Cecchini, dialetto lingua di poesia

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LA CULTURA

di Patrizia Mascherucci

– Il dialetto viene spesso definito lingua materna per il suo ancoraggio alla terra (intesa come ambiente sociale, storico, paesaggistico e geografico) in cui ci si trova a vivere e per ciò si presta a descrivere il passato – quando spesso era l’unica lingua usata – ed a rinverdire ricordi. È una lingua vera e propria che gareggia a pieno titolo con l’italiano e per certi versi più idonea a descrivere la vita quotidiana che si evolve verso un fine che l’uomo vorrebbe afferrare fino a domarlo ma che gli sfugge inesorabilmente.
Il vernacolo consola attingendo a suoni ancestrali, placa le ansie e paure con la sua cadenza musicale – dura, a volte – ma che, scandendo un ritmo quasi tribale, atavico, risulta rassicurante, scioglie l’immaginazione, lega alle immagini poetiche le sedimentazioni dell’inconscio che lenisce assolvendole.
Lo scorso 18 febbraio si è svolta la giornata conclusiva del ciclo di incontri legati al “Progetto le voci della poesia”, organizzato dalla Biblioteca Comunale di Cattolica in collaborazione con la Scuola Media “Emilio Filippini”.
Ospiti: i poeti Annalisa Teodorani, Maria Teresa Codovilli e Vincenzo Cecchini, invitati a leggere alcune loro poesie agli alunni dopo lo studio delle stesse.
Gli studenti, che hanno partecipato al progetto con entusiasmo, guidati dai loro insegnanti, hanno rivolto a Vincenzo Cecchini, che scrive in dialetto cattolichino, domande ed osservazioni interessanti ed inaspettatamente profonde.
La rassegnazione non appartiene alla poetica di Cecchini che aborre ogni etichettatura ed invece sprona a riflettere sul mondo circostante per scoprirne i segreti e, se ciò non fosse possibile, a fare in modo che non ci schiaccino, indicando la scappatoia per salvare la nostra identità.
L’uso del dialetto, che è per Cecchini “lingua di poesia” (come definisce il vernacolo Giovanni Tesio) è una diretta ed incisiva possibilità espressiva per descrivere il mondo ed i suoi affanni.
Le classi 2D e 2E, seguite rispettivamente dagli insegnanti Laura Bandoni e Giancarlo Messina, hanno posto domande. Alcune.
Come si diventa poeti, è difficile la vita di un poeta?
“Se hai un pensiero, un’aspirazione che ti gira nella testa anche nei sogni, la devi seguire come accade nella poesia La streda tla testa”.
La scuola serve? Serve studiare?
“Non serve studiare, andate a lavorare: gli intellettuali hanno bisogno di gente che lavora: perché gli intellettuali non devono lavorare! Ho insegnato per molti anni e ho visto che se ci sono buoni maestri che amano il loro lavoro ed i ragazzi che sono loro affidati, sì, altrimenti diventa più difficile per gli studenti sperimentare i propri talenti.
Con i genitori e gli insegnanti è difficile esprimersi per i giovani, che più facilmente trovano sostegno nella complicità degli amici, e quando non si capisce cosa accade intorno le ragazze si aiutano anche scrivendo nei diari. La donna con un sorriso prende e cambia la sua vita, capisce che le cose devono cambiare e non ci pensa un secondo e fugge ridendo, gli altri non capiscono il senso di quella risata, una risata che riesce a dominare la realtà drammatica che l’ha portata alla svolta”.
Qual è la libertà? E la verità?
“Quella che si desume mettendo a confronto le cose che non si capiscono, le assurdità, i comportamenti incoerenti, come avviene in ‘Incontre’; in questo modo ci si avvicina alla verità che fa brillare la cosa giusta, indicandoci l’atteggiamento rispettoso e corretto da tenere, quello che tacita le ansie e ci rende sicuro il passo, come una passeggiata sulla spiaggia”.
Cos’è l’ora ferma?
“È l’ora in cui c’è una sospensione del tempo, in cui tutto sembra fermarsi e ci si aspetta che nulla possa ricominciare. È anche l’ora in cui il mare ed il cielo hanno gli stessi colori: quando si cammina i colori ti vengono incontro, all’alba il cielo ed il mare hanno il colore del guscio delle vongole, madreperla. I colori entrano nella testa anche con i suoni. Il suono che arriva nella poesia I è un’ora è il suono di una campana.
A camen drenta una cochila d’una poracia e sent e son d’una campana, suoni e colori che fanno pensare ad una carezza, all’idea di dolcezza, colore, suono ove tutto si armonizza. È un’ora in cui lo stato d’animo si associa alle cose e gioca con queste.
Qual è il confine tra realtà e sogno?
«Penso che la vita sia un sogno… Ho la visione del mare che si prepara a qualcosa: ci sono dei segnali che annunciano le cose… Sta arrivando la primavera e l’estate già si annuncia, c’è il movimento del mare ed i suoi luccichii annunciano questo…
Ci sono le zingare che chiedono l’elemosina e ti vogliono prevedere il futuro… Le onde che ti girano intorno ti annunciano il futuro… La sega elettrica che taglia il marmo è l’annuncio, parallelo a quello del mare con il suono dell’onda, dell’estate.»
È difficile scegliere la propria strada?
“Qualcosa di nuovo avviene se si va controcorrente, come descritto nella poesia ‘La streda’, se senti che ti si ripresenta sempre lo stesso desiderio, la stessa opportunità, va che devi andare! Se non ci sono ostacoli da superare non si progredisce: più difficoltà, più felicità…”.
Perché i poeti parlano della morte?
“La morte esiste già in tutte le persone quando nascono, la religione dice che è un passaggio verso la felicità… La nostra società ha il terrore della morte…”.

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