Quando don Oreste non mangiò il pollo “rubato”

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– Benedetta gioventù. Sempre bella. Sempre pronta alle sfide. Sempre con una punta di sana goliardia. Almeno nei giovani che custodiscono tutto questo ben di Dio. Siamo nel 1950, anno giubilare. Cinque-sei amici sui vent’anni decidono di andare a Roma in bicicletta. Con loro anche don Oreste Benzi, giovane prete (era del 1925). Fanno tappa in un convento di clausura dopo il Furlo. Grazie all’abito talare di don Oreste mangiano gratuitamente. Si riposano in un’aia di contadini. Arraffano il pollo. La sera lo cucinano. Don Benzi si rifiuta di mangiarlo; era stato rubato. In tre giorni sono in San Pietro; lo confessano nella basilica. Con la canna in testa, viene data loro l’assoluzione dal peccato. Dice loro il confessore: “Avete rubato un pollaio?”. “No, solo uno”. Per il ritorno, i sei giovani passano per la Toscana, in un largo giro d’istruzione. Nei ricordi di uno di quei protagonisti, Giuseppe, l’amico don Oreste era un giocatore d’azzardo, che credeva nella Provvidenza.

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