Rimini nell’Unità d’Italia, un paesone

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L’INCHIESTA

di Francesco Toti

– Non si inventa nulla. Al massimo si può andare per il mondo con quello che si è e si ha. L’economia della provincia di Rimini 150 anni fa, quando nel 1860 si proclamò l’Unità d’Italia, era come quella odierna. Ma in fasce. Se oggi, il sistema produttivo si regge su quattro pilastri: turismo, tessile, meccanica e nautica. Allora, seppur in embrione, c’erano tutti questi come pianticelle sotto un’agricoltura come albero secolare, che sfamava l’intera popolazione che in larga parte viveva in campagna nella casa colonica a cultura patriarcale; attorno al vecchio giravano una trentina di persone: i figli sposati e le relative famiglie. Ma andiamoli a vedere questi semi oggi diventati alberi generosi.
Turismo
Il primo stabilimento di mare risale al 1843, ma subito se ne intuiscono le potenzialità. In una relazione Giuseppe Cambi, prefetto di Forlì, scrive raccontando “le cose notevoli”: “pel suo progressivo ampliamento e per l’affluenza grandissima di bagnanti, che tanto contribuisce ad aumentare la ricchezza del paese.
Quiete sonnacchiosa
Complessivamente la situazione economica della provincia durante i primi anni dopo l’Unità d’Italia venne definita dallo storico Giorgio Porsini di “quiete sonnacchiosa”. Anzi dopo il 1860, ci fu una contrazione del settore tessile, probabilmente a causa dei nuovi concorrenti dovuti all’unificazione del Paese (sotto lo Stato pontificio c’erano le tariffe doganali che proteggevano i prodotti dalla concorrenza estera, che poi sarebbero le altre regioni). I 21 impianti che lavoravano la seta, nel 1865 erano diventati tre.
Agricoltura
L’agricoltura oltre ad occupare il 64,9 per cento della popolazione nel 1871, rappresentava un microcosmo autosufficiente, che conteneva molte professionalità che soltanto nel ‘900 sarebbero poi sbocciate: piccoli lavori di falegnameria, di meccanica. E in ogni, casa colonica c’era un telaio tessile.
Industria
L’industria e l’artigianato assorbiva il 15,4% della forza lavoro (il 3,7 nell’alimentare e il 9,2 nel tessile-abbigliamento).
Alla fase di moria delle imprese del dopo Unità, inizia un lento incremento, tanto che una relazione camerale del 1872 fa questa fotografia: “Le industrie già impiantate prosperano sempre più, sia spiegando più grande attività, nei propri esercizi, sia migliorandoli con adottate macchine e trovati che la scienza e il progresso continuamente ne additano”.
Riccione
A questi primi anni ’70 dell’800, c’è anche la notizia che a Riccione (allora frazione di Rimini) è iniziata una timida attività balneare, tuttavia non ci sono numeri.
Piccola curiosità. Le persone senza occupazione sono 1.294, il 2,8 per cento degli attivi.
Casa rurale
L’embrione dell’economia odierna come si diceva è la casa rurale. Nel 1871 le case sparse erano 5.314. E il Riminese allora come oggi era il territorio più sovrappopolato dell’Emilia Romagna. Gli abitanti per km/q erano 154 (contro i 550 odierni); la media regionale era di 105, quella di Forlì di 121. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Rimini è poco più di un paesone; il centro non raccoglie che il 50 per cento della sua popolazione (compresa di Riccione e Bellaria): più o meno 15.000 abitanti.
L’agricoltura è povera e arretrata. I mezzadri sanno poco dell’alternanza delle colture per non impoverire il fondo e ancora meno di concimazione.
“Però la casa colonica – scrive la studiosa Carla Catolfi – non è sola dimora famigliare ma nella cantina, nell’aia, nella stanza del telaio, nelle bigattiere (produzione della seta), nei ricoveri degli animali, nei depositi dei prodotti di terra, ed egli attrezzi, diviene luogo di elaborazione di manufatti artigianali, centro operativo di tutte le operazioni colturali svolte nel podere”.
Ed è da queste conoscenze “artigianali” che nella seconda metà del ‘900 si costruiranno le fortune economiche di queste terre, fino ad allora povere come quelle calabresi.

CURIOSITA’

Migliaia di riminesi in camicia rossa

– Migliaia i riminesi in camicia rossa, che seguirono il mito di Garibaldi durante il Risorgimento tra il 1848 ed il 1870.
Il garibaldino riminese più famoso (sebbene nato ad Anzio) fu Amilcare Cipriani (1843-1918).
A guardare la fotografia dei riminesi (inteso come Rimini e provincia) in camicia rossa si ha che nel 1859 furono un migliaio a seguire Garibaldi.
Invece, fra i Mille del 1860, oltre a Cipriani risulta solo Giuseppe Aranesi, residente a Rimini ma bergamasco. Per la terza guerra di Indipendenza del 1866 calzarono la camicia rossa in 280. Diciotto invece coloro che andarono in Francia nel ’70 a difendere la Repubblica della Comune nata dopo il crollo del secondo impero.
Sette di loro morirono a Digione: Nino Carradori, Germano Ceccarelli, Sante Medici, Fidenzio Parigi, Leonida Rastrelli, Bruto Serpieri, Marco Zavoli.

Provincia 1865, attività “industriali”

– In culla le attività non agricole nella provincia di Rimini nel 1865.
Rimini
3 filande per la seta
1 gazometro per l’illuminazione
1 fabbrica di fiammiferi (350 operai)
1 fabbrica di cristalli e vetri (200 addetti)
1 raffineria di zolfo (32)
2 cantieri navali
19 mulini ad acque ed altri 84 nel resto della provincia per 191 macine
Montescudo
1 tintoria di tessuti (5 operai).
Morciano
1 concia di pelli (5)
1 fabbrica di utensili di rame).
Scorticata
1 fabbrica di polveri di mina
Santarcangelo
1 concia di cuoi (9)
1 fabbrica di maioliche e stoviglie (7)
1 pila a riso (4)
Verucchio
1 filanda si seta (24 operai)

CURIOSITA’ – 150 ANNI FA

Quattro mandamenti: Rimini, Santarcangelo, Coriano e Saludecio

– La provincia di Rimini 150 anni fa era suddivisa in quattro mandamenti. Ogni mandamento aveva una città di riferimento. Il mandamento di Rimini non coinvolgeva che Verucchio. Rimini contava 32.272 abitanti, Verucchio 3.128.

Coriano invece era il capofila di ben cinque paesi: Misano (2.543 abitanti), Montecolombo (1.931), Montescudo (2.722), Morciano (1.503) e San Clemente (2.603). Coriano totalizzava 4.794 abitanti.

Saludecio (3.890) era a capo di cinque territori: Mondaino (1.546), Montefiorito (2.571), Montegridolfo (933), San Giovanni (4.795) e Gemmano (2.147).

Con Santarcangelo (7.765 abitanti), Poggio Berni (1.339) e Scorticata (743).

CIPRIANI, IL GARIBALDINO RIMINESE PIÙ FAMOSO

Per Montanelli era un uomo d’azione senza idee.
Diventa anche parlamentare socialista

IL RITRATTO

– Amilcare Cipriani è il garibaldino riminese più famoso. Nasce il 18 ottobre 1843 ad Anzio, da Felice Cipriani e Angela Petriconi. Il padre proveniente da una famiglia originaria di Rimini è costretto a causa delle sue simpatie antipapali a rimpatriare quando lui era ancora in fasce.
Guido Nozzoli, giornalista, una delle menti più belle partorite da Rimini non solo nel secolo scorso, in un articolo del 1954, scrive che Cipriani fu battezzato dal padre «con una manciata di polvere da sparo». Partì volontario con Giuseppe Garibaldi nel 1859 nascondendo la vera età, e combattè «come un demone» a San Martino (27.000 fra morti e feriti). Seguì poi Garibaldi in Sicilia. Con l’esercito regio partecipò successivamente alle operazioni contro i briganti abruzzesi.
Nuovamente fra le file garibaldine nel 1862, riuscì a non farsi catturare dopo l’episodio d’Aspromonte, ed a fuggire in Grecia, sopravvivendo (soltanto lui ed il capitano della nave) ad un naufragio. «Sui Campi di Grecia la sua temerarietà non conosce limiti». Non potendo tornare in Italia per non finire in carcere, punta all’Egitto dove s’impiega al Banco Dervieux e lavora all’esplorazione delle fonti del Nilo.
In vista della terza guerra d’Indipendenza, 1866, costituisce la «legione egiziana» senza assumerne il comando, e parte per Brescia dove si arruola ancora con Garibaldi nel Corpo Volontari Italiani. Soldato semplice del 1° Reggimento combattè con valore nella battaglia di Monte Suello e in quella di Condino. Chiusa questa fase, corre a Cipro a dar manforte contro i turchi. Nuovamente in Egitto, è coinvolto in una rissa: si difende uccidendo tre persone, un connazionale e due poliziotti. È il 12 settembre 1867.
Da clandestino parte alla volta di Londra dove vive facendo il fotografo. Ritrae la regina Vittoria (da lui rimproverata perché non stava ferma durante la posa), e Giuseppe Mazzini nella celebre immagine meditativa. «Proprio per aderire ad un disegno di Mazzini nel 1870 Amilcare lascia Londra», incaricato di «accendere dei focolai di guerriglia in Lucchesia».
Torna a Londra dove gli perviene un messaggio dell’amico prof. Gustave Flourens conosciuto a Cipro: deve raggiungerlo a Parigi. La Francia il 2 settembre 1870 è battuta a Sedan dalla Prussia. Il giorno dopo il regime imperiale di Parigi è rovesciato. Nasce la terza Repubblica. Il 18 marzo con un’insurrezione popolare si forma la Comune di Parigi, soffocata nel sangue il 21 maggio. Anche qui Cipriani è sempre in prima fila. Catturato, condannato a morte, commutata la pena per grazia governativa non richiesta, Cipriani è infine deportato in Nuova Caledonia.
Nel 1881 ritorna in Italia. Arriva in treno a Rimini dove spera di incontrare il padre Felice, gravemente ammalato. Sua madre è morta di crepacuore nei giorni della Comune. Cipriani «non fa nemmeno a tempo a scendere dal predellino della vettura ferroviaria che lo arrestano», e lo conducono alla Rocca malatestiana.
Di Cipriani scrive anche Indro Montanelli. Il ritratto: «Il suo passato, la sua barba da profeta, il suo cappello a larghe falde, la sua scombiccherata ma gladiatoria eloquenza, facevano di lui un mattatore irresistibile. Predicava che non c’era bisogno d’idee, perché in realtà lui non ne aveva nessuna».
Giuseppe Prezzolini intervista Amilcare Cipriani a Parigi per “l’Avanti!’. Il 3 gennaio 1914: “È proprio lui, tutto nero vestito. Il viso è quello della sua età, segnato dalla pace dei vecchi, il pelo s’accresce sulla faccia e sulle falangi delle dita e sul dorso della mano, tradisce la forza di quel corpo; il pelo non s’è fatto ancor bianco, non è tutto bianco, nella testa covano ancora molte strisce nere. Come è magro, Dio mio quel corpo! Come regge il peso di sessantotto anni, di cui venti di guerre, quattordici di bagno e lavori forzati, cinquantatré di vagabondaggio, di povertà, di indipendenza”.
Benito Mussolini (ancora socialista) nel comizio del 20 gennaio 1913 per la chiusura della campagna elettorale per l’elezione a deputato di Amilcare Cipriani: “Prima del ’70 egli offre braccio e anima alla causa della Patria, dopo il ’70 a quello dell’Umanità. Ci dicono che il nostro grande compagno è vecchio; ma c’è senilità e senilità. C’è quella dell’impotenza, della stanchezza, del rammollimento fisico e intellettuale. Per questa noi chiediamo il riposo e il silenzio. Ma per Cipriani la cosa è diversa.
Se dopo tanti eroismi, tanti sacrifici, tante lotte, egli è ancora vivo di corpo, d cervello e di fede, ciò vuol dire che la sua vecchiaia è migliore della nostra giovinezza”. Il 25 gennaio 1913 Cipriani fu eletto deputato.
Quando si tenevano elezioni politiche, l’estrema Sinistra locale sceglieva sempre Amilcare Cipriani. Per quattro volte nel biennio 1886-1887, esse furono puntualmente annullate dal governo. Cipriani scompare nel 1918 a Parigi, nella «sua» Montmartre.

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