Baldacci, il segno e le cose

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SGUARDI D’ARTISTA

di Annamaria Bernucci*

– Un tempo il suo nome era Serra del Sasso: il paese è ancora incuneato in un lembo di terra di confine tra S. Marino e la Romagna; la Valconca si dipana ai piedi della sua sommità, una rupe fatta di gessite in cima alla quale sopravvive l’impronta dell’antico incastellamento e l’originaria struttura medievale nel giro delle mura e nella disposizione delle case, avvolte da una luce antica.
L’isolamento non sembra turbare Luciano Baldacci che vive e lavora nell’assorbente silenzio di Sassofeltrio. Ed è proprio da questo osservatorio, quasi un avamposto che preserva i particolarismi della provincia (come quella montefeltrana) che si rafforza e trae nutrimento la ricerca dell’artista.
Inconsapevolmente ‘eremitico’ quel tanto che basta per dirigere le sue esplorazioni sulla poesia del reale e su un naturalismo di stampo ‘romantico’, Baldacci sorride del suo riserbo, come un moderno Iperiore alla ricerca della sua strada. “Non mi interessa inseguire il successo commerciale, non combatto con l’ideologia del moderno – dice -, le ragioni del mio lavoro sono tutte nella grande forza che l’arte e l’arte di disegnare mi dà”. Qui ha il suo studio, gremito degli strumenti del mestiere che è quello antico dell’incisore, qua e là gli oggetti (foglie, sassi, bacche) che scivolano nelle sue rappresentazioni occupando preziosi primi piani.
Baldacci è nato nel 1957 a Macerata Feltria, si è formato alla Scuola del Libro di Urbino che sin dalla nascita è stata punto di riferimento nazionale delle tecniche incisorie. L’abitudine minuziosa all’analisi, all’avventura nel cosmo della natura traggono ragione da quella scuola che è stata magistero di Francesco Carnevali e di Leonardo Castellani.
I paesaggi che circondano il paese si inseguono a perdita d’occhio in corrugazioni e distese infiammate dal sole, che appariranno spogliate, ciclicamente, dai rigori delle stagioni: sono le stesse vedute, richiamate da un casolare diroccato o da un elemento architettonico che si svelano nelle incisioni e nei disegni di Baldacci. Una predilizione equanime, la sua, sia per le nature morte, che per il paesaggio, un incontro lirico e sospeso, che i segni sottilissimi della matita o della punta d’acciaio tramutano sul supporto, carta o lastra, in una trama di insuperabile tecnica esecutiva.
La forma del reale, con i mezzi della rappresentazione grafica e anche della pittura, sorprende. Il dosaggio del chiaroscuro crea ombre vellutate, lo spazio diventa sospeso, mentale.
Accade che gli oggetti che emergono appaiano in una luce stupefatta, ma concreta.
Sono il frutto di una contemplazione prolungata, piccole cose, mai scelte per caso, ma scandite da un ordine di preferenza e di curiosità, un fiore, un animaletto dei campi, una pietra. Quella lenticolare acutezza dell’osservazione si mostra negli ‘oggetti di ferma’ che prendono consistenza davanti agli occhi.
Le cose non si avvertono per via di aggettivazioni ma perché si svelano nella loro naturalezza.
Davanti al paesaggio feretrano Luciano Baldacci si pone in ascolto, lo assorbe, lo decanta; ce lo restituisce trasformando i dati oggettivi in una sospensione spaziale e temporale, dove le forme si rivelano in una logica di composizione in cui nulla è dato dall’accidentalità; e i luoghi segreti, dalla bellezza discreta della Valconca si aprono verso un tempo infinito, pur possedendo il dono della quotidianità.

*Direttrice della Galleria comunale S. Croce di Cattolica

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