La lettera

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– Caro direttore uno dei motivi per cui amo il tuo giornale è la libertà e le pari dignità che le sue pagine possono offrire alle libere opinioni di chiunque: un esempio che tutto il paese e molte forze politiche dovrebbero seguire.

Emblematica la seconda pagina del numero di gennaio: l’inchiesta sulla crisi e il punto di vista del dottor Gianfranco Vanzini al quale, secondo me, manca la visione esatta della condizione di vita di una parte di questo paese. Una pagina in cui si può ritrovare tutta la contraddizione di una società, divisa ed arroccata sulle proprie convinzioni che sta scivolando velocemente verso una conflittualità pericolosa.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e il lavoro per molta gente (fortunata) è stato compagno di una vita. E’ lavoro quello dell’imprenditore, è lavoro quello del dipendente. Il primo, fino ad oggi, ha visto premiate le sue qualità con tenori di vita adeguati alla sua capacità ed alla sua voglia di crescere. E’ lavoro quello del dipendente capace, che in silenzio e nella spesso vana attesa di qualche riconoscimento, ha affiancato il suo “padrone” e comunque ha goduto di una tranquillità anche economica forse modesta ma serena.
Penso che entrambi, una volta fatto il proprio dovere fino in fondo, dovrebbero essere uguali agli occhi del paese e della “Grazia di Dio”. Estremizzando e salvando le eccezioni, l’imprenditore moderno vuole sempre più assomigliare ai vecchi caporali che decidono quotidianamente chi e quanto deve lavorare per lui, vuole evadere quello che gli pare, ma se in difficoltà, pretende l’aiuto dello Stato e poi pretende di essere un benefattore comunque. Il moderno dipendente invece molto narcisista, spesso lontano dalla realtà della propria azienda, la considera solo una fonte di reddito e vive da isolato la sua condizione della quale troppo spesso ricorda solo i diritti e non i doveri. Non può reggersi un mondo di soli imprenditori o di soli dipendenti e c’è da capire come fare a mantenere vivo questo nostro paese che demonizza ormai solo le proteste di chi lavora per poche centinaia di euro al mese tacciandole di anacronismo e strumentalizzazione.

Ma quali altri strumenti ha chi ha tagliato da tempo i messaggini, conosce poco il ristorante e non è mai andato in palestra, che ha difficoltà a pagare le bollette e l’affitto ed è un po’ stanco di sentirsi ripetere che in fondo basta fare piccoli sacrifici, quando il sacrificio è da tempo il suo pane quotidiano?
Il problema vero è il costo del lavoro, il peso delle tasse applicate su di esso. Lo Stato arriva e si prende quello che è giusto. Adesso però è ora di cominciare a vedere come vengono spesi quei soldi: è la più semplice panacea per i dolori del mondo del lavoro. In una società sempre più divisa in caste aperte, ma reali, è ora che vengano evidenziati sprechi e false meritocrazie e che a chi viene presa una parte del reddito venga poi spiegato dove finisce il frutto del proprio lavoro.

In questo il dottor Vanzini ha ragione. Però dire che per vivere meglio basta eliminare le cose che ha scritto è un po’ come dire a chi viaggia in treno di portarsi un panino ed un maglione pesante. In ogni caso bisogna ammettere che c’è più onestà in certi settori della confindustria che nei comportamenti della maggioranza dei nostri politici e soprattutto dei nostri sindacalisti incapaci di difendere il lavoro e di mettere un freno logico ai compromessi. Quando si ha, come si dice in dialetto, “e cul te bur”, il culo nel burro, è facile dire cose inesatte e vedere bicchieri mezzi pieni, ma sono inesorabilmente vuoti quei bicchieri quando i 1.200 euro decurtati dei 500 dell’affitto, e dei duecento delle bollette, ti lasciano solo 500 miseri euretti per correre a “far compere ai saldi”.
Questo il dottor Vanzini lo sa perché viene da un mondo del lavoro dove rispetto e meritocrazie sono solo utopiche affermazioni, dove donne dopo dieci anni di precariato vengono espulse senza speranze di essere riassunte e senza nemmeno l’educazione di essere informate.
Del resto anche nel suo scritto il dottore si è dimenticato dell’ultimo anello della catena come se in fondo di loro il mondo del lavoro potesse fare a meno. Di operai “Ce ne sono tanti fuori dalla porta”, vero?

di Claudio Casadei

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