Conca, quando era regno dei carrettieri e dei bambini

IL RACCONTO

di Silvio Di Giovanni

– Mio padre faceva il muratore ma non era cresciuto sui cantieri edili, da ragazzino, come invece è stato per me. Lui, a 18 anni, nel 1920, era venuto via dalla campagna di San Giovanni in Marignano, con la sua famiglia contadina, per venire ad abitare a Cattolica, in una casetta che mio nonno, con le stime di uscita dal podere e con i risparmi che aveva, si era comprato in via Brescia.
Dopo aver cercato invano una occupazione, o una occasione per imparare un mestiere, dato che non poteva più fare il contadino, decise di andare a lavorare a Roma dove lo sviluppo dell’Urbe, con l’avvento del nuovo regime, era un pullulare di cantieri.
Stette là un po’ di anni, lavorando sodo e dormendo sopra una branda in affitto, collocata in un sottoscala, con una tenda per parete che lo divideva dal resto dell’ambiente, che una vecchia signora affittava per un prezzo modesto.
Quando tornò non era più un semplice manovale generico, ma sapeva fare il muratore e nel cortile retrostante alla casa di mio nonno, con i risparmi che aveva portato a casa, si costruì una minuscola propria casina nella previsione di sposarsi ed andarci ad abitare, così come poi fu, dato che, al ritorno a Cattolica, aveva trovato anche la fidanzata in una numerosa famiglia marinara nullatenente, che era quella dell’altro mio nonno.
Sotto il fascismo, nella miseria generale che vi era per le famiglie operaie, con i rari lavori edili che si manifestavano, la vita per un muratore senza una fissa occupazione e non iscritto all’unico partito ammesso dal regime, era molto grama anche se possedeva la casa.
Personalmente, io mi ricordo dalla prima metà degli anni ’40. In casa si viveva di ristrettezze e con un magro bilancio famigliare. Dopo la fine della guerra la vita apparve pian piano rinascere nella riconquistata libertà e nella grande speranza che alleggiava nell’aria e nell’animo della gente ed anche sul viso dei miei genitori.
Io al mattino andavo a scuola ed il pomeriggio a lavorare con mio padre che, affetto da flebite cronica ad entrambe le gambe, anche un piccolo aiuto nell’alzare dei mattoni o delle mattonelle o nel portargli la cofana con la malta, era per lui un sollievo.
All’inizio degli anni ’50 ero già ero un provetto muratore ed anzi, di lì a poco ero diventato anche un valido capomastro, seppur molto giovane e sapevo già condurre un cantiere edile e quando, nell’agosto del 1952, mio padre ebbe una lunga crisi di più mesi della sua cronica malattia con permanenza a letto, abbandonai la scuola.
Impiantammo, mio padre ed io, una piccola ditta edile con alcuni dipendenti, che ebbe vita fino a qualche tempo dopo di quel luglio 1962, data in cui io, studente autodidatta già da molti anni, mi diplomai geometra, dando annualmente i cinque esami da privatista al Valturio di Rimini, che aveva allora sede in via Gambalunga, il preside era il professor Remigio Pian.
Mio padre non aveva avuto da bambino una certa istruzione e quella scolastica si era fermata alla terza elementare, come quella di mia madre. Quelli erano i tempi. La loro maturazione di persone per bene, che non scendevano a patti con la propria coscienza, veniva dall’esperienza della vita e dal buon senso.
Tanti sono gli esempi dei loro comportamenti, che mi sono serviti di insegnamento nella vita.
Oggi, pur essendo diventato vecchio, coltivo ancora, seppur in modo ridotto, la professione del tecnico edile e nelle occasioni dell’esame tecnologico dei materiali di lavoro che servono, ad esempio, alla formazione del cemento armato (metodo costruttivo per eccellenza ed il più adoperato), mi capita a volte di pensare a quegli anni, quando l’avvento tecnologico per la produzione degli inerti (la ghiaia e la sabbia nelle loro varie ed assortite dimensioni che oggi escono giornalmente dai frantoi), in quel tempo ancora non c’era.
E’ vero che le occasioni per usare il calcestruzzo per il “getto” di una trave, un pilastro, un balcone a sbalzo, un solaio, ecc… erano allora inferiore, ma l’esigenza c’era pure allora.
Chi forniva gli inerti per fare i getti? Occorre premettere che tutti questi materiali che sono sempre serviti assieme al cemento (o comunque nel passato ad un altro legante idraulico), per confezionare il calcestruzzo, venivano prelevati, qui dalle nostre parti, dal letto del fiume Conca o sotto le rive del monte di Gabicce, giacché non vi sono mai state, in zona, delle cave naturali di materiale lapideo.
Ma chi prelevava dal letto del fiume la ghiaia per confezionare il calcestruzzo? Lo facevano i carrettieri e la portavano con il biroccio, che in teoria doveva, per dimensione, essere di un metro cubo di contenuto di ghiaia. Il biroccio era tirato da un cavallo.
Io che ho sempre avuto la passione per i numeri, per i calcoli, per la matematica e la geometria, da tempo mi ero accorto che il contenuto del biroccio era sensibilmente inferiore al metro cubo: a volte di 0,85 a volte 0,80 ed un giorno contestai la scarsa misura al carettiere Giuseppe Parma detto “Failin”, che in realtà era il più bravo tra tutti i carrettieri a ritrarre la ghiaia dal fiume, scegliendola e lavandola.
Io non contestavo che lui non fosse bravo ad estrarre e fornirci la ghiaia ben lavata e pulita, contestavo l’insufficiente misura ed un giorno mi stavo opponendo allo scarico dal biroccio nel nostro cantiere, con il che stavo procurando un enorme dispiacere e disappunto al vecchio carrettiere.
Mio padre, che poco lontano stava a sentire il diverbio, intervenne e mi convinse a desistere dalla mia posizione e di lasciare scaricare il contenuto, con il proposito che uno dei giorni seguenti mi avrebbe dimostrato la ragione del suo intervento.
E così fu. Alcuni giorni dopo, sul piccolo motorino che avevamo (un Guzzino di 65 c.c. che poteva portare due passeggeri), mi portò a vedere nel letto del fiume Conca, come “Failin” e gli altri carrettieri, facevano per estrarre la ghiaia pulita e lavata dal corso d’acqua e come la portavano fuori dal fiume.
Con l’aiuto della forca-tridente per smuovere le masse lapidee più compattate dal terriccio e con il badile in mano, sceglievano la ghiaia nei pressi del “raggetto”, che era il luogo dove, circa al centro del fiume, scorreva l’acqua.
Con il badile si impalava una quantità di ghiaia che era evidentemente sempre poco o molto sporca, poi sotto o dentro il “raggetto” dell’acqua, con il badile in mano agitando la massa si faceva scorrere l’acqua tra i lapidei e, una volta pulita la si riversava su di un luogo ripiano più vicino possibile o direttamente sul biroccio. Si ripeteva l’operazione per ore fino a che si era fatto una quantità all’incirca pari a mezzo biroccio, giacché non si poteva riempire per intero altrimenti il cavallo non sarebbe stato in grado di tirarlo fuori dal fiume a carretto pieno.
Usciti dal letto del fiume si vuotava il contenuto in un luogo pianeggiante nei pressi della strada e poi si ritornava nel corso d’acqua per estrarne l’altra metà, sempre con le stesse operazioni di estrazione.
Quando la seconda quantità poteva dirsi a colpo d’occhio, pari circa all’altra metà del carico, si usciva dal letto del fiume e si andava sulla strada a ricaricare la precedente metà e poi si partiva dal Conca per portare il carico sul cantiere che distava, quasi sempre, alcuni chilometri.
Siamo stati a vedere per un po’ di tempo, poi mio padre mi chiamò da parte e mi disse, ovviamente nel nostro dialetto, che noi abitualmente parlavamo: “Ades te vist! A pens che t’ava capì perchè a to dit da no fela tenta longa, se la misura l’an gnera tuta. Pensa com i fa a “fela” e cavela dal fium la brecia laveda e pulida”.
“Adesso hai visto! Penso che tu abbia capito perché ti ho detto di non farla tanto lunga, se la misura non c’era tutta. Pensa come fanno a ‘farla’ e toglierla dal fiume, la breccia lavata e pulita.”
E’ un ricordo che non si dimentica. Fu una lezione di cui ho cercato possibilmente di fare tesoro nella vita, nelle immancabili occasioni di possibile incomprensione con gli altri. Da allora ho pensato poi che non si può pretendere di far prevalere sempre la propria ragione. A volte, col senno di poi, può far più piacere alla propria coscienza una umana compromissione, una umana concessione alle diverse ragioni degli altri, in determinati e particolari casi della vita.
Mio padre, che sicuramente non aveva mai letto le novelle della letteratura italiana, né quel toccante episodio di quell’alba, nell’appena pronunciata luminosità mattutina, che rischiara a malapena il cielo notturno e precede l’aurora, quando il padre, medico condotto, attacca il suo cavallo al calesse per partire di buon’ora per il suo quotidiano lavoro ed in quel frangente, costringendolo ad una apposita levataccia e non la sera prima, consegna il denaro al figlio per rimpinguargli un mal speso dei giorni precedenti e gli dice: “un’altra volta prima di spenderlo il denaro, pensa a tuo padre come fa a guadagnarlo”.
La lezione per me era: “Un’altra volta prima di rimproverarlo quel carrettiere per la scarsa misura, pensa come fa ad estrarla dal fiume la ghiaia, sceglierla, lavarla, caricarla sul biroccio e portarcela a noi in cantiere”.

I caratier

A la matena prest te fe de lom
i caratier i andeva giò te fiom
s’la sabia ch’ià port sò, pori cristien
l’è stè fat al chesie ad mez Murcien.

Se po’ e car se pes u s’incaieva
i ciapeva al rag dal rod e i feva leva
sa cal menie rovde e pinie ad cal
i treva piò fort lor che né i caval.

I sas ch’iera stè port da la fiumena
ui ciapeva un per un, carghendie a mena
purted tlà streda po’ l’avniva e bel
un per un ui spacheva s’un martel.

Al stredie do che ades andem a spas
agl’ie stè fatie totie sa chi sas
da la fadiga ch’ià fat se su lavor
te fiom ancora ades e cor e su sudor!
Mario Elio Foschi (Morciano)




G. S. Orizzonte, Rimini in bici è bellissima

SPORT

– I 2000 che vivacizzano la “Rimini in bici” lo sanno benissimo: la città sulle due ruote è di una bellezza emozionante. L’appuntamento, da 18 anni, è per il 25 aprile. Alla fine della biciclettata, in piazza Cavour, o piazza Tre Martiri, mega tombola con almeno dieci biciclette in palio.
Il percorso: piazzale cinema Settebello (partenza)-Bellariva-Lungomare-Rivabella-Piazza Cavour. E’ uno degli eventi più importanti che organizza G. S. Orizzonte-Dopo lavoro ferroviario.
Altre giornate di “festa” targata Dlf (Dopo lavoro ferroviario) è la loro medio-fondo in cartellone a marzo, terza del calendario Udace. Il percorso, mare-entroterra è caratterizzato da due ricchi ristori. Quello finale, nel piazzale-parcheggio di Orizzonte Componenti di Arredo, a Cerasolo di Coriano, è da mandare a memoria per i profumi delle grigliate e lo spirito scanzonato che sta dietro. Quest’anno gli iscritti erano oltre 600.
Non solo uomini per il gruppo riminese, che ha nei trentenni Cristian Orsini e Filippo Manzaroli, gli elementi più giovani. Con i loro colori anche due signore, Mirella Lamolinara e Anna Semprini.
Ma il G. S. Orizzonte non è soltanto cicloturistiche. In questi anni ha partecipato anche a gare competitive. Nell’88, il binomio Mirella Lamolinara-Miro Golfieri ha vinto il tricolore coppie “Lui e Lei” a crono. Sempre nelle crono, ori individuali per Gilberto Brandi e Miro Golfieri. Sul gradino più alto degli italiani anche Maurizio Donati e Ennio Arcangeli.
Il loro campione dei campioni è Giovanni Brunelli; da giovane è stato semi-professionista. Ha partecipato ai campionati italiani, europei e mondiali amatori.
Nato nel ’70 con 17 iscritti, su impulso di Salvatore Ciappini (classe ’38, il più anziano), Sbrollini, Zangheri, Zamagni, oggi conta una settantina di iscritti (è arrivato fino a 120). Il primo presidente fu Sbrollini.
L’attuale presidente si chiama Giancarlo Righini, 62 anni, già macchinista delle ferrovie, è uno sportivo a tutto tondo. Ha scoperto la bicicletta, causa un infortunio alla spalla che gli impediva di giocare a tennis.
Da giovane è stato un buon calciatore; nella Stella Adriatica fu capocannoniere con 24 gol. Dice: “Gli sport mi piacerebbe praticarli tutti, non lo faccio per mancanza di tempo”. Siedono con Righini nel direttivo: Paolo Bugli, Miro Golfieri, Roberto Borghini e Claudio Sarti.
I soci del Dopo lavoro ferroviario sono circa 2.700 e danno vita ad una ventina di gruppi, tra gli sportivi ed i culturali. Un patrimonio per la città.




Libri, malattia benvenuta

– Il libro è una magnifica malattia di cui ammalarsi. Ne parlano otto grandi intellettuali da ottobre a dicembre. “Biblioterapia. Come curarsi (o ammalarsi) coi libri” è il titolo del ciclo degli incontri. La grande novità è che per assistere alle sei conversazioni si paga una piccola cifra, 30 euro. Mentre per le due letture ad alta voce la partecipazione è gratuita.
Andiamo a vedere il cartellone a pagamento. 17 ottobre, Emanuele Trevi: ‘I veleni del romanzo”.
“Lettori giocatori” invece è l’argomento che porta quella bella mente di Stefano Bartezzaghi il 31 ottobre. Questi due incontri iniziano alle 17 e si tengono nella Sala del Settecento della biblioteca Gambalunga.
Allo stesso orario, ma presso l’istituto musicale Lettimi-Auditorium, via Cairoli 44, gli altri quattro appuntamenti. Il 7 novembre con Michele Mari: “Letteratura come infezione”.
“Toccare il mondo. Lettura attraverso il tempo” è l’argomento di Gabriella Caramore.
Elisabetta Rasy tratta “Memorie di una lettrice notturna” il 28 novembre.
Il 5 dicembre, il raffinato filosofo siciliano Salvatore Natoli chiude il sipario con “L’edificazione di sé: istruzioni sulla vita interiore”.
Le letture ad alta voce e gratuite sono al Lettimi, con inizio alle 17. Il 24 ottobre, la poetessa Mariangela Gualtieri tratta “Mantenere il passo conquistato”.
“Il messaggero. Un narratore senza nome” è il titolo della conversazione di Patrizia Zappa Mulas il 14 novembre.
Le conferenze sono organizzate dall’assessorato alla Cultura del Comune di Rimini e dalla Biblioteca Gambalunga.




Terremoto alla Carim. Bankitalia la commissaria

BANCHE ED ECONOMIA

di Francesco Toti

– La Cassa di Risparmio di Rimini è stata commissariata da Bankitalia lo scorso 4 ottobre, festa di San Francesco, attorno alle 15. Nello scarno comunicato ufficiale di Bankitalia si legge: “Per gravi irregolarità nell’amministrazione e violazioni normative, gravi perdite patrimoniali, nonché per gravi inadempienze nell’esercizio dell’attività di direzione e coordinamento del gruppo bancario, con particolare riferimento alla controllata Credito Industriale Sammarinese (Cis)”.
Una mazzata sull’istituzione finanziaria della provincia di Rimini che vale circa un terzo della raccolta ed un terzo degli impieghi del territorio.
Dallo scorso febbraio fino alla fine di giugno, in casa Carim sono arrivati per un controllo di routine gli ispettori romani. C’erano stati dei rilievi e delle ammende amministrative. Il vertice della banca per voce di Gianluca Spigolon, neo vice-presidente, le aveva archiviate pubblicamente con questa immagine: “Una piccola infrazione per essere passati col rosso”.
Invece, c’era dell’altro. Ma che tipo di irregolarità deve aver commesso la Carim? Nei rilievi della Banca d’Italia ci sono le tre cornici. Ecco alcuni soggetti del quadro economico. Una, la Cassa aveva concesso crediti ulteriori ad aziende in crisi che andavano fatte fallire. Più fuori provincia che nel nostro territorio; ad esempio la Merloni si è portata con sé 20 milioni di euro.
Un’altra risposta è questa. Gli ispettori Bankitalia evevano chiesto i nominativi degli affidamenti del Cis, la banca sammarinese che appartiene al 100 per 100 allla Carim. La risposta dalle Tre Torri è questa: “Qui la legge tutela il segreto bancario, non vi possiamo dare i nomi”.
Fondazione
Gli amministratori della Fondazione Cassa di Risparmio, che detiene il 70 per cento delle azioni della Carim, fanno sapere che la banca è solida e ben patrimonializzata. Dunque, nessuna paura che possa implodere.
Tale stato della Carim significa che la Fondazione riceverà pochi utili, o punto, con pesanti ripercussioni sul territorio. Sul breve periodo: niente teatro Galli, niente auditorium, niente fossato di Castel Sismondo?
Il 28 settembre, due giorni prima che Giulio Tremonti firmasse il commissariamento chiesto da Bankitalia, i vertici Carim presentano la situazione economica dei primi 6 mesi dell’anno. Andiamoli a vedere questi indicatori.
La percentuale del danaro non restituito alla Cassa di Risparmio di Rimini è raddoppiato, pari a circa 125 milioni di euro. Il rapporto sofferenze lorde (soldi non restituiti) impieghi (soldi prestati) nei primi sei mesi del 2010 è stato del 4,33 per cento; erano del 2,01 per cento nello stesso periodo dell’anno prima. Gli amministratori della Carim sono corsi ai ripari mettendo in bilancio, alla voce accantonamento, 46,4 milioni di euro. Erano 9 milioni nel 2009. C’è stato un incremento del 500 per cento. Lo speciale fondo di accantonamenti passa da 82,9 milioni a 130,8 milioni.
Tale indicatore dà il senso del vero stato dell’economia della provincia di Rimini.
“La chiave di lettura dei dati economici – argomenta Giuliano Ioni, riconfermato presidente della Cassa – evidenziano la nostra prudenza. Accantoniamo oggi pensando al domani; ma è chiaro che gli accantonamenti non sono perdite. La politica adottata penalizza il nostro bilancio; invece se avessimo fatto i banchieri noi avremmo avuto risultati diversi, ma l’economia della provincia avrebbe sofferto. Da parte nostra ogni imprenditore ha trovato una risposta alle difficoltà momentanee. La nostra missione che è quella di andare incontro all’economia locale, ancora una volta è stata riconfermata”.
Insomma, una Carim, previdente e prudente sul futuro e che si prepara al peggio, svolge al meglio il suo ruolo, dopo la sbornia finanziaria degli ultimi 10 anni. Che come dice il professor Stefano Zamagni, preside di Economia e commercio a Bologna, aveva bisogno di due ingordi: il finanziere-bandito e il cliente-un po’ così che attendeva guadagni stratosferici senza lavorare. Quando, nell’economia reale non esiste nulla di simile ad un pasto gratis, tanto per scomodare un altro fuoriclasse dell’economia, Paul Samuelson, il manuale del Premio Nobel (Economia, Zanichelli) è stato venduto in milioni di copie nel mondo.
La Carim, con le sue 54 filiali, vale circa un terzo della raccolta e degli impieghi nella provincia di Rimini. Nei primi sei mesi di quest’anno la raccolta globale ha toccato i 5,65 miliardi di euro (+3,97 sul 2009). In aumento anche gli impieghi, + 4,51%, per un ammontare di 3,14 miliardi.
Un dato chiave dell’andamento di un’azienda è il Mol (Margine operativo lordo), ovvero l’utile prima delle imposte e degli ammortamenti. Ha subito una flessione del 44,58 per cento, da 31,8 milioni a 17,6 milioni.
Bankitalia
Gli ispettori della Banca d’Italia hanno controllato la Carim dal 3 febbraio al 24 giugno. Ipotizzate irregolarità che potrebbero significare sanzioni. Un mese di tempo per le contro-deduzioni. Claudio Grossi, il vice-direttore generale: “I rilievi aiutano a migliorare”.
Piccolo passo indietro. Il bilancio 2009 Carim si è chiuso con 50 milioni di sofferenze e 110 milioni di cosiddetti incagli. Dieci anni fa le sofferenze erano sull’1 per cento.

INDICATORI

Accantonamenti, 130 milioni

– Ecco i principali indicatori economici della Carim nei primi sei mesi 2010 risopetto allo stesso periodo del 2009.

Raccolta diretta: 3.718 milioni (erano 3.740)
Raccolta indiretta: 1.939 (1.671)
Raccolta globale: 5.657 (5.411)
Impieghi: 3.138 (3.066)
Rapporto sofferenze lorde/impieghi lordi: 4,33% (2,01%)
Fondi svalutazione crediti: 130,8 milioni (82,4)
Mol: 17,6 milioni (31,8 milioni)
Dipendenti: 841 (800)
Sportelli: 116 (111)




Pietra Scartata, solidarietà ed economia

COMUNITA’

di Francesco Pasolini e Gianfranco Vanzini

– Quando le ragioni dell’economia si coniugano con la bellezza della solidarietà. L’Associazione Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi ha dato vita a varie iniziative in giro per il mondo. Una di queste è “La Fraternità coop. Sociale a r.l. ONLUS”. Fra le varie attività che quest’ultima promuove e coordina ce n’è una che porta il nome di “La pietra scartata”.
Che cosa è “La Pietra scartata”? Potremmo definirla una piccola azienda inserita nel vasto mondo dell’Associazione con una propria autonomia organizzativa e gestionale. Gestisce un laboratorio artigianale per la trasformazione di materie prime provenienti da agricoltura biologica, la realizzazione di prodotti finiti interamente biologici e la loro successiva commercializzazione. In sintesi: un’azienda che produce prodotti biologici.
Fin qui tutto normale, ma qual è la peculiarità anzi la ragione d’essere della Pietra? E’ quella di essere primariamente un luogo di accoglienza e condivisione, attraverso il lavoro, nella logica di una economia solidale. Un lavoro “normale”, svolto però insieme agli “ultimi”, alle “pietre” normalmente scartate dal mondo del lavoro.
All’interno del laboratorio “lavorano” mediamente circa 30 persone (il numero oscilla un po’ a seconda dei momenti) con caratteristiche molto diverse tra loro. Un primo gruppo, composto da operatori (8/10 persone in tutto), che coprono le diverse funzioni di responsabilità e organizzazione. Un secondo gruppo è composto da 16-18 “accolti”, persone con varie disabilità fisiche o psichiche, inviati alla Pietra dalla Ausl di Rimini. Un terzo gruppo composto da detenuti dimessi dal carcere con forme alternative alla comune detenzione: semilibertà o affidamento, oppure ragazzi che stanno svolgendo o hanno appena terminato il loro programma di reinserimento dopo l’uscita dal tunnel della tossicodipendenza.
Con questi “ingredienti”, abbastanza anomali ed eterogenei, il gruppo di operatori riesce a fare funzionare egregiamente “l’azienda”.
Secondo noi proprio questa eterogeneità di presenze e questo intreccio di relazioni sono la forza e la risorsa principale della Pietra scartata. Infatti, i ragazzi in programma terapeutico e/o in programma alternativo al carcere, sono una risorsa umana e un forte stimolo nelle relazioni con i ragazzi in difficoltà. A loro volta i “diversamente abili” riescono a penetrare nel cuore di chi li avvicina come difficilmente un operatore riuscirebbe a fare.
Tutto questo è animato dalle indicazioni originarie di don Oreste e oggi dal suo spirito dal cielo e dalla vigile assistenza di Gesù Eucaristico sempre presente nella cappellina interna, dove una volta al giorno, dopo pranzo, ci si riunisce (la partecipazione è assolutamente libera) per un breve momento di preghiera e di ringraziamento.
Il risultato pratico, in termini di miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche dei ragazzi “accolti”, è evidente e documentato. La coscienza di partecipare ad un processo produttivo del quale si vedono i risultati finali (i vasetti finiti, le confezioni complete, ecc.) e il clima di comunità e di condivisione che si respira all’interno del laboratorio, producono un livello di miglioramento e di sviluppo dei ragazzi in difficoltà accolti, molto alto.
Questa è la descrizione sintetica de “La Pietra scartata”. Adesso permetteteci un breve spot pubblicitario. I prodotti della Pietra sono conosciuti e commercializzati come “La Madre Terra”, marchio noto e apprezzato in campo nazionale per la ottima qualità dei suoi prodotti.
Si tratta di: – prodotti sott’olio: carciofini, melanzane, pomodori essiccati, funghi, cipolline; – olio d’oliva e aceto di mele, provenienti rispettivamente dalle culture biologiche del Gargano e della Val di Non; – confetture e marmellate: di albicocca, di pesca, d’arance, di mandarini, di fragole; – la frutta a merenda per i piccoli: vasetti di melarancio, mela fragola, mela vaniglia, pera cacao, ecc.; – la frutta da bere e da mangiare: succo di uva, di mele, di albicocca, di pesca, ecc.; – le farine, la pasta, e vari condimenti alcuni dei quali molto originali e sfiziosi; – favolose confezioni regalo in occasione delle feste natalizie.
Speriamo di avervi fatto venire un po’ di curiosità e magari di appetito e allora veniteci a trovare.
La MADRE TERRA si trova lungo la strada provinciale che va da Morciano verso Mercatino Conca, nella zona industriale di Casarola (San Clemente) in via Galvani al n.3.- Tel. 0541.857522 – sito www.lamadreterra.com.- info@lamadreterra.com.
E’ molto facile arrivarci ed è possibile acquistare direttamente in azienda. Potrebbe essere una occasione per vedere questa realtà, sicuramente interessante e coinvolgente, acquistare dei buoni e sani prodotti, aiutare la Pietra ad allargare i propri orizzonti e la sua capacità di accogliere quelle persone che la società, purtroppo, mette ai margini.




Scarpato pirotecnica, il “pittore” dei cieli

L’INTERVISTA

di Domenico Chiericozzi

– L’incontro con Antonio Scarpato, titolare della Pirotecnica Scarpato al numero 197 di via Orsoleto a Viserba di Rimini termina nella maniera più classica: una decisa stretta di mano. Qui su una superficie, mica piccola, di trentacinque mila metri quadrati ci sono laboratori e magazzini. Che custodiscono segreti e arte, dove si fanno esperimenti su esperimenti, dove si maneggia, con maestria e rigore, polvere da sparo e composti chimici, alambicchi e altri marchingegni.
Tutti elementi che, opportunamente combinati, le sere d’estate ci tengono con il naso all’insù. Sono gli spettacoli di fuochi d’artificio, i botti. Senza quei colori, infatti, anche alla miglior festa manca qualcosa.
Nello speciale palmarés Scarpato ci sono tutti i premi e riconoscimenti di settore. Citarli tutti non basterebbe una pagina. L’ultimo, giusto l’anno scorso, il primo premio Cretivity Awards al Berlino Pyromusikale Edda.
Per rimanere in zona, Scarpato è quello che dal 2006 entra nelle case degli italiani il primo gennaio di ogni anno con lo spettacolo di fuochi d’artificio, a reti Rai unificate Rai, da piazzale Fellini. Ma è anche quello che entra nel cuore dei turisti firmando il cielo della Notte Rosa, su 30 chilometri di costa.
Classe 1952, sposato con tre figli, Scarpato, per tutti, è il “maestro dei fuochi”: un’artista”. Due indizi per raccontare questa storia: il papà, Mario, l’ha chiamato con lo stesso nome del nonno, Antonio. Sullo sfondo, invece, una città del Sud’Italia, patria dei fuochi.
Partiamo dall’inizio?
“Certo. I miei antenati nel 1784, sei generazioni fa, erano a servizio nella Reggia di Caserta dove nei giardini Vanvitelli si facevano spettacoli pirotecnici. Da Caserta si trasferirono a Napoli. Mio nonno Antonio era già riconosciuto nel settore. Fu chiamato anche in Germania come specialista e maestro pirotecnico”.
Ma come ci arrivate in Romagna?
“Fu mio padre, Mario, a trasferirsi a Rimini nel ’49, anno in cui fonda la Scarpato Pirotecnica. Iniziò con le parrocchie, con qualche fuoco d’artificio. Piano piano si arrivò a lavorare con le pensioncine, per allietare i turisti, e così via”.
Che cosa ricorda di allora?
“Ancora oggi, quando lavoro, ho davanti agli occhi le immagini di mio padre e mia madre, una vita modestissima, specialmente appena arrivati qui a Rimini. Il loro tavolo era una valigia e l’unico mezzo per spostarsi una vecchia bicicletta. E mio padre che mi teneva in un barile, ripulito, ma che in precedenza conteneva polvere da sparo. Sono cresciuto lì dentro. Poi, più grande, mio padre mi mandò a studiare chimica in Germania”.
Quando prende nelle mani le redini dell’azienda?
“Non c’è un momento preciso, è accaduto gradualmente. Siamo artigiani, questa è ancora una ditta individuale”.
Quanti siete a lavorare?
“I dipendenti sono sei. Una squadra affiatata, appassionata e solidale. Ma nel corso dell’estate arriviamo a dodici”.
Producete, che cosa?
“I prodotti di base sono più di mille. Andiamo dai razzi per la navigazione commerciale e da diporto fino ad artifici per spettacoli da realizzare autonomamente, nella massima sicurezza, con un assortimento molto vasto di colori ed effetti. Produciamo anche per usi e situazioni meno noti come ad esempio set cinematografici, parchi divertimento. Anche il mago Antonio Casanova è nostro cliente. Siamo in grado di realizzare qualunque effetto”.
Chi sono i vostri clienti?
“Le fabbriche, gli allestitori di spettacoli, i privati per matrimoni, feste aziendali, eventi con spettacoli personalizzati. Lavoriamo tantissimo con tutta l’Europa, ma anche gli Stati Uniti. Un mercato che si sta rilevando molto promettente è la Russia e l’Europa dell’Est”.
Le nuove tecnologie sono arrivate dappertutto, e nel vostro lavoro?
“La tecnologia oggi come oggi pesa parecchio, abbiamo impianti e centraline potenti e sofisticate per la gestione delle varie postazioni. I computer ci aiutano, ad esempio, anche nella ricerca delle migliori combinazioni tra fuochi e musiche. Ma non servirebbe a nulla se dietro non ci fossero il buon gusto e il talento dell’uomo. L’obiettivo è creare atmosfere. Spesso ci è affidato un tema e noi lo sviluppiamo. Come è accaduto di recente con la Festa del Borgo a Rimini. Oppure gli effetti, come a Berlino nel 2006 per i campionati mondiali di calcio.
Le prossime sfide?
“Lavorare con paesi come gli Emirati Arabi”.
Quanto può costare uno spettacolo?
“Uno spettacolo privato può costare dai cinquecento euro in su”.
Prossimi obiettivi?
“Realizzare uno spettacolo pirotecnico dedicato a Federico Fellini. L’ho già fatto in Francia, a Cannes, mi piacerebbe una versione tutta nostra, riminese, fuochi e musiche in grado di ricreare le atmosfere che Fellini ha realizzato con i suoi film. E poi l’inaugurazione del Palacongressi la faremo noi, all’americana”.




Una Croce blu per la Perla Verde

Sono 30 i volontari già attivi nel territorio sud della provincia di Rimini ma con il nuovo corso di formazione per “Volontari del soccorso” (aperto a chiunque sia interessato) la volontà è quella di infoltire le fila di chi presterà gratuitamente la propria opera a favore degli altri. Al momento la nuova sezione si appoggia in uno dei locali offerti in comodato ad uso gratuito offerto da uno dei soci. Restano pertanto gli stessi i riferimenti telefonici (0541 333222) e l’indirizzo mail (info@croceblu.info).
Con la nuova sede, l’obiettivo è rafforzare il rapporto con il territorio in sinergia anche con istituzioni e Ausl per ottimizzare gli interventi e in un’ottica di lavoro in rete. Scopo principale dell’associazione che opera in ambito socio-sanitario è, infatti, quello di portare un aiuto concreto a chiunque richieda il suo intervento attraverso i propri servizi erogati a favore di infermi, anziani, bambini, persone diversamente abili ed emarginati. E in un contesto come questo la presenza capillare sul territorio rappresenta un elemento fondamentale.
A Bellaria – Igea Marina, l’organizzazione nasce nel 2004. Ed in questi anni è cresciuta sviluppando un’ampia gamma di attività. Dal trasporto con ambulanza di malati, feriti, infortunati all’assistenza sanitaria e di pronto soccorso durante manifestazioni sportive ed eventi mediatici. Fino ai servizi di teleassistenza e telesoccorso erogati in collaborazione con l’Ausl per il monitoraggio e il supporto della popolazione anziana. Passando anche da iniziative di solidarietà internazionale con eventi a sostegno di una struttura sanitaria in Monzambico e l’adesione a progetti di cooperazione. Inoltre, partecipa nella protezione civile, a esercitazioni e missioni in ambito nazionale e internazionale, svolte in collaborazione con gli enti preposti.
Un altro settore rilevante per Croce Blu è quello dedicato alla formazione e informazione. I volontari sono costantemente aggiornati sui temi più rilevanti nell’ambito operativo, mentre per i nuovi adepti sono promossi dei percorsi ad hoc. Ma anche la cittadinanza non è esclusa da queste iniziative. L’associazione promuove infatti corsi di informazioni per interventi in caso di emergenza. Uno di questi partirà a ottobre e sarà rivolto alle forze dell’ordine che spesso si trovano a prestare soccorsi in occasioni di incidenti stradali e di gravi eventi naturali.

Per ulteriori informazioni sull’associazione è possibile consultare il sito www.croceblu.info

Per informazioni: Volontarimini
tel. 0541 709888 – upandgo@volontarimini.it




Compito in classe di dialetto: dall’aquadécìa… alla zlaja

Ha chiuso il campo femminile con la parola “zlaja”, sconosciuta anche ad Egidio Serafini, un 65enne cultore del dialetto. Significato: donna di facili costumi, sporca, laida.

La pennellata è una delle tante che deliziano chi legge “Dall’aquadécìa… alla zlaja”, l’ultimo lavoro di Giuseppe Lo Magro, autore prolifico, nonché presidente della Famija Arciunesa. Sottotitolo del libro: “Compito in classe di dialetto. Scrivi correttamente le parole che conosci”. In tutto 64 pagine illustrate con maestria da Luciano Liuzzi (meglio conosciuto come Izzul). Il volumetto è un’altra perla da aggiungere ai tanti sulla storia di Riccione pubblicati grazie alla sensibilità dell’associazione che cerca di dare orgoglio e radici alla riccionesità”.




Riccione Calcio, ingloriosa fine – Uccise le emozioni di centinaia di persone

LO SPORT

di Lele Montanari

– Qualcuno dice che sono state uccise le emozioni di centinaia, forse migliaia di riccionesi, che hanno applaudito quelle maglie che finirono anche sulla schedina. Per me le emozioni vissute, basta conoscere l’arte della rievocazione, sono perenni, un po’ come l’anima.
La bandiera della Valleverde Riccione Calcio, presidente Paolo Croatti, è stata ammainata lo scorso giugno. Il titolo è stato portato a Rimini, oggi denominato Real Rimini, campionato Dilettanti. Riccione invece è risorto con la fusione del Morciano Calcio (a suo tempo il Morciano Calcio acquistò il titolo dall’Asar Riccione). La nuova società si chiama Riccione 1929, e veste gli storici colori biancoazzurri.
Tutti questi passaggi ci potevano anche stare, dopo tutto è finito anche l’impero romano. Quello che ha disturbato i riccionesi è stato il “trafugamento” dei trofei che ne raccontavano le gesta. Sotto lo stadio di Riccione, in una sala c’erano i trofei, le coppe, fotografie, targhe. Non è rimasta neppure una cornice. Si dice che tutto questo ben di dio sia finito nella repubblica di San Marino, in un magazzino.
Mi aspetto che la nuova squadra, la nuova società, nata con tanti sacrifici di pochi, faccia sì che avvicini al gioco del calcio più giovani possibile. Nella speranza che gli stessi giovani, nonostante le ultime disavventure, si attacchino alla gloriosa società che ha tanto dato alla città. Negli anni Settanta, voglio ricordare che fece un solo campionato in C1, dopo aver vinto uno spareggio col Bellaria. Nella squadra del mitico spareggio a Cesena c’erano: Marcello Menghini, Armando Patrignani, Gianfranco Bullini, Stefano Tosi. Nella sede, in giugno, è rimasto un passerotto morto e una “sporta” di matrici degli assegni staccati, qualche ricevuta bancaria.
Sotto la tribuna dello stadio (andrà intitolato a Silvio Capelli, per tutto “Tojo”, la persona che ha dedicato una vita intera al Riccione Calcio. Era la sua famiglia). Va ricordato che va ad affiancare la denominazione dell’intero centro sportivo, che ricorda la figura di Italo Nicoletti. Un bel binomio Nicoletti-Capelli. Il primo era un raffinato, elegante e molto attento agli altri.
In otttobre, deve decidere la commissione toponomastica. Dentro ci sono gli assessori Ilia Varo, Fabia Tordi, Omar Venerandi (per la maggioranza), Lele Montanari (per la minoranza). Il sindaco deve nominare un altro rappresentante della maggioranza al posto di Simone Gobbi (oggi assessore).
Mentre Capelli era buono come un pezzo di pane, però appariva burbero e ruspante. Tutti lo ricordano con affetto e stima, nonostante siano passati molti anni dalla sua scomparsa. Tutti i ragazzi passati alla sua corte, trattati come figli, Franco Nanni (giocatore del Verona), Vittorio Spimi (Cesena e Bari), Italo Castellani (Cesena e Pisa), Manlio Muccini (Spal, Bologna e Bari).




Spigolature degli Scrondi

PalaRiccione – Leggiamo: “Dal 1° gennaio il PalaRiccione a noi”. Lo chiedono gli albergatori. Auguri e figli maschi…

Bilancio – Leggiamo: “Cosimo Iaia (Pdl): ‘Comune spendaccione, bilancio in rosso’”. Mani bucate…

Geriatri – Leggiamo: “I geriatri a congresso al Palaturismo”. Così giovane è già invecchiato…

Nomi celebri – Leggiamo: “Il Codacons protesta: ‘Viale Venezia, Ici alle stelle’”. Nessuna protesta invece da via Crotone e via Catanzaro…

Disintossicarsi – Leggiamo: “Pippo Baudo a San Patrignano”. Dovrebbero andare i telespettatori per disintossicarsi dalla sua pluridecennale presenza in Tv…

Turisti– Leggiamo: “L’Aia: ‘Riccione ostaggio dei turisti italiani – Recuperare gli stranieri’”. Forse sarebbe meglio non sputare nel piatto dove si mangia…

Erosione – Leggiamo: “Bagnini: ‘Erosione, solo promesse. Ma non molliamo’”. Rottamare i politici e metterli in mare come scogliere…

Rifiuti – Leggiamo: “I volontari di ‘Puliamo il mondo’ raccolgono a Riccione 15 metri cubi di rifiuti”. Hera ringrazia e sollecita di ripetere mensilmente l’iniziativa…

Russia – Leggiamo: “Turismo, Riccione alla campagna di Russia”. Dopo Napoleone e Hitler ora ci prova anche l’assessore Gobbi…

Poltrone – Leggiamo: “L’assessore Fabia Tordi: ‘Io non mi dimetto – Ho chiuso i rapporti con Sel quando ho capito che volevano la poltrona’”. Ci scusi, ma la sua come la chiama?…

La Pietà – Leggiamo: “Via Cimarosa, i marciapiedi fanno pietà”. Ecco a voi la “Pietà di Cimarosa”…

Testamento biologico – Leggiamo: “Testamento biologico, insorge il Pdl”. La fede come clava…

Puzza – Leggiamo: “L’assessore Cangini (il comico Paolo Cevoli) bacchetta il sindaco – ‘Puzza insopportabile dal depuratore’ – Pironi: ‘Distribuiremo mollette per tapparsi il naso’”. Avete odorato un pezzo di alta politica…

Chiusura – Leggiamo: “Viale Ceccarini alle 20 abbassa le serrande”. A casa la minestra si raffredda…

Fontanelle – Leggiamo: “L’albergatore Antonio Manduchi: ’Il Comune ha abbandonato le Fontanelle – Sono tre legislature che fanno promesse al vento’”. Sugli schermi di Riccione: ‘La riqualificazione che verrà’…