San Giovanni – Notte delle Streghe

La cultura come chiave di successo: spettacoli, mercatino, osterie, atmosfere.
Tutto è di valore. Quest’anno è l’edizione 23, nel mistero del numero primo

– Tutti in uno dei borghi malatestiani più belli del Riminese dal 22 al 26 giugno, per la XXIII edizione della Notte delle Streghe. Ingresso libero.
Nata sull’onda di Ottocento Festival a Saludecio e il Palio del Daino a Mondiano, trae le origini dalle superstizioni e dalle ritualità popolari in occasione della Notte di San Giovanni, legata sia alla celebrazione religiosa del patrono del paese, che alla festa pagana del solstizio d´estate.
Era in quella magica notte che tutto poteva accadere ed era a mezzanotte che si radunavano le streghe… E agli inizi dell’evento venne data molta importanza ai riti storici del solstizio.
 Le serate scivola nel solco di eventi e tantissimi spettacoli! Il tutto con una veste completamente rinnovata, a partire dall´immagine e con una grande voglia di gioco e ironia.
Per i piccoli 
I più piccoli avranno un “Parco stregato” (Parco dei Tigli) interamente dedicato in cui potersi sbizzarrire con animazioni, trucchi, spettacoli e intrattenimenti… spaventosi!
 Per i grandi
Lungo le vie, slarghi, piazzette, vicoli e gli angoli bui del centro storico si alterneranno artisti itineranti con tantissimi spettacoli.
 Come ogni anno la conclusione della festa è alla mezzanotte dell´ultimo giorno, il 26 giugno. Nel letto del fiume Ventena si dà fuoco alla strega. Inizia l’estate.

www.lanottedellestreghe.net

– La leggenda vuole che la notte di San Giovanni tra il 23 e il 24 giugno sia magica, misteriosa e abbia influenza sulle cose, gli animali e, soprattutto, sugli uomini, tanto che da sempre essa è anche chiamata La Notte delle Streghe.
In questa notte, un tempo, si viveva un momento magico perché essa cade nei giorni solstiziali quando, secondo un’antica credenza, il sole si sposa con la luna e dal suo sposalizio si riversano energie benefiche sulla terra e specialmente sulle erbe bagnate dalla rugiada, che si trasforma in un farmaco potente “a guarire ogni guisa di malattie cutanee”.
La saga della notte di San Giovanni narra che proprio in questo particolare momento astrale le streghe si radunassero per espletare i loro sortilegi. I più prudenti per proteggersi si infilavano sotto gli abiti qualche erba di San Giovanni, dall’iperico alla lavanda, allo spicchio d’aglio da raccogliersi prima dell’alba, la verbena simbolo di pace e prosperità, il ribes i cui frutti rossi sono chiamati anche bacche di San Giovanni, l’artemisia…
Queste streghe altre non erano che giovani donne le quali, per aiutare il sole a nascere, si riunivano nei campi e accendevano dei fuochi, oppure spinte da passione amorosa raccoglievano le erbe bagnate di rugiada, simbolo della protezione del Battista.
La manifestazione marignanese intende recuperare un tessuto storico-popolare di tradizioni attraverso una serie di spettacoli: teatro popolare di strada, il mercatino con esposizione e vendita di oggetti, le erbe officinali, le pietre magiche, i prodotti naturali.
Info: www.marignano.net

Streghe, notti magiche

Uno degli eventi più coinvolgenti e affascinanti del Riminese. Attese 35-40.000 persone

n prima serata spettacoli per i bambini.
Si chiude con gli intrattenimenti per i giovani

Nella notte di San Giovanni riti propiziatori legati al raccolto agricolo, alla salute, all’amore.
Era anche la notte delle streghe. La credenza era che le megere si riunissero per propiziare la cattiva sorte. Tra gli espedienti difensivi: la scopa di saggina dietro la porta. L’appuntamento marignanese, al 23° anno, è di grande successo

Per San Giovanni si usava favorire gli incontri ed i fidanzamenti. Di buon augurio si ritenevano le infiorate che i giovani facevano sui davanzali ed alle porte della casa dell’amata con rami, fiori e frutti. Diversi comunque erano i rituali propiziatori ed anche quelli da cui trarre presagi. Il più diffuso era fatto con la chiara dell’uovo messa in una bottiglia d’acqua e lasciata tutta la notte fuori sul davanzale. A seconda della forma che la chiara avrebbe assunto al mattino seguente, si cercava di pronosticare il futuro.

Cinque serate nel segno delle tradizioni pagane e non solo:
spettacoli, mercatino magico, curiosità, divertimento

La magia del borgo

Il borgo malatestiano allestito con scenografie belle ed intelligenti, diventa il palcoscenico naturale per spettacoli e musica di strada.
I “teatri”: Arena Spettacoli, Piazza Silvagni, Alveo del Ventena, Corso XX Settembre, Giardino Teatro, Piazzetta Artemisia. Artisti provenienti dall’estero. Osterie dove mangiare, col giusto rapporto qualità prezzo

Notte di San Giovanni

Universalmente la notte di San Giovanni è anche ritenuta la notte delle streghe che, in questo particolare momento astrale, si radunavano per espletare i loro sortilegi. Per difendersi dai loro influssi malefici si ricorreva a vari espedienti. Prima di andare a coricarsi si ponevano dietro la porta di casa delle scope per far fuggire la strega. Che infatti teme la scopa perché, vedendola, è costretta a contare tutti i fili di saggina da cui è formata e, siccome la strega teme il giorno, le luci dell’alba, sorprendendola, la costringono a fuggire prima di essere riuscita a nuocere.

Notte delle Streghe, idea di Mario Magnanelli

L’istrionico pittore delle cascine e spiagge innevate. Ma concretizzata dall’amministrazione Cenci con Daniele Marzocchi

– Chissà come se la ride da lassù il pittore marignanese Mario Magnanelli. Artemisia, la maga buona della Valconca, è uscita dalla sua fantasia istrionica. Dopo qualche anno dalla sua “invenzione” si arrabbiava anche con gli amici che sapevano ma rimarcavano la sua trovata di puro marketing. La Notte delle Streghe è stata una sua idea ma concretizzata dall’amministrazione Cenci con Daniele Marzocchi, l’ex direttore della biblioteca e ex musicista. Ecco Artemisia nelle parole di Magnanelli.

– L’antico oracolo sulla notte delle streghe, che ci ha tramandato Artemisia, la strega buona della Valconca, vuole Paolo e Francesca, i due sventurati amanti della tragedia dantesca, vittime di un intrigo d’amore ordito nel borgo medievale di San Giovanni in Marignano, nel Riminese, il Granaio dei Malatesta.
La potente famiglia trascorreva qui, con la corte al gran completo, la notte del solstizio d’estate per partecipare ai festeggiamenti e ai riti di questa magica e misteriosa notte, in cui la luna si sposa con il sole riversando sulla terra influssi benefici. La leggenda narra che i due amanti abbiano dato più ascolto ai consigli di una strega di un paese delle vicine Marche che alle parole sagge di una maga che viveva nell’ antico borgo.
E proprio d’avanti alla casa di Artemisia, sulla piazzetta del teatro, esisteva già nel medioevo “il pozzo della felicità” dal quale si attingeva l’acqua di San Giovanni per “il rito di purificazione” nella notte degli innamorati e al quale, sempre secondo la leggenda, i due non avrebbero partecipato, assoggettati ormai al volere della loro perfida strega consigliera. Da questo punto del paese, bagnate le mani e i piedi per propiziarsi la buona sorte, iniziava “la passeggiata romantica portafortuna nel granaio dei Malatesta”.
Artemisia, che quasi sicuramente visse tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800, consigliava di esprimere un desiderio durante la passeggiata, da effettuarsi possibilmente nelle notti di luna piena.
La maga tramandava la leggenda di Paolo e Francesca esercitando qui l’arte della divinazione con “il rito dell’olio” e la lettura dei tarocchi ai tanti ospiti che arrivavano da ogni dove, offrendo loro le sue deliziose e prelibatissime pozioni, in segno di ospitalità, amicizia, buona fortuna!

San Giovanni, il fascino del borgo

Non custodisce l’opera d’arte in assoluto è un’armonia. E’ l’insieme che ti abbraccia

– La Notte delle Streghe senza il fascino del borgo malatestiano sarebbe meno maliziosa. Completamente recuperato da un punto di vista urbanistico, non conserva il monumento dei monumenti; è armonia di chiari e scuri che ti abbracciano e ti fanno star bene. Negli ultimi anni è poi ritornato vivo; sono ritornate le persone, sono state aperte numerose attività commerciali: bar, ristoranti enoteche. E tutte di sobria eleganza. In ogni caso, alla rinfusa ecco cosa sottolineare: le mura (sembra che ci abbia messo mano anche il Brunelleschi ospite di Sigismondo Malatesta), le fosse granarie dei Malatesta (oltre 100 e tutte numerate, alcune sono a vista), la chiesa di San Pietro, il teatro, la casina del pittore Mario Magnanelli rimasta tale e quale, la Torre Civica, piazza Silvagni. E ancora: piazzettine, vicoli, slarghi, angoli. Il rivolo d’acqua fuori le mura simboleggia il vecchio fossato a difesa del borgo. Davanti un parco con tigli-monumenti.




Contro il batterio killer, agricoltura a km zero

AGRICOLTURA

– Un giorno dall’autostrada, un signore scorge degli ulivi centenari. Si ferma per acquistarne qualcuno. Il commerciante gli dice che la partita giunge dallo stesso appezzamento di terreno. Per non continuare a farli stare vicino li acquista tutti. Quel signore è Franco Paesani, presidente della Confagricoltura della provincia di Rimini, nonché imprenditore.
Walter Bezzi, presidente provinciale della Cia (Confederazione italiana agricoltori), è un uomo della stessa pasta di Paesani. I due da anni si battono per sensibilizzare albergatori e ristoratori del Riminese a far consumare loro le eccellenze dell’agricoltura provinciale. Purtroppo, al momento, con poco successo. Fosse così, gli agricoltori nostrani avrebbero risolto molti dei loro problemi economici. E darebbero ai turisti non dei prodotti “stranieri”, ma legati alla loro terra, alla loro tradizione, alle loro tipicità, direbbe Raspelli. Insomma, si servirebbero delle unicità in una società globalizzata.
Sull’onda del batterio killer degli ortaggi che ha provocato molti decessi in Germania, Bezzi-Paesani hanno preso carta e penna e vergato una lettera agli amministratori.
Si leggge: “Esprimiamo una forte preoccupazione per l’evoluzione della vicenda batterio killer sul cetriolo, protagonista dello scandalo alimentare tedesco.
Purtroppo la psicosi che si è generata soprattutto a causa di una comunicazione che ha creato inutili allarmismi e panico, stà determinando un crollo verticale nelle vendite di cetrioli ed ortaggi in genere, anche nella nostra realtà locale, fortemente vocata all’orticoltura. Come sempre in presenza di scandali alimentari le conseguenze più gravi si scaricano sui produttori agricoli che vedono repentinamente distrutto immagine, lavoro e reddito”.
“Bisogna fare subito chiarezza! – continuano i presidenti -. Occorre dare notizie certe proprio per scongiurare il pericolo che allarmismi ingiustificati possano determinare un crollo ulteriore anche in Italia, nei consumi di verdure e ortaggi freschi, con gravi danni per i produttori agricoli”.
“Cia e Confagricoltura di Rimini – si chiude la riflessione – ricordano ancora una volta che in Italia i controlli sono rigidi e funzionano. Le nostre produzioni di verdure e ortaggi sono sicure e facilmente riconoscibili dall’etichetta di origine, che per il settore dell’ortofrutta è obbligatoria per legge.
Si chiede alle istituzioni locali e regionali di farsi portavoce e di allertare i livelli istituzionali nazionali ed europei affinchè si intervenga con urgenza come la casistica comporta, a tutti i livelli su due fronti: 1) sostenere una campagna di comunicazione a favore delle produzioni locali e nazionali perché sono sicure, controllate, tracciate e garantite;
2) sostenere gli agricoltori che in questo momento registrano forti perdite di prodotto e di reddito, valutando l’ipotesi di risorse dedicate per questa crisi di consumi”.

NUMERI

Agricoltura, solo 117 milioni di euro

– Ecco alcuni numeri dell’agricoltura provinciale.
Imprese: 2.852 (-3,5 rispetto al 2009). Rappresentano l’8% del totale. Nel 2006 erano oltre 3.200.
Fatturato 2008: il suo valore in assoluto, comprensivo della pesca, era di 117,2 milioni di euro. L’1,4% del totale, pari a 8,34 miliardi di euro.




Monumento in bronzo alla Sposa del marinaio

LA CULTURA

Foto Manuel Migliorini
Foto Manuel Migliorini

– I piccoli aggrappati alle vesti della madre che scruta l’orizzonte del mare e lo indica con la speranza che il proprio uomo possa ritornare in porto dopo la tempesta. E’ il monumento alla Sposa del marinaio. In bronzo, è stato collocato lo scorso 7 maggio alla fine della palata sud del porto di Rimini. L’ha commissionato la Cooperativa lavoratori del mare presieduta da Giancarlo Cevoli allo scultore montefiorese Umberto Corsucci, un’artista vero. Che sa lavorare il bronzo con la tecnica della cera persa come pochi in Italia. E lo fa con scanzonata passione ed il rigore della creatività. Come un maestro artigiano del Rinascimento, o della Grecia Classica.
Corsucci ha bottega, assolutamente da visitare (è aperta al pubblico) a Montefiore, su un poggio che si chiama Montemaggiore; dove l’orizzonte ti porta fino all’ansa di Ravenna.
Classe’51, Corsucci si diploma nel 1970 presso l’Istituto d’Arte di Pesaro (sezione ceramica). Frequenta l’Accademia di Belle Arti prima a Roma, poi a Milano (Brera); nel 1974 consegue il Diploma di Scultura. Presso il suo studio si tengono corsi di scultura a livello internazionale. Nel 1999 costituisce un’Associazione Culturale, “Montemaggiore Arte”, con l’obiettivo di realizzare un Museo di sculture all’aperto sulla collina del Monte Maggiore.
Dal 2000 organizza rispettivamente il Concorso Internazionale “La Giovane Scultura” per selezionare le opere monumentali da realizzare e collocare nell’apposito percorso del museo all’aperto.
Ha firmato una serie di monumenti collocati in tutt’Italia. Alla rinfusa: monumento in pietra per la Fonte Sacramora Viserba, monumento alle vittime del terremoto del 1976 (Tarcento, Udine), pannelli in bronzo presso la Banca Popolare Valconca (Morciano), monumento in travertino e bronzo dedicato a Giustiniano Villa (San Clemente), padre Pio a Morciano. L’ultimo è un monumento al vino in Umbria.




Nannini, grande concerto

Gianna Nannini all’Adriatic Arena, il 31 maggio, ventesimo concerto del suo “Io e te tour 2011”, non ha tradito le attese dei fan con un’esibizione esaltante. Due ore di spettacolo nelle quali ha anche suonato violino, chitarra e pianoforte (sistemato nel parterre in mezzo al pubblico) e scatenato tutta l’energia di migliaia di persone che l’hanno seguita cantando con lei i testi dei suoi più grandi successi e del suo ultimo album. Con la sua sensibilità e l’originalità dei suoi testi arriva alle menti e al cuore, è in grado di trasportarti nella sua dimensione positiva della vita.
Alla fine dello spettacolo, un omaggio all’indimenticabile Modugno, con una versione spumeggiante di “Volare”, rivisitata in puro rock. A 54 anni, neomamma, Gianna Nannini forse proprio ora tira fuori il meglio di sé. Il disco uscito a gennaio “Io e te” (che dà il nome al tour) è infatti secondo l’artista di Siena il suo lavoro migliore, naturalmente tutto dedicato alla figlia Penelope, nata a novembre.

Davide Del Prete




Donati, due bei libri ignorati

LA CULTURA

– Nessuno è profeta in patria. Mai fu detto più vero per i due libri di Andrea Donati. Pubblicati entrambi nel 2010, sono passati quasi incredibilmente sotto silenzio a Rimini. Peccato, vista la l’importanza e l’apprezzamento unanime riscosso altrove presso la comunità scientifica e il pubblico dei lettori.
Donati e le due pubblicazioni si sono prese la giusta rivincita. Sono state presentate a Roma, rispettivamente da Antonio Paolucci ai Musei Capitolini il 19 maggio e dallo stesso Donati alla Pontificia Accademia delle Scienze presso la Casina di Pio IV nei Giardini Vaticani il 20 maggio.

Primo libro
Il primo libro, intitolato «Ritratto e figura nel Manierismo a Roma» (edizione Asset Banca), presenta quattro studi su Michelangelo Buonarroti, Jacopino del Conte e Daniele Ricciarelli. Il primo studio affronta il rapporto tra figura e ritratto in alcune opere di Michelangelo, secondo una prospettiva storica ed estetica. La scelta è volutamente parziale e opportunamente limitata, perché, come ricorda Donati, lo studio di Michelangelo richiede la dedizione di una vita. Il secondo studio mira allo stesso rapporto, più evidente e paritario, e al contempo propone, in quanto mancante e necessario, un catalogo ragionato dei dipinti di Jacopino del Conte, a partire dal suo esordio nella bottega di Andrea del Sarto. Il terzo e il quarto studio affrontano specificamente il tema del ritratto di Michelangelo in pittura e scultura, da Giuliano Bugiardini a Daniele Ricciarelli, per mettere a fuoco l’origine dell’immagine dell’artista più acclamato nella storia occidentale. La ricerca è partita da un fatto minimo, come lo studio del “Ritratto di Michelangelo” in bronzo nel Museo di Rimini (ignorato dagli studi per quasi un secolo mezzo o oggetto di assurde speculazioni attributive), e si è trasformata in un’indagine a tutto campo su pittura e scultura tra Firenze e Roma nel Cinquecento. Donati affronta la materia con una visione complessiva di Michelangelo e del suo tempo, passando al vaglio le fonti documentarie, epistolari, poetiche, narrative, e la sterminata letteratura critica sul grande maestro fiorentino. Per questo il suo libro non è un’opera conclusiva e sistematica, ma una raccolta di saggi, che offre i risultati delle prime ricerche dell’autore, con molte proposte attributive e identificative di opere d’arte e personaggi storici. Il libro, che è stato presentato anche da Claudio Strinati a Siena nel Palazzo dei Conti d’Elci con grande successo di pubblico e che verrà presentato anche all’Accademia Raffaello di Urbino il prossimo 26 maggio, ha riscosso un consenso internazionale, al punto che perfino il Metropolitan Museum di New York ha accolto nel suo sito internet la nuova attribuzione del ritratto di Michelangelo proposta da Donati.

Secondo libro
Il secondo libro presentato da Donati in Vaticano si intitola «San Marino tra storia e leggenda» (edizione Credito Sammarinese). Il libro è stato commissionato a Donati dai Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino e viene presentato ora in Vaticano per anticipare i contenuti culturali della visita di Benedetto XVI sul Titano il prossimo 19 giugno.
“Come sanno gli studiosi – scrive Donati nella sua prefazione al volume – la storia della Repubblica di San Marino, in quanto tale, è storia del secondo Medioevo, in particolare dell’età comunale. Nel caso di San Marino, poi, si parla di un comune «di castello e di corte», non «di plebe». Fin qui tutti arrivano“.
“Ciò che invece non è stato chiarito in modo convincente – sostiene sempre Donati – è il presupposto più antico della Repubblica. Prima della creazione della «pieve di San Marino con castello», così ricordata dalla bolla di Onorio II nel 1125, prima del , non ancora formalmente costituito nel 1252, prima della Repubblica, non ancora compiuta e indipendente nel 1371, lo Stato non era ancora delineato secondo i parametri istituzionali correnti, ma esisteva già in embrione, come luogo fisico, come persone, come coscienza di comunità libera e civile. Quali furono le ragioni che portarono gli abitanti del Titano a compiere il salto di qualità e a diventare Sammarinesi? Come ha fatto un’entità, che prima non aveva nome nella storia, a trovare la forza di riscattarsi dall’anonimato, diventare prima autonoma, poi indipendente, infine la Repubblica di San Marino, così come ora la conosciamo?”.
“Il primo fatto straordinario – scrive Donati – il fatto che segnò una tappa fondamentale nella storia di San Marino, fu quando il monte Titano smise di essere solo una cava di pietre, e divenne la sede di un monastero, un luogo di vita spirituale. Il monaco Basso vissuto sul Titano poco dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (478) segna l’inizio di questa fase. Il secondo fatto straordinario, con cui questa terra di confine fece un passo decisivo verso l’autonomia, fu quando, grazie al riconoscimento di un principio giuridico che oggi appare assurdo, tanto è anomalo, Stefano abate del monastero di San Marino nell’anno 885 ottenne giustizia nel nome del Santo eremita e confessore. Chi era realmente costui? Che cosa precede e che cosa accompagna il racconto della sua vita? Come si deve interpretare la sua leggenda? Proprio queste sono le domande che pone la Vita dei santi Marino e Leone (Vita sancti Marini et Leonis), che appare rozza nel suo latino altomedievale, ma che in realtà fu scritta da un monaco avvezzo a molte sottigliezze, conoscitore della città di Rimini, del monte Titano e del Montefeltro”.
Per questo Donati ha compiuto la prima edizione critica del testo latino, con una nuova traduzione in italiano a fronte, con il catalogo dei codici manoscritti e con un ampio corredo di fonti, immagini, documenti e studi specialistici, per mostrare i confini tra storia e leggenda, ma anche per marcare l’inscindibilità del loro nesso, quando si tratta del Medioevo.
Il complemento del titolo del libro, «da Omero a san Pier Damiani», indica gli estremi cronologici entro cui si muove lo studio di Donati, che traccia il più ampio e documentato racconto della storia di Rimini e del suo territorio, dall’antichità al Medioevo, che sia stato scritto dai tempi di Luigi Tonini.




Il colore per esplorare l’anima

SGUARDI D’ARTISTA

di Annamaria Bernucci*

– Gli studi e gli atelier per gli artisti sono luoghi rituali: abbandonarli può significare un lutto, abitarne di nuovi può diventare occasione di riconciliazione e stimolo di ricerca. Il nuovo studio di Maria Pia Campagna è a Rimini, a poca distanza dal Ponte di Tiberio, occupa gran parte di un villino anni ’60 che ricorda esternamente uno chalet di montagna; è saturo dei suoi lavori recenti che creano un rimando coerente ai molti temi da lei esplorati nel corso degli ultimi anni.
La vita, la morte, il nutrimento e l’annientamento degli esseri umani, la fusione dei corpi e la loro dissolvenza.
Domina in questa pittura l’esigenza di riscatto esistenziale (e morale); Maria Pia dà voce alle ombre e alle paure, ci avvicina le emozioni più profonde. E il colore dà il nome alle cose. Anche quelle crudeli, come la morte improvvisa e violenta.
Maria Pia Campagna è di indole generosa. In lei trapela un’energia che le corrisponde anche fisicamente, è artista nomadicamente pronta ad accogliere libere associazioni, libere istanze, a concedersi cambiamenti e rotture anche a caro prezzo. Il suo metodo di lavoro non accetta deroghe: usa pigmenti naturali, la loro preparazione è un momento fondante nell’elaborazione delle sue narrazioni. Le pennellate o la stesa dei colori è fluente, rapida, mobilissima sulle tavole che lei stessa prepara.
Il rosso è spesso un colore ricorrente. E il rosso, si sa, è simbolo di passione, sangue, di una sorta di primitiva energia, irrefrenabile e magmatica come la lava che fuoriesce da un vulcano. Le cose non esistono se non abbiamo le parole per chiamarle scriveva Erri De Luca: nella pittura di Maria Pia Campagna, sono i colori infatti a sostituire le parole e a dare significato al suo pensiero e al senso delle cose.
I suoi ultimi lavori pittorici sono concepiti in una zona di transito come la memoria, tra passato e presente, ed espressi in una relazione costante tra l’astratto e la propensione figurale; i temi provengono da situazioni della realtà, sia essa quotidiana che dalla sfera mitologica sublimata da una elaborazione simbolico-concettuale. “L’opposizione tra astrazione e figurazione è un limite spesso inventato dalla lettura critica, in realtà la mia pittura è una sintesi” – dice. Ancestrale archetipica e soprattutto segnica.
Dai suoi quadri fuoriescono i temi della grande madre, fonte simbolica di vita e di morte, sovrana-regina, ventre fertile e dispensatrice di flussi vitali. Latteo è il titolo di un dittico: “Uso un bianco che ha il colore del colostro, il primo nutrimento di chi è venuto alla luce” – racconta.
Sul trauma dell’origine, sulla morte e la sofferenza e sul caso inteso come accadimento fatale e ineluttabile, Maria Pia si è misurata molte volte: lo fa attraverso accostamenti e simmetrie, strutture ritmiche, avvolgenti grafie o spigolose e inquietanti rappresentazioni ambientali.
E’ interessante che due studiosi, dalle rispettive sponde di ricerca critica e storica, abbiano suggestionato e indagato di recente il cammino di questa artista. II professor Giovanni Rimondini ha, come dire, fatto eplodere il campo d’indagine sulla pittura della Campagna con contaminazioni antropologiche e filosofiche prendendo spunto dai temi ricorrenti espressi dall’artista per offrire un percorso che si insinua tra psicanalisi e iconologia.
L’indagine ha condotto ad esiti inediti sia nella speculazione sia nelle mostre scaturite a partire da quella svoltasi nella sala Teatro Corte di Coriano (Camere) nel 2010 per passare a Le due vite (Rimini, Museo degli sguardi e Galleria dell’immagine) e a Rosso lavico alla Galleria Nera di Bologna.
Il prossimo appuntamento, previsto in giugno a Saludecio, la vedrà dialogare con altri artisti in una mostra curata da Eva Imbrunito.
L’intervento di Claudio Cerritelli, noto critico d’arte, rappresenta la conferma di un modello di indagine e della profondità delle relazioni e delle tensioni messe in atto dall’autrice. Insomma, da più parti hanno parlato di un ‘romanzo pittorico’ a proposito del lavoro di Maria Pia Campagna. Niente di più calzante per una artista che si muove ormai da oltre tre decenni dentro una vera e propria avventura delle forme e del colore.
Determinata e perseverante, ha mantenuto viva, racconta, pur con la conduzione dell’insegnamento e della famiglia che l’ha assorbita in realtà per molti anni, un’attività artistica salvaguardata da cadute nella ripetitività. Sfiorando e sperimentando sempre nuove piste, nuovi indizi. E ha saputo esprimere le risonanze e le urgenze del suo sentire, del suo rapportarsi con le ricerche pittoriche e artistiche cresciute e maturate dagli anni ’70, cioè dagli anni della sua formazione urbinate, sino alle sperimentazioni di oggi.
Avendo cura di fare i dovuti aggiornamenti e i confronti con una scena artistica nazionale divenuta nel frattempo sempre più densa di fascinazioni e strade articolate. Basta scorrere i suoi titoli, mirati, metafisici ma inniettati nella realtà come solo sa fare chi sa guardare le sfumature e gli abissi dell’animo umano.

*Direttrice della Galleria comunale S. Croce di Cattolica




Dall’alimentare dell’entroterra all’hotel “Continental”

IL FATTO

– Dal negozietto di generi alimentari di Gemmano all’hotel “Continental”, uno degli alberghi più importanti di Rimini Marina Centro: 105 camere, sala conferenze da 300 posti. In tutto circa 5.500 metri quadrati vista mare. E tutto questo in una quarantina d’anni. L’artefice è Luigi Staccoli, classe ’57, sposato con la signora Patrizia, un figlio, Marco.
Siamo una sera d’inverno del 2009. Alle 10 e mezzo, l’amico Sandro Giorgetti, presidente degli albergatori di Bellaria, chiama l’amico Luigi Staccoli. E’ assonnato. Gli dice che ha preso il “Continental”. E che la metà della sua quota, il 25 per cento, la divide con lui. Staccoli è mezzo addormentato. Gli dice di sì in modo automatico. Non sapevo neppure il prezzo. Ci lasciamo per i dettagli per la mattina del giorno dopo. Ci vediamo per la colazione. Mi racconta che insieme ad altri tre soci, abbiamo acquistato il Continental”.
Oggi, è soci sono tre. Oltre a Giorgetti e Staccoli, c’è Tito Savini, un altro dei pesi massimi dell’industria turistica bellariese. Dunque, uno dei maggiori alberghi di Rimini è finito nelle mani di riminesi di provincia e non del capoluogo.
Fanno sapere in coro: “In questo anno e mezzo potevamo fare un investimento redditizio. Si sono fatti avanti alcuni compratori. Ma abbiamo risposto ‘no grazie’. Dal nostro punto di vista il ‘Continentale’ deve restare un patrimonio della città. Noi vogliamo bene al nostro territorio”.
Nella storia di Staccoli si può specchiare la storia del turismo di tutta la provincia di Rimini: un intreccio di lavoro-cambiali-lavoro. E anche la fortuna per avercela fatta.
Siamo a metà anni Settanta. Luigi Staccoli ha 17 anni. La famiglia gestisce un negozio di alimentari a Gemmano. Stimolati da Ilario, primogenito che lavora alle Poste, la famiglia scende a Riccione, con un finanziamento di cambiali, prende in affitto una pensioncina: “l’Ariosa”, in via Monti. La madre Pina è in cucina, la sorella Gigliola fa le camere, il babbo Alfredo il tuttofare. Luigi fa il cameriere. Il fratello maggiore, nelle pause dà una mano.
L’anno successivo, sempre in affitto, prendono la pensione “Torino” in via Tasso. E su questo piccolo albergo costruiranno le loro fortune. La famiglia acquista un lotto a Rimini, in via santa Maria al Mare (zona piazza Ferrari). In economia (un muratore e loro a fare i manovali), inizia a costruire l’abitazione. Abitazione che con conguaglio sarà oggetto di permuta con la “Torino”. Oggi, la pensioncina è il residence “Ilario” (in memoria del fratello scomparso prima del tempo). Un’altra tappa importante di Luigi Staccoli è l’89. Acquistano “Villargia”, una pensione malconcia a pochi passi di Rimini Marina Centro. Di proprietà del professor Nascioli (Argia è nome di donna romana), la vogliono in cattivo stato perché costa poco. Sempre in economia, la riqualificano in un paio di inverni, mettendo sul piatto un miliardo di lire. In tutto, una cinquantina di camere. Staccoli: “Se non lavori, nessuno ti dà niente. La nostra forza è stata la famiglia e la sera prendevamo una decisione e il mattino dopo si partiva. Il nostro motto è: l’unione fa la forza”.
Passione per i viaggi, il piacere di trascorrere il tempo con gli amici, Staccoli ha una sua idea anche del turismo della provincia di Rimini. “Una della nostre debolezze – argomenta – è la piccola pensione. Devono chiudere perché non hanno più mercato. Oggi, le sfide si vincono con la qualità. Noi quando andiamo in ferie vogliamo il bello, così gli altri. Un altro fattore di debolezza sono gli affitti. La proprietà è portata a massimizzare il profitto e demotivata a fare investimenti. Dopo tre anni è un disastro”.




Fiera Rimini, 79 milioni di euro di ricavi

IL PUNTO

 – Il valore della produzione consolidato del Gruppo Rimini Fiera ammonta a 79 milioni di euro (+0,6% sul 2009). Il margine operativo lordo (Mol) è di 13,1 milioni di euro. Le società controllate da Rimini Fiera SpA contribuiscono a questo margine per quasi un terzo.
L’utile prima delle imposte, pari a 4,4 milioni di euro, supera di oltre quattro volte quello dell’anno precedente. Il risultato netto consolidato è di 2,2 milioni. Questo del Gruppo Rimini Fiera è il miglior risultato netto di tutte le grandi fiere italiane e conferma il primato nel rapporto fra volume di fatturato e redditività.

Con il moltiplicatore riconosciuto a livello europeo, tra 10 e 12 euro di ricaduta sull’indotto per ogni euro ricavato dall’attività fieristica, la ricaduta sull’economia della provincia riminese è pari 869 milioni di euro.

Il debito del Gruppo, derivante in larghissima parte dalla realizzazione e dagli interventi sul nuovo quartiere (costato complessivamente 300 milioni di euro, di cui solo 40 milioni provenienti da fondi pubblici) continua a scendere ed è oggi al di sotto dei 30 milioni.

Nel 2010, per Rimini Fiera 9.398 espositori, 1.691.892 visitatori e 1.089.400 metri quadri venduti.

“Un risultato straordinario che nessun altro competitor italiano può vantare – dice il presidente Lorenzo Cagnoni – e particolarmente se messo in relazione con il quadro fieristico generale del nostro paese che ancora sconta perdite di redditività, contrazione degli spazi espositivi ed esitazioni del cliente nel tornare ai volumi di investimento degli anni trascorsi. Un risultato che dobbiamo sia all’attività fieristica, sulla quale abbiamo concentrato investimenti e sforzi di innovazione, anche con una serrata attività di comunicazione sui mercati esteri, sia alla qualità di servizio e al volume di attività delle nostre società controllate”.

E proprio dal fronte internazionale importanti novità su Technodumus: il Salone dell’Industria del Legno per l’Edilizia e il Mobile (Rimini Fiera, 20-24 aprile 2012) parte con un tour sui mercati esteri strategici. Dal 30 maggio al 3 giugno viene presentato alla Ligna di Hannover dove ne verrà anche avviata la commercializzazione supportata da una grande campagna pubblicitaria che toccherà l’aeroporto, le stazioni della metro e l’area esterna del quartiere fieristico della città tedesca. Inoltre, il 20 giugno Technodomus viene presentata in Cina, a Guangzhou, ad una selezionata delegazione di grandi produttori di mobili del paese asiatico.

GLI UOMINI

Ermeti vice

– Il consiglio di amministrazione di Rimini Fiera è composto da 10 persone.
Predidente: Lorenzo Cagnoni
Vice: Maurizio Ermeti
Consiglieri: Massimo Gottifredi, Maurizio Proietti Pagnottta, Mariana Girolomini, Gian Luigi Piacenti, Paolo Pantaleoni, Alduino Di Angelo, Salvatore Bugli, Giada Michetti, Eros Titi.
Direttore generale: Piero Venturelli

I compensi
Al presidente 59.000 euro per la carica e un’indennità di risultato pari al 15% della media aritmetica dell’utile consolidato dell’esercizio, in corso e di quello immediatamente precedente (con un tetto massimo di euro 50.000); al vicepresidente 29.500; ai consiglieri 600 lordi mensili ed un
gettone di 250 a seduta.

LA SOCIETA’

Gioiello pubblico

– Rimini Fiera è uno dei gioielli delle aziende a capitale pubblico della provincia. Gli esperti affermano che ogni euro di ricavi della struttura significa 10 euro di ritorno sul territorio. I tre soci pubblici, Provincia di Rimini, Comune di Rimini e Camera di Commercio, possiedono il 26,44% ognuno del capitale; la Regione Emilia-Romagna ha il 5,80. Il restante 14,88 è nelle mani dei privati.




Dalle biciclette nascono “fiori” bellissimi

PERSONE

– Dalla speciale bicicletta di vita di Umberto Cardinali sono nate cose bellissime: un’azienda di biciclette (“Adriatica”), l’Ifi di Tavullia (leader in Europa per i banchi bare e vetrine gelato), piste ciclabili. E una filosofia di vita intreccio di creatività, rigore e tenacia.
Lo scorso 22 maggio è stata inaugurata la pista ciclabile “Umberto Cardinali”. Prima di scoprire la targa si è formato un variopinto ingorgo di bici, circa cento metri dal lato mare e altrettanti dal lato monte. Belle le due ruote, vecchie, nuove, bozzate, con libri nel portapacchi, classiche, all’avanguradia, da donna, da bambino, da mezz’età. Bellissimi i proprietari. Tutti lì per rendere omaggio ad uno degli imprenditori più importanti di Pesaro. La sua azienda, l’Ifi, ha sede a Tavullia. Per i 100 anni di Cardinali nel 2008, l’azienda decise di ricambiare le opportunità date dal territorio con la costruzione della pista ciclabile: circa dal Ponte Vecchio fino al palazzo dello sport. Quel circa sta per 350 metri di ciclabile già costruita dal Comune con i fondi europei. Una lingua di asfalto lungo il Foglia, lato Rimini. Appoggiata su un terrapieno, è una galleria naturale affascinante e ricca. Un “parco” di piante autoctone degne delle raffinatezza di un orto conventuale: albicocchi, ciliegi, giuggioli, amarene, acacie, rosmarini, rose, olmi, oleandri, menta, caprifogli, spazzolini delle bottiglie col loro bellissimo fiore rosso, pioppi, noccioli, salvia, fichi, canne.
Ma chi è stato l’imprenditore che tornava da Milano per lavoro con un foulard di seta per la madre? Nasce a Pesaro da una bella famiglia con poche sostanze economiche. Il giovane Cardinali ha la passione per la bicicletta. Si applica. Negli anni Trenta, fa due giri d’Italia da isolato, cioè senza squadra. Afferra che non sarà mai un campione. Appende la bici al classico chiodo e apre una botteguccia dove ripara e vende biciclette. La sua serietà e bravura, viene amplificata nella città perché è stato al Giro d’Italia. E’ subito successo. Fonda un’azienda che le produce, l’“Adriatica” (marchio ancora presente). Venne venduta ad un suo collaboratore quando nel 1962 acquistò l’Ifi, banchi bar. Il prodotto migliore al prezzo più basso, innovazione e serietà, come filosofia, Ifi in mezzo secolo ha celebrato successi continui ed ininterrotti.
Cardinali è stato anche un uomo di mondo. La stessa serietà e leggerezza certosina del lavoro l’applicava in scherzi raffinati insieme ad una combriccola di amici per canzonare altri amici.
Ha avuto la fortuna di una vita lunghissima. Nasce il 4 dicembre del 1908, muore nel 2009.
Per l’inaugurazione della sua pista di 3,5 km, erano presenti il sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli, il presidente della Provincia di Pesaro Matteo Ricci e in rappresentanza dell’Ifi Gianfranco Tonti e Maurizio Testaguzzi. Probabilmente, da lassù, a scrutare quell’ingorgo di umanità sui sellini, lo avrà portato ad salutare alzando le braccia al cielo ed un sorriso largo, misto di pudore e rispetto.




Gelateria, la rivoluzione da Gabicce-Cattolica

TECNICA E CREATIVITA’

– La gelateria si chiama “Affresco” e sintetizza bellezza e funzionalità. Raccoglie le eccellenze del made in Italy: la storia, le idee, il rigore, la funzione, la genuinità. E’ stata inaugurata lo scorso aprile a Cattolica, in viale Dante, a mezz’altezza.
Offre non pochi, pochissimi gusti e rigorosamente preparati con ingredienti naturali. Via quelli che causa il poco consumo non sono freschi. In tutto una bellissima dozzina. Fa sapere la proprietà: “Affresco significa meno gusti, ma a favore della qualità e dell’igiene. Da noi si possono assaporare i profumi veri della natura”.
Ambiente bianco, gli unici colori sono quelli dei gelati, degli stecchi e delle granite (sempre preparate con la frutta). Alle pareti brevi massime di saggezza che rappresentano la filosofia di chi ha creato il concetto e la tecnologia. E’ l’Ifi di Tavullia, leader in Europa per la produzione di banchi bar e vetrine gelato. L’azienda che ha fatto della serietà e dell’innovazione il proprio “dovere” e la forza per crescere. Perché “lo sviluppo economico richiede tensione psichica, cultura, lavoro duro, regole ferme”. Insomma, ricerca e abnegazione.
Il nome “Affresco” richiama l’arte, sia come espressione culturale, sia come espressione gastronomica. E non c’è nulla più della capacità progettuale e della civiltà del gelato a rappresentare le vincenti qualità italiche. Il gelato artigianale è per antonomasia il simbolo del made in Italy. Bisogna venire in Italia ad imparare l’arte e ad acquistare la tecnologia. Entrare in una gelateria “Affresco” signora entrare nel tempio dell’italianità.
Detto della bontà del gelato, le altre attenzioni sono tutte per la vetrina-gelato, la “Tonda”. Un oggetto progettato dal raffinato designer italo-giapponese, Makio Hasuike, che il ministero dell’Economia, insieme ad altre eccellenze, porta in giro per il mondo come il meglio del Paese.
“Affresco” è anche scuola. Infatti, all’ingresso della gelateria, su un monitor corrono le immagini che raccontano come nasce una sorbettiera di gelato.
Format pensato dal designer Beppe Riboli su ispirazione del grande grafico Michele Provinciali, la prima gelateria “Affresco” è stata aperta lo scorso anno a Gabicce Mare. Lo scorso maggio, grazie alla vetrina Gabicce, è stata inaugurata a Giussano (Monza-Brianza). Sempre grazie a Gabicce, ne dovrebbero aprire altre. Sbarcherà anche in Giordania. Un emissario per conto della casa reale ha deciso di investire sui giovani, con l’obiettivo di aprire una serie di gelaterie artigianali.
Afferma Riboli: “Con il gelato ho creato un Affresco. E non è una bugia”.