Religione e politica: libera chiesa in libero stato

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– Berlusconi, Bossi, Bertone, Bagnasco. La lettera iniziale dei cognomi dei quattro personaggi in questione, due leader politici e due eminenti ecclesiastici, è significativamente la stessa: la B. Il titolo surreale dell’articolo indica che tra la destra politica nazionale e la Chiesa italiana, da un po’ di tempo a questa parte, sembra sia in atto un balletto altalenante fatto di seduzioni accattivanti e di richieste interessate, d’intimidazioni volgari e di genuflessioni umilianti, di silenzi complici e di grida scomposte.
Si tratta di quattro personaggi d’assalto? Da parte politica si lucra a man bassa il consenso popolare, alla faccia della Costituzione e della legalità, e da parte ecclesiastica si lucrano gli interessi di eventuali prebende, alla faccia del Vangelo e del Concilio Vaticano II.
Da questo punto di vista, l’anno 2009 è stato caratterizzato da episodi che hanno smascherato, da una parte e dall’altra, i veli dell’ipocrisia nazionale. L’incantamento reciproco, derivato dall’infatuazione mediatica che il berlusconismo ha prodotto negli ultimi decenni in Italia, ha inoculato un virus letale di massa, forgiando e plasmando un’opinione pubblica addomesticata, ad immagine e somiglianza del suo leader politico che, stando ai sondaggi, sembra godere di effettivo consenso popolare, soprattutto dopo l’increscioso incidente di Milano quando un esaltato psicolabile ha scagliato contro il premier un souvenir di granito. Non solo la parte maggioritaria del mondo cattolico ma anche una parte più che consistente dell’istituzione ecclesiastica sembra essere stata fagocitata dal fatale incantamento culturale e politico che la destra al governo ha espresso in questi anni.
Dopo l’incanto ammaliante della sirena berlusconiana, arriverà anche il momento del disincanto della Chiesa italiana che vorrà finalmente prendersi cura della convivenza civile in una società destinata al degrado etico-culturale? Perché, come pastori e come cristiani, non possiamo annunciare profeticamente dai pulpiti delle chiese, come fece don Milani, “I care!” davanti a tale deriva? Perché, di fronte all’orrore della caccia ai braccianti neri di Rosarno, non gridare allo scandalo come facevano gli antichi profeti d’Israele? Quanto ancora dobbiamo aspettare perché non si ripeta l’infamia della Shoah? Perché i nostri vescovi sono così assenti dalle emergenze della storia?
L’analisi dei fatti ci presenta un quadro desolante. Da alcuni anni è in atto un processo degenerativo, quasi una specie di metastasi per una parte consistente di società italiana, ammaliata dal mito dell’uomo forte e dagli slogan ultimativi, tipo “tolleranza zero”. La Chiesa, da questo punto di vista, dovrebbe esprimere una funzione pedagogica fondamentale.
Accade, ad esempio, che la cronaca nazionale dell’estate scorsa registri un incontro ad alto livello tra il presidente della Cei, Bagnasco, e i capi della Lega Nord, Bossi e Calderoli, avvenuto a Roma nel settembre 2009 e rivendicato dai dirigenti leghisti come una specie d’investitura ufficiale della Cei nei confronti della Lega, considerata, secondo i desideri padani, l’unica paladina della causa cattolica in Italia. Si tratta di una cosa talmente delirante che non si sa se ridere o piangere. I vescovi sembrano aver dimenticato o rimosso le farneticanti espressioni di Bossi il quale, il 9 settembre 2002, così parlava della Chiesa italiana: “È ora di mandare  la Guardia di finanza da certi vescovoni per sapere dove vanno i soldi che hanno raccolto per i poveri. I veri razzisti sono i buonisti, associazioni caritatevoli tipo la Caritas. Agiscono con un solo scopo: riempirsi i portafogli!”. Come se non bastasse, al compare di Bossi, l’ineffabile ministro Calderoli, il 17 settembre 2009 è stato assegnato il Premio Giovanni Paolo II “per aver nella sua azione politica tutelato e promosso la Sacralità della Vita in armonia con i principi cristiani e con i valori ereditati dalla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica”. Tale ministro ha talmente difeso i valori cattolici da risultare divorziato e risposato con rito celtico tra simbologie nibelungiche e invocazioni pagane al dio nordico Odino.
E infine, come prelibata ciliegina sulla torta, gli ultimi giorni del 2009 ci hanno regalato l’insulsa e paradossale trovata del cosiddetto “partito dell’amore”, presentato agli italiani, inebetiti dalle feste natalizie, da un personaggio arcimiliardario che per anni non ha fatto altro che seminare odio attraverso i canali televisivi di cui è padrone assoluto, con un linguaggio “colorito” che ormai sembra aver fatto scuola. Un linguaggio di altissima soavità che irride agli elettori della sinistra chiamandoli “coglioni”, che definisce l’80% dei giornalisti dei “farabutti” e che insulta i giudici italiani come “mentecatti” e come individui “antropologicamente tarati”! Non ci mancava altro che la ridicola trovata linguistica di un fantomatico “partito dell’amore” per tirare fuori dai guai questo nostro disgraziato Paese, mentre l’Europa ride e gli italiani rimangono ancora una volta imbrogliati e imbambolati davanti alla tv del padrone per  ascoltare estasiati l’insipienza di boutades che si ripetono da troppi anni!
Credo che, a partire proprio dai succitati eventi, la Chiesa italiana sia chiamata a fare la sua parte: uscendo definitivamente dall’inerzia e dall’ambiguità che finora l’ha contraddistinta rispetto  all’oggettiva alleanza con una precisa parte politica, non certo per legarsi ad un’altra parte politica di segno contrario, ma per affermare senza reticenze alcuni valori di fondo che riguardano la vita e la dignità di uomini e di donne, all’interno di un contesto sociale in cui, nella rincorsa di modelli ingannevoli, si rischia di essere fagocitati e stritolati da una specie di moloch etico-culturale, attualmente imperante nelle teste e nelle famiglie di gran parte degli italiani. 

di Don Giorgio Morlin
* Parroco a Mogliano Veneto (Tv), responsabile
della Caritas territoriale

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