Ricciotti, gioverà ricordarsene

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LA STORIA

– “Alla memoria di mio padre che mi insegnò ad amare, nonostante tutto, questa città”.
Italo Calvino, ideatore della collana Centopagine di Einaudi, soleva dire che in un testo breve si possono dire le stesse cose che si dicono in un libro di mille pagine. Questo pensiero (si parva licet…) mi guida – imperativamente – nella scrittura dei miei lavori, che amo chiamare ‘librini’, come ‘Riminesi nella bufera’ (del 2005), Luigi Tonini (del 2009) e, ora, questo. l’Editore Panozzo, per fortuna dei lettori, concorda”.
Romano Ricciotti, magistrato a riposo, si è applicato alla coltivazione delle memorie riminesi.
Il signore che scrive con questo tocco lieve, elegante e sferzante non può essere che perbene. E fuori dai canoni, molto fuori dai canoni dell’autolesionistica cultura italica. Romano Ricciotti non è un magistrato in pensione, ma a riposo, come ama scrivere. Ha sempre esercitato la nobile professione fuori Rimini, per non dover giudicare amici, conoscenti, semplici concittadini. Non perché avrebbe potuto perdere l’equilibrio ma per non essere additato come quel “pataca ad Riciotti…”. Nel dubbio ha sempre optato per la non colpevolezza. Come si vede, uomo di spirito Ricciotti e dalla cultura vasta e precisa.
Ha appena pubblicato “Soldati e soldataglia” (Editore Panozzo e grazie al contributo di Civis Augustus, 86 pagine). Le pagine sono già uscite sotto forma di articoli nella rivista “Ariminum” diretta da Manlio Masini tra il 2008 ed il 2000. Tredici capitoletti che rappresentano curiose finestre dalle quali osservare la piccola storia di Rimini dal 1943 al 1949. Annate non proprio felici, né per l’Italia, né per Rimini. Ma questa è la nostra storia e tanto vale approfondirla e trarne giovamento per il presente.
I divertenti e umani episodi prima durante e dopo il passaggio del fronte sono introdotti da un contesto generale “In Italia, dal settembre 1943 alla primavera del 1945”. Quattro pagine che danno il senso di quello sciagurato periodo in cui la casa regnante dei Savoia e Badoglio non fanno proprio una gran figura, non di statisti, ma di uomini. Una combriccola di quaquaraqua direbbe poi lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia.
E in guerra, come nella vita, come nel lavoro, come a scuola, ci sono momenti alti contrapposti a quelli da dimenticare. C’è il soldato tedesco che con le armi si fa consegnare la bicicletta dal malcapitato e c’è anche il comandante tedesco che fa uscire i civili dal borgo di Montecodruzzo sopra Cesena. Nella notte un bombardamento alleato lo rade al suolo, uccidendo molti suoi soldati. Il parroco lo ringrazia, nel dopoguerra, con una targa non priva di coraggio.
E che cosa dire dei soldati tedeschi che ricevettero l’ordine di far saltare in aria l’arco di Augusto e il ponte di Tiberio? “Il sindaco di Rimini Nicola Pagliarani ricevette la vedova per onorare la memoria del marito”.
E forse il boom turistico dei tedeschi a Rimini dagli anni ’50 ai ’70 è dovuto anche al grande campo per prigionieri tra Bellaria a Riccione. In tutto 140.000 soldati. Venne chiuso nel 1947.
Ricciotti, magistrato a riposo, nelle veloci pagine scritte per gli altri, onora la riminesità.

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