Fagioli e cotiche – Sagra civiltà contadina a Fratte

– Fagioli e cotiche è una delle specialità della casa colonica romagnola. Appuntamento a Fratte di Sassofeltrio il primo fine settimana di ottobre per la 20^ edizione della Sagra fagioli e cotiche. In un ventennio è stato “costruito” uno degli appuntamenti autunnali da non perdere. E’ una delle occasioni per riscoprire i sapori di un tempo lontano, un tempo in cui, come recita un famoso adagio, “del maiale non si butta via niente”.
Cosa c’è di più antico e semplice che lasciare cuocere le cotiche o le salsicce con i fagioli che si insaporiscono del grasso del maiale e degli odori del battuto?

E se i fagioli non vi fanno impazzire, non potrete certo resistere alla trippa preparata con cura e dedizione dalle tagliatelle fatte a mano dalle donne, ai ravioli con porcini, alle piade farcite, patatine fritte e tanto altro ancora…
Se tutto questo vi incuriosisce, o vi fa venire l’acquolina in bocca, allora non potrete mancare alla nostra Sagra che si svolgerà il 1-2-3 ottobre.
Un fine settimana da passare in spensieratezza ed allegria a cercare sapori e odori della vecchia vita contadina.
I festeggiamenti inizieranno il venerdì nella serata.
Il sabato e la domenica sono all’insegna delle tavolate, della musica folk, dei giochi per grandi e piccini, spettacoli di cabarettisti e giocolieri…
Sabato apertura stands gastronomici e musica dal vivo dalle 18.
Domenica, tutti a pranzo con un “menù speciale” tutto da scoprire a prezzo promozionale; tutto il giorno musica dal vivo. In serata cena finale seguita da grande spettacolo pirotecnico.
Per tutto il week-end giochi, animazione, luna-park ed esposizioni di prodotti locali in occasione del III° Festival dell’Artigianato.
L’ingresso è libero e tutta la sagra si svolgerà al coperto.

Sassofeltrio – Territorio conteso da Malatesta e Montefeltro

– Natura e panorami straordinari, caratterizati da calanchi, verde e angoli di una bellezza assoluta. Da percorrere in bicicletta. Questo è Sassofeltrio ed il suo territorio. Oltre al capoluogo: Fratte (il centro moderno, giù nella vallata), Gesso.
La rupe di Sassofeltrio che sovrasta il borgo, ai giorni nostri è stata adibita a giardino pubblico e dall’alto dei suoi 466 metri che profumano di mare regala al visitatore romantici panorami che spaziano dall’Adriatico alle turrite cime del Titano, dal monte Carpegna all’intera vallata del Conca, che si coglie con un solo colpo d’occhio.
Fonti storiche citano Sassofeltrio fin dal 756 d.C. quando entrò a far parte dello Stato della Chiesa con la controversa “donazione” di Pipino Re dei Franchi al Beato Pietro. Altre fonti risalgono al 962 quando Ottone I Imperatore di Germania concesse in feudo a Ulderico di Carpegna, il “Sassum”, insieme ad altri castelli della zona. Non si sa con certezza quando il Sasso sia diventato dominio dei Malatesta, ma già in documenti del 1232 e poi del 1371 viene citato il “Castrum Saxi” fra i domini della Signoria di Rimini. La politica espansionistica dei Malatesta fra il 1250 e il 1400 portò annessioni territoriali anche nella valle del Conca. Allora c’era un forte complesso fortificato in posizione anti Montefeltro, signori di Urbino. Dopo alterne vicende nel 1463 il Castello dei Sasso fu definitivamente conquistato da Federico da Montefeltro in persona, dopo un violento assedio. Data la sua importanza strategica la rocca di Sassofeltrio fu ricostruita ex-novo nel punto ove sorgeva la distrutta fortificazione malatestiana. L’incarico fu dato al più grande architetto militare dei tempo: il senese Francesco di Giorgio Martini. E’ stato tramandato la descrizione e il disegno della Rocca evidenziando come accanto al persistere di sistemi difensivi medievali, fossero messe in atto le innovazioni richieste dai tempi nuovi: sopratutto quel “triangulo tutto massiccio con offese per fianco” costituito dal baluardo a punta di lancia.
La Rocca aveva un impianto quadrangolare. Le mura sopra la roccia avevano uno spessore di 5 metri; le pareti laterali della rupe erano grezze e avevano una altezza complessiva di 17 metri. Di pari misura era il diametro di base dei due torroni che fiancheggiavano la prominenza a punta di lancia messa a protezione dell’entrata. Purtroppo di tale costruzione non esiste quasi più alcuna traccia; ma che la Rocca fosse iniziata e forse ultimata mentre era ancora vivo il Duca Federico lo conferma Vespasiano da Bisticci, intimo dei Duca stesso. Un’altra distruzione di rocche si ebbe nel 1519 ad opera di Lorenzo De’ Medici, signore di Firenze. I documenti successivi testimoniano che la Rocca dei Sasso aveva ancora una sua funzione: fin dal 1579 nel mastio vi era la Sala Consigliare della Comunità. I verbali conservati nei “Libri dei consigli della Comunità” confermano che tale pubblica sala fu utilizzata fino al 1819 quando l’edificio fu abbandonato perché ridotto in stato pietoso. La prestigiosa Rocca Feltresca edificata da Francesco di Giorgio Martini cadde così nella più totale rovina.




Rablè, scrittura creativa

Quest’anno si articolano in due moduli di quindici incontri settimanali, sempre di due ore ciascuno. Il corso inizia a ottobre e si concluderà a maggio.

Calendario

L’avvio dei corsi viene preceduto da una serata di presentazione aperta a tutti il 20 settembre alle ore 21, presso l’Istituto Leon Battista Alberti, nella sua sede distaccata di via Colonna 20, anche sede del corso.

Il corso vero e proprio inizierà invece martedì 11 ottobre alle ore 21 (il corso si svolgerà sempre il martedì sera).

Info e iscrizioni: info@rable.it; 330 233624; www.rable.it




Serate per il benessere psico-fisico

– Isa (Istituto superiore di apprendimento) è un’associazione scientifica e culturale senza scopo di lucro, con sede ad Assisi. Organizza nel territorio di competenza eventi culturali (mostre, spettacoli teatrali), seminari e conferenze, manifestazioni benefiche (sostegno a progetti sociali e no profit) e corsi per il benessere psicofisico dell’uomo in collaborazione con enti privati, pubblici (Comune, Provincia, Regione) e gli organi competenti quali il ministero dei Beni e Attività Culturali.
Isa svolge attività di ricerca e di studio sull’uomo e sulla possibilità di stimolare un continuo miglioramento della qualità della vita, attraverso la conoscenza e l’uso consapevole dei propri potenziali, applicati e sperimentati nella quotidianità.
Da anni impegnata nella ricerca per il miglioramento della comunicazione e dei rapporti umani, presenta un ciclo di conferenze gratuite nella provincia di Rimini e Pesaro aventi come tema principale la Conoscenza di Sé e lo Sviluppo dei Potenziali.

Il calendario

13 settembre – Rimini, Sala Gymnasium c/o Terra e Sole – Via Melozzo da Forlì, 6 – “Il Monte Analogo” –
16 settembre – Riccione- Biblioteca comunale sala “Centro della Pesa” – Via Lazio, 10 – “Incontri con uomini straordinari”
20 settembre – Pesaro – Biblioteca di Baia Flaminia – Piazza Europa, 16 – “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”.
23 settembre – Rimini – Sala Buonarrivo presso Provincia di Rimini – Corso D’Augusto, 231 – “Il lavoro su di sé”.
Martedi 27 settembre -Cattolica – Casa del Pescatore – via E.Toti, 2 – Zona Porto – “La Quarta via”
30 settembre – Riccione – Biblioteca comunale sala “Centro della Pesa” – via Lazio, 10 – “L’Osservazione”.

Ingresso gratuito, gli incontri iniziano alle 21.

Per maggiori informazioni è possibile contattare il numero 348.5542425.




Pulini: “Il 2 per cento del bilancio per edifici pubblici e opere d’arte”

L’INTERVISTA

– Sta ancora studiando “riminologia”, da un paio di mesi catapultato in città sulla poltrona di assessore alla Cultura della nuova giunta Gnassi, Massimo Pulini proverà a mettere la sua firma sul programma dell’offerta artistica a largo spettro di Rimini. Una “piantumazione” estetica, per seminare i germogli del bello in giro per la città. Del bello lui ha piena conoscenza, professore all’Accademia delle belle arti di Bologna, studioso esperto di pittura del ‘600 e pittore lui stesso. Sposato, separato, condivide la sua casa di Montiano, sui colli forlivesi, con tre gatti (anche se ammette di averne avuti fino a 14) e i suoi quadri. Alle pareti del suo ufficio i calchi di Giove e Apollo, i due volti decorativi entro i clipei dell’arco di Augusto e un’enorme tela, un vaso di fiori, dipinta da lui.
Dunque: la Cultura a Rimini. Da dove si comincia?
“Premetto che non sono un politico ma un tecnico. E sono appena arrivato. Non ho mai vissuto a Rimini e quindi sto ancora studiando. La situazione che c’è qui ma che c’è dappertutto, Rimini non è diversa dal resto dell’Italia, è una situazione di stallo per quanto riguarda l’arte figurativa. Mentre gli altri settori sono in qualche modo tutelati con incentivi, per la musica, il teatro, anche il cinema. Se si tratta soprattutto di arte contemporanea siamo fermi, in questi decenni non le è stata data voce”.
Per questo ha rispolverato una legge di 62 anni fa?
“Sì la legge 717 del ’49 esiste ed è in vigore. Il principio è molto giusto, quello di destinare il 2 per cento del budget per la costruzione o la ristrutturazione di un edificio pubblico all’acquisto di un’opera d’arte contemporanea che lasci una testimonianza artistica del proprio tempo. Naturalmente da individuare con bando, ma deve essere una cifra prevista già da subito. Finora invece è stata ingiustamente disattesa. La legge si ispira a una analoga del ventennio, infatti non esiste palazzo di quell’epoca che non abbia una statua o un bassorilievo di pregio. Questo intendo con ‘riforestazione del bello’”.
Ha già in mente qualche luogo in particolare?
“Si parla del tribunale. Quello è un edificio statale ma la legge vale per tutti gli edifici. Quindi spingeremo perché quello sia il primo. Poi la colonia Murri, della quale dovrebbe cominciare presto l’opera di ristrutturazione”.
Come linea programmatica invece cosa possiamo dire?
“Tra le mie deleghe mi piace molto quella alla ‘Identità dei luoghi e degli spazi’. Ripeto, io sono un tecnico, vengo dal settore museale ed espositivo e riguardo a questo ho le idee più chiare. Gli altri come la musica, il cinema e il teatro hanno già una loro struttura consolidata. Le prime idee riguardano la risistemazione degli spazi espositivi con una logica e organicità delle proposte. Negli ultimi anni l’amministrazione ha più risposto a domande dall’esterno invece di dare degli input suoi”.
Qualche esempio?
“Palazzo del Podestà e dell’Arengo. Ora ospitano una serie di iniziative senza un criterio preciso, mischiate come se fosse una piazza coperta. Esposizioni, iniziative di beneficenza o dedicate agli appassionati di un settore. Sia chiaro, non voglio azzerare nulla. Solo dare una logica coerente. Le stanze al piano terreno potranno ospitare mostre d’arte contemporanea. È l’amministrazione che diventa committente e non solo ospitante. Poi c’è il museo della città da valorizzare con il completamento della nuova ala nella quale troveranno posto anche i reperti archeologici della domus del Chirurgo e in alcuni spazi collezioni felliniane. E il museo degli sguardi, un patrimonio da valorizzare che tuttora è poco frequentato”.
Le iniziative che hanno avuto più successo ultimamente sono quelle tenute a Castel Sismondo, Gauguin e gli impressionisti. Che però vengono “acquistate” da fuori e non realizzate da Rimini, che ne pensa?
“Quelle di Castel Sismondo sono mostre organizzate dalla Fondazione Cassa di risparmio di Rimini, non siamo noi, non è di nostra competenza intervenire in questo tipo di scelte. Anche se spero che in futuro l’amministrazione possa collaborare con la fondazione”.
Ma non ci sono solo i musei…
“Per gli altri settori mi sto facendo accompagnare dai tecnici e il progetto lo sto facendo adesso, mano a mano. L’idea per ora è di continuare ad appoggiare le iniziative che già sono attive e hanno successo, Assalti al cuore, la Sagra malatestiana, il Festival del Mondo antico da riattivare a pieno…
Anche per il teatro vogliamo seguire l’esempio di altre città, penso a Cesena, che hanno aperto laboratori e spazi al pubblico attraverso piccoli festival”.
Lei è esperto d’arte del ‘600. Cosa pensa di portare a Rimini?
“L’eccellenza. Cose che la città non ha visto, che non conosce e allo stesso tempo valorizzare i diamanti del nostro territorio che potrebbero diventare i fulcri attorno ai quali far ruotare mostre e iniziative. La Pietà del Bellini potrebbe essere il baricentro di una serie di altre opere che travalichino anche i tempi, accostare per esempio a quella tela un video di Bill Viola. Una vitalità nuova per portare a Rimini opere di livello internazionale”.
Che rapporto vede tra la città e il suo entroterra? Si può creare una collaborazione con le altre realtà del territorio? Per esempio iniziative come San Leo 2000 che interessano il paesaggio come museo a cielo aperto per conoscere le opere di artisti come Piero della Francesca.
“Ci deve essere, anche se ancora non ho un progetto preciso per questo, serve lavorarci e prendo questa domanda come un buon suggerimento.
Diciamo che una delle battaglie sarà contro il fotovoltaico selvaggio. Ci siamo appena salvati dal nucleare, ora dobbiamo salvarci dal fotovoltaico dei campi che con gli incentivi indiscriminati sta rovinando il paesaggio. Il fotovoltaico deve stare sui tetti delle case e dei capannoni non nei campi. Così come mi piacerebbe riportare l’acqua sotto il ponte di Tiberio. Dopo la deviazione del Marecchia è rimasto appena un rivolo patetico. Anche questa è ‘identità dei luoghi’”.
Prima ha citato la Murri. Le colonie sono esempi anche di eccellenza architettonica del nostro territorio. Lei è professore all’Accademia delle Belle arti di Bologna, come pensa si debba agire?
“Penso che siano un potenziale enorme e un’occasione per reinterpretare un patrimonio con un concorso di idee. Stando attenti però, perché da quando l’architettura è uscita dalle accademie ed è entrata nelle università ha un po’ perso il contatto con l’arte e con il bello”.
Che opinione si è fatto in questo dibattito sull’Università e le sedi decentrate?
“Non posso dire di avere ancora tutto chiaro nel dettaglio. La ramificazione dell’ateneo, non solo formale, che valorizzi le peculiarità di un territorio, nel caso di Rimini si parla di turismo, è una risorsa preziosa.
Lei è un tecnico ma quest’ultima è una frase da politico…
“E’ vero… chiedo scusa…”.
Sta imparando… (ride)




Debito pubblico e giustizia lenta

– Come far crescere il debito pubblico e rendere più lenta la giustizia.
«Nano di Venezia, non romperci i coglioni». Così si è espresso un ministro della Repubblica (Bossi) nei confronti di un altro ministro (Brunetta), colpevole di avere, durante una riunione del Consiglio dei ministri, proposto di modificare la manovra bis del governo Berlusconi-Tremonti toccando le pensioni. Pochi giorni prima il ministro Tremonti aveva dato del «cretino» allo stesso Brunetta durante una conferenza stampa. Chi di spada ferisce, di spada perisce, perché Brunetta si era specializzato nel definire «cretini» i giovani disoccupati che lo contestano. Questo è il clima civile regnante tra i collaboratori del presidente Berlusconi. In quale altro governo dell’ Occidente cose simili sono immaginabili?
Delle discussioni sulla manovra bis sono piene le pagine dei giornali italiani. Parlano di una coperta troppo corta: chi la tira di qua, chi la tira di là. Mentre scriviamo, tiene la scena lo scontro tra Bossi, difensore delle pensioni così come sono, e Berlusconi, che vorrebbe ritoccarle. Il fatto è che il suo impero è in piena crisi, con i sondaggi che lo dànno al 22%. Lo conferma il fatto che per la prima volta si sono permessi di criticare Berlusconi vari suoi parlamentari. Non era mai accaduto.
Quella manovra-bis è stata imposta all’ Italia dalla Banca Centrale Europea, che ha salvato il debito pubblico italiano, lasciato colpevolmente aumentare dai governi Berlusconi senza accompagnarlo con la necessaria crescita economica. La speculazione internazionale ha minacciato molti paesi, ma è stata esiziale con quelli, come l’ Italia, più vulnerabili. Berlusconi ha dovuto ammettere la necessità, nella quale si è trovato, di mettere le mani nelle tasche degli italiani. L’ aveva sempre fatto, comprimendo i bilanci dei Comuni, ma questa volta tutti hanno visto le sue mani sporche di marmellata. Tuttavia, ancora una volta, non ha toccato gli evasori. Vuol far pagare più tasse a coloro che le hanno sempre pagate. Ha respinto la sacrosanta proposta di PD e Italia dei Valori, intesa a tassare gli evasori che avevano fatto rientrare i loro capitali, illegalmente esportati, pagando il solo 5%, e non il 20-30% degli altri paesi europei.
Ma ad altro Berlusconi aveva pensato, ossia alle cose che più gli stanno a cuore: i processi nei quali egli è coinvolto. Per questo aveva curato con particolare zelo l’ approvazione (28 luglio) da parte del Senato del cosiddetto «processo lungo», l’ ultima trovata dei suoi avvocati. I suoi servi, che dispongono al Senato di un’ampia maggioranza, non si sono peritati di approvare un disegno di legge che rischia di rendere ancora più lenta la giustizia italiana, già ripetutamente multata dall’ Europa a causa della sua lentezza.
Non si era detto da tutti che il difetto maggiore dei processi italiani consiste nella loro lunghezza? Ecco il rimedio escogitato da Berlusconi: ren- derli ancora più lunghi.
In quale modo? Semplicissimo: nel costringere i giudici ad accogliere tutte le testimonianze invocate dagli avvocati. Fino a ieri i giudici potevano decidere quali testimonianze accettare, quali respingere come inutili, e procedere in tempi ragionevoli. Erano essi, i padroni del processo, come è giusto che sia. Ora non più, ora i padroni del processo diventeranno gli avvocati. Ora costoro possono imporre ai giudici l’ ascolto di tutti i testimoni possibili ed immaginabili.
A che scopo? Ma è semplicissimo: allo scopo di citare centinaia di testimonianze e rendere il processo tanto lungo da attendere il giorno della prescrizione, ossia il giorno della sua estinzione. Non è chi non veda quale vantaggio ne ricaveranno gli imputati dei più diversi reati, e quale danno ricadrà sulle spalle delle vittime. Per cavarsela, basterà agli imputati avere soldi a sufficienza per compensare avvocati compiacenti e disponibili, pronti a citare centinaia di testimonianze.
E’ in questo modo che Berlusconi pensa di salvarsi dai suoi processi. Resta la speranza che il capo dello Stato voglia bloccare un provvedimento vergognoso come questo.
A tutto questo si aggiunga la fine ormai prossima di Gheddafi. Torna in mente a tutti il Berlusconi che poco più di un anno fa, il 27 marzo 2010, corse a Sirte al vertice della Lega araba per baciare le mani a Gheddafi, benché le sue carceri fossero piene di oppositori condannati a decine di anni di reclusione. L’ amicizia con Gheddafi ha pesato sulla politica estera italiana, a lungo incerta sul da farsi in presenza della rivoluzione libica primaverile, poi ritardata dal non voler disturbare Gheddafi con una telefonata da Palazzo Chigi, e infine risoltasi con la partecipazione degli aerei italiani con divieto di sganciare bombe. Se la Francia sfrutterà meglio dell’ Italia i buoni rapporti con i nuovi governanti di Tripoli, anche questo andrà messo sul conto di Berlusconi.

di Alessandro Roveri
Libero docente all’Università di Roma




Banche locali, la crisi le rafforza

L’INCHIESTA

di Francesco Toti

“Sul futuro voglio citare il cardinal Tonini. Dice che le casse rurali sono nate da una scommessa e da una utopia. Che il primo prestito fu per acquistare un aratro e un maiale. E la scommessa non fu la restituzione dei soldi, ma mettere in moto un meccanismo di crescita”

– Rapporto diretto col cliente, profondo conoscitore del tessuto sociale e delle sue dinamiche (sia nei vizi come l’evasione fiscale, sia nelle virtù come la capacità di produrre ricchezza), la crisi economica rafforza la banca locale. Al settembre del 2010, le sette banche provinciale detenevano il 75% degli impieghi (7,85 miliardi le locali, contro i 3,9 miliardi delle nazionale. A confrontare il dato col 2005, si ha che gli impieghi degli istituti locali ammontavano a 5 miliardi di euro; mentre quelli nazionali a 3,2 miliardi. Un indicatore ben oltre il 30 per cento.
Insomma, nei momenti di difficoltà c’è un ritorno all’aia di casa, che è rassicurazione e innocenza, direbbe Andrea Camilleri. Ne chiediamo la chiave di lettura a Fausto Caldari, presidente della Banca di Credito Cooperativo di Gradara. Argomenta: “Il ruolo della banca locale va ben al di là delle competenze tecniche; è un mondo con forti relazioni sociali. E di appartenenza e sensibilità. La banca locale ha attenuato l’impatto della crisi sulle famiglie e sugli imprenditori, ma non si può sostitiure alle politiche dello Stato, del governo, per rilanciare la produzione. E’ al governo che si chiedono interventi strutturali. Una gran parte delle nostre difficoltà sono dovute all’incapacità della politica nell’affrontare il momento. Si dovrebbe dare la caccia in modo giusto a chi evade, al patrimonio”.
Dello stesso parere di Caldari è Luigi Sartoni, direttore generale della Banca Popolare Valconca. “Purtroppo non abbiamo un governo ed è ora di dire basta a questa situazione di precarietà. Con chiunque si parli, di qualunque idea, in coro si dice basta. L’immoralità sono i messaggi peggiori per l’italiano che lavora e tira la carretta”.
“Lo Stato – continua Sartoni – ha bisogno di soldi per finanziare un debito pubblico che risulta improduttivo e li paga molto. Se i titoli di stato rendono più del 5%, io banca li devo pagare di più. E li devo anche rivendere ad un prezzo maggiore. L’alternativa non esiste, la gente, con tali appetibili tassi, acquista il debito pubblico. Così i costi dello Stato ricadono sulle famiglie e sulle imprese. Con i tassi destinati a crescere si mettono in difficoltà le famiglie; con le imprese che rischiano di chiudere”.
Con Sartoni si ritorna sul ruolo della banca locale: “E’ più elastica e nelle frenate economiche emerge con forza la sua funzione. Conosce meglio le aziende e le famiglie del suo territorio. Le grandi hanno i parametri di Basilea2; con noi il cliente si fa una ragionata. Poi da noi c’è ancora un bel tesoretto. Diciamo che la banca continua a fare il proprio mestiere; abbiamo anche supplito all’assenza di altre istituzioni”.
Se due punti di vista, come si suol dire, sono una mezza prova, tre diventano quasi una certezza. Giancarlo Morelli è il direttore generale di Banca di Rimini. “Credo che la banca locale – afferma con forza – lo sa meglio delle nazionali quando dare l’ombrello aperto e a chi. Soprattutto sa perfettamente che non va ritirato quando piove. Sono del parere che la banca abbia grosse responsabilità e sarebbe grave se non fosse capace di valutare chi merita di essere sostenuto nei momenti difficili. Lo considero quasi un obbligo. Purtroppo, nella provincia di Rimini abbiamo un tipo di cliente dove a volte siamo costretti a dare valore alle qualità soggettive e di conoscenza diretta e non ai numeri, come sarebbe normale. E quando non ci sono i numeri spesso si è in difficoltà”.
Con il manifatturiero sotto del 20-30 per cento rispetto al periodo prima della crisi, estate del 2008 (esplode al ritorno delle vacanze in settembre), Caldari, Sartoni e Morelli, dal loro osservatorio privilegiato, concordano che il turismo sta ossigenando l’economia provinciale.
Caldari: “Lo dicono i numeri e lo dicono le sensazioni generali. Al 31 agosto 2011, la nostra raccolta è aumentata di circa il 10 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. L’estate sta attenuando la crisi nella nostra provincia; anche se la partenza non è proprio stata positiva. I numeri importanti si sono fatti dalla metà di luglio in poi, anche grazie alla bella stagione. Dentro questa cornice positiva, ci sono anche nei come il commercio e la ristorazione. Invece, si salvano i negozi di livello medio-alto”.
Morelli: “In termini generale, gli operatori turistici hanno fatto meglio, beneficiando di un Mediterraneo caldo politicamente e del sole. Però la fiducia nel sistema, che ti manda in vacanza tranquillo, non è affatto migliorata”.
Sartoni: “Le presenze ci sono state, indubbiamente. In agosto non si è perso un solo giorno grazie al sole. Se il turista spende o no è difficile dirlo; certo che albergatori e bagnini se la sono cavata meglio degli altri operatori”.
Se pensare l’economia sul medio e lungo periodo è un po’ come prevedere il tempo oltre la fatidica settimana, che cosa aspettarsi? Sartoni: “Se nei prossimi mesi la produzione della nostra area riuscirà a mantenere questo livello, che è già un buon livello, siamo ben messi. Oramai i giochi però li fanno la finanza pubblica e la finanza più in generale”.
Caldari: “Sul futuro voglio citare il cardinal Tonini. Dice che le casse rurali sono nate da una scommessa e da una utopia. Che il primo prestito fu per acquistare un aratro e un maiale. E la scommessa non fu la restituzione dei soldi, ma mettere in moto un meccanismo di crescita”.

Caldari: “E’ al governo che si chiedono interventi strutturali. Una gran parte delle nostre difficoltà sono dovute all’incapacità della politica nell’affrontare il momento“

Sartoni: “Lo Stato ha bisogno di soldi per finanziare un debito pubblico che risulta improduttivo e li paga molto. Se i titoli di stato rendono più del 5%, io banca li devo pagare di più“

Morelli: “In termini generale, gli operatori turistici hanno fatto meglio, beneficiando di un Mediterraneo caldo politicamente e del sole. Però la fiducia nel sistema, non è affatto migliorata”

Carim, patrimonio della collettività

PUNTO DI VISTA

“Ho lavorato in banca per 10 anni. E ammiravamo la prudenza creditizia della Cassa di Risparmio. Quando qualche cliente difficile non riusciva ad avere gli affidamenti da loro, veniva da noi che eravamo più laschi”. Questa era la Carim nel giudizio di un ex bancario. Oggi, ha bisogno di 120 milioni di euro per essere ricapitalizzata. Soprattutto ha bisogno di ossigeno dal Riminese e non di un cavaliere bianco (che poi sarà nero) che giunge da fuori e si porti via con sé il frutto di un patrimonio della comunità.
Almeno quattro le ragioni del dissesto Carim e tutte si sono consumate in meno di un decennio con una lunga e incredibile serie di errate valutazioni, avvalorando ancora una volta il vecchio detto: “Le noci finiscono anche a bacucco”. Il primo errore risale al 2002, acquista 27 filiali da Capitalia. Le paga circa 100 milioni di euro; si sono rivelate improduttive. Altro errore nel 2005, acquista, sempre per circa 100 milioni di euro, il Cis (Credito industriale sammarinese). Ora vale molto meno.
Il terzo errore è tutto targato dal veneto Alberto Martini, l’ex direttore generale. Porta a Rimini una decina di figure professionali, deprimendo le conoscenze e umanità interne.
Ultimo elemento di sventura, pensa più al grande cliente che al piccolo. Nella primavera dello scorso anno, c’è un’ispezione di Bankitalia. Il 4 ottobre del 2010 giungono i commissari Piernicola Carollo e Riccardo Lora.
La Fondazione (con il 73% è la proprietaria della Cassa) dovrebbe coinvolgere istituzioni e privati del territorio a 360 gradi, altrimenti non troverà in loco neppure mezza lira dei 120 milioni del fabbisogno. Chi è disposto a prestare dei soldi, tanti soldi, e non contare nulla? Dato che la Fondazione avrebbe ancora il 51 per cento delle azioni. Sarebbe sufficiente un nobile patto di sindacato, con dei consigli di amministrazione di riconosciuto prestigio. E buon senso.

NUMERI

Un reticolo di 310 sportelli

– Nella provincia di Rimini a fine 2010 risultavano 310 sportelli bancari (erano 259 nel 2005), pari all’8,8% degli sportelli regionali (3.531). Mentre ha sede il 12,3% delle banche regionali: 7 a Rimini e 57 in regione.
IMPIEGHI E DEPOSITI
Al 30 settembre del 2010, gli impieghi (denaro prestato alla clientela) ammontavano a 11,9 miliardi di euro; di cui ben 4,44 miliardi erogati dalle banche piccole (sono tali se i fondi intermediati stanno tra 1,3 e 9 miliardi).
Mentre i depositi, allo stesso periodo, ammontavano a 5,4 miliardi; 2 miliardi nelle casse delle banche piccole.
Nel confronto regionale, la provincia di Rimini eroga il 7,2% degli impieghi e detiene il 7% dei depositi.
SOFFERENZE
Sempre alla fine di settembre del 2010, ammontavano a 517 milioni di euro (l’8% della regione). Tra il 2008 ed il 2010, l’incremento delle sofferenze è salito del 62,6%; da 318 milioni a 517. Numeri che la collocano a metà classifica regionale. Un segnale della crisi economica iniziata nel settembre del 2008.
CREDITO
Alla fine del 2009, la propensione al credito della provincia (rapporto impieghi/depositi), +214%, era superiore alla maggior parte delle province regionali (+172,5%).
RISCHIO
Il tasso di rischio provinciale (3,6%), era leggermente superiore alla media regionale, 3,3% e inferiore alla nazionale, 3,8%.
SAN MARINO
Questi indicatori economici sono falsati dalla presenza di San Marino come cassaforte del nero e non solo.




Piero Manaresi: “Fossi imprenditore sarei preoccupato”

“Gli speculatori. Sono come i batteri e gli animali che decompongono la carcassa: in natura hanno il compito di ripulire e riequilibrare l’ambiente alterato per l’incertezza e l’incapacità di gestire le situazioni. In sé la speculazione non è né buona, né cattiva”

“Debito pubblico italiano. E’ sicuro. Così tutti i grandi fondi stanno investendo-acquistando i titoli emessi. Anch’io ho l’85% dei miei risparmi in titoli italiani”

“Crisi. E’ la crisi del modello economico occidentale. E’ iniziato il lento declino produttivo. Altrove, Cina, India, Brasile, il costo del lavoro è inferiore e la legislazione sull’ambiente ha le maglie larghe”

“Bancarotta. Per certi versi la bancarotta sarebbe la nostra rivoluzione. Si farebbe piazza pulita di una classe dirigente scandalosa; che ha tradito fin dall’origine la fiducia dei cittadini”

L’INTERVISTA

– “Anche il sapiente che dice di sapere, non ha trovato”. Lo scriba va da un raffinato esperto di economia, di mercati, di finanza, di aziende e se ne torna con il passaggio più importante del Qohélet (l’Ecclesiaste), il radunante . Che è un inno al dubbio. Lo scopo era raccontare ai lettori uno spaccato senza fronzoli e retorica di questo confuso momento economico e finanziario e si porta a casa il dubbio. Che è poi la bellezza della vita.
Riccionese, sposato, una figlia, abita d’inverno a Rimini e d’estate a Portoverde. In vacanza, il mattino presto è già in spiaggia: nuoto, corsa. Rientra in casa per andare al mare con la famiglia. Fosse per lui avrebbe già lasciato l’Italia per l’Australia, ma la moglie lo frena. Nel lavoro si divide tra Bologna e Milano. Consulente aziendale. Analizza i bilanci delle imprese e poi ne propone gli acquisti ad altri marchi che si vogliono espandere per vie esterne, o ai fondi di investimento (affari loro il 90 per cento delle aziende che passano di mano).
Il riccionese, giovanissimo, fu il perito nominato dal tribunale di Parma per ricostruire il labirinto delle aziende Parmalat. Ne tirò fuori un grande albero su un’intera parete; aveva “scovato” buona parte delle ramificazioni della multinazionale. Con la sicurezza che qualche rametto fosse rimasto fuori.
Lavora e si diverte, il riccionese. L’85 per cento dei suoi risparmi li ha investiti in titoli di stato italiani; il resto lo tiene in borsa. Ha appena acquistato un pacchetto di Campari. Al momento della chiacchierata (19 agosto) aveva guadagnato un punto. Taglia: “Nella crisi vanno le droghe; e che cos’è l’alcol se non una droga legalizzata”.
Ha la verve dello scrittore, Manaresi. Parla per immagini, in modo chiaro e forte, senza tanti giri di parole. Un esempio: “Gli speculatori sono come i batteri e gli animali che decompongono la carcassa: in natura hanno il compito di ripulire e riequilibrare l’ambiente alterato per l’incertezza e l’incapacità di gestire le situazioni. In sé la speculazione non è né buona, né cattiva. E’ un sistema che riporta in riequilibrio le cose. Non va giudicata con la morale e l’etica. L’Italia è stata attaccata dagli speculatori per il forte debito pubblico e con i politici incapaci di gestire. Il debito pubblico italiano è sicuro. Così tutti i grandi fondi stanno investendo-acquistando i titoli emessi. Anch’io ho l’85% dei miei risparmi in titoli italiani”.
“Pensare di fermare la speculazione – continua Manaresi – quando è partita è impossibile. Va bloccata a monte, non dandole il motivo di lavorare”.
Tranquilli ma non troppo sul debito dell’Italia, pari ad oltre il 120 per cento del suo Pil (Prodotto interno lordo), chiediamo quale scenario vede dal suo osservatorio. Dice: “Non so che cosa capiterà a settembre. Con tutti coloro i quali parlo dicono che i consumi stanno diminuendo; nel Sud’Italia il calo è a doppia cifra. Questa crisi, dal mio punto di vista, è la crisi del modello economico occidentale.
E’ iniziato il lento declino produttivo. Altrove, Cina, India, Brasile, il costo del lavoro è inferiore e la legislazione sull’ambiente ha le maglie larghe.
E la Cina, detentrice di una bella fetta del debito pubblico americano, chiede spiegazioni. Dall’altra parte però se gli americani non acquistassero più le loro merci, a chi le venderebbero? Va anche rimarcato che gli Stati Uniti rappresentano lo spreco più totale”.
A chi gli chiede come vede gli imprenditori, argomenta: “Sono più impauriti che stanchi. Se non hai il portafogli ordini, il mercato lo subisci. Se fossi un imprenditore avrei molta paura. In campo ci sono troppe variabili e non si capisce più nulla. Con l’Italia guidata da un branco di irresponsabili. Il sistema politico è auto referenziale. L’unica parola che si adatta a risolvere i nostri problemi è ‘rivoluzione’. Ma non so in quale accezione; nel mio ambiente, al di là delle simpatie culturali, abbiamo tutti in bocca questa parola. In questo momento gli imprenditori stanno subendo l’incapacità della politica.
E’ l’organizzazione che fa la differenza, non il buon tiratore. E si vede dalla piccole cose. Vai per fiere, vedi lo stand delle istituzioni italiane allestito ma vuoto. Quello tedesco ha davanti tutto il supporto e l’organizzazione della Deutsch Bank. Questa è la differenza tra le nazioni”.
“In questo momento – continua Manaresi – vanno poste le basi per risolvere i problemi del Paese. Credo che la maggioranza degli italiani siano ben lieti di dare i soldi allo Stato, ma la falla della barca deve essere chiusa. Altrimenti tutto diventa inutile. Non mi sembra che l’Italia abbia ben letto il messaggio della Banca centrale europea che è di mettere i conti in ordine. In un’azienda seria l’amministratore delegato (il capo del governo) prende decisioni per conto degli azionisti (i cittadini). Invece, il giorno dopo tutti i dirigenti (i ministri) si alzano e dicono tutto e il suo contrario.
Negli ultimi mesi, ho fatto a sei imprenditori la proposta di vendere. Mi hanno risposto di no perché si aspettavano un prezzo più alto. Mi dovessero richiamare, non so se avrei ancora gli acquirenti pronti a quella cifra”.
Manaresi tocca il punto del punti: può l’Italia andare in bancarotta? Se lo augura. Dice: “Per certi versi la bancarotta sarebbe la nostra rivoluzione. Si farebbe piazza pulita di una classe dirigente scandalosa; che ha tradito fin dall’origine la fiducia dei cittadini. Il pubblico amministratore è responsabile di tutte le famiglie di un Paese”.
Con le persone preparate e perbene, si può partecipare ai destini di questo turbolento momento economico. Parola di Piero Manaresi. Che la domenica mattina inforca la mountain bike si fa 60 km lungo il Conca.




Vitali: ‘Evadere è un reato ingiustificabile’

L’INTERVENTO

– Stefano Vitali, presidente della Provincia di Rimini, ha fatto una dichiarazione di forte coraggio. Fuori dai canoni del politico di professione. Che non blandisce l’elettorato. La riportiamo integralmente.

– Le questioni, serie, cominciano dai numeri. E a Rimini continua a essere molto seria la questione dell’evasione fiscale. Lo dicono i numeri, appunto. Anche oggi. Provo a metterne in fila alcuni: i 205 controlli effettuati tra giugno e agosto in strutture ricettive dalla Guardia di Finanza che hanno in rilievo 178 mancate emissioni di ricevute fiscali; le 150 mancate emissioni di scontrini fiscali da parte di alberghi, pubblici esercizi e ristoranti nel week end ferragostano; ‘l’esercito’ delle 1.122 persone fisiche che nella nostra realtà dovrebbero versare il contributo di solidarietà, avendo un reddito superiore ai 90 mila euro lordi all’anno. Qualche anno fa fu pubblicato un simpatico specchietto, relativo al Comune di Rimini, da cui emergeva (dichiarazioni 2005) che il 50,01% dei 101.983 contribuenti stava nella fascia di reddito ‘0-12 mila euro’, il 35,3% in quella ’12 mila- 25 mila euro’ mentre lo 0,21% nella fascia ’90-100 mila euro’, lo 0,11% ‘200-500 mila euro’ e lo 0,01 in quella ‘oltre 500 mila euro’. Gli stessi numeri che ogni anno ci proiettano ai vertici della statistiche italiane sulla povertà (?) e numeri che, soprattutto in un momento in cui a tutto il Paese vengono chiesti sacrifici enormi sia in termini economici che di cambiamenti sociali, diventano moralmente e eticamente non più sostenibili per un territorio come il nostro, non più giustificabili. Dico questo perché ai numeri solitamente seguono le parole e ciò che ho letto stamattina sui giornali locali non può non lasciare indifferenti. C’è un giustificazionismo di fondo rispetto al problema dell’evasione fiscale che stride in modo drammatico con l’evidenza. La tesi delle ‘poche mele marce’ o della ‘distrazione’ o ‘delle imprese che non ce la fanno più’ diventa una zavorra proprio per lo stesso tessuto economico che avrebbe solo vantaggi da un’equa e civile ripartizione fiscale che lascerebbe in tasca più soldi per cittadini, famiglie, turisti. Lo squilibrio pazzesco tipicamente italiano, e quindi anche riminese, deve essere emendato con urgenza inoculando etica e non invece relativizzando il problema come si faceva un tempo o peggio affermando quasi che ‘ le imprese sono costrette a farlo per sopravvivere’, quasi che un lavoratore dipendente sia un privilegiato e dunque per sopravvivere esso possa fare e dare ancora di più. Certo, il sistema fiscale italiano è bizantino e obsoleto ma per cambiarlo in meglio occorre che da parte di tutta la classe dirigente- politica, economia, cultura- concordi sul principio dell’equità. L’evasione fiscale non ha giustificazione e anche a Rimini sta mostrando la corda la ‘spiegazione’ dell’evoluzione storica del sistema. Ripeto, oggi- a fronte di chiari di luna che nei prossimi mesi potrebbero innescare crisi e reazioni mai viste anche in territori ricchi- occorre grande responsabilità perfino nelle parole. Ci vuole molto a dire ‘evadere è un reato ingiustificabile a prescindere dall’entità della cifra?’; ci vuole tanto a evitare la sensazione di procedere sempre e comunque a una fiacca difesa corporativa?; ci vuole tanto ad affermare che se ‘così fan tutti’ allora ‘tutti stanno facendo qualcosa di sbagliato?’. “Cosa fa la politica?” ci si chiederà a questo punto. Gli Enti locali fanno quello che dispongono leggi centraliste e ‘anti federaliste’ che non danno reali competenze sulle verifiche fiscali: protocolli d’intesa con la Finanza, recupero evasione su alcuni tributi. Forse potrebbero spingersi a assumere iniziative simboliche, come ad esempio determinare un minus amministrativo per le persone fisiche o le società sanzionate per evasione fiscale in caso di richiesta di contributi pubblici o partecipazione a bandi pubblici. Molto di più può fare lo Stato, semplificando il regime fiscale e potenziando i controlli. Ma è la cultura soprattutto a dover cambiare. Quella cultura che sostiene, oramai anche senza più timori, che ‘evadere è lecito o quantomeno giustificabile’. E che alla fine produce numeri e una pagella che porta a una clamorosa bocciatura.

ALLEGRO MA NON TROPPO

I redditi: dai notai (327.000 euro) ai barbieri (11.400 euro)

– Un popolo di santi, poeti, navigatori. Alle tre storiche virtù affibiate al genio italico ne vanno aggiunte altre due: l’essere corteggiatori e l’essere i più raffinati evasori dell’occidente. Senza vergogna e ancor meno pudore, ma con compiaciuta leggerezza. E’ passato anche la giustificazione comune che se non si evade, chiude la bottega. Una scusa buona per la coscienza, naturalmente. La provincia di Rimini per ricchezza pro-capite balla attorno alla decima posizione in Italia. Come denuncia Irpef è vicina al centesimo posto. Va ricordato che uno studente universitario costa alla comunità 100mila euro l’anno; la degenza in ospedale 1.000 al giorno. Due elementi che da soli dovrebbero dissuadere. Ma così non è. Dunque, ci vorrebbe un provvedimento tecnico da parte dello Stato.
Ecco la denuncia media lorda in Italia per categorie economiche.

Notali: 327.000 euro
Farmacisti: 112.4000
Dirigenti di azienda: 105.000
Medici e chirurghi: 63.300
Fiscalisti: 50.800
Dentisti: 46.200
Avvocati: 46.000
Tabaccai: 44.300
Consulenti finanziari: 44.200
Ingegneri: 42.200
Periti industriali: 39.400
Designer: 37.200
Pompe funebri: 32.800
Assucuratori: 33.000
Consulenti informatici: 31.700
Architetti: 29.500
Geologi: 28.600
Geometri: 27.100
Periti agrari: 26.300
Agronomi: 25.500
Psicologi: 20.200
Concessionari auto: 17.700
Giornalai: 18.000
Veterinari: 16.800
Fruttivendoli: 16.600
Proprietari bar: 16.300
Tassisti: 14.500
Ristoratori: 14.500
Gioiellieri: 14.300
Benzinai: 14.000
Barbieri: 11.400
Media contribuente: 18.900 euro

TIPOLOGIA DI REDDITO
Fino a 20.000 euro: il 65,5 per cento delle denunce
Da 20.000 a 40.000 euro: il 27,4 per cento
Da 40.000 a 60.000 euro: il 4,1 per cento
Da 60.000 a 80.000: l’1,5 per cento
Da 80.000 a 100mila: lo 0,7 per cento
Oltre 100mila: lo 0,9 per cento

IL FATTO

Fossati: ‘Basta chiacchiere sull’evasione fiscale’

– “Basta chiacchiere sull’evasione fiscale”. Secco Massimo Fossati, segretario generale della Ust Cisl.
“L’evasione – continua Fossati – ha raggiunto livelli davvero imbarazzanti per un territorio serio e intraprendente quale è Rimini. Sempre che si voglia rimanere la capitale del turismo e non diventare quella della evasione e del lavoro sommerso”. “Se alcuni imprenditori/albergatori, pur di fare profitti – rimarca Fossati – cercano scorciatoie (che poi danneggiano tutto il sistema) affidandosi alla loro furbizia fiscale piuttosto che alla loro capacità di intrapresa, è giusto che, verso di loro, tutto il sistema si responsabilizzi con atti conseguenti.
Certo non è una strada facile, ma forse renderebbe più giustizia ai tanti albergatori e non, che al pari dei lavoratori dipendenti pagano quanto dovuto al fisco. A nessuno piace pagare le tasse, ma sono necessarie a sostenere i servizi attivati in molti settori e a beneficio della nostra società.
Vogliamo auspicare che la vera svolta si possa avere con il ripristino della tracciabilità dei pagamenti, che significa mettere in relazione ciò che il cittadino denuncia e ciò che spende durante l’anno. Se questo non si farà, rischieremo che a pagare continueranno a essere solo i soliti noti”.

Storia di un comunista che vota Pd e che non ha mai rubato

(Libera elaborazione di “Qualcuno era un comunista” di Gaber)

– No, non è vero, io non ho niente da rimproverarmi. Voglio dire… non mi sembra di aver detto delle cose gravi: solo cose evidenti. Chi sono? Un’ elettore normale che ha votato per quelli lì: per il Pd. Io non ho mai rubato, neanche in casa da piccolo, non ho ammazzato nessuno, non so inciuciare e dico quel che penso… figuriamoci!…
Lavoro, ho una famiglia, pago le tasse anche per quelli che non le pagano. Non mi sembra di avere delle colpe… non vado neanche a caccia! Come mi vesto? Mi vesto come un tempo, mi vesto come adesso… diciamo comodo: comodo? Io vi dico “possibile”! Economicamente possibile! Una volta cantavo! Sì una volta cantavo. Ma sì certo, anche canzoni popolari, sì… “Ciao bella ciao”. Sì, “Ciao bella ciao” l’ho cantata, d’accordo, e anche l’“Internazionale”, però eravamo un grande coro!
Adesso invece si vergognano, e poi che cazzo c’è da cantare!!! No, in camera non ho più manifesti… Forse uno, piccolo piccolo proprio piccolo… Che Guevara… no, non è una marca di jeans! Oh… sì che l’ho fatto io il pugno, e con orgoglio! Vicino avevo tute blu e non fighetti in cravatta. Vicino avevo la speranza e non l’arroganza.
Come? Se ero comunista? Sì, certo. Però italiano, eh! ‘Sta storia della Russia neanche ci pensavamo noi: dicano che cazzo vogliono i fighetti in cravatta, io ero lì e loro l’hanno imparata da Belpietro… Bel… ma non possono cambiargli il cognome a quello?…
Quella volta qualcuno era comunista perché era nato in Emilia. Io lo ero di più perché ero nato in Romagna… e la Romagna era rossa… adesso no… adesso… boh!!! Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma no: c’è sempre una mamma democristiana dietro a un buon figlio comunista: anche la mia.
Sapete: ultimamente abbiamo votato la stessa cosa! Chi cazzo ha sbagliato? Qualcuno era comunista perché era incazzato con la Russia, la Cina non la sopportava, e non sapeva che da lì sarebbe nato il Pd. Che errore compagni! Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica. Anche io… sapete… la mamma, la nonna! Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… o …io un po’ di letteratura del resto non c’ho mai capito un cazzo!
Qualcuno era comunista perché “La Storia è dalla nostra parte!”. Adesso questi la vogliono cambiare. Non parlo degli altri… parlo dei Veltroni associati. Qualcuno era comunista perché non glielo avevano detto che dopo sarebbero diventati quella roba là: quelli che la politica è solo potere, solo la sedia! Qualcuno era comunista perché non sapeva ancora che per un intellettualotto di quasi sinistra “comunista è un po’ come fascista”: in casa mia i secondi hanno ucciso… i primi no!
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona. Siamo arrivati qui perché dopo di lui il diluvio!!! Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona. Ma con quello che gira adesso ci tocca anche rimpiangerlo! Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo. Anche adesso chi è ricco ama il popolo… evasore! Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari. Adesso non ci sono più feste popolari. Perché?… come perché? Troppo popolari… troppo “antiche”!
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio. Adesso son ateo anche io… ho perso prima un Dio e poi anche l’altro. Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro. Due diplomi, una quasi laurea, un paio di lingue… ma sono uno di loro e son contento: chiamala se vuoi… meritocrazia!
Qualcuno era comunista e adesso è sindacalista perché non ha più voglia di fare l’operaio. Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio. Adesso che culo averlo lo stipendio.
Qualcuno era comunista perché la borghesia il proletariato la lotta di classe. Facile no? Adesso invece la borghesia non ha più educazione… solo i soldi E i proletari non esistono più: i figli sono un lusso!!! Qualcuno era comunista perché guardava sempre Rai Tre. Adesso devi fare l’abbonamento a Sky e sperare nella sette. Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini. Adesso sta nel Pd e ha una gran voglia di essere uno di loro! Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia. Adesso sta nel Pd perché non serve più la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa. Non aveva ancora conosciuto la sua evoluzione purtroppo.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi è solo l’Uganda. Questo prima di questi, tra un po’ sapremo quanto abbiamo peggiorato! Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani. E adesso?
Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera. Questi invece si sono scordati ed hanno cancellato anche gli eccetera. Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
E quanto è sporca una democrazia in cui un 35% vuol fare che cazzo vuole sulle spalle dell’ altro 65%? Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana. Adesso se la sogna e muore d’invidia per una società come quella americana. Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. Adesso invece… chi se ne frega degli altri.
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo.
Scusami Gaber… e grazie…

Fausto Nottiberti




Spigolature degli Scrondi

Netturbini da tutta Italia – Leggiamo: “Netturbiadi, attesi per la 24^ edizione oltre 1.000 concorrenti”. Lasceranno una Riccione tirata a lucido ed Hera si sentirà un po’ in colpa…

Siluri – Leggiamo: “Il Pd silura Loretta Villa. Per Francolini (Idv) e Ghini (Sel) basta il rimpasto di deleghe”. Villa Loretta ha chiuso i battenti…

Campagna-mare – Leggiamo: “La campagna conquista la spiaggia. Agricoltori sull’arenile e nelle vie del centro per valorizzare i frutti della terra”. Corteo di protesta (gelosia?) di centinaia di sardoncini e canocchie…

Miracolo – Leggiamo: “Tavolini fuori posto, raffica di multe. Colpite 20 attività con verbali fino a 160 euro”. In riviera il miracolo continua: la moltiplicazione dei tavolini…

Numeri – Leggiamo: “Trc, sulla protesta impazza il toto numeri. Per gli organizzatori al Palazzo del Turismo erano 500, per il Comune 250. Per il cittadino Alberto Morrone ‘in piazza erano 130’”. In politica anche la matematica diventa un’opinione…

Fischi – Leggiamo: “Sindaco fischiato sul palco, ma la colpa è del ritardo del concerto dei Modà”. E poi Pironi non ha neanche cantato…

Frattura – Leggiamo: “Frattura sul Trc: giunta verso il rimpasto. Pd e alleati sono ormai ai ferri corti dopo lo strappo”. Intervenga il reparto di Ortopedia!…

La voce – Leggiamo: “Maggioranza ai ferri corti, Pironi fa la voce grossa”. GROSSA…

Cespugli – Leggiamo: “I ‘cespugli’ al sindaco: tutti dentro o tutti fuori. Dopo il voto sul Trc, Sel, Idv e Socialisti fanno quadrato e dettano le condizioni”. Non siamo i figli della serva…

Botte – Leggiamo: “Tirano uova a un kebab: ragazzi inseguiti e pestati dal titolare turco”. Mamma li turchi!…

Russi – Leggiamo: “Turismo, giugno fa il boom. Più 6,2%. Assalto dei russi”. A ruba i costumi col pelo…

Arabi – Leggiamo: “Contropartite immobiliari. Sull’ex Enel entrano in gioco gli arabi”. E’ l’Enel, no l’Eni…

Sesso – Leggiamo: “Sorpresi dai padroni di casa scappano nudi. Una coppia rientra di notte e ne trova un’altra che fa sesso in giardino”. Ne è seguita una dura s-cazzo-ttata…




Trc, troppe verità stiracchiate

IL PUNTO

di Matteo Marini

– In numeri che accompagnano il progetto del Trc (trasporto rapido di costa) sono ancora piuttosto ballerini. Perplessità a cominciare dalle cifre che dovrebbero giustificare l’opera, fino al suo costo, ancora non pervenuto. Si legge nella brochure divulgativa che il tempo medio per andare da Riccione a Rimini varia da 45 minuti fino a un’ora e tre quarti. Una verità che sembra almeno un po’ stiracchiata. Che la rete dei trasporti e delle infrastrutture tra Rimini e Riccione vada in qualche modo rivista è comunque l’unico argomento che trova d’accordo tutti, Pd, e No Trc, destra e sinistra. E poi c’è il nodo dei costi. Il metrò di costa tanto caro alle amministrazioni dei due comuni che, nelle loro intenzioni, dovrebbe alleggerire il carico di auto e veicoli privati sulle strade, ha supporter e detrattori fin dal suo concepimento. Tutti con le loro ragioni.
La soluzione del Trc è cosa ormai nota soprattutto grazie agli articoli della stampa, visto che è in ballo, a stare stretti, almeno dal 2001. Cioè dalla delibera del Cipe (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che l’ha inserito nell’elenco delle opere strategiche e successivamente ha stanziato per la sua realizzazione 42,9 milioni di euro. Questo accadeva però nell’ormai lontano 2006. Quello che si attende di sapere è la spesa totale, a lavoro finito. Se ne è parlato (poco) anche durante la presentazione del progetto alla festa del Pd di Riccione, sabato 3 settembre. E il punto interrogativo è rimasto appeso. Si è passati dagli ormai famigerati 93 milioni di euro a 103 (una buona fetta attorno al 50% a carico degli enti locali, in un periodo non felice per le amministrazioni), in attesa della presentazione del progetto esecutivo. Qui il primo autogol. Il direttore dell’Agenzia alla Mobilità della Provincia, Ermete Dal Prato, rispondendo dal palco a una domanda sui costi che potrebbero raddoppiare, ha buttato lì un “non conosciamo ancora le cifre precise ma posso assicurarvi che nel doppio ci stiamo”. A quel punto le ganasce degli astanti con lo “smile” verde sulla maglietta e la scritta “No Trc” si sono distese in un ghigno. Alberto Rossini, responsabile del settore Mobilità ed ex assessore provinciale tenta di rimettere la questione su binari meno tortuosi: “La ditta che ha vinto l’appalto per i lavori è la stessa che deve redarre il progetto esecutivo. Tra poche settimane sapremo quali saranno i costi. Sarà un semplice adeguamento dei materiali”. Una variazione che dovrà essere quindi “contenuta”, sempre secondo Rossini, entro il 20% o 30%.
La ditta responsabile dei lavori e del progetto è romana: la Italiana Costruzioni, capofila di un’Ati (Associazioe temporanea di imprese), subentrata alla CoGel spa, vincitrice a suo tempo dell’appalto, ora in liquidazione. La Italiana Costruzioni ha sede a Milano, azienda ormai storica, di proprietà della famiglia Navarra, una lunga tradizione di costruttori dalla fine dell’800. Claudio Navarra, il fondatore, è tra gli imprenditori vicini al Pdl, titolare anche della gestione e ristrutturazione della Villa Reale di Monza, la sede “padana” dei ministeri delle Riforme, dell’Economia e della Semplificazione normativa.
Lo stesso Dal Prato si è detto essere “patrigno” di quest’opera, che considera funzionale solamente se integrata con “una rete di trasporto adeguata” solo in questo caso sarebbe giustificata e un progetto ormai “vecchio, potrebbe essere ancora attuale”. Per ora la certezza è quella di un percorso di poco meno di 10 chilometri, dalla stazione di Rimini a quella di Riccione, 15 fermate e un mezzo a guida assistita, su gomma, che garantisce velocità e puntualità grazie alla corsia dedicata e l’abbattimento (sempre secondo i dati forniti dall’Agenzia della moblità) dell’11% delle polveri sottili. Ma per preferire il Trc all’auto serve altro, che ancora rimane sulla carta in un ipotetico riassetto della rete di trasporto pubblico e nuove direttrici verso l’interno, tra le quali anche una, simile allo stesso Trc, verso San Marino: “L’opera parte da lontano e alla base c’è uno studio sugli utenti abituali della linea 11 – spiega ancora Rossini -. Il progetto è stato approvato e confermato in questi anni dal Cipe e la supervisione affidata alla società che gestisce la metropolitana di Parigi. Entro il 2012 ci sarà la gara per l’assegnazione della gestione del trasporto pubblico locale. C’è quindi il tempo per progettare un disegno dettagliato della rete a seconda dei percorsi”.
Argomenti che non convincono il comitato “No al Trc”, presente con tanto di mascotte a quattro zampe alla presentazione del 3 settembre, ancora sul piede di guerra e pronti alla raccolta firme per la consultazione popolare: “Tra pochi giorni conosceremo il responso dei quattro saggi che si esprimeranno sull’ammissibilità del referendum – spiega Lele Montanari, consigliere d’opposizione – poi dal 19 il Comune ci consegnerà i moduli per la raccolta firme”. Di firme, il comitato, ne ha già consegnate più di 500, pochi giorni fa, su un lungo rotolo svolto dall’ufficio del sindaco fino all’esterno del municipio. Anche se Pironi non c’era e per questa iniziativa, così come per il referendum, non risparmia le frecce: “Diciamo che potevano risparmiare molta carta. Secondo lei un referendum consultivo su un’opera già approvata e finanziata che valore può avere? È un’iniziativa puramente strumentale”.
Il principale argomento degli “antagonisti” è quello dell’inutilità di un mezzo con capacità potenziale di 1.000-1.500 persone all’ora (a seconda della frequenza delle fermate) :”Dove deve andare tutta ‘sta gente? – sbotta Montanari – sarebbe sufficiente raddoppiare la linea 11, proposta fatta anni fa, magari con una corsa veloce e una con più fermate. Con lo sfondamento di via Aosta è stato risolto parecchio del problema traffico. Ma la vera soluzione sarebbe lo spostamento della Statale 16”. Ma la SS 16 è ancora una chimera e il Trc potrebbe essere utilizzato da pendolari, scolaresche e turisti d’estate. Se sarà una cattedrale nel deserto è ancora presto per dirlo e probabilmente lo si vedrà solamente quando comincerà a prestare servizio. La fine dei lavori è prevista per il 2015.
“Questa è un’opera che a Riccione non ha mai entusiasmato – ammette il sindaco di Riccione Massimo Pironi – però qui bisogna riuscire a fare un ragionamento profondo su un modello di sviluppo e nuove modalità di trasporto urbano sostenibile. Certo non siamo Berlino o Copenhagen, però dobbiamo andare in quella direzione di intermodalità del trasporto, cioè da un mezzo all’altro. Lasciando il mezzo privato e usando il pubblico altrimenti ci teniamo il traffico e le code. Nel futuro prevediamo la chiusura al traffico della zona mare e quindi serve un riassetto del trasporto”. E per quanto riguarda la spesa Pironi getta acqua sul fuoco: “Noi stiamo alle cifre più recenti, che parlano di circa 100 milioni di euro, 20% dei quali a carico di Riccione. Anche per questo abbiamo costituito un gruppo tecnico per il monitoraggio della spesa e dei lavori. Quindi siamo tranquilli”.

ALLEGRO MA NON TROPPO

Trc, case viste dal finestrino

Tra le diapositive proiettate sabato 3 settembre sul Trc c’erano anche alcune immagini del retro di alcune case, viste dal finestrino del treno. Alberto Rossini (dirigente della Mobilità in Provincia) ha definito “degrado” il cortile posteriore di alcune abitazioni, con garage, ricovero attrezzi, panni appesi e un po’ di (comprensibile) disordine. Detto che ogni cosa, bella o brutta, ha il suo “retro” e ogni facciata ha un lato “b”, magari brutto, ma funzionale, ci chiediamo: dottor Rossini, possiamo fare qualche foto dietro casa sua? Magari il vedere la lettiera del suo gatto o le sue mutande messe ad asciugare porterà po’ di serenità a chi si è sentito mortificato per un cortile in disordine. Sapendo che anche lei è un po’ “degradato”. Come lui.

INTERVISTE

Gobbi: “Mai fatto una tesi contro il metrò”

Simone Gobbi, assessore al Turismo del Comune di Riccione.
È vero che la sua tesi di laurea era contro il Trc?
“No. Questa è una storia che deve finire. La mia tesi di laurea prendeva in esame il trasporto locale e ne analizzava le diverse soluzioni. E poi è del 1999”.
Quindi non c’è una posizione contro il metrò di costa?
“No, è stata semplicemente una analisi dei pro e dei contro ma su un progetto molto vecchio. Sono passati più di dieci anni ed è cambiato il progetto e anche le cifre. Quindi ora la chiudiamo qui, non ho più voglia di rispondere su questa cosa”.