Anna Filippini, una vita per la solidarietà

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IN RICORDO

di Enzo Cecchini

– “Se un po’ ad rispètt pi vècc t’avrè, un sach ad robie t’impararè”.
Questa è l’ultima frase scritta da Anna Filippini negli ultimi giorni di gennaio scorso nella sua rubrica su queste pagine “Sapori e colori del nostro dialetto”. Una collaborazione la sua che ha prodotto la pubblicazione di due libri (2004 e 2007), una raccolta della sua rubrica mensile iniziata nel 2002.
Scriveva Guido Paolucci: “Quando mi arriva ‘la Piazza’ la prima rubrica che mi affretto a leggere è quella della brava Anna Filippini, tanto è la mia curiosità di tuffarmi nel dialetto che leggo a voce alta per cogliere la musicalità e il suono”.
Libri che Anna ha voluto che l’intero ricavato venisse devoluto alla Caritas parrocchiale di Cattolica, dove fino all’ultimo ha operato come volontaria. E’ qui che praticava e realizzava la sua fede cristiana: con gli ultimi, con i più bisognosi. Anna era animata da un grande senso della solidarietà, la sua casa era sempre aperta a tutti quelli che avevano bisogno. Una solidarietà vera non solo cristiana, ma anche laica, intesa come l’impegno civile di una cittadina modello che crede e si batte per una società, quella terrena, di gente onesta che opera contro ogni ingiustizia sociale e per il bene della collettività.
Pacifista convinta, la violenza, la prepotenza, l’arroganza la facevano arrabbiare e la ferivano.
Anna, donna esile, uno scricciolo di ragazza, ma forte e indomita nelle sue convinzioni, decisa a combattere con dignità senza ostentare il suo donarsi al prossimo, anzi, con umiltà si scherniva e riusciva a illuminare i momenti più difficili con la sua semplicità e con un tocco di autoironia. Basta leggere una delle ultime sue frasi in dialetto: “I dis: ‘Chi n’ha bona memoria l’ha dli bon gambie’ – Mé che a n’ho più d’utènta a dégh che l’è la vciaia che la s’avènza”.
Anna è scomparsa il 26 maggio scorso a 83 anni. Era nata a Cattolica l’11 dicembre 1926. Insegnante di lingua inglese, ha passato una vita con i giovani, verso i quali nutriva grande fiducia e speranza.
Anna appartiene ad una delle grandi famiglie cattolichine: i Filippini, “i Canén”, che nelle sue generazioni da oltre 200 anni ha contribuito e dato lustro alla storia di Cattolica.
Cara Anna, per anni sono venuto a casa tua e come uno scolaretto mi dettavi le frasi in dialetto da pubblicare sulla Piazza. Ho imparato molte cose dai tuoi racconti: di una Cattolica che non avevo conosciuto, degli anni bui del fascismo, della Resistenza di tanti cattolichini fatta di piccoli e grandi comportamenti dignitosi e civili, del dopoguerra… della tua coerenza ad una idea di sinistra che metta al centro la giustizia sociale… Per te non c’erano “diversi”, dicevi che non ci devono essere barriere culturali, religiose o altro (quanto ti facevano arrabbiare certi proclami razzisti di alcuni politici).
Non nascondevi la tua sofferenza nel credere in una fede cristiana che parte dalla povertà, e le ostentazioni delle gerarchie della chiesa troppo spesso troppo sensibili a ricchezze e potere. Non sopportavi l’arroganza di certi politici… e non riuscivi più a capire le divisioni, le incoerenze e balbettii della sinistra…
Grazie Anna, esile e forte ragazza. Forse lassù potrai raggiungere Colui al quale hai sempre creduto, e se c’è un Paradiso, tu sicuramente avrai un posto di rilievo. Noi quaggiù per onorare il tuo impegno umano, sociale e civile “a farìn in mod da nù tiré al cul indré”.
Cara Anna, at voj bén.

Chi gnint e chi trop

Al mond l’è fat a urganén,
chi ha trop e chi gnènca un quatrén.
U j’è quij chi fadiga, i suda, i lavora
senza armidié ‘na stloncia da n’arvora
arvanzand nud e crud cum un cruc-fis.
Ma girand al mus da cl’èlta pèrta,
u j’è quij cui féda anche al gal
chi fa i su cumde sdraièd sora un sufà
a pinsè come frighè anche mal su bà,
e se ti toch i dà d’chèlc cume i sumar.
Sno quand l’ariva la sgrignona,
a sunè l’avemaria sl’urganén
e a met la livèla tla giusta pusizion,
quij chi n’ha gnint e quij chi è pin d’quatrén
is trova nud e crud cum j’è nèd.

Dedichiamo questa poesia di Elvino Galluzzi tratta dal libro “Un pastroc”, in ricordo di Anna Filippini. Lei ha veramente sofferto per l’ingiustizia sociale e per la povertà che sentiva come colpe proprie, perché il suo impegno non riusciva a colmare questo abisso di dolore di gran parte dell’umanità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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