Turismo, numeri e discussioni

CURIOSITA’

– Un’altra stagione turistica estiva è andata, ma su come sia andata, nonostante i numeri, ancora si discute, e non poteva essere differente, visto che la stagione di cui stiamo parlando è la romagnola, cioè la nostra!
L’ombra della crisi mondiale che diviene sempre più incombente pare non abbia ancora oscurato il sole della nostra passata stagione e in riviera gli albergatori sembrano soddisfatti, tanto da affermare frasi come “nonostante la crisi io non sono andato poi tanto male..” che per noi non addetti credo si possa tradurre con un semplice “E’ andata proprio bene!”.
Le cifre parlano di rialzo delle presenze, il turista estero è sempre meno tedesco, ma pare piacciamo tanto ai russi e non dispiacciamo ai cugini francesi attratti sicuramente dai nostri servizi e dai prezzi competitivi rispetto alle loro famose coste .
Il turismo estero si rivolge quasi esclusivamente al Grande Albergo dove i servizi sono garantiti ad un livello assai più alto e competitivo.
Non male il piccolo albergo, che sa ancora di Romagna old style (d’una volta), di mitiche ‘azdore” tuttofare, di impeto celtico e genuina cortesia, di quel coraggio imprenditoriale che ha permesso di costruire un industria turistica, tra le più fiorenti di Italia, dalle macerie della ultima guerra.
Quanto dell’impeto romagnolo sia rimasto nell’imprenditoria alberghiera? Chiesto a Piero Vanni: albergatore e pittore.
Piero ha un albergo, piccolo ma con dei bei servizi, e gli ho chiesto speranzosa di parlarmi quanto il mio amato stile romagnolo influisse ancora nella gestione dell’albergo e lui credo non mi abbia riso in faccia per cortesia.
Mi ha parlato di come la gestione di un albergo oggi sia lontano dalla mia idea epica di pensione famigliare, che pur esistono ancora, ma che quasi certamente soffrono maggiormente il cambio della tipologia turistica. Infatti. È aumentato esponenzialmente il ricambio, cioè un turismo breve fatto di pochi giorni, famiglie che vogliono garantiti i servizi quali il wi-fi, l’aria condizionata, il cuoco bravo che proponga una cucina di qualità e il tutto a poca spesa per essere concorrenziali.
A chi chiede quali sono le qualità dell’albergatore, Piero risponde che ci vuole una certa vocazione per questo mestiere, che guadagnare è importante ma non si può lavorare solo pensando a quello se no non si cresce, bisogna avere occhio per il futuro, sapersi aggiornare, investire nei servizi.
“Ma quale carattere romagnolo, forse non lo abbiamo neanche più !”, ha affermato.
“Anche se- ha poi aggiunto – i turisti toscani dicono che vengono qui perché siamo più simpatici, ma non conta niente, semmai un valore aggiunto!”
Poi ha parlato di come la riviera sta cambiando fornendo sempre servizi più specifici, che i bagnini stanno trasformando il concetto di spiaggia, anche alimentando diverse polemiche, che gli albergatori invece stanno incrementando i servizi legati alla multimedialità, e che invece la provincia dovrebbe far la sua curando meglio l’arredo urbano, le infrastrutture perché al turista piace stare bene in un bel posto… e mentre si faceva trascinare viene fuori che il carattere romagnolo non era affatto perduto, era proprio questo guardare avanti con originalità e lungimiranza che rende peculiare la nostra industria turistica.

Della Del Cherico




Quando don Oreste non mangiò il pollo “rubato”

– Benedetta gioventù. Sempre bella. Sempre pronta alle sfide. Sempre con una punta di sana goliardia. Almeno nei giovani che custodiscono tutto questo ben di Dio. Siamo nel 1950, anno giubilare. Cinque-sei amici sui vent’anni decidono di andare a Roma in bicicletta. Con loro anche don Oreste Benzi, giovane prete (era del 1925). Fanno tappa in un convento di clausura dopo il Furlo. Grazie all’abito talare di don Oreste mangiano gratuitamente. Si riposano in un’aia di contadini. Arraffano il pollo. La sera lo cucinano. Don Benzi si rifiuta di mangiarlo; era stato rubato. In tre giorni sono in San Pietro; lo confessano nella basilica. Con la canna in testa, viene data loro l’assoluzione dal peccato. Dice loro il confessore: “Avete rubato un pollaio?”. “No, solo uno”. Per il ritorno, i sei giovani passano per la Toscana, in un largo giro d’istruzione. Nei ricordi di uno di quei protagonisti, Giuseppe, l’amico don Oreste era un giocatore d’azzardo, che credeva nella Provvidenza.




Eros e Agape, la sessualità come crescita spirituale

CONFERENZE – BELLARIA

– Nelle culture occidentali esiste da sempre una scissione tra spiritualità e sessualità, dove alla prima si attribuisce il valore di “sacro” mentre alla seconda quello di “profano”. Questo è dovuto ai millenari condizionamenti culturali e religiosi. Una contrapposizione che ha fatto sì che, nel corso dei secoli, spiritualità e sessualità viaggiassero sempre su binari ben distinti, inconciliabili tra loro. Oggi questa distanza si sta affievolendo; vi è una accresciuta consapevolezza che sta favorendo una nuova visione del rapporto tra sessualità e spiritualità. Ed è proprio questo – mostrare questa intima connessione nella sua originaria natura e nelle sue molteplici sfumature – l’obiettivo del convegno internazionale “Eros e Gapae – La sessualità come via di crescita spirituale” in programma al palazzo del turismo di Bellaria il prossimo 30 ottobre.
Una giornata ricca di interventi, che si aprirà alle 9,45 con la biologa canadese, Claudia Rainville, autrice di best seller tradotti in tutto il mondo e considerata una delle massime esponenti nel campo della medicina psicosomatica. Nel suo intervento approfondirà i rapporti tra la Metamedicina, l’approccio da lei ideato, e le malattie legate alla sfera sessuale, e soprattutto mostrandone come ne è possibile guarire.
A seguire Igor Sibaldi, scrittore, uno dei massimi esperti italiani di teologia e storia delle religioni, condurrà il pubblico in un viaggio nel passato, illustrando le strutture sessuali nelle sacre scritture.
Nel pomeriggio l’intervento del professor Franco Nanetti, docente universitario, psicologo, formatore e ricercatore nell’ambito della comunicazione interpersonale e della psicologia applicata, che fornirà nuove chiavi di lettura al rapporto tra sessualità e spiritualità, e di come la prima possa davvero diventare uno strumento prezioso per operare una crescita spirituale. Un tema che sarà il filo conduttore anche dell’intervento di Salvatore Brizzi, uno dei più grandi esperti italiani di alchimia trasformativa, che mostrerà al pubblico come le stesse problematiche sessuali possano costituire una via per la trasformazione interiore. “Utilizzare l’energia sessuale può essere, per una certa tipologia di praticanti, – spiega lo stesso Brizzi – il metodo in assoluto più rapido, ma anche il più pericoloso, per entrare in uno stato di innamoramento verso la vita e fabbricare alchemicamente un nuovo corpo”. Chiuderà i lavori l’intervento di Krista Corso, autrice e conduttrice, che parlerà della propria esperienza di risveglio a mente superiore e delle connessioni – di questa esperienza – con la sessualità.

Per maggiori informazioni o iscrizione al convegno:
r.geminiani@alice.it tel 339.3331394




Carim, come aiutare il forestiero?

L’EDITORIALE

– Questa riflessione ci è stata inviata da un amico, nonché una delle teste più belle della provincia di Rimini, capace di coniugare umanità, professionalità e buon senso. Un galantuomo, si sarebbe detto fino a poco tempo fa. La contrapposizione interna all’istituto potrebbe favorire lo “straniero”.

– Caro direttore,
dopo avere letto il tuo Editoriale del mese scorso ho fatto alcune riflessioni che ti giro.
Grazie per l’attenzione.
Una prima brevissima considerazione storica.
Negli ultimi nove anni: dal 1.1.2001 al 31.12.2009, Banca Carim ha prodotto i seguenti risultati:
Raccolta diretta passata da euro 1,134 milioni a 3.821 milioni con un incremento di 2,687 milioni pari al 236%;
Raccolta complessiva da euro 2847 milioni a 5514 milioni con un incremento di 2667 pari al 94%;
Impieghi verso la clientela che significa: sostegno concreto all’economia del territorio, passati da euro 1.443 milioni a 3.195 milioni con un incremento di 1.752 milioni di euro pari al 121% ( più 13,4 % ogni anno).
La Banca è cambiata; è passata da monoregionale a pluriregionale. Oggi opera in 6 regioni, con un numero di sportelli che è passato dai 61 del 2000 ai 116 di oggi e con un numero di dipendenti che è passato dalle 481 unità alle 741 unità con un incremento di 260 unità pari al 54%.
Il Prodotto Bancario (Raccolta complessiva più impieghi alla clientela) è passato da 4.290 milioni a 8.709 milioni più che raddoppiato e da ultimo, ma non ultimo per importanza, la produttività dei dipendenti è aumentata da 8,9 milioni pro capite a 11,7 milioni pro capite.
L’utile netto prodotto, oltre 140 milioni di euro, è stato in parte distribuito sotto forma di dividendi ( oltre 70% alla Fondazione e il resto ai soci privati) e in parte capitalizzato per potenziare la struttura.
Le azioni di Banca Carim.
Non dimentichiamo né sottovalutiamo che in questi ultimi 9 anni i soci hanno visto lentamente, ma costantemente, aumentare il valore delle loro azioni.
Inoltre, grazie ad un opportuno e corretto sistema di assistenza alla compravendita delle azioni, i soci hanno potuto vendere in qualsiasi momento le loro azioni senza problemi e senza rischi di oscillazione del prezzo.
Le azioni di Banca Carim sono sempre state considerate come “denaro contante che rendeva bene”.
Di questo bisogna essere consapevoli; soprattutto oggi che si discute del futuro di questa Istituzione cosi importante per la città, per il territorio, ma anche per i suoi soci azionisti, grandi o piccoli che siano.
Cosa è successo infatti nel 2010?
Per cause che non ci è dato conoscere nei dettagli in quanto interne all’Istituzione, la Banca è stata commissariata, estromessi gli amministratori, nominati due Commissari straordinari.
Non posso entrare nel merito dei fatti concreti e contabili non avendo a disposizione una documentazione adeguata.
Le voci raccolte in giro e lette sui giornali parlano di sofferenze alte, di un po’ di disorganizzazione e di problemi relativi alla controllata Sammarinese (Credito Industriale Sammarinese – C.I.S.).
Qualcuno dice che il provvedimento era necessario, altri sostengono che è stato intempestivo e decisamente esagerato. Sono propenso dare credito a questa seconda ipotesi, ma mi fermo qui.
Fortunatamente le persone chiamate a fare i Commissari Straordinari e quindi a gestire la Banca, si sono dimostrate persone serie e capaci. I commenti che si sentono dentro e fuori dell’Istituto convergono su questo giudizio e questo senz’altro fa piacere a tutti.
Hanno potuto lavorare senza troppi lacci e laccioli. Hanno lavorato bene. Stanno finendo il loro lavoro.
A questo punto mi sembra opportuno invitarli a tenere presenti, nelle loro conclusioni, non solo gli interessi della Fondazione (che sono comunque importanti) ma anche quelli dei vecchi piccoli azionisti.
Quindi non solo di quelli nuovi che saranno chiamati ad investire nella Banca sottoscrivendo l’aumento di capitale, ma anche dei vecchi soci, in particolare i piccoli, che hanno investito i loro risparmi in una società che fino a pochi mesi fa era considerata a “rischio zero”.
Tutto questo per dire che cosa?
Una cosa semplicissima.
Signori commissari, non esagerate nella appostazione a sofferenze o nella svalutazione di parti dell’attivo ( una per tutte il C.I.S.) non calcate troppo la mano sulla riduzione dei mezzi propri dell’Istituto, fate valutazioni serene e responsabili.
Molte posizioni, godendo di garanzie ipotecarie consolidate, si possono considerare solo temporaneamente immobilizzate, ma passata la crisi ( che, come sempre, prima o poi passerà e i mattoni resteranno) potrebbero produrre plusvalenze a beneficio dei nuovi azionisti, ma a scapito dei vecchi.
I vecchi soci hanno diritto a essere tuetelati.
Con una ricapitalizzazione che si limiti allo stretto indispensabile, si potrà mantenere equo il valore delle azioni (anche per chi nel tempo potrebbe avere bisogno, per esigenze personali o familiari, di venderle senza trovarsele esageratamente deprezzate) e assicurare, nel contempo, un futuro all’Istituzione consapevoli che la clientela è rimasta fedele e affezionata e che in breve tempo potrebbe ritornare agli antichi splendori.
Una richiesta di capitalizzazione esagerata potrebbe solo fare gli interessi di gruppi più o meno grandi, e più o meno lontani, che potranno sicuramente beneficiare di future sopravvenienze positive.
Al vostro buon senso e grazie.
Duepiùdue

(un amico di Banca Carim)

NUMERI

Ottomila soci

– La Banca Carim nei numeri.

Soci: 8.000
Azioni: 32.901.440 milioni
Valore totale azioni allo scorso giugno: 360 milioni
Valore totale azioni oggi: 165 milioni
Fondazione Carim: detiene circa il 71% delle azioni




Requisiti acustici passivi degli edifici: come proteggersi dal rumore

– Laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, Valeria Totti è dottoranda di ricerca presso l’Università di Madrid in Diritto Internazionale. A seguito di una significativa esperienza nell’Ufficio di Normativa Ambientale di una Holding che si occupa della erogazione del servizio pubblico di Energia Acqua e Ambiente, offre diverse consulenze a Società ed Enti ed è Giurista Ambientale. E’ iscritta al Foro di Rimini come praticante abilitata al Patrocinio per la professione legale ed è docente di Legislazione Ambientale presso l’Università di Urbino, Facoltà di Scienze e Tecnologie. Pubblica articoli su diverse riviste e siti specializzati nel settore ambientale. (Riferimenti: valeria@studiolegaletotti.it; geom.pupolizio@libero.it)

1. Ho dato incarico ad un tecnico acustico di effettuare una perizia per valutare il rispetto dei requisiti acustici passivi del mio appartamento. Se dalla relazione emergesse che lo scostamento è solo di un decibel potrei comunque ritenere tale superamento una violazione della normativa? Grazie.
M.O. Riccione
“La giurisprudenza di merito richiede uno scostamento di almeno due decibel per il riconoscimento del diritto al risarcimento. ovviamente la valutazione viene fatta dal giudice in fase giudiziale e grande importanza rivestono le perizie presentate, consiglio pertanto di effettuare una valutazione preliminare con il tecnico competente in acustica ambientale che, a seguito di un sopralluogo e delle operazioni tecniche necessarie, relazionera’ le misurazioni ottenute”.

2. Vorrei richiedere un risarcimento per vizi e difetti presenti nella abitazione che ho acquistato: posso inserire in coda ai vizi strutturali il vizio acustico rilevato dal tecnico che ho incaricato? Grazie.
G.P. (Bellaria)
“Certamente, il vizio acustico è vizio e difetto parimenti a quelli di costruzione che lei ha presenti nella sua abitazione e che mi ha indicato dettagliatamente nella mail. presenti quindi tali vizi insieme con una unica perizia o con due perizie: una dedicata ai vizi strutturali e l’altra a firma di un tecnico competente in acustica ambientale centrata sugli scostamenti delle varie partizioni”.

3. Ho intenzione di chiamare un tecnico competente in acustica ambientale ma vorrei sapere se deve presentarmi una qualifica o una numero di registrazione ad un albo.
C.C. Cattolica.
“L’unico titolo che il professionista deve possedere e’ la qualifica di tecnico competente in acustica ambientale e deve inoltre essere riconosciuto tale in base a delibera regionale o provinciale e presente quindi in un elenco regionale o provinciale”.

4. sono molto disturbato dal rumore proveniente dal piano di sopra, per via del continuo camminare dei miei vicini, come devo comportarmi?grazie
a. b. Misano
risponde la dott.ssa alice barbieri, tecnico comp in acustica ambientale: “i requisiti acustici passivi (potere fonoisolante di partizioni e facciate, rumore generato da calpestio di solai) sono una proprietà intrinseca dei materiali e delle stratigrafie. ciò significa che ogni partizione deve rispettare precise caratteristiche fonoisolanti, misurabili con sorgenti certificate. per valutare il rispetto dei limiti occorre quindi avvalersi della perizia di un tecnico acustico che provvederà a generare un rumore standard sul solaio in questione con la macchina da calpestio, e misurerà il rumore percepito al piano di sotto e normalizzato rispetto all’assorbimento acustico. procedura analoga ma con sorgente differente anche per pareti e facciate”.

L’ESPERTO RISPONDE

Condomini, diritti e doveri

– Vincenzo Pupolizio, esperto di amministrazione condominiale e immobiliare, di problemi tecnico-legali (per anni perito del Tribunale di Rimini), nonché consulente immobiliare, risponde alle domande dei lettori.

– Il proprietario dell’attico sopra il mio appartamento ha provocato un danno al tetto di due mie camere. L’amministratore ha detto che il proprietario dell’attico pagherà 1/3 della spesa mentre gli altri 2/3 saranno a carico di tutti noi condomini. Secondo me il proprietario dell’attico dovrà anche pagare parte dei 2/3 è così? Grazie per l’attenzione.
G.V. Cattolica

Risposta
La risposta è negativa. Il suo amministratore ha perfettamente ragione. Se invece il proprietario dell’attico è anche proprietario di appartamento al piano sottostante in questo caso pagherà una seconda volta come proprietario dell’attico e come proprietario dell’appartamento sottostante in rapporto ai millesimi di proprietà.

Avevo inviato all’amministratore un argomento, secondo me, di rilevante interesse per tutti noi condomini, da inserire nell’ordine del giorno dell’assemblea; ma non l’ha fatto. Cosa posso fare per costringere l’amministratore a discutere quanto da me richiesto?
A.F. Morciano

Risposta
L’amministratore non è obbligato ad inserire nell’ordine del giorno argomenti richiesti da un condomino.
La Cassazione civile sez. 2 con sentenza n. 26336 del 31.10.2008 così statuisce : In tema dei poteri dei condomini con riguardo all’assemblea condominiale, non vi è alcuna disposizione di legge che obblighi l’amministratore ad inserire all’ordine del giorno gli argomenti preparati dai singoli condomini, poiché il codice civile prevede all’art. 66 disp. att. che dove condomini che rappresentino 1/6 del valore dell’edificio, possono chiedere all’amministratore la convocazione di una assemblea straordinaria ovvero possono provvedervi direttamente in caso di mancato adempimento alla richiesta, deve ritenersi che alle medesime condizioni possa anche essere richiesto in modo vincolante all’amministratore di inserire argomenti all’ordine del giorno di una assemblea già convocata. Al di fuori di dette condizioni non sussiste alcun diritto al singolo condominio di imporre la trattazione in sede assembleare fermo restando la tutela giurisdizionale del condominio nelle ipotesi di disfunzioni dell’organo amministrativo o decisionale del condominio.

SERVIZIO

Condominio: diritti-doveri. Pool di esperti risponde

– Avete problemi con i diritti e i doveri nella gestione del vostro condominio? Oppure semplicemente delle curiosità. La Piazza, gratuitamente, apre una rubrica sulle colonne del giornale; potete rivolgervi ad un pool di esperti. Li coordina il geometra Vincenzo Pupolizio, esperto di amministrazione condominiale e immobiliare, di problemi tecnico-legali (per anni perito del Tribunale di Rimini), nonché consulente immobiliare. Siete pregati di inviare le vostre domande, brevi e chiare, ai seguenti numeri e indirizzi: 0541.611070 – 348-3621675. E-mail: la piazzarimini@libero.it.
geom.pupolizio@libero.it




Un alfabeto molto speciale

SGUARDI D’ARTISTA

di Annamaria Bernucci*

Viene da solidi studi scientifici anche se contestualmente ha maturato un curriculum artistico denso di apprezzate mostre e libri.Vive tra Romagna e Marche (è nato a Pesaro nel 1962) e riflette di queste terre una tempra tutta ‘montefeltresca’

– Sono anni che raccoglie oggetti e cose abbandonate; poi da vero collezionista le seleziona, le cataloga e dà loro una ritrovata identità. Questa volta sono diventate addirittura la traccia o meglio l’impronta per un nuovo sistema di segni. Gabriele Geminiani ha assecondato la sua inclinazione per un arte combinatoria che relaziona valenze multiple (manuali, concettuali, assemblative) pur correndo il rischio di entrare a far parte del novero degli gli artisti del ‘recupero’ o che trattano materiali riciclati. Niente a che vedere con ciò. Si muove invece per attitudine su un fronte di sottile poesia, evocativo.
Viene da solidi studi scientifici anche se contestualmente ha maturato un curriculum artistico denso di apprezzate mostre e libri. Vive tra Romagna e Marche (è nato a Pesaro nel 1962) e riflette di queste terre una tempra tutta ‘montefeltresca’: le vie della Valconca non hanno segreti per lui come non li hanno i litorali sulle cui rive raccoglie i suoi ‘feticci’ lasciati dal mare. Geminiani è anche scrittore, illustratore e in tempi recenti si è dedicato alla grafica d’arte producendo tra le altre cose un alfabeto di segni molto particolare, fatto con la sua ‘spazzatura’. Le figure grafiche che emergono sulla carta strappano un’ultima estensione di vita alle cose che erano diventate relitti. Geminiani le trasforma in un codice, un alfabeto per possibili (o impossibili) comunicazioni; il tratto lasciato sul foglio dalla loro sagoma o dalla loro scia mescola astrazione e figurazione, sconfina nei paradigmi dei sistemi di comunicazione.
In occasione della prossima mostra allo Studio Antao di Domagnano nella Repubblica di S.Marino, che aprirà il 7 ottobre ha risposto così ad alcune domande rivolte sul tema della sua ultima ricerca.
Cos’è Alfabeto Ultimo?
“Alfabeto Ultimo è uno studio sulle cose ritrovate/cose spazzatura che elaborata virtuosamente va a costituire un alfabeto dinamico e in continua evoluzione. In questo lavoro ho affrontato il tema della natura e dell’origine dei segni delle cose, la loro rappresentazione e messa in scena. Alfabeto Ultimo è anche una riflessione sui segni in quanto indizi, tracce disseminate nel paesaggio che custodiscono il mistero dell’origine di tutte le cose e di quel Tutto che ci ha generato. Noi non sappiamo come e quando quell’unità si è rotta. La ricostruzione di questi frammenti avviene attraverso un processo di lento svelamento delle cose, attraverso piccole, effimere rivelazioni, apparizioni di elementi colti nell’imminenza della loro cancellazione fisica. Penso che il compito dell’artista oggi non sia più quello di creare ex novo, ma di rendere visibile particelle di mondo decontestualizzate, tessendo relazioni formali e semantiche fra loro in grado di dare contenuto a nuove storie”.
Perché il ricorso al disegno e all’incisione?
“Ho pensato che per conoscere più a fondo le cose che da tanti anni vado raccogliendo avrei dovuto concedere ad esse lunghi periodi di attesa. L’intero processo è governato da un intenso atto di laica devozione, se così si può dire: un avvicinamento alle cose per lenta gradualità, dove entra l’osservazione delle forme e poi la loro traduzione sulla carta attraverso il disegno, primo appunto concettuale. Ciò significa silenzio e lentezza, un procedere nel lavoro che è visibilmente ostile alla velocità, che pare invece appartenere come un demone alla nostra epoca e ai media che la connotano. Morfologie inaspettate, celate e recondite mi balenano così davanti agli occhi e si svelano. Sempre con gradualità sono pervenuto all’incisione, un mezzo che possiede tempi di preparazione e di esecuzione lenti. Affascinato da sempre dalla pratica incisoria, calcografica o rilievografica, ho maturato verso queste tecniche una consapevolezza nuova e un esercizio disciplinato da regole e procedure precise, chimiche e fisiche; e ho immaginato il torchio come uno strumento capace di fecondare carte pregiate”.
Alfabeto Ultimo si presenta oltre che con interventi grafici con colate di gesso: che significato hanno?
“Paradossalmente il segno inciso, pur affidato ad una superficie bidimensionale come il foglio di carta, ‘emerge’ con una sua evidenza e rilievo, anche tattile, a volte. Questi segni ‘forti’ che sono al tempo stesso multipli mi hanno affascinato. In seguito sono stato indotto ad utilizzare una materia estremamente duttile e pratica come il gesso. Sono nate così le ‘colate’, che a differenza delle carte incise con la tecnica xilografica sono degli unicum: immergere l’oggetto nel gesso diviene per me un gesto estremo di salvataggio e assieme di purificazione. I frammenti delle cose perdute o che hanno smarrito la loro identità si riscattano ulteriormente. La quantità delle formelle di gesso create per Alfabeto Ultimo illustra un’altra componente del mio lavoro: moltiplicare cose e segni e accumulare tracce”.

*Direttrice della Galleria comunale S. Croce di Cattolica




Manzo, il grande medico che non va mai in pensione

PERSONE

di Pietro Cavallaro

– ‘Ma va, non sarà vero!’.
Queste voci a Riccione si sono sentite, però è vero, Antonio è in pensione dal 1 settembre 2011.
Ma andiamo con ordine. Antonio Manzo col suo gemello Leonardo è nato a Rimini l’11.4.1949. Da ragazzo voleva fare l’ufficiale di marina. Ma è diventato (per fortuna) medico chirurgo come il fratello.
Come chirurgo ha ‘operato’ migliaia di persone, donne soprattutto, essendo specializzato nella chirurgia della mammella (ci pensate quanti gioielli ha palpato!?!). Scherzi a parte, cerco di sdrammatizzare, ma i problemi che ha affrontato sono stati innumerevoli e dolorosissimi. I tumori al seno oggi sono curabili perché c’è una grande prevenzione (che lui ha contribuito a diffondere con maestria e professionalità). Una volta portavano spesso a morte precoce.
Si pensi quindi alle sofferenze, ai dolori, alle impotenze, alle paure che ogni giorno ha dovuto trattare sia con i pazienti, che con parenti e amici. Tutto ciò Antonio lo ha esercitato con rara umana, con grande competenza e con una dedizione davvero incredibile. Anche quando la medicina era impotente!
Penso, a mo’ di esempio, a due dei nostri grandi amici che lui ha amorevolmente curato: Jimmy Monaco e Vittorio Moroncelli. Antonio era sempre lì, sempre a disposizione con tutte le sue capacità mediche applicate con umanità. Con mitezza. Con umiltà. Con competenza e con una dedizione forse unica.
Non mi è possibile fare bene i conti, perché non sono in grado di avere i dati, ma sarei pronto a scommettere che più della metà del suo lavoro lo ha fatto gratuitamente. Sempre disponibile (ha lavorato fino e oltre 14 ore al giorno per chiunque avesse bisogno: amici, conoscenti, sconosciuti, stranieri o extra-comunitari, con o senza permesso di soggiorno.
Mi chiedo come è possibile che l’Ausl abbia accettato il pensionamento di un elemento così!
Qualcuno ascoltando tutto ciò potrebbe dire: ‘Santo subito!’. Ma non è ovviamente così. Nessuno sulla terra è perfetto, anche Antonio dunque non lo è; ha commesso errori, avrà subito stanchezze e delusioni, ma, lo dico col certo, i risultati complessivi della sua ‘missione’ (perché tale l’ha sempre considerata) finora sono eccezionali.
I suoi colleghi hanno sempre apprezzato le grandi doti, il ‘successo’ ovviamente può suscitare qualche gelosia. E se Antonio ne ha avuto una qualche sofferenza non lo ha mai dato a vedere.
Non si può certamente dimenticare i suoi innumerevoli viaggi come inviato della Cri (Croce rossa italiana): Kurdistan, Iraq, Kenia, Albania, Romania, Congo…
Ma anche in numerose località italiane toccate da calamità naturali. A Riccione è da sempre, a quanto ricordo, il responsabile della sede locale della Cri. Il dottor Antonio Manzo, per me e forse non solo, è la Croce rossa. Lo stesso per l’Avis.
Ha svolto anche un prezioso servizio per la collettività come assessore ai Servizi sociali per il Comune di Riccione. La solidarietà e il volontariato sono sempre stati il suo pane quotidiano.
Come cattolico non è mai stato un fervente praticante, ma possono affermare, per averlo vissuto innumerevoli volte, che la sua aderenza alle indicazioni evangeliche è stata ben più solida e profonda di tante persone più pie e più praticanti.
Il 12 settembre 2011 sua moglie Gerri con alcuni amici hanno voluto organizzare una festa di saluto e ringraziamento per il lavoro svolto, essendo giunto alla (troppo precoce) pensione. E’ stato fatto tutto in silenzio, col passaparola. Se lo avesse saputo, Antonio si sarebbe decisamente rifiutato. Gli era stato detto di tenere una conferenza (ne ha fatte tantissime) sulla prevenzione dei tumori al seno. Non appena ha cominciato a capire si è arrabbiato moltissimo, poi pia pianino si è adeguato. In chiusura Marino Masi (associazione culturale Le Nuvole, organizzatrice della serata) ha chiesto scusa a nome di tutti (il salone al secondo piano del Palazzo del turismo era strapieno di gente venuta anche da lontano). Gli applausi sono stati a getto continuo. Scuse rivolte ad Antonio per averlo affettuosamente ingannato, ma soprattutto a quelle persone, non solo donne, che non conoscendo il vero motivo fossero venute per ascoltare quanto pubblicizzato.
E’ stata una bellissima manifestazione di corale affetto verso Antonio.
Si ‘sentiva’ l’amore della gente, la riconoscenza delle donne, l’affetto di tanti amici, la dedizione della famiglia, soprattutto della moglie Gerri.
E’ stato appena accennato (per non farlo pesare), ma tutti abbiamo avvertito i ‘sacrifici’ che ha vissuto Gerri nell’averlo per lo più lontano da sé: tutti i giorni per 12-14 ore, ogni anno per molte settimane in alcuni dei luoghi più pericolosi del mondo. E’ l’amore per lui con cui Gerri ha organizzato il tutto.
Concludo con un’ottima notizia: Antonio è in pensione, è vero, ma continua la sua attività sanitaria a Riccione, a Rimini e a Morciano. Ciò spiega il titolo interrogativo della presente testimonianza.
E’ stato deciso di regalargli un ecografo con cui possa continuare parte del suo lavoro futuro, quello in particolare che riguarda in particolare la sua attività gratuita in modo da non dover pesare sulle strutture sanitarie dove presterà la sua opera.
Non abbiamo ancora raggiunto la cifra occorrente, quindi chiunque volesse partecipare, può ‘bonificare’ con una qualunque cifra sul conto corrente appositamente costituito presso la Banca Popolare Emilia Romagna di Riccione in viale Dante.
Le coordinate bancarie: IT49AO538724100000002009574 intestato a Cavallaro-Canarezza e Bilancioni, con causale per ecografo dottor Manzo.

“Questo non sarebbe stato possibile in Germania”

Guardò il ginocchio, fece sedere mio suocero su uno sgabello nella saletta dei medicinali, prese i suoi ferri del mestiere e, “zac” risolse il problema

PERSONE

di Edmo Vandi

– Dunque Antonio Manzo è andato in pensione. “Pensione” mi sembra un paradosso. Avrà impegni come prima e più dì prima. La Croce Rossa, il Volontariato, ma soprattutto i tantissimi pazienti-amici che lo seguiranno nella sua attività privata.
Mi piace scrivere di lui perché nelle diverse occasioni della vita nelle quali abbiamo operato (non chirurgicamente) insieme, ho avuto modo di apprezzare il suo carattere straordinario di persona dedita principalmente al bene degli altri. Lo ricordo nelle vesti di assessore comunale ai Servizi sociali. Era un amministratore anomalo. Infatti si preoccupava di aiutare la gente, pensate “senza secondi fini”. Lo aspettavano in corridoio, li acoltava, prendeva appunti e quando arrivava in ufficio aveva quasi smaltito la coda. Era così strano il suo comportamento che, infatti, non venne rieletto (anche perché in campagna elettorale, mentre i suoi concorrenti correvano di casa in casa, di piazza in piazza, lui persistendo nei suoi disdicevoli comportamenti si era recato in un ospedale del Terzo mondo ad operare bambini).
Antonio è un buono ma non un debole. Alla dogana di Valona, in Albania, fermati con un carico di aiuti, i doganieri (gente strana, viaggiavano da un posto di blocco all’altro su una Mercedes nera targata Milano, avevano dei passamontagna neri con sottili feritoie per gli occhi mentre dai finestrini spuntavano le canne dei Kalashnikov). Antonio li contattò e tornò sconsolato. “Per farci passare vogliono i soldi ma io non cedo”. Restammo fermi per cinque lunghissime ore. Antonio andava e veniva, poi alla fine ci concessero di ripartire. Avevano ceduto loro. “Lor j’ha i mitra – disse Antonio – ma me ho la tegna”.
Infine il “modus operandi” nel suo lavoro. Il mio suocero tedesco resistette per settimane ad una sofferenza intensa a causa di una suppurazione al ginocchio destro. Un giorno entrò in crisi e, sopraffatto dal dolore, mi supplicò di portarlo in ospedale. Occorreva intervenire all’istante per cui scartai il Pronto soccorso e, come sempre, pensai a “Sant’Antonio”. “E’ in sala operatoria – mi disse un’infermiera – ma fra poco dovrebbe uscire”. E così fu. Guardò il ginocchio, fece sedere mio suocero su uno sgabello nella saletta dei medicinali, prese i suoi ferri del mestiere e, “zac” risolse il problema. Il buon Willy era raggiante: “Das wàre in Deutschland nie fùr mòglich gewesen” (questo in Germania non sarebbe mai stato possibile). Replicai in dialetto: “Gnenca in Italia!”.




“Caro Antonio, è stato bello conoscerti”

Insomma non incontreremo più il dott.Manzo in ospedale a Riccione o a Santarcangelo ma chi avrà bisogno di lui,delle sue cure, dei suoi consigli fortunatamente potrà trovarlo sempre ed attivo più che mai.
Antonio è stato per più di 30 anni un medico chirurgo dipendente dell’ASL: ha esercitato la sua attività quasi per intero all’ospedale “Ceccarini” di Riccione: solo in questi ultimi anni operava all’ospedale “Franchini” di Santarcangelo e come dipendente dell’Asl è ora… un pensionato e lunedì 12 settembre scorso gli è stata dedicata una bellissima festa… a sorpresa.
Senza nessuna comunicazione scritta, senza nessun volantino o invito ma solo tramite il passaparola, ben 500 persone si sono ritrovate in una grande sala del Palazzo del Turismo di Riccione per festeggiare il suo pensionamento; festa a sorpresa perché all’interessato era stato detto solamente che si trattava di una conferenza pubblica durante la quale lui avrebbe dovuto relazionare sulla prevenzione dei tumori al seno.
Ovviamente è stata grande la sorpresa per il dottore di trovarsi invece di fronte a centinaia di persone che gli facevano festa.
Ma perché Antonio ha tanti amici, tante persone ben disposte verso di lui che lo apprezzano e lo stimano?
Semplice la risposta: perché è stato ed è un medico bravo e preparato che ha sempre dato la propria completa disponibilità verso tutti ivi compresi i poveri, gli umili, i deboli e poi anche perché ha dedicato e dedica tutto il suo tempo libero al volontariato.
Come dipendente dell’ASL era medico chirurgo e trascorreva tutte le mattinate in sala operatoria; ma la sua giornata lavorativa non finiva qui; al pomeriggio era sempre nel suo ambulatorio,sempre in ospedale dove visitava decine e decine di persone.
Per tutti aveva la cura medica giusta e parole di conforto. I suoi metodi erano gentili ma rapidi e decisi; non perdeva tempo per poter essere così di aiuto a tanti e non a pochi.
Accettò anche, per qualche anno, di svolgere la funzione di assessore ai Servizi Sociali nel Comune di Riccione nella giunta presieduta dal sindaco Massimo Masini. Ricordo la paura di tante persone (ed anche la mia) preoccupate che l’incarico di assessore lo distogliesse dalla sua vera attività quella di medico. Ed invece riuscì a svolgere in armonia le due attività in modo organico e completo ed anzi quel periodo fù un vero tripudio per le persone che lo conoscevano e lo stimavano.
Il suo ufficio in Comune, nei giorni in cui riceveva il pubblico, era l’ufficio più affollato e frequentato dai riccionesi con una certa… malcelata invidia dei suoi colleghi assessori. Qualcuno diceva che, parecchi approfittavano del suo ufficio comunale per chiedere a lui nelle ore di ricevimento… consigli medici.
A parere di tutti è stato un ottimo assessore ai servizi sociali, lungimirante, silenzioso ma deciso andando in qualche caso anche contro corrente con scelte che poi si sono rivelate giuste ed azzeccate.
Il volontariato ha occupato ed occupa sempre una gran parte della sua vita ed ora che è in pensione ancora più di prima-
Oggi sono tante le persone che si dedicano giustamente al volontariato e questo è un dato altamente positivo, ma, se permettete, è diversa l’utilità che può dare un volontario… tuttofare da quella di un volontario medico.
Antonio come volontario ha donato la sua professionalità di medico chirurgo con missioni in Albania circa 20 anni fa quando là c’era una assoluta necessità di medici; poi più di una volta si recò in Irak tra la popolazione curda ed a Bagdad affrontando anche notevoli pericoli per la propria incolumità personale; poi varie volte in Kenya in villaggi sperduti all’interno del paese dove la mortalità infantile è ancora elevatissima.
Attualmente come volontario ha anche un grosso incarico: è il presidente della Croce Rossa di Riccione; è quindi il capo di questa organizzazione ma molto spesso veste la divisa di volontario del soccorso e come tale dà il suo fattivo apporto alle attività di soccorso della C.R.I. di Riccione.
Non so se è corretto dirlo ma per desiderio di tante persone ti auguro, dott. Manzo , “Buona Pensione” e ti esterno quello che in tanti vorrebbero dirti “ E’ stato bello conoscerti”.

di Pio Biagini




Gian Luca Pasolini alla corte di Gustav Kuhn

A Dobbiaco, 17 Settembre scorso, il maestro Gustav Kuhn, insieme a un cast straordinario di specialisti del repertorio rossiniano, ha eseguito l’opera “Otello” in forma di concerto nella rara edizione composta nel 1831 per la celebre cantante Maria Malibran, che per prima interpretò il ruolo di Otello en travesti
Celebre allievo di van Karajan, Khun lo ha scelto personalmente per le sue qualità vocali di potenza, agilità ed eleganza. Gian Luca Pasolini ha interpretato il difficile ruolo di antagonista di Otello, Rodrigo, riscuotendo uno strepitoso successo personale.
Del resto l’aria che ha scatenato l’entusiastico applauso degli astanti è tra le più difficili che Rossini abbia mai scritto, la sua esecuzione richiede una perfetta tecnica belcantistica e una eccellente padronanza degli acuti e dei superacuti (la gamma delle note che va oltre il do di petto), qualità raramente presente in una voce tonda e potente come quella del nostro tenore .
Appartenente alla proficua scuola del maestro Robleto Merolla, scomparso prima del tempo lo scorso 21 dicembre, Pasolini ha già al suo attivo quattro produzioni al Teatro alla Scala come protagonista, e continua la sua prestigiosa carriera in Italia e all’estero dove vengono eseguiti più spesso quei repertori che possono mettere in risalto le sue rare qualità.
Presto, infatti, ritornerà a San Pietroburgo in Russia per la prestigiosa ripresa dell’opera “Juive”, opera finalista del prestigioso Golden Mask di Mosca, in cui è l’unico artista italiano, dopo di che partirà per una tournèe di concerti in Giappone.

Della Del Chierico




Leon-Santiago, diario di un viaggio di Mario e M. Laura

COMUNITA’

– Mario e Maria Laura hanno percorso a piedi il tratto di 300 chilometri Leon-Santiago (la città che accoglie le spoglie di San Giacomo), dal 25 giugno al 14 luglio. Ecco il diario (parte III).

– Venerdì 1 luglio 2011: Cacabelos – Vega de Valcarce / 25 Km
Solo un lungo cammino, solo una prolungata permanenza sulla via vi darà questa possibilità. La pienezza di questa dimensione sarà percepibile solo dopo almeno una settimana che sarete partiti, zaino in spalla e poveri solo di voi stessi.

La tappa di venerdì inizia nel verde ma, ben presto sarà sull’asfalto, costeggiando una strada veloce, protetti da un new-jersey. Le prime ore, sarà il fresco, saranno le forze ancora disponibili, passano bene. Il caldo arriva (troviamo sollievo alla calura dei piedi sfruttando la poca ombra dei new-jersey), la fatica lo accompagna e il cammino è duro. Si marcia molto spesso in silenzio perché il fiato, insieme alle forze e l’acqua occorre non sprecarli. Pochi giorni e già si scopre l’essenzialità: il peso inutile delle cose che non servono e dalle quali facciamo fatica a liberarci. Zavorra. Qui come a casa. Zavorra che crea barriere, zavorra che ci fa giudicare l’altro al primo sguardo, …zavorra che ci impedisce di vivere appieno la nostra vita. Qui non c’è la competizione ad alterare le relazioni. Ognuno con le sue fatiche, le sue miserie, il suo passo, compie un percorso che è personale ma anche di gruppo. Tra i pellegrini di tutte le nazionalità si attiva una solidarietà gratuita, autentica, spontanea. Che bello sarebbe se il ritmo del Cammino diventasse quotidiano, se le relazioni non fossero inquinate dal nostro bisogno di primeggiare. Passiamo attraverso diversi borghi, un po’ costretti a transitare davanti a bar più o meno piccoli perché, come dice Roberto all’Ave Fenix, albergue a Villafranca, “è tutto un business!” e i km si moltiplicano! Finalmente arriviamo a Vega de Valcarce, tanto agognata meta ma …l’albergue municipal è stracolmo! Dopo un primo momento di panico, ci consigliano un privato che ci propone un appartamento!!! Noi 4, camere separate, bagno di casa, che lusso! Doccia, riposo, panni in lavatrice, che invenzione! Usciamo per comprare colazione e cenare. Della serie “nel Cammino non ci si fa mancare nulla”, Laura si improvvisa parrucchiera e fa la tinta ai capelli di Carla. Per domani abbiamo prenotato il servizio trasporto mochillas (zaini) per i primi 15 km in salita fino a O Cebreiro, che servizio fantastico!
Sabato 2 luglio: Vega de Valcarce – Alto do Poio / 20 Km
Sappiate camminare al lungo. Offrite il tempo che Dio vi ha regalato (perché ogni minuto della nostra vita è regalato) per restare a lungo sulla sua strada.
E marciate fino alla meta. Abbiate una meta chiara e sacra davanti a voi.
Alle 6:15 siamo già in strada, è ancora buio. La marcia senza zaino è piacevole e, quando si entra nelle montagne, il paesaggio è mozzafiato. Anche la salita. In una decina di km arriviamo a O Cebreiro. Sulla via alterniamo boschi di castagni e querce fino a liberare lo sguardo sulle vallate sottostanti… che spettacolo! Troviamo il cippo di confine, inizia la regione Galizia. Da questo momento in poi, ogni 500 metri, c’è un pietra miliare che segnala quanti km mancano a Santiago. Che compagnia che fanno! Il primo è a 152,5 km. In cima, la chiesa romanica di Santa Maria la Real, con un altare sede di un miracolo eucaristico. Dopo il pranzo, fatto a fianco alla tipica pallozas (capanna con il tetto in paglia) riprendiamo il cammino e, ahimè, lo zaino… Percorriamo altre vallate, altrettanto belle. I km sono tanti, il sole alto e caldo su un sentiero alpino. La strada, il cammino, ti entra dalle scarpe, dai piedi ed arriva al cuore. Il cuore invia energia alla testa e uno spirito positivo, essenziale, attento, disponibile, universale ti pervade. Dopo aver lasciato la statua del Pellegrino “al vento”, l’arrivo sembra non giungere mai. La fatica si fa sentire. Carla accusa un dolore alla gamba che mano a mano aumenta. Liberiamo Carla dallo zaino, stiamo per arrivare, davanti a noi una parete da scalare. Finalmente Alto do Poio, 1335 metri, l’albergue. Due camerette matrimoniali con tanto di bagno in camera (che lusso!). Ceniamo abbondantemente anche se rattristati dalla morte di Marco, un volontario di Amani annegato per salvare alcuni ragazzini kenioti in vacanza. Seduta vicina a noi la señora Remedios, acciaccata da un’ischemia ma sempre iper attiva, che ha dedicato la sua vita ai pellegrini offrendo simpatia e panini.
Domenica 3 luglio 2011: Alto do Poio – Samos / 25 Km
Preferisco peccare di troppa fiducia, anche se mi porta mille delusioni, piuttosto che vivere sfiduciato di tutto e di tutti; nel primo caso si soffre solo nel momento dell’inganno, nel secondo si soffre in continuazione.
Anche se domenica, la sveglia suona inesorabile alle 5,30. Sorpresa … Non solo è buio ma è anche calata una nebbia incredibile che ci fa fare un salto nel tempo e nello spazio: Altopiano di Asiago, ottobre… Dopo una ricca colazione, alle 7,15 armati di k-way, cappello, copri zaino, ci avviamo. Non si riconosce niente attorno, solo le scarpe e le racchette. La tappa si rivela lunga, o forse siamo stanchi. A volte ci sono km che, percorrendoli, sembrano non finire mai, altre volte sembrano cortissimi. É un po’ come la vita con i suoi alti e i suoi bassi. Gli ultimi dieci km sono faticosi, non c’è acqua. Ad un certo punto, in un varco della vegetazione, appare il monastero di Samos: dall’alto un edificio imponente, con un chiostro grandissimo. Passo dopo passo arriviamo all’albergue del monastero. Uno stanzone fitto di letti a castello. Qui vale la pena ricordare come lungo il Cammino spesso si senta parlare di pulci, pidocchi, cimici… A pochi letti da noi una ragazza che sapevamo avere di questi problemi. Il prurito parte automatico. Decidiamo di rivestire il materasso anche con il poncho. Seppure stanchi e doloranti, è prevista la visita al monastero alle 18:30. Sono evidenti le differenze tra i turisti e i pellegrini. I primi baldanzosi, pieni di brio e con continui scatti della macchina fotografica; i secondi rigidi, lenti e affaticati nel movimento, quasi camminassero sulle uova, ogni colonna diventa occasione per appoggiarsi, insomma una sorta di zombie. Al termine della visita, partecipiamo ai Vespri e alla S. Messa. Alle 20:30, con i morsi della fame, assaporiamo un menù del pellegrino e, grattandoci (!), a nanna. (continua)

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