1

Addio a Fontemaggi, storico della Linea gotica

Il dolore dell´amministrazione comunale nel ricordo del sindaco Andrea Gnassi: “L´amministrazione si associa al dolore della moglie Edda e dei figli per la scomparsa dello storico riminese Amedeo Montemaggi. Scompare un grande riminese. In tanti anni di studi e ricerche ha ricostruito minuziosamente le drammatiche vicende del passaggio del fronte grazie al contributo prezioso, che riportava nei propri libri, di tantissimi militari, inglesi tedeschi, canadesi, nepalesi, neozelandesi, che avevano combattuto nelle nostre terre e che aveva personalmente conosciuto e intervistato. Un immane lavoro di ricerca e studio che lo hanno reso conosciuto e apprezzato anche all’estero, dove spesso si è recato, invitato da storici ed esperti militari di vari paesi”.
“Se oggi Rimini – continua Gnassi – ha un patrimonio identitario fondato sui fatti tremendi e forti della II Guerra mondiale lo si deve anche e molto al lavoro appassionato, infaticabile e preciso di Amedeo Montemaggi. Ricordo le sue chiacchierate, le vere e proprie lezioni all´aperto sulle nostre colline di Montecieco dove, indicando luoghi, nomi, avvenimenti, ci faceva capire che straordinario e tragico corso aveva preso la storia scolpendo fatti indelebili sulla nostra terra. Era affascinante sentirlo descrivere fatti che avevano caratterizzato quella che lui amava definire la Battaglia di Rimini, tra i più cruenti eventi bellici accaduti in territorio italiano nella II Guerra mondiale.
Proprio pochi giorni fa l´ho incontrato velocemente in Comune. Era venuto per promuovere, ancora una volta con quell´entusiasmo che lo contraddistingueva, un incontro per sviluppare una nuova iniziativa per il prossimo anniversario della Liberazione della Città, il 21 settembre”.




Baldacci, il segno e le cose

SGUARDI D’ARTISTA

di Annamaria Bernucci*

– Un tempo il suo nome era Serra del Sasso: il paese è ancora incuneato in un lembo di terra di confine tra S. Marino e la Romagna; la Valconca si dipana ai piedi della sua sommità, una rupe fatta di gessite in cima alla quale sopravvive l’impronta dell’antico incastellamento e l’originaria struttura medievale nel giro delle mura e nella disposizione delle case, avvolte da una luce antica.
L’isolamento non sembra turbare Luciano Baldacci che vive e lavora nell’assorbente silenzio di Sassofeltrio. Ed è proprio da questo osservatorio, quasi un avamposto che preserva i particolarismi della provincia (come quella montefeltrana) che si rafforza e trae nutrimento la ricerca dell’artista.
Inconsapevolmente ‘eremitico’ quel tanto che basta per dirigere le sue esplorazioni sulla poesia del reale e su un naturalismo di stampo ‘romantico’, Baldacci sorride del suo riserbo, come un moderno Iperiore alla ricerca della sua strada. “Non mi interessa inseguire il successo commerciale, non combatto con l’ideologia del moderno – dice -, le ragioni del mio lavoro sono tutte nella grande forza che l’arte e l’arte di disegnare mi dà”. Qui ha il suo studio, gremito degli strumenti del mestiere che è quello antico dell’incisore, qua e là gli oggetti (foglie, sassi, bacche) che scivolano nelle sue rappresentazioni occupando preziosi primi piani.
Baldacci è nato nel 1957 a Macerata Feltria, si è formato alla Scuola del Libro di Urbino che sin dalla nascita è stata punto di riferimento nazionale delle tecniche incisorie. L’abitudine minuziosa all’analisi, all’avventura nel cosmo della natura traggono ragione da quella scuola che è stata magistero di Francesco Carnevali e di Leonardo Castellani.
I paesaggi che circondano il paese si inseguono a perdita d’occhio in corrugazioni e distese infiammate dal sole, che appariranno spogliate, ciclicamente, dai rigori delle stagioni: sono le stesse vedute, richiamate da un casolare diroccato o da un elemento architettonico che si svelano nelle incisioni e nei disegni di Baldacci. Una predilizione equanime, la sua, sia per le nature morte, che per il paesaggio, un incontro lirico e sospeso, che i segni sottilissimi della matita o della punta d’acciaio tramutano sul supporto, carta o lastra, in una trama di insuperabile tecnica esecutiva.
La forma del reale, con i mezzi della rappresentazione grafica e anche della pittura, sorprende. Il dosaggio del chiaroscuro crea ombre vellutate, lo spazio diventa sospeso, mentale.
Accade che gli oggetti che emergono appaiano in una luce stupefatta, ma concreta.
Sono il frutto di una contemplazione prolungata, piccole cose, mai scelte per caso, ma scandite da un ordine di preferenza e di curiosità, un fiore, un animaletto dei campi, una pietra. Quella lenticolare acutezza dell’osservazione si mostra negli ‘oggetti di ferma’ che prendono consistenza davanti agli occhi.
Le cose non si avvertono per via di aggettivazioni ma perché si svelano nella loro naturalezza.
Davanti al paesaggio feretrano Luciano Baldacci si pone in ascolto, lo assorbe, lo decanta; ce lo restituisce trasformando i dati oggettivi in una sospensione spaziale e temporale, dove le forme si rivelano in una logica di composizione in cui nulla è dato dall’accidentalità; e i luoghi segreti, dalla bellezza discreta della Valconca si aprono verso un tempo infinito, pur possedendo il dono della quotidianità.

*Direttrice della Galleria comunale S. Croce di Cattolica




Sinistra e cattolici, se ci siete battete un colpo

L’EDITORIALE

– “Se ci sei batti, un colpo”. Lo scrisse un coraggioso Concetto Pettinato sulla “Stampa” durante la repubblica di Salò (1943-1945) che aveva alla testa Benito Mussolini, marionetta nelle mani dei tedeschi. Mussolini, di solito d’azione e poco sensibile alle critiche, era troppo stanco per smazzolare il giornalista, che pur ci credeva e ben per questo critico.
Similitudine impropria, ma i cattolici e la sinistra dovrebbero battere cento, mille colpi, ritornando alle tensioni etiche e di giustizia delle origini. Dei valori della loro storia. Invece, nulla. Gestiscono il potere come potere, senza adrenalina morale, senza principi. Senza un’idea di comunità, e meno ancora di futuro. Meno male per loro, e sfortunatamente per la comunità, non c’è una destra democratica e credibile per costituire un’alternativa di governo.
Il Pci (Partito comunista italiano) quando governava queste terre con percentuali bulgare, era perché sapeva interpretare i bisogni della comunità ed aveva un’idea di futuro: giustizia sociale e asili nido, scuole materne e centri culturali polivalenti, casa e lavoro.
Tutto veniva pensato dai suoi intellettuali e poi elaborato dalla politica. Per costruire il bilancio, i vari assessori dei vari comuni prima andavano a scuola e poi lo approntavano. E approvavano. Quasi una storia di secoli fa, ma sono passati pochi anni.
Il Pci, come pure la Dc, erano partiti bacchettoni e credibili. Lo storico segretario del dopoguerra Palmiro Togliatti era solito dire: “Compagni sì, ma diamoci del lei”, “Comunisti ma mica straccioni” (e pretendeva la cravatta dai suoi dirigenti). E sempre Togliatti, in punta di fioretto, si divertiva a disputare di dolce stil novo con il giornalista della stampa Vittorio Gorresio; con il filosofo napoletano Benedetto Croce chiosava che a capoverso non si va col gerundio come teorizzava il comune maestro Puoti.
Nella provincia di Rimini, i dirigenti del Pci non raggiungevano tali vette-vezzi, ma erano severissimi. A Cattolica cacciarono un militante che aveva “rubato” la moglie ad un compagno. A Riccione, invece, fecero dimettere un assessore. L’assessore acquista un podere, lo spezzetta e lo rivende. Il risultato personale è un robusto guadagno. Ma immorale per i capi del Partito comunista riccionese in quegli anni ’70. Oggi, le motivazioni farebbero sorridere.
Il declino morale, prima ancora dei consensi, della sinistra, dei democristiani (vecchia Dc) arriva negli anni ’80. Quando qualcuno inizia a trattenere qualche fetta di torta per sé, quando doveva finire, tutta, nelle casse del partito. Ma la giustizia sociale viene ancor prima dei costi della cosa pubblica. Ma dato i tempi, dato gli uomini, non è possibile essere migliori.




Carim, ci vorrebbero i responsabili

E allora quale migliore occasione di questa, per le persone che fanno parte degli Organi Statutari della Fondazione, per dimostrare il loro attaccamento e responsabilità attraverso una corposa sottoscrizione volontaria delle nuove azioni Carim?
Dal sito della Fondazione si ricava che sono 100 le persone interessate: 84 dell’Assemblea dei Soci (personalità del territorio che, per la loro professione o per il loro impegno sociale e istituzionale, danno lustro alla comunità e contribuiscono al suo sviluppo), 9 del Consiglio Generale e 2 del Consiglio di Amministrazione che non appartengono all’Assemblea dei Soci, 5 membri del Collegio dei Revisori (se non incompatibili).
Una corposa sottoscrizione sarebbe senz’altro un doveroso buon esempio per invogliare, oltre naturalmente i grandi investitori, anche i più modesti risparmiatori ad acquistare le nuove azioni Carim. Le 100 persone di cui sopra potrebbero costituire uno schieramento di “responsabili”, nome oggi così in auge, e anche di garanzia per il buon esito dell’intera operazione di ricerca di capitali.
A tutti auguri di buon lavoro.

Roberto Mulazzani




“Eliminare privilegi e spese ingiustificate”

L’INTERVISTA

– Nando Piccari è un grande giornalista mancato; scrive da dio. Ha dedicato tutta la vita alla politica; fortunata, ma gli è mancato sempre l’ultimo gradino per essere in cima, sindaco di Rimini (un sogno, il suo), o presidente della Provincia. E’ stato segretario del Pci e vice-presidente provinciale.

– In questa crisi economica, quale segnale dalla politica?
“Premessa: cosa s’intende per “la politica”? Questo temine, da solo, non dice molto e non qualifica nulla. Quando si parla di giustizia, si dà per scontata l’esistenza di ruoli differenti: l’accusa, la difesa, la funzione giudicante. Così come, riferendosi alla medicina, mai verrebbe in mente di chieder conto al neurologo di ciò che compete al ruolo del cardiologo. Sta invece prendendo piede l’idea che in politica ‘tutti i gatti sono bigi’, senza distinzione di responsabilità fra chi governa e chi sta all’opposizione: un pregiudizio consapevolmente o inconsapevolmente qualunquista.
Ciò premesso, rispondo alla domanda: la politica del governo, anziché esaurirsi nella truffaldina necessità di impedire che la giustizia si occupi delle schifezze di Berlusconi, dovrebbe incentrarsi sugli effetti di una crisi che, da noi più che altrove, fa aumentare disoccupazione, precariato giovanile e costo delle più elementari esigenze della vita; mentre diminuiscono servizi, protezioni sociali e si fa buia le prospettiva del futuro. Non si chiedono miracoli, ma una politica fiscale di guerra all’evasione (come aveva iniziato a fare Visco) e in grado di colpire di più le grandi e parassitarie ricchezze; insieme ad un vero abbassamento della spesa pubblica, depurata dagli sprechi. La politica dell’opposizione dovrebbe abbandonare le sue masochistiche divisioni e perseguire, per una volta, un’indispensabile coesione strategica, “inventandosi” tutto ciò che possa aiutare l’Italia a liberarsi di questo governo incapace di aggredire la crisi, anche per la sua caduta di credibilità internazionale”.
Qual è il tuo punto di vista sui costi della politica?
“Se si vuol fare sul serio, bisogna cambiare il titolo e parlare di costo della cosa pubblica, che è dato dalla somma di più voci, di cui quella che viene impropriamente chiamata ‘costo della politica’ (quando invece è il ‘costo della democrazia’) è soltanto una delle tante. Il fatto che fra i costi della democrazia ve ne siano di sacrosanti, anche fra quelli che certa ‘vulgata populista’ tende a demonizzare, non significa che tutti vadano difesi allo stesso modo; anzi, bisogna non aver paura di riconoscere che è un dovere morale, oltre che un giusto obiettivo politico, ridimensionarne ed eliminarne più d’uno, quando si tratti di privilegi non dovuti o di spese non più giustificate, che si trascinano dal passato.
Oltre alle Istituzioni e agli Enti elettivi, vanno poi sottoposti a check up anche altri soggetti pubblici, fonte di privilegi o di costose storture burocratiche, anche se da alcuni di loro proviene, non di rado, qualche “rampogna alla politica”. Solo per elencarne alcuni: Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Cnel, Prefetture, Authority, Provveditorati e Soprintendenze di diversa natura, siano santuari immacolati e intangibili?”
Perché chi parla di abbassare i costi delle istituzioni viene tacciato di populismo?
“Naturalmente, non tutto ciò che va sotto questo segno è populismo. È populista – anzi di più: è qualunquista – chi, per esempio, continua genericamente a urlare contro ‘i politici che non vogliono rinunciare ai loro privilegi’, anziché denunciare che pochi giorni fa, in Parlamento, è stata la destra di Berlusconi, Bossi e Scilipoti a bocciare una precisa proposta avanzata in tal senso dal centrosinistra. Se non si vuol essere dei ‘beccaccioni’, bisogna capire che alimentare il ‘populismo dell’anti-casta’ costituisce la principale arma di difesa a cui ricorrono proprio coloro che temono una vera battaglia politica contro i soprusi e privilegi su cui si regge il loro potere. Non è un caso che alla testa di questa opera di mistificazione ci siano il ‘letamaio editoriale’ dei Feltri, Belpietro e Sallusti e l’insopportabile cialtroneria del ‘grillo qualunque’, che rappresenta ‘il lato B’ del berlusconismo”.
E’ stato un anticipatore della questione morale nella sinistra, qual è la tua sensazione oggi?
“Qualche volta di aver perso tempo; qualche altra di aver dato un piccolissimo contribuito a non disperdere l’idea che ‘fare politica’, contrariamente a quanto pensano in troppi anche nel Pd, non possa solo alimentarsi di ‘programmi’, ma abbia prima di tutto bisogno di ‘valori’”.




Gli occhi raccontano senza parlare

LA CULTURA

– “Anni fa ho avuto la fortuna di conoscere Luigi Rusconi ad Auronzo (Belluno), dove si trovava in vacanza con la moglie Adele e il figlio Andrea. Qualche amico in comune, lo stare bene insieme e, tornati a Rimini, rivisti ogni tanto per una cena, un bicchiere. Auronzo è rimasta poi la nostra meta annuale per qualche giorno a curarci il fuori e il dentro. Luigi, a suo agio sui monti, con sempre a portata di mano, oltre ad Adele, la macchina fotografica. Altri nel gruppo erano per così dire ‘attrezzati’, ma quell’oggetto con un sacco di accessori, che ogni tanto spuntava dallo zaino del dottore si intuiva che gli serviva a fissare non l’ovvio, il davanti, ma ‘l’oltre’, qualcosa che lui solo vedeva.
Si fermava, si spostava, si piegava, inquadrava, il sole, la pioggia, l’ombra, la luce. Tante foto scattate, ma mai vista una, fino a quando invitato una sera a casa sua a vedere delle diapositive, ‘ho scoperto’ il primario. Solite foto uno pensa, e invece ti accorgi che guardi, che hai voglia, che aspetti quell’altra, vuoi rivedere i momenti che questo romagnolo girovago, riporta dal mondo. Luigi scatta per sé, ma mi pare di poter dire soprattutto per chi sappia capire e intuire al di là della foto. Non sono un esperto di fotografia, ma quelle meraviglie, mai cartoline, sono lì a farti leggere, indovinare, a parlarti del mondo, a darti emozioni. Certo le città, i monumenti, le albe, i tramonti, ma soprattutto la gente, le facce, quegli occhi sono lì a raccontarci il Luigi fotografo dell’anima”. Il racconto della fotografia di Luigi Rusconi, già primario apprezzato primario della Cardiologia di Riccione, è Vincenzo Sanchini, un altro grande riminese. Insomma, due belle figure riminesi nelle quali trovi l’uomo e la professione (il professor Sanchini è autore di libri ben pensati).
Uomo riservato, dai molti interessi, nell’esposizione “Sguardi e parole” (Sala degli Archi, dal 16 al 23 agosto, dalle ore 17 alle 23), Rusconi si racconta con le fotografie e coi pensieri.
Ennio Grassi, professore universitario, già parlamentare, riflette sul “collezionista di sguardi”. Scrive: “La galleria di ritratti fotografi messa in mostra da Luigi Rusconi contraddice l’antico adagio secondo cui negli occhi è riflessa l’anima della persona; una sorta di ombra platonica, indizio e riflesso di una vicina verità. In realtà gli occhi anche quando manifestano sentimenti decisi ed estremi, dal riso al pianto, restano una velatura che separa l’osservatore dall’osservato. Tanto più quando si ha a che fare con il ‘realismo’, si fa per dire, della fotografia. Anche l’immagine rubata si ferma sulla soglia di un non detto e di un non dicibile. Né l’atteggiarsi del volto tradisce o scalfisce l’ambiguità dello sguardo. Parliamo naturalmente dell’ambiguità che abita la poesia, l’arte, tutto ciò che ha a che fare con il mistero che ci abita e abita gli occhi dei volti ritratti”.
“I ritratti di Rusconi – continua Grassi – di cui ci viene offerta, con questa mostra, una minima quanto esemplare testimonianza, appartengono ad una ricca raccolta messa insieme da anni nei lunghi viaggi per il mondo insieme alla moglie Adele, senza per questo indulgere alla tentazione dell’esotico e dell’etnico: fascinazione e limite dell’occhio occidentale di fronte all’incontro con la diversità colorata e rumorosa delle razze.
I ritratti di Rusconi non segnalano tanto la diversità etnica o antropologica nell’atteggiarsi del volto di una donna indiana, sudamericana o di una africana, quanto l’indizio sfacciato o all’opposto, avvolto dal pudore, di una “interrogazione”.
L’ambiguità degli occhi che ferma sulla soglia dell’anima lo sguardo del fotografo si rovescia nella forma del chiedere. I ritratti di Rusconi interrogano piuttosto che lasciarsi interrogare…”.
Nato a Rimini nel 1948, Rusconi dopo il liceo scientifico al “Serpieri” va a Padova per 10 anni dove si è laurea in Medicina e si specializza in Cardiologia.
La fotografia è passione antica. Inizia negli anni delle “Medie”, quando appassionato di ciò che vedeva dentro un microscopico giocattolo, ha cercato prima di disegnare quelle immagini, poi di fotografarle con una vecchia Woiklander a soffietto modificata per poterla inserire sull’oculare del microscopio stesso. La “camera oscura” era sotto le coperte del letto e le prime stampe “a contatto” sviluppate con gli acidi presi in “Farmacia Centrale” dove lavorava il padre…

PENSIERI

Tramonto

È nel colore di una foglia ingiallita,
di una notte che oscurerà sguardo e pensieri
il ricordo di un tempo passato,
di una giornata che non può concludersi solo così.
Oltre la morte,
almeno nel ricordo.
Un segno nella storia,
per quale azione eccellente?
Negli occhi di chi chiede
solo una morte dignitosa
il timore di aver perso
una grande occasione: la vita.

Luigi Rusconi




San Giovanni Riviera golf, con le 18 buche si fa il pieno

SPORTE E ECONOMIA

di Matteo Marini

– E’ il primo anno che il Riviera golf spera di chiudere il bilancio con un pareggio. Merito delle 18 buche (finalmente completate a settembre del 2010) e merito delle porte aperte: con party in piscina e aperitivi, corsi per bambini e principianti adulti che vogliano approcciare l’emozione ancora sconosciuta: una lunga passeggiata in mezzo a un prato liscio come un biliardo, tentando di cacciare una pallina in un bucherello a mezzo chilometro di distanza. È lo sforzo apprezzabile per togliere quell’alone dorato che circonda un passatempo visto dai più come sprecone e lussuoso. D’élite.
Ma a ben vedere è anche una questione anche di sostenibilità economica, di quello che non può essere solo un capriccio, e tutto l’indotto del nostro territorio.
La questione diciamo culturale è di difficile soluzione: l’élite c’è, altrimenti il problema non esisterebbe e non esisterebbero le suite e il centro benessere col camino negli spogliatoi e le pareti ricoperte di pietra levigata. Il Riviera golf resort tenta però di spargere i semi, soprattuto tra i più piccoli, dell’amore per questo sport che deve comunque essere, nella sua essenzialità, per tutti.
Un investimento sul futuro insomma: “Quest’anno abbiamo organizzato corsi per i bambini delle scuole di San Giovanni – spiega Gianluca Ghiglione, presidente dell’associazione sportiva –. Per due mesi abbiamo ospitato gli alunni di quinta elementare e delle tre classi delle medie, delle Maeste pie e della scuola statale. Accanto a questo abbiamo anche un corso per i più piccoli, “golfisti in erba” a 70 euro al mese”.
Poi tutta una serie di corsi, collettivi e individuali, per far capire a chi davvero non ha mai preso in mano un drive o non ha mai calcato un green, lo spirito di uno sport che assomiglia tanto a una filosofia di vita: “Nel golf ci sono gli handicap – spiega ancora Ghiglione – e questo significa che non è una sfida contro l’avversario, ma contro sé stessi”.
Il punteggio è dato, questo è noto, dal numero di colpi totali impiegati per mettere una palla in buca al quale va sottratto il par (il limite fisso di colpi assegnato a ogni percorso). Chi è più forte ha un handicap basso, quindi un par che lo obbliga a mettere in buca con meno colpi. Con questo sistema anche se si impiega un numero di tiri maggiore dell’avversario si può vincere. L’obiettivo è infrangere il proprio limite, non battere l’altro.
Una filosofia di vita, appunto: “Pensa che il golf è l’unico sport nel quale è possibile autoinfliggersi una penalità. Se si muove involontariamente la pallina e nessuno se ne accorge, il giocatore onesto ha il dovere di segnalarlo e vale un colpo”.
Le prime iniziative sono state i corsi in promozione per il 2011, lezioni collettive e corsi individuali e piano piano guadagna neofiti e appassionati. Nonostante la crisi i dati sui tesseramenti rimangono costanti, sono circa 350, mentre in grossa crescita i “green fee”, gli ingressi giornalieri: “Puntiamo ad arrivare a quota 10.000 quest’anno” è la speranza del general manager del Rgr, Filippo Spanò. Un grosso passo in avanti rispetto al 2010, quando i “biglietti” staccati erano appena 4.500 e 3.500 nel 2009, merito soprattutto delle nuove buche, nove, un percorso meno tecnico e più divertente. Ora tutto il parco ne conta 18. Più nove mini-buche per le esercitazioni.
Dagli anni passati è tutto un crescendo. Le gare per amatori ora fanno registrare punte di 150 partecipanti mentre prima si raggiungeva a fatica il centinaio. Un’offerta più ricca, che non riguarda solo il golf, che fa del Riviera golf resort “una struttura unica in Italia, un’eccellenza”, spiega ancora Ghiglione “Quest’inverno sono venuti ospiti giocatori londinese per una “clinic”, un periodo di allenamento di una settimana. Inutile dire che doveva essere tutto perfetto. Sono rimasti soddsfatti e a settembre torneranno. Due anni fa invece abbiamo avuto ospite la nazionale italiana, perché abbiamo anche la palestra”.
Poi il centro benessere, la piscina e le 32 suite in un angolo da sogno. Si fa peccato a dire che questo è un ambiente elitario, riservato ai ricchi? Sì, secondo i padroni di casa: “Lungo tutto l’arco dell’anno abbiamo organizzato feste, aperitivi ed eventi aperti a tutti. In molti casi senza il biglietto di ingresso – puntualizza Spanò – si paga solo se si consuma. Per esempio i “Sunday pool party” o il “pool bar” del giovedì. Non è necessario essere soci, l’entrata è libera, anche per far conoscere la nostra struttura che ad alcuni sembra faccia ancora paura. E la risposta ci sembra buona”.
Anche i marignanesi sono invitati quindi, anche chi di golf non mastica un granché, magari a godersi il tramonto. Per venire alle cifre: un ingresso semplice costa 45 euro, pay and play, cioè si arriva e si gioca, senza nessun altro servizio, fino ad arrivare a 90 euro con ingresso anche a centro benessere e piscina. La tessera socio annuale invece viene 1600 euro (base) fino ai 2600 della “gold”. Il costo di una sacca di mazze si parte da un minimo attorno agli 800 fino a qualche migliaio al pro-shop interno. Il golf infatti è un giocattolo che richiede energie. Gli oneri per la manutenzione, in un resort di lusso e un campo da golf d’eccellenza sono molto alti. In alta stagione sono 60 i dipendenti impegnati nell’amministrazione e nella manutenzione degli 85 ettari di terreno. I green vengono tagliati ogni giorno e due-tre volte a settimana il fairway.
Poi naturalmente i costi dell’irrigazione: quello che non riescono ad assicurare i numerosi laghetti artificiali, viene preso dall’acquedotto di Romagna acque, circa 30.000 metri cubi all’anno. E anche se parlare di cifre è toccare un tasto delicato, è sicura una cosa, quest’anno l’obiettivo sarà il pareggio di bilancio, grazie ai numerosi ingressi in più e agli sponsor. Dalle vele agli spazi pubblicitari in giro per i campi o sui dépliant, alle partnership d’eccellenza per gli eventi come Audi, Aston Martin o Caffè Pascucci. Mentre nelle scorse stagioni la proprietà ha dovuto sempre rifondere di tasca propria i debiti.
“Noi vorremmo considerare questa struttura come un’opportunità per il turismo di tutta la zona – conclude Spanò – perché nonostante molti ne dicano male, l’indotto che creiamo fa lavorare molti qui attorno, come ristoranti e Bed&breakfast. Gli altri campi sono lontani, ad Ancona, Rimini e Cervia. Questo non ci aiuta. Perché un appassionato di golf che viene da fuori desidera provare più percorsi. A Mallorca, in Spagna, ce ne sono 22 uno vicino all’altro. Così il Riviera golf potrebbe rialzare la stagione, allungarla da marzo a settembre”.

TURISMO

Alberghi, proposte ‘tristi’: 18 euro

– “Con la presente siamo a richiedere disponibilità le migliori quotazioni per un gruppo dei Russi di circa 36 pax, come segue:

1) dal 09/07/11 al 10/07/11 – trattamento BB;
2) BUDGET – 18,00 euro a persona in camera doppia;
3) SUPPLEMENTO SING e HB – ?
4) GRATUITA ‘ OGNI – ?

Vi preghiamo di farci avere un Vs. riscontro urgentemente in giornata”.
Molti albergatori della provincia di Rimini hanno ricevuto la missiva con tale proposta? Come definire una lettera simile? Fantasiosa… Da grande giro di non affari… Triste… Il declino della riviera della serie se vali poco, chiedi poco… Ad ognuno la poca ardua riflessione.




I Prg sono inadatti allo sviluppo del territorio

L’INTERVISTA

Quando è positivo il settore immobiliare per il territorio?
“Il settore immobiliare è positivo per un territorio quando la crescita dei valori immobiliari consente lo sviluppo di nuovi immobili sostenibili, che rispettano l’ambiente e consentano la crescita economica mettendo a disposizione adeguati spazi per le imprese e di abitazioni per le famiglie. La crescita dei valori immobiliari deve però derivare da un aumento della domanda di spazio, segnale che l’economia è in crescita, e non solo da un facile accesso al credito che potrebbe improvvisamente venir meno portando a un crollo dei valori. Per esempio, a Dubai, i prezzi degli immobili sono cresciuti senza un’effettiva domanda di spazio. Non appena le banche hanno tagliato i crediti, i prezzi sono crollati. Un esempio di crisi immobiliare legata all’economia è Detroit, negli Stati Uniti: con la crisi del sistema industriale della città legato all’automobile è crollato anche il mercato immobiliare poiché con la perdita del lavoro moltissime persone si sono trasferite vendendo le case a prezzi bassissimi rispetto a pochi anni prima”.
Qual è il ruolo della politica?
“La politica dovrebbe indirizzare lo sviluppo del territorio secondo le effettive esigenze degli abitanti e delle attività economiche.”.
Come leggere lo strumento Piano regolatore generale?
“Il PRG è uno strumento urbanistico rigido che potrebbe non rispondere più alle esigenze del territorio in quanto legato a una pianificazione di lungo termine. Uno strumento nato 15 o 20 anni prima non può stare dietro ai mutamenti nelle dinamiche dei mercati. Potrebbe prevedere tipologie di immobili che non rispondo più alla domanda. In alcune realtà, tra cui in particolare Milano, è stato adottato un piano urbanistico diverso, il Piano di Governo del Territorio. Diversamente dal PRG è meno rigido e riesce a cogliere le dinamiche della domanda e dell’offerta mediante una negoziazione tra pubblico e privato”.
Quali sono le differenze di sviluppo urbanistico tra l’Italia e l’estero?
“La principale differenza è nella modalità di pianificazione che è flessibile e consente al privato, nell’ottica di perseguire anche un interesse pubblico, di partecipare alla trasformazione del territorio. È interessante il mercato inglese: sui grandi interventi c’è la negoziazione tra la parte privata e quella pubblica. Si stabilisce quanto si deve pagare alla comunità e in quali forme: in liquidità o altro, come scuole, palestre, giardini. Lì in genere si realizza non quello che prevede il Piano, ma quello che richiede il mercato. Invece, in Italia gli strumenti sono troppo rigidi. In termini di mercato anche le differenze sono notevoli: in Inghilterra, per esempio, non sono prevalenti i condomini ma le tipiche case a schiera. All’estero rispetto all’Italia prima di costruire il nuovo si demolisce o recupera il vecchio, mentre in Italia si mantengono edifici vecchi e inefficienti da un punto di vista del risparmio energetico per i quali non c’è più richiesta da parte degli utilizzatori”.
Spesso dire mattone significa dire speculazione, che cosa fare?
“Io vedo il settore dal punto di vista del mercato: se i prezzi sono alti significa che c’è domanda. Per le giovani coppie e per gli strati sociali più deboli ci vorrebbe un’edilizia calmierata, ma su questo deve intervenire il pubblico, non è certamente compito dei privati. Se per speculazione si intende l’eccesso di costruzione, il mercato sta diventando molto selettivo e punisce chi ha costruito senza attenzioni alle effettive esigenze, sia in termini di domanda sia di qualità degli immobili realizzati. Se invece ci si riferisce alla rendita, il problema non deriva da chi costruisce, ma da chi possiede le aree”.
Trent’anni fa, un appartamento in affitto pesava il 20 per cento di uno stipendio; oggi oscilla tra il 60 e l’80 per cento, che cosa è successo?
“Nella provincia di Rimini, come altrove gli affitti salgono se c’è domanda. A Rimini c’è richiesta perché ci sono opportunità di lavoro e aumenta il numero dei residenti. Un peso di oltre il 60 per cento chiaramente incide in modo pesante sul bilancio familiare. Per ridurre questo peso è necessaria una politica pubblica di housing sociale”.
Nella provincia di Rimini negli ultimi 20 anni si è costruito tantissimo…
“Vero. Ma continuerà ad andare bene l’imprenditore vicino alle esigenze delle famiglie, che avendo realizzato il prodotto giusto riesce a vendere a un prezzo proporzionato alla qualità. Diversamente appartamenti fatti male, o della dimensione sbagliata, avranno difficoltà a trovare acquirenti. Negli anni del boom immobiliare era semplice vendere qualunque prodotto per la forte domanda derivante anche dal facile accesso al credito; in una situazione di crisi, il mercato diventa molto più selettivo e quindi diventa difficile vendere gli immobili che non rispondono alle vere esigenze per dimensione, qualità e localizzazione”.
E quando si costruisce troppo e male?
“L’eccessiva volumetria è un errore del pianificatore; il rischio che i manufatti restino invenduti diventa concreto. Lo scempio del territorio penalizza il mercato”.
L’Italia è il paese più costruito d’Europa, che cosa fare?
“In Italia c’è una qualità media elevata degli immobili residenziali, ma è più arretrata la qualità degli immobili commerciali quali gli uffici e il commerciale. Prima di costruire il nuovo, spesso è opportuno demolire l’esistente, ovviamente quando non di rilievo storico: un problema vero del patrimonio immobiliare italiano è, infatti, l’inefficienza energetica”.




Riccione diventa più vivibile

– Nel periodo che va dalla primavera fino a metà luglio Geat, su indicazione dell’Amministrazione comunale, ha portato a compimento una serie di lavori nella città di Riccione che seguono un preciso progetto.
“E’ un progetto che l’Amministrazione persegue e del quale noi siamo tra gli interpreti: quello del benessere e della vivibilità cittadina – spiega Alessandro Casadei, presidente di Geat. – In questo senso vanno letti tre importanti interventi fatti nella zona mare di Riccione in questo periodo.
Per prima, la nuova rotatoria di via Rismondo in zona Grand Hotel. Perché la sua costruzione permette di evitare il passaggio delle auto nel punto forse più importante della zona mare, favorendone una fruizione più tranquilla da parte dei turisti e dei riccionesi stessi”.
“Poi – prosegue Casadei – il complesso intervento ai Giardini Luigino Montanari inaugurato il primo luglio. Lì, sono stati piantumati ben 50 nuovi alberi che vanno ad arricchire il già cospicuo patrimonio cittadino. Inoltre, sono stati ristrutturati il marciapiede e tutte le aree verdi esterne, nonché la viabilità, anche verso via Dante. In pratica, oggi i Giardini Montanari sono diventati un’area in più che i turisti e i cittadini possono utilizzare per il passeggio”.

“Infine – conclude Casadei – la ciclabile che partendo da via Torino collega Riccione con Misano. Un’opera che favorisce la mobilità lenta; una prerogativa di ogni città che voglia definirsi moderna ed a misura d’uomo. Né sono da dimenticare gli altri interventi a ridosso di via Torino: l’allargamento del parcheggio vicino alla colonia Mater Dei e, al confine con Misano, la costruzione ex novo del parcheggio per ciclomotori. Insomma, l’Amministrazione comunale e Geat puntano sempre più ad una Riccione vivibile sia per i cittadini, sia per i turisti”.

Accanto a questi, non vanno dimenticati altri interventi che hanno visto impegnati tecnici e addetti di Geat a Riccione. Si può partire dalla Passeggiata Ghoete, la cui fine dei lavori ha regalato una passeggiata a mare rinnovata e modernizzata; dai lavori di rifacimento dell’asfalto e di sistemazione dei cordoli in via Fogazzaro (da via Dante a via Virgilio); e, infine, la costruzione della struttura di buon vicinato al Colle dei Pini. Una realizzazione destinata ad aiutare l’incremento delle possibilità d’incontro e di appartenenza di quella parte della comunità riccionese.




Leon-Santiago, diario di viaggio di Mario e M. Laura

COMUNITA’

– Mario e Maria Laura hanno percorso a piedi il tratto Leon-Santiago (la città che accoglie le spoglie di San Giacomo) dal 25 giugno al 14 luglio. Ecco il diario (parte I)

– Scrivere del Cammino di Santiago non è cosa semplice, sono tante le emozioni, le gioie, le fatiche, gli incontri, che sintetizzarli per condividerli è davvero impresa ardua. Proviamo a cominciare dall’inizio.
A maggio 2011 M. Laura ed io abbiamo festeggiato 20 anni di matrimonio e l’idea di vivere il Cammino, che rappresentava un sogno nel cassetto, ci è sembrato un progetto per sottolineare questo avvenimento. Così, già nell’agosto passato, abbiamo pensato che questo anno potesse essere quello giusto. Tanti i propositi per arrivare allenati e preparati ma gli impegni di lavoro, famiglia, volontariato e politici hanno fatto sì che, come sempre, arrivasse la fatidica giornata della partenza e, i km percorsi per esercitarci, fossero veramente pochi…
E’ stato simpatico lo scambio curioso, nascosto, di sguardi, alla ricerca di altri pellegrini, sull’aereo che da Orio al Serio (Bergamo) ci avrebbe portato a Valladolid. Da lì, il percorso in pullman che ci ha condotto a Leon, meta prescelta come partenza per il nostro percorso, è stato premonitore di quello che ci avrebbe atteso nelle prime due tappe: pochissima ombra, paesaggio brullo, secco, giallo, alternato a zone di verde brillante, più piatto della Val Padana ma, soprattutto, temperatura di 39 gradi.
Siamo arrivati al primo hospital insieme a due coppie di Trento conosciute lungo il tragitto. Muniti di cartina attraversiamo la città con una bollura infernale e, mentre un monumento ci faceva da facile riferimento per orientarci, una delle ragazze di Trento, per altro al suo secondo Cammino, indica il percorso esattamente contrario alla nostra destinazione. Cominciamo bene…!
L’impatto con la prima struttura di accoglienza per pellegrini, S. María de Carvajal, è forte: camerate con letti a castello molto fitti, piccoli bagni, ma, fin da subito, trovarsi immersi con persone che provengono da ogni parte del mondo, di tutte le età, di tutti i ceti sociali. La sera, dopo un pomeriggio passato per le vie della splendida Leon, ci aspetta la recita della Compieta insieme alle Suore benedettine, terminata con la benedizione del pellegrino, una esortazione ai pellegrini, al cammino sia fisico che personale. Con questa carica di energia, emozionati ed impauriti per la prima tappa, ci siamo infilati nel sacco lenzuolo e, alle 6, sveglia.

“Colui che non sa dove andare, ci va in fretta. Ma colui che ha un meta è già arrivato, sebbene sia ancora per la strada”, da una leggenda irlandese.

Domenica mattina, dopo una rapida colazione offerta dagli ospitalieri, seguire i primi 500 metri di freccia gialla è stato un gioco per ragazzi ma, già all’arrivo alla cattedrale sono iniziati i primi problemi: della freccia nessuna traccia, dalla guida nessun aiuto. Abbiamo provato a tornare sui nostri passi e a chiedere informazioni ad improbabili ragazzi ancora sotto il fumo dell’alcool della notte precedente, mentre gli spazzini lavano le strade. Poi, con pazienza, abbiamo atteso l’arrivo di altri pellegrini e, facendo finta di nulla, li abbiamo seguiti. Seppur sconfortati, devo dire che dopo questa partenza faticosa per il resto degli oltre 300 km non abbiamo incontrato nessuna difficoltà di percorso. Lasciata Leon, passando davanti alla splendida chiesa di San Isidoro e il Palazzo San Marco, abbandoniamo l’asfalto e comincia un paesaggio piatto e brullo, piatto e brullo, piatto e brullo.
Il caldo si fa sentire, la fatica è una compagna di viaggio esigente che chiede il suo prezzo. Le cicogne ci accompagnano in tutta questa prima parte del Cammino così come altri pellegrini che, sorpassandoci, ci augurano “Buon Cammino”. Come dal nulla, come un miraggio, appare un camion che vende frutta: pesche, arance, banane, ciliegie diventano il nostro pranzo insperato.
Alle 14.30 finalmente la meta: Villar de Mazarife. Scegliamo San Antonio, un albergue privato gestito da una coppia con la possibilità di cena e colazione all’interno. Ottima scelta. Una paella fantastica, la migliore mangiata in questo Cammino. Tra gli ospiti un francese che sta effettuando il Cammino con il suo cavallo. Durante la notte piove forte e tira vento, troppa grazia.
“Da qualche parte, lungo il cammino di ognuno, deve esserci qualcosa che ci consente di realizzare i nostri sogni”, Randy Pausch.

(continua in settembre, II)

Parte I, II, III, IV, V, VI,