Banche locali, la crisi le rafforza

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L’INCHIESTA

di Francesco Toti

“Sul futuro voglio citare il cardinal Tonini. Dice che le casse rurali sono nate da una scommessa e da una utopia. Che il primo prestito fu per acquistare un aratro e un maiale. E la scommessa non fu la restituzione dei soldi, ma mettere in moto un meccanismo di crescita”

– Rapporto diretto col cliente, profondo conoscitore del tessuto sociale e delle sue dinamiche (sia nei vizi come l’evasione fiscale, sia nelle virtù come la capacità di produrre ricchezza), la crisi economica rafforza la banca locale. Al settembre del 2010, le sette banche provinciale detenevano il 75% degli impieghi (7,85 miliardi le locali, contro i 3,9 miliardi delle nazionale. A confrontare il dato col 2005, si ha che gli impieghi degli istituti locali ammontavano a 5 miliardi di euro; mentre quelli nazionali a 3,2 miliardi. Un indicatore ben oltre il 30 per cento.
Insomma, nei momenti di difficoltà c’è un ritorno all’aia di casa, che è rassicurazione e innocenza, direbbe Andrea Camilleri. Ne chiediamo la chiave di lettura a Fausto Caldari, presidente della Banca di Credito Cooperativo di Gradara. Argomenta: “Il ruolo della banca locale va ben al di là delle competenze tecniche; è un mondo con forti relazioni sociali. E di appartenenza e sensibilità. La banca locale ha attenuato l’impatto della crisi sulle famiglie e sugli imprenditori, ma non si può sostitiure alle politiche dello Stato, del governo, per rilanciare la produzione. E’ al governo che si chiedono interventi strutturali. Una gran parte delle nostre difficoltà sono dovute all’incapacità della politica nell’affrontare il momento. Si dovrebbe dare la caccia in modo giusto a chi evade, al patrimonio”.
Dello stesso parere di Caldari è Luigi Sartoni, direttore generale della Banca Popolare Valconca. “Purtroppo non abbiamo un governo ed è ora di dire basta a questa situazione di precarietà. Con chiunque si parli, di qualunque idea, in coro si dice basta. L’immoralità sono i messaggi peggiori per l’italiano che lavora e tira la carretta”.
“Lo Stato – continua Sartoni – ha bisogno di soldi per finanziare un debito pubblico che risulta improduttivo e li paga molto. Se i titoli di stato rendono più del 5%, io banca li devo pagare di più. E li devo anche rivendere ad un prezzo maggiore. L’alternativa non esiste, la gente, con tali appetibili tassi, acquista il debito pubblico. Così i costi dello Stato ricadono sulle famiglie e sulle imprese. Con i tassi destinati a crescere si mettono in difficoltà le famiglie; con le imprese che rischiano di chiudere”.
Con Sartoni si ritorna sul ruolo della banca locale: “E’ più elastica e nelle frenate economiche emerge con forza la sua funzione. Conosce meglio le aziende e le famiglie del suo territorio. Le grandi hanno i parametri di Basilea2; con noi il cliente si fa una ragionata. Poi da noi c’è ancora un bel tesoretto. Diciamo che la banca continua a fare il proprio mestiere; abbiamo anche supplito all’assenza di altre istituzioni”.
Se due punti di vista, come si suol dire, sono una mezza prova, tre diventano quasi una certezza. Giancarlo Morelli è il direttore generale di Banca di Rimini. “Credo che la banca locale – afferma con forza – lo sa meglio delle nazionali quando dare l’ombrello aperto e a chi. Soprattutto sa perfettamente che non va ritirato quando piove. Sono del parere che la banca abbia grosse responsabilità e sarebbe grave se non fosse capace di valutare chi merita di essere sostenuto nei momenti difficili. Lo considero quasi un obbligo. Purtroppo, nella provincia di Rimini abbiamo un tipo di cliente dove a volte siamo costretti a dare valore alle qualità soggettive e di conoscenza diretta e non ai numeri, come sarebbe normale. E quando non ci sono i numeri spesso si è in difficoltà”.
Con il manifatturiero sotto del 20-30 per cento rispetto al periodo prima della crisi, estate del 2008 (esplode al ritorno delle vacanze in settembre), Caldari, Sartoni e Morelli, dal loro osservatorio privilegiato, concordano che il turismo sta ossigenando l’economia provinciale.
Caldari: “Lo dicono i numeri e lo dicono le sensazioni generali. Al 31 agosto 2011, la nostra raccolta è aumentata di circa il 10 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. L’estate sta attenuando la crisi nella nostra provincia; anche se la partenza non è proprio stata positiva. I numeri importanti si sono fatti dalla metà di luglio in poi, anche grazie alla bella stagione. Dentro questa cornice positiva, ci sono anche nei come il commercio e la ristorazione. Invece, si salvano i negozi di livello medio-alto”.
Morelli: “In termini generale, gli operatori turistici hanno fatto meglio, beneficiando di un Mediterraneo caldo politicamente e del sole. Però la fiducia nel sistema, che ti manda in vacanza tranquillo, non è affatto migliorata”.
Sartoni: “Le presenze ci sono state, indubbiamente. In agosto non si è perso un solo giorno grazie al sole. Se il turista spende o no è difficile dirlo; certo che albergatori e bagnini se la sono cavata meglio degli altri operatori”.
Se pensare l’economia sul medio e lungo periodo è un po’ come prevedere il tempo oltre la fatidica settimana, che cosa aspettarsi? Sartoni: “Se nei prossimi mesi la produzione della nostra area riuscirà a mantenere questo livello, che è già un buon livello, siamo ben messi. Oramai i giochi però li fanno la finanza pubblica e la finanza più in generale”.
Caldari: “Sul futuro voglio citare il cardinal Tonini. Dice che le casse rurali sono nate da una scommessa e da una utopia. Che il primo prestito fu per acquistare un aratro e un maiale. E la scommessa non fu la restituzione dei soldi, ma mettere in moto un meccanismo di crescita”.

Caldari: “E’ al governo che si chiedono interventi strutturali. Una gran parte delle nostre difficoltà sono dovute all’incapacità della politica nell’affrontare il momento“

Sartoni: “Lo Stato ha bisogno di soldi per finanziare un debito pubblico che risulta improduttivo e li paga molto. Se i titoli di stato rendono più del 5%, io banca li devo pagare di più“

Morelli: “In termini generale, gli operatori turistici hanno fatto meglio, beneficiando di un Mediterraneo caldo politicamente e del sole. Però la fiducia nel sistema, non è affatto migliorata”

Carim, patrimonio della collettività

PUNTO DI VISTA

“Ho lavorato in banca per 10 anni. E ammiravamo la prudenza creditizia della Cassa di Risparmio. Quando qualche cliente difficile non riusciva ad avere gli affidamenti da loro, veniva da noi che eravamo più laschi”. Questa era la Carim nel giudizio di un ex bancario. Oggi, ha bisogno di 120 milioni di euro per essere ricapitalizzata. Soprattutto ha bisogno di ossigeno dal Riminese e non di un cavaliere bianco (che poi sarà nero) che giunge da fuori e si porti via con sé il frutto di un patrimonio della comunità.
Almeno quattro le ragioni del dissesto Carim e tutte si sono consumate in meno di un decennio con una lunga e incredibile serie di errate valutazioni, avvalorando ancora una volta il vecchio detto: “Le noci finiscono anche a bacucco”. Il primo errore risale al 2002, acquista 27 filiali da Capitalia. Le paga circa 100 milioni di euro; si sono rivelate improduttive. Altro errore nel 2005, acquista, sempre per circa 100 milioni di euro, il Cis (Credito industriale sammarinese). Ora vale molto meno.
Il terzo errore è tutto targato dal veneto Alberto Martini, l’ex direttore generale. Porta a Rimini una decina di figure professionali, deprimendo le conoscenze e umanità interne.
Ultimo elemento di sventura, pensa più al grande cliente che al piccolo. Nella primavera dello scorso anno, c’è un’ispezione di Bankitalia. Il 4 ottobre del 2010 giungono i commissari Piernicola Carollo e Riccardo Lora.
La Fondazione (con il 73% è la proprietaria della Cassa) dovrebbe coinvolgere istituzioni e privati del territorio a 360 gradi, altrimenti non troverà in loco neppure mezza lira dei 120 milioni del fabbisogno. Chi è disposto a prestare dei soldi, tanti soldi, e non contare nulla? Dato che la Fondazione avrebbe ancora il 51 per cento delle azioni. Sarebbe sufficiente un nobile patto di sindacato, con dei consigli di amministrazione di riconosciuto prestigio. E buon senso.

NUMERI

Un reticolo di 310 sportelli

– Nella provincia di Rimini a fine 2010 risultavano 310 sportelli bancari (erano 259 nel 2005), pari all’8,8% degli sportelli regionali (3.531). Mentre ha sede il 12,3% delle banche regionali: 7 a Rimini e 57 in regione.
IMPIEGHI E DEPOSITI
Al 30 settembre del 2010, gli impieghi (denaro prestato alla clientela) ammontavano a 11,9 miliardi di euro; di cui ben 4,44 miliardi erogati dalle banche piccole (sono tali se i fondi intermediati stanno tra 1,3 e 9 miliardi).
Mentre i depositi, allo stesso periodo, ammontavano a 5,4 miliardi; 2 miliardi nelle casse delle banche piccole.
Nel confronto regionale, la provincia di Rimini eroga il 7,2% degli impieghi e detiene il 7% dei depositi.
SOFFERENZE
Sempre alla fine di settembre del 2010, ammontavano a 517 milioni di euro (l’8% della regione). Tra il 2008 ed il 2010, l’incremento delle sofferenze è salito del 62,6%; da 318 milioni a 517. Numeri che la collocano a metà classifica regionale. Un segnale della crisi economica iniziata nel settembre del 2008.
CREDITO
Alla fine del 2009, la propensione al credito della provincia (rapporto impieghi/depositi), +214%, era superiore alla maggior parte delle province regionali (+172,5%).
RISCHIO
Il tasso di rischio provinciale (3,6%), era leggermente superiore alla media regionale, 3,3% e inferiore alla nazionale, 3,8%.
SAN MARINO
Questi indicatori economici sono falsati dalla presenza di San Marino come cassaforte del nero e non solo.

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