povere e meno competitive”. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, per rubare un’immagine biblica. Il pesce grosso che approfitta del piccolo non è una storia di oggi. Ancora lungo, dunque, il tunnel della crisi. Gli imprenditori cercano di reggere le difficoltà del mercato. E le voci sono davvero contraddittorie e difficili da leggere ed analizzare. I numeri della Camera di Commercio di Rimini indicano qualche segno positivo. La sintesi della fotografia è: “Export dai due volti: a fine 2011 ritorna ai livelli pre-crisi, ma le previsioni 2012-2013 attestano un nuovo calo dello 0,5 per cento”. Insomma, c’è ancora da soffrire, da una parte, dall’altra all’imprenditore si cheide dinamismo, ordine, organizzazione. Coraggio ed innovazione. Per quanto riguarda l’import e l’export gli ultimi dati freschi sono quelli del terzo trimestre 2011. A questa data, la bilancia commerciale vedeva, sul terzo trimestre dell’anno precedente, l’export aumentare del 21,4% e l’import dell’11,8% e . I valori in euro sono i seguenti: l’export è passato da 1,15 miliardi a 1.4 miliardi di euro.; l’import è balzato da 465,5 milioni a 520,5 milioni. Con queste prestazioni, i livelli delle esportazioni sono tornate a quelle della pre-crisi. A guardare al 2008, al terzo trimestre, l’export totalizzava 1.28 miliardi, crollati a 923.086.996 milioni l’anno successivo. Con una perdita percentuale del 28 per cento. La parte più consistente è ad appannaggio del settore manifatturiero, che esporta per un valore di 1,38 miliardi di euro. Seguono, anche se sono poca cosa da un punto di vista della capacità di creare ricchezza, i prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca (6,39 milioni) e prodotti delle attività dì servizi di informazione e comunicazione (5,8 milioni). I continenti verso i quali maggiormente si declina l’export sono: l’Europa (966,5 milioni con un aumento di +8,8% sul terzo trimestre 2010); l’America (209 milioni con +117,9%); l’Asia (185.429.025, milioni con +40,2%).

Previsioni 2012-2013. Se l’export a fine 2011 è riuscito a recuperare il terreno perduto nel 2008/2009, per i prossimi due anni le previsioni, con la speranza che possano essere ribaltate dai fatti, si attestano su un calo dello 0,5%, in controtendenza rispetto all’Emilia-Romagna e all’Italia, rispettivamente: più 3,5% e più 3,2%. Un buon segnale anche per il riminese.

Iniziative Export 2012. La Camera di commercio di Rimini ha messo insieme  una lunga serie di iniziative promozionali all’estero: India, America Latina, Russia, Emirati Arabi, Qatar, Balcani, e per l’Unione Europea, Spagna, Portogallo, Germania, Svezia e Regno Unito. Andrà a promuovere le filiere del turismo, dell’innovazione, dell’abitare-costruire, della meccanica, dei beni di consumo, delle infrastrutture, dell’agro-alimentare, dell’ambiente e delle energie rinnovabili. A sostegno delle imprese riminesi, la Camera di commercio è presente con cinque rappresentanze all’estero: Russia, Emirati Arabi, Nord Africa, Brasile, India.




PRU GHIGI, SI DEVE MIGIORARE

di Mario Battelli *

In una recente lettera aperta ai consiglieri comunali mi ero reso interprete del disagio e della diffusa opposizione dei morcianesi verso il progetto ex Ghigi presentato su Forum [giornale comunale, ndr]. Mettevo anche in luce i problemi (non solo urbanistici) che quel progetto solleva ma non risolve come quello del rispetto del contesto urbano, della memoria storica della fabbrica, delle “regole” urbanistiche (viabilità, parcheggi, verde pubblico) e della tutela delle attività economiche esistenti. Avevo anche suggerito alcune indicazioni progettuali, come lo spostamento del Conad a monte (con l’accesso al magazzino direttamente da sud evitando così il transito dei camion nel centro cittadino), no monetizzazione ma effettiva realizzazione dei parcheggi pubblici occorrenti all’interno dell’area Ghigi (magari sfruttando meglio le potenzialità della “piastra” che, con una razionale ridistribuzione dei volumi superiori e dell’auditorium, potrebbe fornire circa 5000 mq. di aree pubbliche per parcheggi e verde), capaci di risolvere molti problemi anche senza significative riduzioni delle superfici e e dei volumi e senza aggravio di costi. Concludevo con l’auspicio che quel progetto non fosse “blindato” e ci si potesse dunque “sedere attorno ad un tavolo” per ricercare una giusta sintesi fra l’interesse della proprietà e quello generale. Nella risposta il capogruppo Cesarotti mi garantisce, anche a nome della Giunta, che il progetto non è blindato e mi invita assieme al Sindaco a sedere attorno a quel tavolo.   Anche gli altri capigruppo mi hanno risposto apprezzando il mio contributo.Ciò è incoraggiante e mi stimola ad un maggiore approfondimento dei temi che in quella lettera avevo appena sfiorato e del ruolo dei cittadini nell’elaborazione del progetto. Il fatto di condividere con tante persone le stesse critiche (…è brutto, fuori tempo e fuori contesto, è dannoso per la nostra economia…) ti fa sentire quasi “automaticamente” dalla parte giusta, tuttavia questa rassicurazione non può bastare, soprattutto per chi ha concrete responsabilità nella trasformazione fisica della propria città (e non mi riferisco soltanto ai tecnici privati e pubblici e agli imprenditori, ma anche ai politici e a quelle categorie sociali che concorrono alla formazione e all’approvazione dei piani urbanistici e dei progetti). Da costoro occorre pretendere rigore e onestà intellettuale; si potrebbe infatti eccepire che i progetti non si fanno “a maggioranza”, che le buone idee spesso sono troppo avanti e non vengono capite dalla gente o sono addirittura ostacolate perchè vanno contro interessi corporativi o conservatori. Potremmo al limite aver preso tutti un abbaglio criticando ciò che invece dovrebbe essere apprezzato. Quante volte la storia ha smentito giudizi positivi o negativi ritenuti tali dalla stragrande maggioranza dei cittadini? La torre Eiffel, simbolo del progresso tecnologico dell’800, era considerata bruttissima e inutile dai parigini che l’accettarono soltanto perchè avrebbe dovuto restare in piedi giusto il tempo dell’Esposizione universale; che dire dei primi grattacieli americani, resi possibili e convenienti dall’energia elettrica e dall’invenzione dell’ascensore, con le facciate  “mascherate” con fregi che richiamavano i tre ordini classici dorico, ionico e corinzio, tanto erano ritenuti brutti? Ebbene oggi la torre Eiffel è il simbolo di Parigi e i grattacieli sono un modello vincente che caratterizza tutte le metropoli  in cui si concentra ormai il sessanta per cento della popolazione mondiale. Lo sviluppo verticale della città infatti consente un grande risparmio energetico e di territorio; con i suoi sistemi integrati di trasporto (ferrovie, metropolitane, ascensori) rende possibile la vita di miliardi di persone limitando sempre più l’uso dell’automobile, grande inquinatrice e divoratrice di spazio ed energia. In futuro lo sviluppo della città sarà sempre più dettato da ragioni economiche ed “energetiche” ma dovrà essere compatibile anche con il benessere dei suoi abitanti, salvaguardando il loro patrimonio più prezioso: la casa, l’ambiente, la cultura. E’ la Cultura, in ultima analisi, a determinare il destino del territorio e della città. Tutto scorre, tutto si trasforma e anche l’uomo modifica l’ambiente per ricercare sempre migliori condizioni di vita. In questa incessante attività egli si deve misurare con la Natura e con la Storia utilizzando il suo sapere e la sua cultura. Alla fine la città è sempre il risultato di un’opera collettiva. Tutte le sue componenti, le strade, le costruzioni pubbliche e private, belle e brutte, antiche e recenti, formano un organismo che materializza la memoria storica delle generazioni presenti e passate. E come ognuno di noi è conscio della propria identità ed unicità e cerca di conservare e valorizzare le proprie qualità così la Città ha una sua personalità e specificità. E quando è ora di cambiare qualcosa nel suo organismo (per demolire, per recuperare, per crescere) deve prima interrogarsi sulla sua identità. Deve conoscere le sue virtù per conservarle, i suoi punti di forza per potenziarli, la sua storia per non ripetere gli errori del passato; deve operare nell’interesse dei suoi cittadini senza però compromettere quello delle future generazioni. Recentemente sulla “Piazza” l’architetto riminese Marino Bonizzato è intervenuto con sensibilità nel dibattito sul progetto Ghigi sottolineandone la completa estraneità al “genius loci”, stupito e amareggiato per una operazione progettuale che va avanti quasi avulsa dal necessario legame storico, culturale e umano con la città. In realtà il “genius loci” da lui evocato un po’ alla volta sta emergendo esprimendosi non solo con la “pancia” dei commercianti o con la “testa” di intelletuali e addetti ai lavori, ma anche con lo spirito e la saggezza di tante persone che semplicemente amano il loro paese. Esse vorrebbero che un progetto così importante fosse più condiviso e più in linea con la loro cultura della città, da sempre caratterizzata da dinamismo e lungimiranza (ne è esempio il Piano Regolatore disegnato da Diomede Forlani più di cento anni fa). San Francisco, Los Angeles, San Diego, per vari motivi (rischio di terremoti, culto dell’automobile, immensi spazi disponibili) si sono sviluppate orizzontalmente e soltanto negli ultimi anni hanno costruito il loro cuore commerciale e amministrativo in verticale, con torri di vetro moderne e bellissime. Fatte le debite proporzioni penso che anche noi morcianesi, come le metropoli californiane, non dovremmo aver fretta di sviluppare il nostro centro cittadino in verticale e, specie per la residenza, dovremmo continuare a privilegiare la qualità della vita con tipologie edilizie più consone alle nostre esigenze abitative e ben inserite nell’ambiente urbano e nel verde. Tuttavia se fossimo proprio convinti che il progetto Ghigi è una occasione di sviluppo da non perdere, allora non ci dovremmo accontentare delle ricette già pronte con le quali quel progetto sembra confezionato. Rammentando quanto ogni edificio sia legato alla memoria e alla storia e quanto sia scorretto e superficiale negarne ogni utilità che non sia puramente commerciale e materiale, sono possibili vari approcci progettuali (che non escludono sane valutazioni economiche). In ogni caso il vantaggio o il danno per la nostra comunità andrà verificato concretamente tenendo prioritariamente conto di due punti inderogabili: rispetto delle leggi e delle normative e prevalenza dell’interesse pubblico su quello privato. Tutti gli altri aspetti sono conseguenti: dalle caratteristiche tecniche e funzionali a quelle commerciali, dagli aspetti estetici e culturali a quelli econimici. Nella mia lettera avevo suggerito agli Amministratori un approccio progettuale più rispettoso del “genius loci” e della cultura della città proponendo con spirito costruttivo un possibile schema utile a correggere errori che in questa fase potrebbero essere fatali. La prospettiva di un centro commerciale che non dovesse funzionare perchè carente di dotazioni urbanistiche è concreta e va scongiurata; che dire poi della previsione di concentrare nelle due “palazzine” 120/140 appartamenti poco o nulla serviti da parcheggi pubblici e della scelta “sbrigativa” di demolire tutto rinunciando a conservare, almeno in parte, la memoria storica del Pastificio? Secondo alcuni colleghi sarebbe preferibile fare un progetto Ghigi nuovo piuttosto che “correggere” quello attuale in discussione. Anche io avrei il mio progetto ideale, ma sono convinto che oggi un buon compromesso che recepisca le indicazioni dettate da quella cultura collettiva che è patrimonio della nostra città, sia più utile di un intervento, magari prestigioso, calato dall’esterno. Mi piace tuttavia immaginare un futuro (diciamo fra 50 anni) in cui Morciano, centro naturale della Valconca, ormai dotato di una adeguata rete di trasporti e di infrastrutture, con una popolazione più che triplicata potrà con fiducia potenziare e sviluppare in verticale il suo cuore commerciale e direzionale… allora, sotto la superficie vari piani di parcheggi pubblici e privati, la stazione degli autobus (o della metropolitana), il tutto collegato con bretelle sotterranee alla viabilità esterna… in superficie piazza Risorgimento e piazza Ghigi fra loro collegate e pedonalizzate, finalmente libere dalle automobili… e il complesso ex Ghigi, efficiente, ormai perfettamente integrato e ancora protagonista della nostra storia, coi suoi prospetti e volumi testimoni dell’antica fabbrica… Al contrario non oso neppure pensare che sulla Ghigi si possa ripetere lo stesso errore di cinquant’anni fa… ma le analogie preoccupano! Le conseguenze di quella scelta, cioè di consentire l’ampliamento della fabbrica ormai nel centro di Morciano, sacrificando parte di via Colombari e mezza piazza Risorgimento, si sono rivelate disastrose per la città e per la Ghigi stessa. Dieci anni fa il Pru e il progetto Preger sembravano l’occasione per rimediare a quell’errore fatale, ma le ambiguità della politica e le inadempienze della Con.Sv.Agri. hanno fatto sfumare quella opportunità. Oggi le condizioni dell’economia sono purtroppo peggiori di allora ed anche l’entusiasmo iniziale è calato. Nonostante le “generose” modifiche all’Accordo di Programma fatte dall’attuale Amministrazione, nessuno si illude che sul mercato, oltre a Coop e Conad, si trovi facilmente qualcun altro disposto a ripianare gli ingenti debiti fin qui accumulati e ad investire sulla Ghigi. Tutto ciò significa,come ha affermato anche il nostro Sindaco, rinunciare ad un ideale progetto equilibrato e sostenibile e accettare un compromesso. Dovremo allora (uso il plurale perché la responsabilità oggi come cinquanta anni fa non può che essere collettiva) porre non dei semplici… paletti, ma dei robusti pilastri, condizioni precise e irrinunciabili affinché non possa ripetersi quel disastro.

*Architetto in Morciano




FERRETTI CRAFT, PADRONI CINESI

Noberto Ferretti

Bandiera cinese su uno dei gruppi industriali più prestigiosi del Riminese e del mondo: il Ferretti Craft. Leader mondiale, in bacheca i marchi che hanno fatto la storia della nautica da diporto, è passato nell’orbita di Pechino lo scorso gennaio. Se l’è accaparrato la Shandong Heavy Industry, azienda statale. Con i fornitori previsto un concordato al 75 per cento. Nel portfolio ordini per oltre 500 milioni di euro. Stanno lavorando al 90 per cento della capacità produttiva. Norberto Ferretti, fondatore e regista, e il suo staff resteranno al timone del gruppo. Ora, dicono voci vicine al colosso dei motor yacht, è importante non sbagliare strada. Ma questa volta a tracciarla saranno i cinesi. I passaggi di proprietà sono il complesso gioco di chi fa impresa, della vita, delle fortune. Il gruppo cattolichino da anni era in affanno finanziario; i debiti ammontavano a circa 700 milioni, con oneri troppo pesanti per poter fare impresa. Avevano i prodotti, la storia, il posizionamento del mercato, ma l’esposizione con le banche era totale. Il debito sarà rimborsato al 32 per cento. I cinesi hanno messo sul piatto  circa 350 milioni di euro. In corsa per questa istituzione industriale dell’Italia c’era anche un fondo americano, ma Norberto Ferretti, affermano sempre le voci vicine alla direzione, per tutelare i fornitori, ha optato per i cinesi. Gli americani offrivano un concordato con i fornitori al 20 per cento; cioè su ogni 100 euro di crediti (lavoro fatto) ne avrebbero pagati soltanto 20. Il gruppo è la creatura del bolognese Norberto Ferretti, Norberto. Nasce per gioco. Siamo nel 1968, si costruisce una barca a vela; la porta al salone di Genova. E’ subito successo. Ha bisogno di maestranze, spazi e mare. Da Bologna scendono nel Riminese: Cattolica, Misano, San Giovanni. Capta i cambiamenti dei costumi; dunque piano piano abbandona la vela (ci vogljono troppe conoscenze) per le barche a motore. Le costruisce belle, potenti, inaffondabili. Le chiamano le Ferrari dei mari. Si fanno largo rispetto a marchi vecchi e blasonati. Passione per il tennis e le auto d’epoca, Norberto Ferretti nel ’94 è stato anche campione del mondo di offshore. Negli anni Novanta inizia una rampante acquisizione di marchi: Pershing, Bertram, Riva, Apreamare, Mochi Craft, Crn. Shopping sostenuto dal debito, arrivato a 1,1 miliardi di euro. Il gruppo alla fine degli anni ’90 salta sull’ottovolante della finanza, dove si sale e si scende alla velocità della luce. Passa nelle mani di alcuni fondi (Permira, Candover), con valutazioni che vanno dai 400 milioni di euro del 2000, all’1,7 miliardi di euro nella transazione del 2007 (pacchetto acquistato da Candover). La crisi economica degli ultimi anni ha accelerato il passaggio nelle mani asiatiche. Nel periodo delle acquisizioni e del fatturato che quadruplicò in tre anni, i finanziatori guadagnarono più di 50 volte l’investimento iniziale. Oggi L’impero Ferretti, da un punto di vista produttivo, se l’è cavata anche in questi tre anni di crisi. Nel 2008 fu boom; nel 2009 un disastro. Nel 2011, la produzione ritorna ai livelli del 2008. Nel 2012, si dovrebbe riconfermare il fatturato 2011. Golf Club Riviera Noberto Ferretti è l’ideatore del Golf Club Riviera a San Giovanni in Marignano. Investimento: 26 milioni di euro.

I NUMERI
Duemila addetti e ordini per 511 milioni.
In cifre il Gruppo Ferretti Craft impiega direttamente 2 mila persone, con l’indotto si arriva a 8 mila. Una delle aziende di punta del made in Italy con un portafoglio ordini pari a 511 milioni e debiti per 600. Alcune dei suoi marchi: Pershing, Bertram, Riva, Apreamare, Mochi, CRaft, Crn, Ferretti Yacht.



SALVI

“Eroi i filippini che ci hanno aiutato. Eroi chi cedeva il passo ed era davanti. Eroi gli abitanti dell’Isola del Giglio che ci hanno dato tutto”. A parlare così è Omar Brolli, 18 anni, un metro e ottantasette di altezza, che si è comportato semplicemente bene, da uomini, la sera di venerdì 13 gennaio alle 21,42. L’ora X in cui “Concordia”, la nave di Costa Crociere di quasi 396 metri di lunghezza e 36 di larghezza, ha urtato gli scogli a pochi metri dalla costa dell’Isola del Giglio (Toscana), perché l’uomo ha smesso di rispettare la natura, preso troppa dimestichezza col mestiere, come recita un antico adagio lombardo. O semplicemente ha dimenticato il coraggio di Ulisse: prima l’accortezza, poi il resto. Ci sono dei momenti in cui gli uomini perdono la ragione senza ragionevoli perché. A bordo c’erano anche molti riminesi. Due morti, William e la figlioletta di 5 anni (in totale 17 morti e 16 dispersi). Tra loro anche 15 componenti della famiglia Brolli. Il regalo per festeggiare i cinquant’anni di matrimonio dei “vecchi”. Al momento dell’urto, una parte dei Brolli erano in teatro, terzo piano a prua. Stavano assistendo ad uno spettacolo di magia cominciato alle 21,30. Ricorda Omar: “Poco dopo l’inizio del numero, sentiamo un tonfo sordo; con la nave che si scuote leggermente. Abbiamo pensato ad un’onda anomala; anche perché era da un paio di sere che il mare all’ora di cena si faceva un po’ sentire. Lì per lì si pensava a qualcosa di semplice, anche se la marcia si blocca e le luci si spengono. Ma si accendono quelle di sicurezza. Parte un messaggio in più lingue; ci viene comunicato che c’è un problema tecnico e che in pochissimi minuti lo avrebbero sistemato.  C’è un po’ di paura, ma a guardare attorno, notiamo che il personale è tranquillo. Ci tranquilliziamo anche noi. Però, seppur lentamente, molto lentamente, la nave inizia a inclinarsi. Usciamo dal teatro e facendo !  una cinquantina di passi andiamo verso il grande spazio della reception per chiedere informazioni. C’è una sola ragazza. Le dico che capisco che non ci dobbiamo preoccupare, ma che cosa consiglia di fare dato che abbbiamo la nonna Lilly in carrozzina? Mi risponde che tutto è a posto, che ci possiamo sedere e di portare la nonna a letto. E che non dobbiamo indossare i giubbotti salvagente”. La prima ora del naufragio della Costa Concordia è ben strana. In tanti intuiscono la gravità, ma il tran tran continua. C’è che resta la ristorante, chi continua a bere al bar, chi va fuori a fumare. Chi fa battute, tipo: “Te l’immagini se la nave dovesse affondare”. Sembrava a tutti impossibile che un mastodonte simile potesse piegarsi alla natura. Omar: “I miei genitori vanno sul ponte del terzo piano a fumarsi una sigaretta. E lì ascoltano una battuta dei compagni di crociera: ‘Se ci dovesse succedere qualcosa, andiamo a nuoto a terra. Mi sorella piccola, Vanessa, dice, schezando,  che ci sta succedendo come al Titanic. Mentre mio sorella grande, Federica, e mia cugina, Eleonora, escono fuori a braccia spiegate e rifanno l’angelo di Brad Pitt nel famoso film. Io intanto col mio telefonino scatto foto e faccio riprese. Per almeno mezz’ora respiriamo una tranquillità particolare. Noto che il personale è traquillo. Passa più o meno un quarto d’ora e le luci d’emergenza spariscono. Fa seguito il secondo messaggio, rinnova il primo: c’è un problema tecnica al quale si sta ponendo rimedio. Finito il messaggio, ritornano le luci d’emergenza”. “Passano pochi minuti – rimarca Omar – e dagli altoparlanti esce un messaggio in codice fatto di parole e numeri. Appena dopo, il personale inizia a corrrere, a essere frenetico, a indossare i giubbotti, come formiche di un alveare molestate. Capisco che è successo qualcosa di grosso. Siamo sempre al terzo piano. Fermo un dipendente e gli chiedo come mai se è un semplice black out la nave sia immobile. Mi risponde che non posso capire perché non conosco com’è fatta una nave. Capisco che mi sta prendendo in giro”. Mentre buona parte dei Brolli sono al terzo piano, zona hall, le sorelle Federica e Vanessa salgono al quarto piano. Chiedono ad un dipendente, Michele, col quale hanno familiarizzato i giorni precedenti, che cosa sta succedendo. Consiglia loro di infilarsi i giubbotti di salvataggio. Lui e tutti i dipendenti lo avevano già addosso. Calzati i giubbotti, le due ragazze scendono al terzo piano e invitano i familiari a fare altrettanto. Omar: “Torno a chiedere delucidazioni alla ragazza dell’ufficio informazioni, che per l’ennesimo volta, mi raccomanda di stare tranquillo. Lei intanto si infila il giubbotto e i inizia a fermare il computer con del nastro adesivo. Mentre al nostro piano è ancora tutto tranquillo. Federica, mia sorella maggiore, 20 anni, ci informa che di sopra, quarto piano, tanti passeggeri hanno già il giubbotto. Vado al sesto piano, nella mia cabina, a prendere i giubbotti. Ce n’erano tre. Li do alla mamma, alla nonna in carrozzella e al nonno. Torno di sopra a cercare le mie sorelle. Fuori è buio pesto. Le trovo impaurite che piangono. Insieme, scendiamo al terzo piano. Siamo tutti riuniti. Continuano a giungere messaggi in codice, parole e numeri, dagli altoparlanti. Alcuni del personale piangono e si gettano per terra assaliti dalla paura. Ad una dico che non si piange davanti alle persone, ai bambini, alle donne. Tutti capiamo che sta succedendo qualcosa di… Nessuno tra i crocierist!  i ancora urla”. Qui avviene la svolta. Omar: “Dall’alto parlante una voce dice che sta parlando a nome del comandante e che ci dobbiamo dirigere verso le scialuppe di salvataggio chiamate navette; possono accogliere fino a 150 persone. Poco prima, mio babbo era andato a prendere nella sua cabina altri giubbotti. Cerco di fermare  il personale per un aiuto; dobbiamo portare la nonna in carrozzina al quarto piano, quello delle lance di salvataggio. Tutti mi dicono di aspettare e che sarebbero arrivati in un paio di minuti. Ma nessuno si rifà vivo. Fermo due del personale e intimo loro di darmi una mano a salire le due rampe di scale per il piano delle scialuppe. Al quarto piano, la nostra famiglia viene divisa; ad ogni cabina corrispondeva una navetta. Io, insieme ai nonni, e ai genitori sono sul ponte 4, zona A (lato della nave non adagiato sul mare). Mia zia con le quattro figlie, mia sorella e mia cugina Eleonora sul lato mare, zona 4B. C’era una ressa irracontabile, con persone che urlava!  no. Credo che il caos con una buona organizzazione potesse essere governato. C’era gente che si picchiava per salire per prima sulle scialuppe. C’era gente che si aiutava l’un l’altra. C’era gente scalza. C’era gente in pigiama. Il tutto avvolto nel panico. Panico. Panico ovunque”.  “Suggerisco – continua Omar  – alla mamma, a mia sorella Veronica, 13 anni e al babbo di andare verso la loro navetta. Io dovevo andare verso un’altra con i nonni. Piano della nave inclinato scarpe lisce, faccio una fatica mostruosa a spingere la carrozzina con la nonna. Urlo ‘handica, handicap, handicap’, per passare. Mi do anche forza, urlando. Non so dove vado a prendere tanta energia. Penso che o ce la faccio, o resto sepolto qui. Aiuto i nonni a salire sulla navetta. Torno indietro, aiuto la signora tedesca con la figlia che ha difficoltà a camminare. Do una mano a salire anche ad una giovane coppia sui trent’anni. Lei è in carrozzina; il marito è nella paura. Li faccio salire. Nella ressa per la salvezza, mi sento tirare; mi giro. E’ una ragazza bionda in carrozzella. La prendo in braccio e la faccio salire. All’ingresso della navetta un addetto filippino mi prende per un braccio e mi tira dentro. Salgo ma non so nulla della mia famiglia. Mi chiedono di mettermi di fi!  anco al timoniere della navetta. Da quella posizione ho cercato di dare coraggio. Siamo rimasti penzoloni agli argani per una quaratina di minuti. Un’eternità. Mentre eravamo in quella posizione, mi chiama sul cellulare la zia dalla Germania. Mi dice che tutt’e 15 i familiari sono in salvo, eccetto Federica e Eleonora. Piano, piano, veniamo calati in mare non senza difficoltà, dato che la parete della nave era inclinata. Per bilanciare la scialuppa che urtava contro il fianco, ci spostiamo sul lato dell navetta. Non lo pensavo, ma tranquillizzavo gli altri dicendo che tutto andva bene. Che eravamo in salvo. La discesa in acqua è lenta e infinita. Dopo pochi minuti siamo nel porticciolo dell’Isola del Giglio. Aiuto a far scendere. Metto al sicuro i nonni e mi metto alla ricerca degli altri familiari. Vedo la Federica, la mamma, gli altri… Manca il babbo. Manca Misha, l’amico tedesco”. “Mio padre – continua Omar nella narrazione – attraversa tutt la nava da prua a poppa per trovare le navette disponibile ad accogliere lui, mia madre e la mia sorellina. Giunge quasi alla fina, ma gli addetti alla scialuppa non vogliono far salire nessuno. Prende prima mia madre e  poi mia sorella e la scarventa abordo come fossero sacchi. Si fanno un po’ di male. Mia sorella sviene, ma sono salve.  Mio padre e Misha a bordo si chiedono che cosa fare. Le navette sul latto in alto sono finite. Si stacca dalla balaustra e si lascia scivolare sul lato della nave in acqua. Entra negli spazi chiusi e trova altre persone che urlano terrorizzate e che cercano la salvezza. Lo chiama sul cellulare, da Misano, l’amico Rudy Scandiffio per chiedere come sta. Aveva sentito che la Concordia stava per affondare. Mio padre risponde che è al bar che aspetta un caffè, ma il personale è un po’ lungo. Subito dopo chiama una zia dalla Germania. Le dice che forse non ce la farà e di salutare i su!  oi, ai quali vuole un mondo di bene. La zia chiama subito dopo noi che eravamo al sicuro al portoe ci dice che il babbo è ancora  sopra. Di Misha non  abbiamo più notizie. Mio padre raggiunge il lato della nave in acqua e viene tratto in salvo da una scialuppa che fa avanti indietro, nave-porto, con i passeggeri. Quando vedo arrivare una barca con la testa di mio padre che svetta, per via della stazza, è bellissimo. Per sicurezza portaimo mia nonna in un ambulatorio pieno di feriti; ricordo un’animatrice bionda dal volto sfigurato. Mia nonna viene portata in elicottero in ospedale sulla terraferma. Noi siamo rimasti sull’isola del Giglio per 3-4 ore. Dopo abbiamo preso il traghetto per Santo Stefano. Da qui, dopo cinque ore di pulmino, raggiungiamo Savona. Dove  incontriamo l’amico Misha”. “Al Giglio – ricorda Omar – la gente ci ha accolto con affetto. A braccia aperte. Un albergatore ci9 ha dato da magiare, da bere, ci ha  vestiti”. Omar incontra il comandante Francesco Schettino una volta sbarcato. Racconta: “Quando siamo scesi a terra, la maggior parte degli ufficiali, marinai, dipendenti, conosciuti sulla nave nei giorni di crociera era già tutta a terra. Un ragazzo francese mi ha detto di aver visto il comandante insieme ad altri ufficiali salire su una delle prime scialuppe. Dopo lo sbarco io ci ha parlato col comandante. Gli ho chiesto com’era stato possibile un fatto simile. Mi ha risposto che uno giovane come me non poteva giudicare l’operato di uno che va in mare da oltre trent’anni. Mia cugina lo ha insultato”. A Omar gli chiediamo che cosa si porta con sé di questa nottata. Dice. “Ho consociuto meglio me stesso. Mi sono sempre chiesto dove potessi arrivare nel momento del pericolo. Lì, volevo che i miei familiari con tutte le persone si potessero salvare. Ho conosciuto belle persone. Ne ricordo una su tutte. Arnel 40 anni, era addetto alla mia cabina. Sempre sorridente, non appena uscivo dalla cabina, lui entrava e la rimetteva in ordine, spazzolino da denti compreso. La cabina tornava perfetta. E voglio dire anche qeusto. sono stati eroi gli abitanti del Giglio, eroi i componenti dell’equipaggio che ci hanno aiutato. eroi che ti faceva passare davanti per salire sulle lance di salvataggio. capisco la situazione, capisco la paura, ma ho visto molto casino, molta disorganizzazione fin dall’inizio”. Federica, la sorella di Omar, ha fatto passare davanti tutti. Pensava: “Alla peggio vado a riva a nuoto”. E’ stata portata in porto da una zattera di salvataggio.