Notte di Natale in prigionia: 1944

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– Atos Lazzari è morto nel 2002. Mondainese-cattolichino, collaboratore di queste pagine, professione insegnante, la sua vita è stata caratterizzata da una bella passione per la cultura e per l’organizzazione di eventi. Sua l’idea di fondare la Civica università a Cattolica. Questa testimonianza dattiloscritta la regalò a chi scrive. E’ la notte di Natale in prigione di Oscar Biagioli (Mondaino) e Inno Foschi (Montegridolfo). Fatti di guerra.
– Da oltre 9 ore, i 50 prigionieri italiani, chini sul lavoro, non facevano che inutili sforzi per rimuovere e riattivare un tronco di ferrovia spezzato da un bombardamento aereo degli “alleati” nei pressi di Muenster in Germania.
In quel lavoro, sfibrante, sotto la sferza del vento freddo della Westfalia, lungo il Reno, nessuno fiatava.Ad intervalli regolari si sentiva soltanto il lugubre tintinnio del ferro che toccava col ferro, alternato dal secco “Oppla” del graduato tedesco Fritz, di guardia, che incitava con voce fredda i prigionieri perché ultimassero al più presto il lavoro loro comandato.
Era ormai tardi!
Le prime tenebre scendevano già dal cielo grigio dell’inverno e man mano avvolgevano in un sempre più buio quella immensa vallata, quando, ad un tratto, come proveniente da un luogo infinitamente lontano e sconosciuto,si sentì il fischio che annunciava la fine del lavoro.
Sfiniti, con gli attrezzi in mano, i prigionieri si guardarono in viso: non si riconoscevano più. Smunti,con gli occhi infossati, la barba lunga ed i capelli incolti favevano l’aspetto di uomini primitivi!
Sempre in silenzio, si misero in fila e si allontanarono lentamente dal luogo di lavoro: era freddo e la neve già alta rendeva più faticoso il cammino.
Quando, dopo mezz’ora di marcia, arrivarono alla solita baracca del lagher, era notte.
Qua e là si accendevano i primi lumi ed i primi fuochi in stufe improvvisate, intorno ai quali si accovacciavano gli uomini in attesa del misero rancio che doveva essere loro distribuito quando “Dio voleva!!”.
In un angolo buio della baracca, distante da tutti, un uomo era disteso su di un letto di paglia rimediata con fatica. Il colore dei suoi capelli folti, la vivacità dei suoi occhia lo facevano molto giovane.
Disteso sulla paglia, supino, con le dita delle mani intrecciate dietro la nuca, gli occhi fissi in un punto del soffitto di legno pensava.
A che cosa?
Certamente a quella triste vigilia di Natale!
Sempre fisso nei suoi pensieri, che si rincorrevano dietro mille immagini; s’alzò e, trascinando le gambe rigide dal freddo, arrivò ad appoggiarsi alle impannate della finestra: la più vicina; l’aprì. L’aprì il vento freddo era sensibilmente calato e, nella calma della sera, cullati dall’aria, fiocchi di neve si rincorrevano nello spazio come per ritardare la loro caduta.
Oscar guardò lontano, come per accontentare il desiderio di trovare nella sua immaginazione qualcosa che ancora gli appartenesse per sentirsi vivo.
Ad un chilometro circa di lì, oltre la grande distesa bianca, sullo sfondo di un cielo sempre più grigio,si distingueva, ancora, seppure confusamente raggruppato nelle sue case, il paese di Ant-Feeld. Lo sguardo del prigioniero vagò qua e là per cercare le case che fiancheggiavano la stretta strada d’entrata, per riconoscere la piccola chiesa protestante: ma la sua fatica fu inutile; intuì, però, il luogo dove si ergeva il castello di Von Papen.
Guardò a lungo: lì, a poca distanza da lui, abitava uno degli uomini che,invasati da ideologie pangermanistiche, avevano istigato la guerra,il genocidio, lo strazio dell’umanità.
Sentì di odiare quell’uomo, che, insieme ad altri capi nazisti, offendevano la dignità di tanti esseri in cerca di veri valori su cui basare la lotta per la vita.
Uu rumore impreciso lo distolse da quei pensieri; guardò l’orologio: erano le otto di sera. A casa sua, a quell’ora, forse si stava cenando.
Chiuse la finestra e col viso appoggiato ai vetri, lo sguardo nel vuoto, vedeva davanti a sé, scoppiettare festoso un grande fuoco nella modesta sala da pranzo della sua casa. Accanto al fuoco erano raccolti i suoi cari: la mamma, i fratelli, la moglie. Solo un posto era “ancora” vuoto: quello del babbo morto qualche anno prima in un incidente sul lavoro.
Povero babbo! Anch’egli aveva dovuto lasciare, e per sempre, quella casa. La sua sedia era lì, accanto al fuoco, vuota e in attesa che qualcuno venisse ad occuparla.
Un bimbo nato “nei giorni del pianto”,aggrappato alle sottane della mamma, strillava gioiosamente, lenendo l’amarezza di quei cuori straziati: voleva occupare quel posto vuoto!
Ora la sua fantasia gli mostrava in mille pose ed atteggiamenti, quel bimbo che era suo figlio e che lui non aveva mai veduto. Lo immaginava a tavola, col cucchiaio in mano; pronto a distruggere qualsiasi cosa, o correre pazzamente per la casa in cerca del gattino nascosto sotto la stufa. Vedeva il gesto delle sue manine intente a gettare baci all’immagine del nonno morto o ad accarezzare la mamma triste; lo vedeva alla sera in ginocchio sul suo lettino, in atteggiamento di preghiera ed udiva le sue ingenue parole: “Gesù buono,riportami il mio babbo!”.
Poi lo pensava sotto le lenzuola candide con gli occhi chiusi dal sonno e un orsacchiotto fra le mani.
Questi erano i pensieri che gli occupavano la mente e gli davano tristezza e nello stesso tempo speranza. In quel momento qualcuno lo toccò alle spalle.
Sussultando si voltò: un compagno gli stava di fronte; gli parlava e, nel contempo, lo guardava meravigliato. Oscar, che fai? Non t’accorgi che l’ora del rancio è passata?
Oh! Già! Scusami, ma stasera sono tanto triste e i miei pensieri… e dire che ho tanta fame, Inno!
Hai commesso una grande sciocchezza, Oscar! La nostra vita è legata, giorno per giorno, a questa misera brodaglia. Vieni!
E lo portò presso il suo angolo ricoperto di paglia, dove spartì, con lui il rancio: un litro d’acqua, con orzo, patate e cavoli tritati. Mangiato che ebbero con avidità, si raggomitolarono l’uno vicino all’altro su quei miseri giacigli e,battendo spesso i denti dal freddo, stettero a lungo quasi senza fiatare.
Poteva essere, ormai, la mezzanotte. La baracca era avvolta in un grande silenzio, ma nessuno dormiva. Forse, in quello stesso istante, spinti da un medesimo desiderio, gli animi dei prigionieri erano assenti dalla baracca per presenziare, nella immaginazione, ad un rito tradizionale vissuto fin dalla più tenera età secondo gli usi e costumi dei paesi d’origine: un rito che, nella medesima ora, doveva essere officiato nelle Cattedrali più grandi delle città del mondo cristiano-cattolico, come nelle chiesette dei paesi, dei villaggi, delle campagne sperdute qua e là per l’Italia. Un suono d’organo tremulo, caldo, a volte sempre più cupo, alitava nell’aria di quella notte fredda, particolarmente voci angeliche di bimbi cantavano la ninna nanna al Bimbo del Presepe e le cornamuse dei pastori suonavano, come d’usanza, di casa in casa le nenie nate e tramandate nel tempo: chissà da quando.
Era l’annuncio che ricordava la Natività ed invitava l’uomo a rinascere, ogni anno, a nuova vita per essere più buono, per amare chi soffre e tendere una mano di solidarietà. Intanto il fuoco ardeva nel camino, col ciocco più grosso, appositamente scelto perché Babbo Natale nel portare secondo la tradizione i doni ai bimbi trovasse il modo di riscaldarsi.
Oscar, che fai? Dormi? Chiese Inno con un filo di voce.
No, non riesco a prendere sonno stanotte.
-Neanch’io,Oscar: il mio animo soffre più del solito; oltre a casa mia, penso a quel povero Mario Genovesi che ci dovrà lasciare per sempre.—Che dici, Inno? Non riesco a capire! Mario Genovesi, continuò Inno,è stato sorpreso nel tentativo di fuggire dal campo di concentramento. Interrogato dalla gestapo, tentò di scagionare altri amici di sventura coinvolti, offrendosi lui come responsabile del tutto: aveva sete di libertà e tanto desiderio di rivedere i suoi cari. Noi, Oscar, ne sappiamo qualcosa specie nei momenti in cui offendono la nostra dignità di uomini con le parole più insolenti e poi i nostri aguzzini ci blandiscono per ottenere da noi delazioni, giocando sul fatto che molti nostri amici sono ormai delle larve e non hanno purtroppo più capacità di nascondere il comportamento dei nostri amici di sventura, quando fanno qualcosa di non consentito. Hanno tentato Mario anche sotto questo aspetto ma lui è stato forte e non ha svelato nulla di che nulla tanto meno quando si è trattato di svelare il piano di fuga dei commilitoni che tu conosci. Purtroppo, domani mattina sarà fucilato nel piazzale antistante le nostre baracche.
Ma come può essere vero tutto ciò, singhiozzò Oscar.
E’ purtroppo vero e tutto è accaduto nel giro di poche ore; la decisione è stata presa dai nostri aguzzini dopo un processo per direttissima come spesso fanno e continuano a fare offendendoci anche in questo modo: non c’è possibilità di difesa e se lo fai ti sputano in faccia.
-Inno, ma noi dobbiamo, vogliamo fare qualcosa per un nostro fratello: è la nostra coscienza che lo impone!
-No, Oscar, noi non possiamo fare nulla, siamo troppo deboli e troppo pochi. Poi, con tutta probabilità correremmo il rischio di subire la stessa sorte. A noi non resta che piangere e pregare in silenzio perché questo calvario finisca presto. Ho ancora la speranza, nonostante il buio della guerra, che la ragione riesca a prendere il sopravvento sulla barbarie.
E a quella muta preghiera, s’aggiunse all’improvviso un canto profondo: prima di una, poi di più voci che si unirono in coro, una specie di nenia dolorosa, fatta di sospiri e di gemiti, che vinse quel cerchio di prigionia e giunse lontano, lontano.
“Quando sopra i monti è tutto bianco
e scende l’ultimo raggio di sol,
col suo passo grave e stanco
torna il prigioniero dal lavor,

Una malinconia lo uccide,
una nostalgia senza parole;
ma una tremula speranza
gli si accende in fondo al cuore.

Cantano
sotto il lieve nevicar,
cantano per la speranza di tornar…
e sempre cantano:
lo sai perché
Per dimenticare
che lontano, lontano
c’è una mamma,
c’è una sposa.
c’è un tesoro di “pupetta,,
che attendono laggiù.

Dopo il tocco dell’Avemaria,
quando il cielo si tinge di blu,
sotto un velo di malinconia
v’è una stella che non brilla più.

0 Patria mia, bell’Italia del mio cuor,
i tuoi figli prigionieri
vivon nel tuo dolor…

Oscar, ho tanta fame, e freddo!
Anch’io, Inno, ma non dobbiamo piangerci: siamo Italiani!
Si abbracciarono e si addormentarono così, stretti e vicini, nella loro sventura e nel loro dolore.
Albeggiava.
Nell’aria fredda del mattino ancora scendeva la neve. Anatre selvatiche del nord volavano schiamazzando attorno alle baracche. Librate nel cielo,osservavano meravigliate degli uomini affaccendati. Erano le sole testimone, libere, di quella scena tremenda: un uomo veniva trascinato a spintoni e ricoperto di insolenze, meravigliate, guardavano e non sapevano spiegarsi perché fossero in tanti contro uno, che poi, a malapena si reggeva in piedi. S’avvicinerono ancora e videro che un giovane, sereno negli occhi, scarmigliato, sorrideva a fronte alta davanti agli assassini che gli puntavano i fucili.
Di lì a poco, sentirono un comando, secco, uno scatto, un grido di “Viva l’Italla”. Videro un lampo di fuoco, una nuvola di fumo, del sangue sulla neve bianca e poi scomparvero veloci, schiamazzando all’orizzonte.
L’eco sinistra della morte passò veloce sulle baracche, sui campi gelati dove raffiche di vento mulinavano la neve appena caduta, fresca, poi… più nulla!
I 40 prigionieri sussultando nel dormiveglia, si guardarono in viso, capirono e si precipitarono a vedere fuori dalla baracca: a pochi passi da loro, Mario Genovesi giaceva con la fronte crivellata e la bocca atteggiata al modo di chi volesse comunicare qualcosa. Anche la neve di Natale doveva escere macchiata di sangue italiano.

I veri protagonisti sono: Oscar Biagioli (classe 1919 di Mondaino), Inno Foschi (classe 1921 di Trebbio di Montegridolfo). Le parole della canzone sono state dettate da un altro progioniero: Pierino Sanchini (classe 1920 di Mondaino).

di Atos Lazzari

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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