Nicola Cucchiaro e la scultura fluida

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SGUARDI D’ARTISTA

di Annamaria Bernucci*

– Nicola Cucchiaro è un artista che ha l’abilità di stupire. Le sue sculture sono il frutto di una esplorazione sistematica nel mondo degli oggetti immaginari ma anche comuni, trasformati, caricati di ironia o di irrisolta enigmaticità. Sono in molti a conoscere la sua meticolosità, la prudente sagacia con cui da tempo persegue il suo progetto estetico.
Meticolosità che non nasconde nemmeno nelle aule di Accademia (quella di Belle Arti di Bologna) dove insegna Plastica ornamentale e Tecniche plastiche contemporanee, generando continue sollecitazioni, sfide, elaborazioni sulle tematiche contemporanee attraverso un vigile rapporto di scambio con gli allievi.
“Perché insegnare è esercizio e controllo, è agire in campo artistico con la forza della progettazione e dell’intuizione, della pratica che combina sollecitazioni visive e culturali e abilità tecniche” – ci dice.
Dalle finestre del suo nuovo studio a Viserba di Rimini si contempla un luogo simbolo dei luoghi in rovina, l’ex Corderia, un’area estesa imprigionata ormai solo dai rovi e dall’abbandono, in bilico tra un destino di dimenticanza e piani invasivi di nuova urbanizzazione.
C’è persino un piccolo ultraleggero alloggiato nel grande capannone che serve a Cucchiaro da laboratorio. Gli strumenti dello scultore sono in attesa. Nuove idee, nuovi percorsi sono da intraprendere. Il peso della progettazione è per ironia espresso in leggeri fogli dislocati sulle pareti che fanno da cortina al suo nuovo ‘spazio’espositivo all’interno dello studio. Sono rappresentate le nuove sembianze che Cucchiaro attribuisce agli oggetti del suo immaginario, che coincide con il paesaggio della vita quotidiana: oggetti ovvi, banali, comuni, le sorpresine Kinder dei famosi ovetti di cioccolata, la bomboniera di un matrimonio o di una cresima, giocattoli scartati dalla fretta dei consumi.
Cucchiaro, che è un grande alteratore di immagini, li ha, per così dire, fermati con l’immagine fotografica; ha creato inconsueti ritratti della realtà domestica con un procedimento di manipolazione digitale dell’immagine e così trasformati sono diventati modelli e li ha nuovamente tradotti in materia nobile, creta, ceramica, li ha trasformati in scultura. “Ho dato fluidità alle loro forme”. Sono ora qualcosa di diverso dall’originale, si è impadronito della loro sostanza banale e ha sublimato la loro essenza. Cucchiaro sa uscire dai codici di rappresentazione e la sua scultura diviene una sorta di opera transmediale, provocatoria e impura.
Difficile parlare di scultura ai nostri giorni. Ma Cucchiaro è scultore. Quando racconta della sua formazione – è stato allievo di Gianni Gori e Claudio Spadoni all’Accademia di Ravenna negli anni ‘70 – ancora oggi sottolinea “quanto agisca esperienza e conoscenza dei materiali nell’attività di uno scultore”. Non nasconde l’ansia di “vivere l’arte in un continuo aggiornamento, sollecitato dai nuovi media, dalla necessità di allontanarsi dal banale e di trasformare febbrilmente il banale che ci circonda in una diversa realtà”.
L’aderire aperto all’immaginario contemporaneo fa di Cucchiaro un’artista sensibile e attento alle dinamiche in corso nel sistema dell’arte; è ciò che trasmette con le sue opere “avvicinarsi ad un territorio di confine congiungendo un’operazione tridimensionale e una scultura con tecniche e materiali che appartengono alla nostra contemporaneità, come fotografia digitale e computer grafica”.
Cucchiaro si è imposto come artista in ambito nazionale con la sua narrazione basata sulla manipolazione di piani culturali diversi, sulla collisione tra sapere e sensibilità scultorea. Ha saputo sfruttare l’ambiguità ingannevole delle immagini come accade nelle sue celebri Astronavi (sculture di legno) che atterrano in parchi giochi modello Mirabilandia. Sorride, sempre disponibile. Continuerà a flirtare con il mondo dei cartoon, con la figuratività ingenua e popolare dei gadget, con gli oggetti desueti e assolutamente kitsch; continuerà, ne siamo certi, ad impadronirsi dell’equivoco che la loro riconoscibilità genera, liberandoli dal loro significato simbolico e trasformandoli in sculture ammiccanti e curiose.

*Direttrice della Galleria comunale S. Croce di Cattolica

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