Nuovo Fiore, tempio del gelato

LA STORIA

– Il 28 giugno è il giorno dei santissimi Pietro e Paolo. Soppressa nel 1973, nel 1960 era festa di precetto. Un giorno importante per la storia turistica di Riccione e della riviera romagnola: apre la gelateria Nuovo Fiore. Siamo al numero 1 di viale Ceccarini. Parte subito forte e in pochissimi anni diventa uno dei locali più “in” di Riccione, una definizione che disturba i proprietari, Adriano e Maria.
Adriano è originario della Romagna profonda, una frazioncina di Forlì, Villagrappa, ed ha con sé la forza della civiltà della casa colonica; mentre la signora Maria è di origine napoletana. Quella napoletanità fatta di lavoro, doveri e naturale raffinatezza. Quella dello scrittore Raffaele Di Capria, o delle cravatte Marinella, il top del made in Italy.
Quest’anno la gelateria Nuovo Fiore celebra i 50 anni. Oltre alla passione della famiglia, un’altra ragione del successo è il personale. Ugo (il direttore), inizia nei primi anni sessanta e il 2010 è stata la sua prima stagione da pensionato. Sempre dagli anni Sessanta vi lavorano Gigi, Anna, Emilio. Mentre “Tore” (Salvatore), l’Anna di “Tore” (per distinguerla dall’altra), Luca e Gianluca hanno iniziato negli anni Ottanta. Questi sono i più longevi, ma per tanti studenti, per tanti riccionesi (mezza città si può dire) il Nuovo Fiore è l’esperienza e il divertimento delle proprie vacanze estive. Tra costoro anche Massimo Pironi, il sindaco. C’è una piccola regola non scritta: a fine servizio il personale si concede un gelato, magari anche con seduta su viale Ceccarini, come amano fare i ragazzotti.
Il Nuovo Fiore significa tempio del gelato. Per chi viene in vacanza, da Ancona ai Lidi Ferraresi, è diventato un classico una sera fare tappa a Riccione e leccare un cono, o sedersi ai sui tavoli dalle comode sedie imbottite con tessuti di William Morris, designer-intellettuale inglese dell’800, che in piena rivoluzione industriale inizia a predicare il ritorno alla natura ed ai suoi colori. Ci sono clienti che vanno in vacanza altrove, ma si fermano solo per il suo gelato, in genere sulla strada del ritorno.
Ma dove stanno le ragioni del successo? La risposta è semplice: nella passione per il lavoro. Se il made in Italy vero è idea progettuale coniugata alle assolute raffinatezze degli artigiani, la gelateria Nuovo Fiore ne rappresenta una degli esempi eccellenti. Alla bellezza senza fronzoli del locale (il bello fine a se stesso resta fuori), c’è il prodotto: la bontà del gelato. Ne puoi mangiare a quintalate: non ti stufa mai, non ti stomaca mai. Ti piace sempre.
Gli ingredienti base sono al top. Il latte è l’intero fresco. Il gusto caffè si fa con i ristretti. La fragola con le fragole passate come fosse salsa di pomodoro. Il limone con la spremuta dell’agrume. Insomma, prima di tutto c’è la qualità. Attorno alla quale è stato voluto un locale semplicemente bello, accogliente, non meno che pratico. E tutti gli anni è stato migliorato e abbellito: dove c’è la bellezza c’è molto.
In 50 anni: tre rifacimenti radicali (l’apertura, nell’81 e nell’87), tuttavia tutti gli anni vengono effettuate migliorie e cambiamenti sostanziali. Ampliato nel corso degli anni, le tre vetrine iniziali da 350 posti, sono diventate 5 per 550 posti. La più grande gelateria d’Italia. Un bel primato. L’ambiente trae ispirazione dal mare, con il bancone sinuoso a mo’ di onda e dai giardini.
Il Nuovo Fiore è una specie di Mercedes: cambiamenti continui nel segno della tradizione. La dozzina di gusti iniziali sono diventati più di trenta. Le quattro coppe di partenza (eis cafè, spagnola, piccola e media) hanno raggiunto la sessantina. La storia delle coppe è curiosa. In media se ne propongono un paio l’anno. Le idee nascono dal caso, dalle riviste, dalle intuizioni, dalle vacanze e anche dai clienti. Ad esempio il caffègelato fu suggerita da un avventore. Ma prima di metterle nel listino devono superare molti test di gradimento. Si fanno assaggiare agli amici e se apprezzano entrano in scena.
Insomma, il civico 1 di viale Ceccarini ha sempre dettato gli stili. E’ stata la prima a proporre il listino con le fotografie; è stata la prima a utilizzare il vetro soffiato come coppa (prima c’era l’acciaio). Per offrire un servizio al cliente, 5 anni fa al gelato è stata affiancata la piada. E l’anno dopo, le crepes. Per giungere alla pastella giusta dietro ci furono mesi di prove e centinaia di assaggi.
Tutti i grandi personaggi capitati a Riccione si sono seduti ai suoi tavoli. Un po’ di nomi: Gino Bramieri, Gianni Ravera, Bettino Craxi, Giorgio Faletti, Francesco Rutelli, Giacomo Agostini, Massimiliano Rosolino, Paolo Volponi, Marco Simoncelli, Carlton Myers, Aldo Busi. E’ stato raccontato da una caterva di testate: Repubblica, Tv Sorrisi e Canzoni, Resto del Carlino, testate di settore, giornali esteri. E’ finito su due libri: “Rimini” di Pier Vittorio Tondelli, e “Bozambo” di Lucherini.
Ad aver creato questi 50 anni di belle pagine: la famiglia Laghi. E’ educata e ferma. Attenta al cliente, ma con il gusto di cercare nuove idee. Adriano ha lasciato il testimone ai figli: Filippo (avvocato) e Lorenzo (fisico). Si divertono e tutte le mattine entrano nel laboratorio a creare le basi (segreti le miscele degli ingredienti) per i mantecatori, da dove il gelato si estrae con i cari bastoni, come un tempo. E sempre come un tempo, il gelato sta nei pozzetti cilindrici. La forza della tradizione: i capolavori sono emozioni intramontabili.




“Dobbiamo allargare Misano eventi”

– “L’angolo motoristico di via Repubblica, un piccolo museo su Kato, lo abbiamo allestito con le nostre forze e a nostre spese. Concordo con chi ha scritto la lettera alla Piazza, che doveva essere aperto tutti i giorni della settimana, ma con il nostro tempo abbiamo compiuto già un grande sforzo nell’assicurare la visita nei tre giorni del fine settimana. Invitiamo chi ha scritto a portare il suo contributo, entrando a far parte del nostro gruppo”.
Luigi Bellettini, presidente di Misano eventi, risponde al lettore e rilancia il ruolo della sua associazione, che dovrebbe organizzare manifestazioni in grado di aiutare il turismo della città.
Che cosa avete fatto quest’anno?
“Non siamo stati solo l’angolo o la settimana del motomondiale, con il ‘DediKato’. Grazie al nostro lavoro per la prima volta abbiamo portato il motomondiale dentro Misano Mare, con lo spettacolo dello speedway e dei paracadutisti; abbiamo contabilizzato circa 12.000 presenze”.
Perfetto, ma come associazione siete al centro delle critiche degli albergatori, che dice?
“Dico che con 37.000 euro, 12.000 come contributo comunale, il resto dagli sponsor e altro, abbiamo messo in piedi una serie di momenti aiutando il turismo. Siamo partiti in giugno con il raduno Ducati; siamo stati valido supporto dell’amministrazione comunale. Col sostegno dei bagnini, abbiamo fatto una rustida gratuita per 7.000 persone; distribuito 5 quintali di salsiccia. La Federazione di pallamano, dopo quest’anno, ha chiesto la nostra collaborazione anche per l’anno prossimo. E al Comune abbiamo fatto risparmiare 5.000 euro”.
Affinché possa essere davvero un valido braccio operativo del turismo, come strutturare la sua associazione?
“Oggi, siamo soltanto un punto di partenza e non di arrivo. Il nostro progetto deve essere fatto proprio dagli operatori turistici, bagnini e albergatori. Dobbiamo assolutamente allargare la nostra base. Le due associazioni devono entrare con uno spirito costruttivo. Noi siamo pronti al dialogo. Così com’è sono il primo a riconoscere che è stretta per la città. Ma potremmo essere il volano sia della promozione, sia degli eventi. Vediamo se esistono le condizioni. Voglio anche sottolineare che per tutto quello che si fa, non c’è che il rimborso spese. A chi lavora non si può dire che grazie. Il nostro è un modo vero di voler bene alla città”.




Parole da e ‘Fnil’

…Brontolone, scusa – In questa rubrica, in uno speciale contesto, Doriano Camiolo, è stato definito in modo affettuoso “brontolone”. Sandro Pizzagalli ha fatto diventare l’aggettivo “brontolone” in sostantivo.

…Fino a via Cavalcanti – I Comuni di Misano Adriatico e Riccione hanno siglato un accordo per arginare l’abusivismo commerciale in spiaggia lo scorso luglio. Quasi debellato a Riccione, i venditori sono stati sospinti a cercare fortune e commerci sulla rena di Misano, fino a porre la questione dell’intervento. I due territori formano una sola pattuglia composta da 15 vigili riccionesi e tre misanesi. Solo che l’accordo prevede che l’azione anti-abusivismo dai confini con Riccione giunga fino all’altezza di via Cavalcanti. Insomma, dall’altra parte della cortina ideale, il compito spetterebbe solo ai misanesi. Bell’accordo… E’ un po’ come quello tra gli ateniesi e gli altri: la prima spadroneggia, gli altri si arrangino…




Motorista alla Ferretti, vita di soddisfazioni

IL FATTO

Il misanese scende in Sicilia, nei motori era entrata l’acqua. Smonta gli iniettori, toglie l’olio. Ripulisce il tutto con la nafta. Tiene il motore acceso tre ore per la verifica. Più che la vacanza gratis, mette in rilievo una delle tante soddisfazioni che Giancarlo (per tutti Egidio) Gennari si è preso in una vita partita in salita, lavorata e gratificata da una professione interessante a tutto tondo: per i problemi affrontati, per le persone conosciute, per i luoghi visitati, senza dimenticare il livello dei ristoranti.
Un’altra soddisfazione che ricorda ha come scenario Punta Ala, Toscana. La Ferretti ha appena consegnato lo yacht, solo che è carente di pressione. Lo chiama il povero Alessandro Ferretti, gli dice che giustamente il cliente è incacchiato e gli chiede se può fare un salto. Là i meccanici vogliono smontare il motore. Arriva il misanese e nota che lo stop del motore è disinserito.
Un’altra volta risolve il problema di uno scafo nuovo fiammante: perde nafta dal serbatoio. Prende armi e bagagli e va. Svuota il serbatoio e lo riesce a saldare snodandosi con un numero da circo. La mattina dopo il proprietario mette in moto: vacanza salva.
E come non ricordare il facoltoso proprietario terriero di Punta Ala che lo chiamava in proprio per il tagliando. Oltre al compenso professionale, gli regalava sempre un suo prosciutto, i suoi vini e altro ancora.
Una soddisfazione particolare giunge nel 2002, Cna-Confartigianato lo insigniscono del Premio artigiano meritevole dell’anno.
Oltre ai tanti appassionati, smanettano con i “suoi“ motori Massimo Boldi, Piersilvio Berlusconi e una lunga ed infinita lista di vip.
Per decenni, fino al 2004, è stato il responsabile del montaggio dei motori della Ferretti Craft, oggi leader mondiale dei motor yacht, nonostante la crisi degli ultimi anni. La sua avventura con la Ferretti inizia nei primi anni ’70 e casualmente. La Ferretti allora era poca cosa; poco più di un sottoscala. Originario di Montalbano, Egidio invece era un meccanico che aveva acquistato il lotto di terra al Villaggio con le cambiali: Quest’ultime comperate con un prestito. Sopra ci tira su l’officina e l’abitazione.
Il caso. Il fratello lavora a Portoverde; un gruppo elettrogeno si bagna. Lo porta al Villaggio; Egidio lo apre e lo fa ripartire. Ma l’acqua aveva toccato anche un Pershing, motore di una barca a vela. Anche questo viene portato da Egidio che lo manda alla casa. Tornato indietro, lo rimonta. Così inizia la collaborazione con Norberto Ferretti. I primi anni sono lenti; non vengono costruite che 2-3 barche a vela e in legno. Poi se ne varano 5-6 l’anno. Da allora è un crescendo; fino ai giorni di oggi: leader mondiale degli yacht. Nel frattempo Ferretti affronta almeno tre rivoluzioni. La prima, gli scafi di legno che abbisognavano dei maestri d’ascia e di molto tempo vengono sostituiti dal vetroresina. Il secondo, si abbandona la vela per i motor sailor. Il terzo, inizia il tempo delle acquisizioni dei marchi concorrenti.
La prima sede Ferretti è a Misano, dietro Oliviero Abbigliamento. Poi si passa a San Giovanni in Marignano. Dopo viene Cattolica ed i vari cantieri in giro per l’Italia: Forlì, Fano, Ancona.
Quando è andato via coordinava uno staff di una decina di persone. Oggi, il suo posto è preso dal figlio Robert, entrato come operaio.
Al signor Egidio non gli si può non chiedere una pennellata su Norberto Ferretti, il fondatore e nocchiero del gruppo. Dice: “Persona bravissima. Quando eravamo piccoli, lavorava insieme a me, mi dava il cambio alla guida per i lunghi spostamenti. Ricevevo sempre qualcosa in più che in meno. E rammento con una certa curiosità quando mi diceva che ognuno ha i suoi problemi: chi delle 100.000 lire, chi del milione. “Come non dargli torto”.




Piani regolatori, regole che non fanno gli interessi dei cittadini

– Bisogna continuare a produrre i Piani regolatori (Prg) come negli ultimi 20 anni, oppure bisogna cambiare? Continuare a confezionarli come si è stati abituati non servono. A nessuno, se non ad un manipolo di furbastri. Tanto vale farli ad personam, così non ci si prende in giro ed è tutto chiaro; l’altra soluzione è far costruire tutti. Che oggi lo possono fare soltanto 3-4 misanesi mentre gli altri non possono aprire neppure una finestra è davvero poco civico, poco cristiano. Insomma, poco tutto. L’ideale sarebbe usare il metodo francese, cioè lì è il pubblico che lottizza e “specula” e non il privato. Ma dovrebbe muoversi il governo centrale di Roma, oppure quello regionale di Bologna. Ma là sono affaccendati in ben altre questioni, che fare il bene della comunità.
Negli ultimi due decenni, purtroppo, le uniche leggi vere dei Comuni, i Prg, hanno fatto l’interesse della rendita e non del lavoro, dei palazzinari e non dei cittadini. Mentre i primi si sono arricchiti anche grazie ad una domanda di gran lunga più impetuosa dell’offerta; i secondi si sono indebitati per tutta la vita. E hanno pagato almeno il doppio il proprio appartamento rispetto al prezzo equo. Non quello speculativo e di mercato, va sottolineato.
I prezzi esorbitanti degli appartamenti costringono le famiglie ai sacrifici. I prezzi assurdi dei capannoni produttivi tolgono linfa agli investiementi degli imprenditori, cioè quelli rivolti all’incremento della produttività, che passa per una buona organizzazione e per la tecnologia. Armi fondamentali per essere competitivi sui mercati mondiali.
Potenzialmente il sindaco Stefano Giannini ha le carte in regola per girare la macchina comunale di 180 gradi. Uno, frequenta la chiesa. Due, si sente vicino ai Vangeli, che hanno due grandi direttrici: la pace e la giustizia. Tre, parla bene. Ora dovrà portare la discussione in mezzo ai misanesi, in mezzo alla frazioni, in mezzo alle categorie economiche. La discussione dovrà trovare poi la sintesi in un equo e flessibile Psc, altrimenti si torna all’atavica regola che in questo Paese le classi più deboli paghino il conto per quelle più forti, granitiche e scansa fatiche.
Oltre che da Giannini, un ruolo forte lo avranno i misanesi e il loro senso civico. E le opposizioni in Consiglio comunale.




Nei prossimi 3 anni si gioca il futuro dei misanesi dei prossimi trenta

IL FATTO

– Nei prossimi tre anni si giocherà il futuro vero delle famiglie e degli imprenditori misanesi per i prossimi trenta. Il Comune sta mettendo mano al Psc (Piano strutturale comunale); si tratta del caro vecchio Piano regolatore (Prg), che stabilisce chi nella terra può costruire e chi deve continuare apiantare le patate: da una parte c’è chi si arricchisce senza fare nulla, dall’altra invece bisogna continuare a lavorare. Con questo numero del giornale, iniziamo una serie di interviste e riflessioni da qui fino a quando il Psc non sarà approvato dal Consiglio comunale. Molto probabilmente l’approvazione, come dice la storia, avverrà in prossimità delle elezioni comunali tra tre anni e mezzo. Iniziamo questa riflessione con Bruno Fabbri, per circa 20 anni amministratore del Comune di Misano Adriatico.

– E’ un ritorno alla politica?
“Assolutamente no! Non ne sono mai stato un professionista. Durante la mia esperienza politica, in parte spesa come amministratore, ho avuto la fortuna di conoscere persone preparate con le quali ho cercato di collaborare seriamente e di acquisire buone esperienze. Vorrei altresì premettere che non ho mai chiesto e non ambisco ad incarichi. Non mi candido, non ho candidati da proporre e non sono portavoce di nessuno. Vorrei essere semplicemente l’espressione di una opinione che desidera essere ascoltata senza la presunzione che sia condivisa”.
Cosa pensa del Psc?
“L’ho letto ed ho applaudito la relazione dell’ingegner Zoffoli. Ne condivido la filosofia: ‘Una città accogliente’. E’ un titolo che mi piace. A grandi linee le proposte vanno nella direzione già tracciata in passato dalla sinistra misanese. Naturalmente con intendimenti nuovi, ambiziosi e concettualmente moderni”.
Allora qual è il problema? Quali sono i motivi del dissenso?
“Il P.S.C., ripeto, predica bene, ma qualsiasi operazione in variante che ne anticipa la discussione e il confronto democratico con le parti sociali, lo renderà inefficace ancor prima di nascere e ne pregiudicherà il futuro, poiché la programmazione del territorio sarà già delineata da pochi, per pochi eletti e con strumenti diversi dal Psc. I cittadini, oltre che essere disinformati, non godranno delle medesime opportunità. Le regole dovrebbero valere per tutti allo stesso modo. O no?”.
Però il dovere di una amministrazione è dare risposte.
“Certo! Un diritto. La novità del Psc dovrà rispondere anche a questo, senza scorciatoie e dirci se i diritti acquisiti sono tali anche quando pregiudicano gli interessi della comunità. A questo proposito vorrei ricordare un piccolo esempio. Nel 1974, con l’approvazione del primo Piano regolatore, fu vera rivoluzione per la pianificazione della città, fino ad allora lasciata alla spontaneità, alle potenzialità economiche e comunque al coraggio imprenditoriale, o se volete, alla buona volontà e comprensione degli amministratori. Esemplarmente quel Prg bloccò Portoverde. La società costruttrice aveva acquisito in quegli anni (pur lasciando in eredità una importante infrastruttura quale il porto) sproporzionati diritti di superficie che erano, fino a quel momento, il doppio della realtà attualmente visibile. Una enormità di appartamenti, grandi e piccini, che hanno prodotto il risultato di una cementificazione esagerata a fronte di appena un centinaio di residenti. Questo la dice lunga sulla reale necessità di continuare in questa direzione”.
Fu un errore?
“Non so! Però nello stesso tempo prese corpo, da quel momento, una coscienza nuova, un’idea di città, un disegno strutturale che negli anni successivi fu perseguito con tenacia da tutte le amministrazioni di sinistra, sviluppando opportuni quartieri residenziali che garantirono la casa alla stragrande maggioranza delle famiglie misanesi, e producendo altresì diverse infrastrutture (autodromo, ecc.) vitali per la crescita della città. In questo contesto sono stati possibili investimenti in direzione della famiglia, l’istruzione, il sociale, lo sport, la cultura ed anche, compatibilmente con le sempre più esigue capacità economiche, tanta sensibilità in direzione dell’ambiente: parchi, depurazione acque reflue, acquedotto adeguato e all’avanguardia e infine un occhio di riguardo verso l’imprenditoria, sia essa artigianale, commerciale, turistica”.
Allora va tutto bene?
“Certo che no! Si poteva fare meglio e di più. Qualcuno ha detto: ‘L’urbanistica costa, le infrastrutture costano, nessuno regala nulla’. Niente da eccepire! Ma, se la città deve sacrificare qualcosa, per ottenere i servizi necessari, deve valerne la pena e non deve essere devastante. Per esempio, dico no con tutta la determinazione possibile all’ormai famosa variante SS16 Adriatica ‘storta’ che devia scandalosamente nel Parco del Conca, se non addirittura nell’alveo fluviale dello stesso. Ed è un no indipendentemente da chi lo propone. Per difendere questo valore ambientale non c’è partito, compagno o amico che tenga. Tanto meno l’Anas”.
Vogliamo parlare del C24 comparto turistico?
“Sì parliamone, anzi, dirò di più, parlerò dei C comparti. Per anni chi ha amministrato, e la città intera ha riflettuto a lungo e fortemente dibattuto cosa sarebbe stata Misano e il suo bellissimo territorio se fosse stato possibile, già in passato, aderire agli insaziabili appetiti degli speculatori di fronte alla pressante necessità di occupare i 60 ettari dei Ceschina e loro Eredi. Per vederne gli effetti non dobbiamo fare lunghi viaggi, è sufficiente guardarci attorno. Un misto di fortunate coincidenze ma anche lungimiranza (vedi soluzione trovata per la spiaggia) ci insegnano, oggi, questo invidiabile patrimonio per farne una città vivibile, diversa, vincente. Ripeto, 60 ettari a vocazione turistica non interessano solo qualche imprenditore, ma sono fondamentali e nell’interesse di tutta la città.
Mi chiedevi se tutto va bene. Dipende, sono punti di vista contestabili. La Telecom (250 appartamenti non residenziali) al posto di una struttura che occupava 50 dipendenti, ha dato in cambio apprezzatissimi arredi urbani e viabilità. Il prezzo è giusto? Parliamone! Per me il motore turismo rimane indiscutibilmente la cinghia di trasmissione per tutti, nel tempo. Questa è la città accogliente che vorrei”.




Cella, bella e sobria piazzetta

OPERE PUBBLICHE

– C’è un bravo designer di Misano Adriatico che è solito affermare, per affossare il brutto e costoso arredo di via Repubblica a Misano Mare, che una piazza consta di pochi e semplici elementi: una pavimentazione, dei lampioni, delle panchine, cestoni portarifiuti e piante.
A Misano Cella la neonata piazzetta è figlia dell’intelligenza e di pochi danari. Si è inaugurata lo scorso 18 settembre, alle 17. Festa guastata da una pioggia robusta, ma come recita un antico detto: sposalizio bagnato, sposalizio fortunato. Si dovevano esibire anche band giovanili misanesi ma la piccola tempesta ha tirato giù il loro palchetto. Il Comitato cittadino ha fatto le cose in grande, non meno che passione, preparando piatti saporiti: risotto da leccarsi i baffi e salsicce alla griglia. Al nucleo delle cene cellesi, Nazzareno (Dolfo) Fabbri, Luigi (Gig) Nanni, Vincenzo Bannini, Gianni Andreini, si sono aggiunti Attilio Casadei, Mario Cangiotti, Graziano Dadi e tante signore.
Affaccio sulla strada Riccione-Tavoleto, come anti-camera un parcheggio, la piazzetta è stata costruita sull’area in cui sorgeva la vecchia e mitica scuola elementare. Grazie alle piante già grandi che circondavano l’edificio scolastico e alla bontà dell’arredo, si presenta attraente come una bella signora.
Si diceva piazza intelligente. A forma circolare, delimitata da alcuni scalini che diventano fattore scenografico platea, si trasforma in un anfiteatro naturale. Ottimo per realizzare piccole rappresentazioni, o semplici feste.
L’opera è il frutto del cosiddetto rapporto pubblico-privato. Al privato è stato concesso il cambio di destinazione d’uso dell’ex Consorzio agrario, che si trovava nei pressi della rotonda, autentico centro della storica frazione.
Sulla piazzetta sarà costruito anche il centro civico, sempre grazie a quella triste scorciatoia che è il cosiddetto rapporto pubblico-privato. In pratica le opere vengono pagate da quelle famiglie e quegli imprenditori che acquistano appartamenti e spazi commerciali dagli impresari. Questa è un’altra storia, ma si viene meno al principio che le opere pubbliche, come sottolinea la stessa parola, dovrebbero essere pagate da tutti i cittadini e non da una piccola parte. E su questo tema una comunità consapevole dovrebbe riflettere.




Cultura: apre Natoli, chiudono Galimberti e Guzzi

Il sipario si alza con Aldo Natoli, bella persona prima ancora che raffinato intellettuale e si chiudono con il televisivo Umberto Galimberti e il bravo Marco Guzzi. Insomma, il direttore della biblioteca Gustavo Cecchini ha preparato un cartellone di autentici fuoriclasse del sapere. Grazie ad una storia di oltre 20 anni e al lavoro ben fatto, ad ogni serata accorrono centinaia di appassionati, facendo di Misano una prestigiosa vetrina.

Il calendario.

8 ottobre – Salvatori Natoli
15 ottobre – Carlo Sini
22 ottobre – Pierluigi Celli e Edoardo Nesi
29 ottobre – Romano Madera
5 novembre – Remo Bodei
12 novembre – Adriana Cavarero
18 novembre – Ilvo Diamanti
25 novembre – Umberto Galimberti e Marco Guzzi

Le “lezioni” si tengono al cinema “Astra” con inizio alle 21.
Per maggiori informazioni: 0541.618424.




Centrosinistra, Ulivo fino a dove?

LA RIFLESSIONE

di Franco Monaco*

– Si torna a parlare di Ulivo o meglio di nuovo Ulivo. Non ne dubitavo: a quella intuizione innovativa e vincente prima o poi si doveva tornare, anche se molte cose sono cambiate e un ciclo si è chiuso. Con luci e ombre, vittorie e sconfitte. Da ultimo ad affossare l’Ulivo che c’era hanno concorso almeno tre fattori: l’inopinata accelerazione di Veltroni verso un velleitario bipartitismo leaderista che ha consegnato al centrosinistra una sconfitta strategica (mai i rapporti tra i due poli sono stati tanto sbilanciati, al punto da mettere fuori gioco il centrosinistra); la crisi del secondo governo Prodi e della formula dell’Unione, che pur essendo cosa diversa dall’Ulivo, ancorché a torto, all’Ulivo è stata imputata; la legge elettorale “porcata” che, più di quanto non lo si sia avvertito, ha iniettato nel sistema politico logiche particolaristiche e dinamiche divisive.
Tre punti vanno chiariti: il progetto dell’Ulivo si è sempre iscritto dentro l’orizzonte del bipolarismo non del bipartitismo; di riflesso la politica delle alleanze è sempre stata nel dna dell’Ulivo, l’opposto della presunzione dell’autosufficienza del Partito democratico veltroniano; l’idea di una leadership autorevole e aggregante, che è cosa diversa dall’uomo solo al comando, doveva essere temperata da un vero partito con una sua effettiva democrazia interna e, soprattutto, da una spinta dal basso di cittadini, associazioni e movimenti. Come fu appunto per l’Ulivo di Prodi.
Va detto che la crisi dell’Ulivo ha molti padri e ha avuto una lunga gestazione. La sua vicenda è per intero segnata dalla relativa solitudine di Prodi nella sua estenuante fatica di farsi carico dell’interesse generale dell’impresa, circondato dagli egoismi personali e di partito. O in nome della retorica delle identità (posticce) o nel caparbio proposito di singoli e di gruppi di presidiare rendite di posizione. Chi ha seguito da vicino il tormentato percorso del primo Ulivo sa che le cose stanno diversamente rispetto alla rappresentazione convenzionale: le responsabilità della crisi vanno imputate a soggetti interni all’Ulivo stesso (Ds, Popolari, Margherita) non meno che al radicalismo alla sua sinistra e al trasformismo dei centristi alla sua destra.
L’Ulivo di cui si parla oggi si inscrive dentro coordinate decisamente diverse. Molte cose sono cambiate. Si discute di quali siano i suoi confini. Un po’ come si discuteva dei confini dell’Europa. Il paragone illumina il problema: per tracciare i confini si deve muovere dall’identità e dalla missione. L’Ulivo è un soggetto e un progetto fondato su un patto (patto e progetto comune sono parole che non a caso figurano nell’intervento conclusivo di Bersani alla festa nazionale del Pd di Torino). Un matrimonio e non un flirt tra forze sociali e politiche che si impegnano a dare vita a un centrosinistra organico e strategico. Di qui la teoria dei due cerchi (o addirittura tre, come si dirà): quello imperniato su un patto politico più impegnativo e stringente che non prescrive ma neppure esclude, a valle di un’esperienza politica e di governo comune, la costituzione di un soggetto unitario e – secondo cerchio – l’alleanza con forze esterne ad esso che tuttavia sottoscrivano con l’Ulivo un programma di governo per la legislatura a venire. Anche qui si rivela calzante il paragone con l’Unione europea: un soggetto in progress dai confini aperti a sempre nuove, ulteriori adesioni, che, in coerenza con lo slogan coniato al tempo del primo Ulivo, “esclude solo chi si esclude” da una comunità, sia chiaro, impegnativa (vedi la metafora del matrimonio politico). Una comunità-soggetto politico che condivida un progetto audacemente riformatore e di governo (“riformista” è parola pregiudicata, troppo spesso associata a un riformismo debole incline al moderatismo) chiaramente, inequivocabilmente situata nel campo del centrosinistra nel quadro di un bipolarismo da razionalizzare e stabilizzare, non da revocare.
Su queste basi concettuali e pratiche, si può, a valle, ragionare sulle alleanze tra le concrete forze politiche in campo, con i loro nomi e cognomi. Esemplifico: Pd, Sinistra e libertà di Vendola, Italia dei valori, socialisti, verdi e radicali (?), in quanto hanno fatto una chiara scelta di campo per il centrosinistra, sarebbero i naturali partner del nuovo Ulivo (primo cerchio); i centristi di vario conio (Udc e Api di Rutelli) sono gli interlocutori esterni all’Ulivo di un eventuale alleanza di governo (secondo cerchio). C’è infine il terzo, più largo e solo eventuale cerchio, quello comprensivo di tutte le forze decise a difendere la democrazia costituzionale qualora si precipitasse verso drammatiche elezioni nelle quali la posta in gioco fosse la concreta, incombente minaccia ai fondamenti stessi di uno Stato democratico e unitario, da parte della destra autocratica e populista.
Ma sia chiaro: questa complessa architettura politica, che non va qualunquisticamente bollata di politicismo, presuppone la linfa vitale di una mobilitazione democratica dal basso, la spinta di una diffusa attivazione civica, che fu la vera forza (e anche il segreto dell’appeal) del primo Ulivo. Questo l’ingrediente più importante ma anche più difficile. Dipende da tutti noi, ben oltre i partiti.

* Già parlamentare del Pd, presidente dell’Azione Cattolica Ambrosiana e dell’associazione Città dell’Uomo




Il credente di fronte alla coscienza e ai dogmi della chiesa

– Nell’ultimo numero Ivano Tenti taglia corto in merito alle mie considerazioni sul testamento biologico, osservando che “il Magistero della Chiesa ha già parlato”, per cui non vi sarebbe spazio per il cattolico per altre valutazioni. Egli rinuncia evidentemente a farsi un’idea personale ed autonoma sul testamento biologico, perché “l’orientamento la Chiesa lo ha già dato” e la coscienza del credente non può prescindere dai documenti ufficiali della Chiesa. Tenti dorme così il sonno del giusto avendo deciso che la sua posizione di fronte ad un tema così complesso sarà pari pari quella suggerita dal cardinal Bagnasco nel settembre 2008, espressa peraltro in un contesto più politico che magisteriale (ricordo l’apertura del TG1 sulla sua prolusione svolta in pieno “caso Eluana”).
Beato Tenti e le sue granitiche certezze, che non oscillano neppure al pensiero che l’intervento del Cardinal Bagnasco del 2008 in tema di idratazione ed alimentazione forzata ribalta letteralmente il precedente orientamento del Magistero, se è vero che la Carta degli Operatori Sanitari predisposta nel 1995 dall’autorevole Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari indicava tra le “cure normali” (dunque terapie !, non sostegno vitale) anche “l’alimentazione e l’idratazione, anche artificialmente amministrate”, ammettendo la possibilità che esse fossero sospese ove risultassero “gravose” per l’ammalato (paragrafo 120, terzo comma). Dunque un triplo salto carpiato a cui Bagnasco non è peraltro nuovo, nel rinnovato interventismo politico della Cei da Lui presieduta.
E’ chiaro tuttavia che così argomentando Tenti pone una questione più grande, relativa al rapporto tra il credente ed il Magistero della Chiesa.
Modestamente mi sento di ritenere che i pronunciamenti del Magistero non traducono idee divine bensì esperienze umane attraverso le quali la Chiesa offre indicazioni ai credenti nel contesto culturale e temporale in cui tali pronunciamenti sono resi, e come tali sono affidati al discernimento di ciascuno.
Per quanto mi riguarda, diversamente da Ivano, posso dire che il Magistero orienta evidentemente la mia vita di credente – nessun cammino di fede può dirsi autosufficiente – ma non fino al punto di ritenere i contenuti espressi dal Magistero come verità fisse ed immutabili, od affermazioni dogmatiche soggette sempre e comunque al principio di obbedienza.
Tenti dovrà farsi una ragione che la Chiesa è (anche) realtà storica e temporale, in quanto tale imperfetta e soggetta nelle sue azioni ai modelli culturali e linguistici in cui tali azioni si esprimono, modelli peraltro sempre in continua evoluzione; come credenti riconosciamo che, quando è fedele alla sua struttura teologale, la Chiesa procede sicura verso la “verità tutta intera” (Gv 16,13), ma è indubbio che tale continuità di cammino non assiste sempre e comunque tutti i contenuti magisteriali e dottrinali proposti nei documenti prodotti.
Del resto sono molteplici le modifiche di posizione e talvolta gli errori in cui è incorso il Magistero. Basti pensare a Pio IX quando nel Sillabo condannava la libertà di coscienza, ed a Paolo VI quando firmava con tutti i Vescovi la dichiarazione Dignitatis humanae, che invece presenta la libertà di coscienza come positiva conquista della modernità. Od ancora alla formula “nessuna salvezza fuori della Chiesa”, ribadita dal Concilio di Firenze del 1442 e ribaltata nel 1964 dal Concilio Vaticano II con la Lumen gentium.
Senza scomodare le formule di fede, gli stessi pronunciamenti del Magistero su questioni più legate all’attualità contemporanea si sono spesso modificati nel tempo, con il progredire delle conoscenze scientifiche e del comune sentire; ricordo a tal proposito che venticinque anni fa ero segretario dell’Aido (associazione per la donazione degli organi), e don Silvano mi rimproverava che “non stava bene” che un giovane cattolico impegnato (all’epoca prestavo servizio al Meeting…) organizzasse banchetti in piazza per raccogliere i “testamenti” dei cittadini sulla volontà di donare gli organi, quando la Chiesa mostrava profonde perplessità al riguardo (malgrado il plauso di Pio XII per il gesto di don Gnocchi, nel 1956); si è infatti dovuto attendere il 1995, con la Lettera Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, per trovare un esplicito riconoscimento del Magistero in favore della donazione degli organi, in un contesto culturale e scientifico modificato.
Tutto ciò per dire che i pronunciamenti del Magistero aiutano certamente a vivere l’esperienza di fede con maggiore consapevolezza, ma un’acritica adesione a detti pronunciamenti, caro Tenti, non garantisce l’autenticità di tale esperienza; al contrario, la possibilità di una fede adulta sta proprio nelle opportunità quotidiane di conoscere la verità della vita attraverso l’esperienza di fede, nel discernimento personale di ciascuno orientato dal Magistero e dalla comunità ecclesiale intera.

di Astorre Mancini