La vita? Un “Patto di luce”

– “All’aprirsi del sipario dunque potrete vivere qualche attimo antico che riflette però l’attualità del momento, perché quella scintilla di coscienza sui diritti umani, nata nella magnifica leggenda del ‘Patto di Luce’, è la stessa scintilla che abbiamo oggi e che assolutamente deve vivere”. Questa, nelle parole di Carlo Tedeschi, potrebbe essere la sintesi del musical che ha scritto e diretto.
La prima è stata raccontata sulle maggiori tv nazionali. Sky TG24 un passaggio di 3 minuti e 14 secondi. Sul tg del La7 53 secondi. Trentaquattro secondi su Rai1. Su Rai News 24 2 minuti e 29 secondi. Sul tg di Rai1 55 secondi. Su Canale5 tg5 Notte 1 minuto e 54 secondi. Sul tg1 dell’ammiraglia Rai un eterno 1 minuto e 54 secondi. Insomma, Montecolombo con Carlo Tedeschi irrompe nella case degli italiani con un passo robusto ed avvolgente.
Continua nel suo racconto Tedeschi: “Presentare il musical è un’impresa non facile. Leo Amici, scomparso nel 1986 e fondatore del Piccolo paese del Lago, dove si divulgano e vivono valori di pace, amore e fratellanza, ne parlò per primo e lo fece in un suo scritto, le cui parole risuoneranno anche in scena, come voce fuori campo: ‘Ecco, qui, in una capanna fatta di ginestra, ci fu l’incontro più smisurato e travolgente che l’Eternità vissuta ricordi’. Parole misteriose che risuonano, inequivocabilmente, nell’eco di un’altra dimensione.
“Le musiche di questo spettacolo – continua Tedeschi – sono coinvolgenti, forti, tenere e violente come la cascata della natura che travolge e trascina con sé ogni residuo, come la Cascata delle Marmore”.
Ad ispirare la trama oltre a Leo Amici, la signora Di Gregorio, donna dolce e forte. E’ la pastorella; “accanto a lei, altri protagonisti sono gli animali che assistono e commentano tra loro gli accadimenti più curiosi, cantando e danzando spesso anche in modo buffo; la natura, sempre presente nei suoni, nei rumori, quasi nei… profumi e nel sole nascente al quale si rivolge il primo canto della pastorella: “Dimmi tu sole, dimmi cos’è… cosa c’è dietro di te… perché tanto male intorno a me?”. La storia è ambientata 12.000 anni fa.
Questo spettacolo contrassegnerà l’estate del teatro “Leo Amici di Montecolombo”. E’ in cartellone ogni sabato, dal 12 giugno, con inizio alle 21.30.




Rimini nell’Unità d’Italia, un paesone

L’INCHIESTA

di Francesco Toti

– Non si inventa nulla. Al massimo si può andare per il mondo con quello che si è e si ha. L’economia della provincia di Rimini 150 anni fa, quando nel 1860 si proclamò l’Unità d’Italia, era come quella odierna. Ma in fasce. Se oggi, il sistema produttivo si regge su quattro pilastri: turismo, tessile, meccanica e nautica. Allora, seppur in embrione, c’erano tutti questi come pianticelle sotto un’agricoltura come albero secolare, che sfamava l’intera popolazione che in larga parte viveva in campagna nella casa colonica a cultura patriarcale; attorno al vecchio giravano una trentina di persone: i figli sposati e le relative famiglie. Ma andiamoli a vedere questi semi oggi diventati alberi generosi.
Turismo
Il primo stabilimento di mare risale al 1843, ma subito se ne intuiscono le potenzialità. In una relazione Giuseppe Cambi, prefetto di Forlì, scrive raccontando “le cose notevoli”: “pel suo progressivo ampliamento e per l’affluenza grandissima di bagnanti, che tanto contribuisce ad aumentare la ricchezza del paese.
Quiete sonnacchiosa
Complessivamente la situazione economica della provincia durante i primi anni dopo l’Unità d’Italia venne definita dallo storico Giorgio Porsini di “quiete sonnacchiosa”. Anzi dopo il 1860, ci fu una contrazione del settore tessile, probabilmente a causa dei nuovi concorrenti dovuti all’unificazione del Paese (sotto lo Stato pontificio c’erano le tariffe doganali che proteggevano i prodotti dalla concorrenza estera, che poi sarebbero le altre regioni). I 21 impianti che lavoravano la seta, nel 1865 erano diventati tre.
Agricoltura
L’agricoltura oltre ad occupare il 64,9 per cento della popolazione nel 1871, rappresentava un microcosmo autosufficiente, che conteneva molte professionalità che soltanto nel ‘900 sarebbero poi sbocciate: piccoli lavori di falegnameria, di meccanica. E in ogni, casa colonica c’era un telaio tessile.
Industria
L’industria e l’artigianato assorbiva il 15,4% della forza lavoro (il 3,7 nell’alimentare e il 9,2 nel tessile-abbigliamento).
Alla fase di moria delle imprese del dopo Unità, inizia un lento incremento, tanto che una relazione camerale del 1872 fa questa fotografia: “Le industrie già impiantate prosperano sempre più, sia spiegando più grande attività, nei propri esercizi, sia migliorandoli con adottate macchine e trovati che la scienza e il progresso continuamente ne additano”.
Riccione
A questi primi anni ’70 dell’800, c’è anche la notizia che a Riccione (allora frazione di Rimini) è iniziata una timida attività balneare, tuttavia non ci sono numeri.
Piccola curiosità. Le persone senza occupazione sono 1.294, il 2,8 per cento degli attivi.
Casa rurale
L’embrione dell’economia odierna come si diceva è la casa rurale. Nel 1871 le case sparse erano 5.314. E il Riminese allora come oggi era il territorio più sovrappopolato dell’Emilia Romagna. Gli abitanti per km/q erano 154 (contro i 550 odierni); la media regionale era di 105, quella di Forlì di 121. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Rimini è poco più di un paesone; il centro non raccoglie che il 50 per cento della sua popolazione (compresa di Riccione e Bellaria): più o meno 15.000 abitanti.
L’agricoltura è povera e arretrata. I mezzadri sanno poco dell’alternanza delle colture per non impoverire il fondo e ancora meno di concimazione.
“Però la casa colonica – scrive la studiosa Carla Catolfi – non è sola dimora famigliare ma nella cantina, nell’aia, nella stanza del telaio, nelle bigattiere (produzione della seta), nei ricoveri degli animali, nei depositi dei prodotti di terra, ed egli attrezzi, diviene luogo di elaborazione di manufatti artigianali, centro operativo di tutte le operazioni colturali svolte nel podere”.
Ed è da queste conoscenze “artigianali” che nella seconda metà del ‘900 si costruiranno le fortune economiche di queste terre, fino ad allora povere come quelle calabresi.

CURIOSITA’

Migliaia di riminesi in camicia rossa

– Migliaia i riminesi in camicia rossa, che seguirono il mito di Garibaldi durante il Risorgimento tra il 1848 ed il 1870.
Il garibaldino riminese più famoso (sebbene nato ad Anzio) fu Amilcare Cipriani (1843-1918).
A guardare la fotografia dei riminesi (inteso come Rimini e provincia) in camicia rossa si ha che nel 1859 furono un migliaio a seguire Garibaldi.
Invece, fra i Mille del 1860, oltre a Cipriani risulta solo Giuseppe Aranesi, residente a Rimini ma bergamasco. Per la terza guerra di Indipendenza del 1866 calzarono la camicia rossa in 280. Diciotto invece coloro che andarono in Francia nel ’70 a difendere la Repubblica della Comune nata dopo il crollo del secondo impero.
Sette di loro morirono a Digione: Nino Carradori, Germano Ceccarelli, Sante Medici, Fidenzio Parigi, Leonida Rastrelli, Bruto Serpieri, Marco Zavoli.

Provincia 1865, attività “industriali”

– In culla le attività non agricole nella provincia di Rimini nel 1865.
Rimini
3 filande per la seta
1 gazometro per l’illuminazione
1 fabbrica di fiammiferi (350 operai)
1 fabbrica di cristalli e vetri (200 addetti)
1 raffineria di zolfo (32)
2 cantieri navali
19 mulini ad acque ed altri 84 nel resto della provincia per 191 macine
Montescudo
1 tintoria di tessuti (5 operai).
Morciano
1 concia di pelli (5)
1 fabbrica di utensili di rame).
Scorticata
1 fabbrica di polveri di mina
Santarcangelo
1 concia di cuoi (9)
1 fabbrica di maioliche e stoviglie (7)
1 pila a riso (4)
Verucchio
1 filanda si seta (24 operai)

CURIOSITA’ – 150 ANNI FA

Quattro mandamenti: Rimini, Santarcangelo, Coriano e Saludecio

– La provincia di Rimini 150 anni fa era suddivisa in quattro mandamenti. Ogni mandamento aveva una città di riferimento. Il mandamento di Rimini non coinvolgeva che Verucchio. Rimini contava 32.272 abitanti, Verucchio 3.128.

Coriano invece era il capofila di ben cinque paesi: Misano (2.543 abitanti), Montecolombo (1.931), Montescudo (2.722), Morciano (1.503) e San Clemente (2.603). Coriano totalizzava 4.794 abitanti.

Saludecio (3.890) era a capo di cinque territori: Mondaino (1.546), Montefiorito (2.571), Montegridolfo (933), San Giovanni (4.795) e Gemmano (2.147).

Con Santarcangelo (7.765 abitanti), Poggio Berni (1.339) e Scorticata (743).

CIPRIANI, IL GARIBALDINO RIMINESE PIÙ FAMOSO

Per Montanelli era un uomo d’azione senza idee.
Diventa anche parlamentare socialista

IL RITRATTO

– Amilcare Cipriani è il garibaldino riminese più famoso. Nasce il 18 ottobre 1843 ad Anzio, da Felice Cipriani e Angela Petriconi. Il padre proveniente da una famiglia originaria di Rimini è costretto a causa delle sue simpatie antipapali a rimpatriare quando lui era ancora in fasce.
Guido Nozzoli, giornalista, una delle menti più belle partorite da Rimini non solo nel secolo scorso, in un articolo del 1954, scrive che Cipriani fu battezzato dal padre «con una manciata di polvere da sparo». Partì volontario con Giuseppe Garibaldi nel 1859 nascondendo la vera età, e combattè «come un demone» a San Martino (27.000 fra morti e feriti). Seguì poi Garibaldi in Sicilia. Con l’esercito regio partecipò successivamente alle operazioni contro i briganti abruzzesi.
Nuovamente fra le file garibaldine nel 1862, riuscì a non farsi catturare dopo l’episodio d’Aspromonte, ed a fuggire in Grecia, sopravvivendo (soltanto lui ed il capitano della nave) ad un naufragio. «Sui Campi di Grecia la sua temerarietà non conosce limiti». Non potendo tornare in Italia per non finire in carcere, punta all’Egitto dove s’impiega al Banco Dervieux e lavora all’esplorazione delle fonti del Nilo.
In vista della terza guerra d’Indipendenza, 1866, costituisce la «legione egiziana» senza assumerne il comando, e parte per Brescia dove si arruola ancora con Garibaldi nel Corpo Volontari Italiani. Soldato semplice del 1° Reggimento combattè con valore nella battaglia di Monte Suello e in quella di Condino. Chiusa questa fase, corre a Cipro a dar manforte contro i turchi. Nuovamente in Egitto, è coinvolto in una rissa: si difende uccidendo tre persone, un connazionale e due poliziotti. È il 12 settembre 1867.
Da clandestino parte alla volta di Londra dove vive facendo il fotografo. Ritrae la regina Vittoria (da lui rimproverata perché non stava ferma durante la posa), e Giuseppe Mazzini nella celebre immagine meditativa. «Proprio per aderire ad un disegno di Mazzini nel 1870 Amilcare lascia Londra», incaricato di «accendere dei focolai di guerriglia in Lucchesia».
Torna a Londra dove gli perviene un messaggio dell’amico prof. Gustave Flourens conosciuto a Cipro: deve raggiungerlo a Parigi. La Francia il 2 settembre 1870 è battuta a Sedan dalla Prussia. Il giorno dopo il regime imperiale di Parigi è rovesciato. Nasce la terza Repubblica. Il 18 marzo con un’insurrezione popolare si forma la Comune di Parigi, soffocata nel sangue il 21 maggio. Anche qui Cipriani è sempre in prima fila. Catturato, condannato a morte, commutata la pena per grazia governativa non richiesta, Cipriani è infine deportato in Nuova Caledonia.
Nel 1881 ritorna in Italia. Arriva in treno a Rimini dove spera di incontrare il padre Felice, gravemente ammalato. Sua madre è morta di crepacuore nei giorni della Comune. Cipriani «non fa nemmeno a tempo a scendere dal predellino della vettura ferroviaria che lo arrestano», e lo conducono alla Rocca malatestiana.
Di Cipriani scrive anche Indro Montanelli. Il ritratto: «Il suo passato, la sua barba da profeta, il suo cappello a larghe falde, la sua scombiccherata ma gladiatoria eloquenza, facevano di lui un mattatore irresistibile. Predicava che non c’era bisogno d’idee, perché in realtà lui non ne aveva nessuna».
Giuseppe Prezzolini intervista Amilcare Cipriani a Parigi per “l’Avanti!’. Il 3 gennaio 1914: “È proprio lui, tutto nero vestito. Il viso è quello della sua età, segnato dalla pace dei vecchi, il pelo s’accresce sulla faccia e sulle falangi delle dita e sul dorso della mano, tradisce la forza di quel corpo; il pelo non s’è fatto ancor bianco, non è tutto bianco, nella testa covano ancora molte strisce nere. Come è magro, Dio mio quel corpo! Come regge il peso di sessantotto anni, di cui venti di guerre, quattordici di bagno e lavori forzati, cinquantatré di vagabondaggio, di povertà, di indipendenza”.
Benito Mussolini (ancora socialista) nel comizio del 20 gennaio 1913 per la chiusura della campagna elettorale per l’elezione a deputato di Amilcare Cipriani: “Prima del ’70 egli offre braccio e anima alla causa della Patria, dopo il ’70 a quello dell’Umanità. Ci dicono che il nostro grande compagno è vecchio; ma c’è senilità e senilità. C’è quella dell’impotenza, della stanchezza, del rammollimento fisico e intellettuale. Per questa noi chiediamo il riposo e il silenzio. Ma per Cipriani la cosa è diversa.
Se dopo tanti eroismi, tanti sacrifici, tante lotte, egli è ancora vivo di corpo, d cervello e di fede, ciò vuol dire che la sua vecchiaia è migliore della nostra giovinezza”. Il 25 gennaio 1913 Cipriani fu eletto deputato.
Quando si tenevano elezioni politiche, l’estrema Sinistra locale sceglieva sempre Amilcare Cipriani. Per quattro volte nel biennio 1886-1887, esse furono puntualmente annullate dal governo. Cipriani scompare nel 1918 a Parigi, nella «sua» Montmartre.




Parole da e ‘Fnil’

…Bel romanticismo – B. è un signore che veleggia attorno ai 60 anni. Li porta benissimo come si conviene ad un ex mediano; una folta chioma argentata gli dà quel fascino in più. Da 39 anni è sposato con M. L’attraente signora ha un fare discreto non meno che elegante. Tra le tante passioni la lirica; fa delle marmellate di arance dai profumi unici. Sposati da quasi quarant’anni, hanno un figlio dalla penna intrigante che vive Parigi. Lo scorso maggio, la mamma M. va nel Sud della Francia, prima di far ritorno a Misano va a trovare l’erede; B. parte a sorpresa per la capitale francese. Si presenta con un mazzo di fiori. Non è una favola, ma molto di più.

…Casacce, tagliata l’erba – A pensar male, si fa peccato ma qualche volta ci si prende. Parola di Giulio Andreotti, politico di lungo corso. Quelli delle Casacce hanno pensato non male, malissimo. Lo scorso 19 maggio il Comune ha tagliato l’erba nel parco; negli anni addietro lo sfalcio era fatto dagli abitanti del mitico quartiere. La sera stessa si teneva un rovente consiglio comunale con all’ordine del giorno la Strada Statale 16. Un contentino?




Umbi addio, generoso sorriso

– Stamani ti abbiamo detto addio Umbi e fra tanta gente in lacrime, commossa, davvero commossa, sulla tua bara, accanto ai fiori, le uniche cose che nella tua vita sono state la tua vita: la sciarpa e la maglia della Juve, la maglietta del Misano e quella viola del Real Misano, quella dei tuoi ragazzi, quella indossata da tutte le generazioni di misanesi da trent’anni a questa parte…
Ti terranno compagnia, ho pensato… Mi fanno ricordare le sbandierate sulla fascia o le urla di gioia perché la radio ti aveva comunicato il gol della Juve, oppure le pizze dopo le partite o le volte che ci hai arbitrato, e se giocavo ogni tanto un “rigorino” ce lo regalavi…
L’unico che non ha mai chiesto a nessuno di volergli bene… e che ne ha voluto a tutti indiscriminatamente, giovani e vecchi, bianchi o neri, simpatici o antipatici, senza chiedere niente in cambio!!!
Caro Ciccio, so che quella strada che sale per andare in paradiso la stai percorrendo sul tuo scooter, con il sorriso, forse col casco slacciato, ma con gli occhi fieri, perché magari ha vinto la Juve…
Lassú ci sono tutta la cioccolata e le pizze che vorrai… ah! quanto mi piacerebbe una stretta forte, delle tue, vera… Penso che non basti un’autostrada per allineare tutti coloro che ti volevano bene… Sii sereno, come sempre ti voglio bene. Sei e sarai sempre un mito!!!

Ciao Ciccio buon viaggio.

Massi




Cecchini, una delle famiglie che ha fatto la storia di Misano

– E’ una delle famiglia che ha fatto la storia di Misano dal dopoguerra ad oggi. Se prendete l’elenco telefonico è il cognome più numeroso, con ben 35 citazioni (Fabbri 33, Casadei 29, Leardini e Rossi 21, Muccioli 17). Si tratta dei Cecchini.
Sono originari del ghetto di Battistella; la famiglia gestiva la famosa osteria “da Fafin”. Oggi, oltre che sul territorio misanese sono sparsi anche a Riccione, Cattolica e Rimini.
Lo scorso 9 maggio c’è stato al ristorante-pizzeria “Turismo”, gestito da Armando, uno di loro, la rimpatriata. Tutto nasce durante la Segavecchia. Si ritrovano Piero (classe ’23), Armando, Valentino e Giorgio. E’ una chiacchierata familiare e di bella malinconica.
I quattro cugini dicono: “Prima che veniamo ancora a mancare, è meglio ritrovarsi”. Detto, fatto. La giornata è stata indimenticabile. Tanti ricordi e una promessa di ritrovarsi a tavola di tanto in tanto.
I quattro cugini di primo grado sono i nipoti del capostipite Adamo, che a sua volta ebbe 9 figli: Alfredo, Mario, Francesco (Franschin), Attilio (Tilie), Biagio, Gino, Giuseppe (il mitico Fafin), Lucia, Maria (Mariina).
Cecchini stra-protagonisti della vita sociale ed economica del paese. Occupano posizioni di primo piano a livello economico (turismo e artigianato) e hanno dato alla politica consiglieri ed assessori (è mancato il sindaco). C’è qualcuno che con allegria ma neppure troppo afferma che i Cecchini rappresentano l’ago della bilancia della politica misanese.




Grandi serate con Gualtieri, Hack, Curi…

LA CULTURA

– Mariangela Gualtieri sa scrivere poesie da pelle d’oca. Margherita Hack è un fisico che ti fa volare sulle onde della mente. Edoardo Boncinelli è un genetista divertente come lo sanno essere soltanto i toscani. Umberto Curi è un bel filosofo. Per la mente il divertimento è assicurato con questi quattro fuoriclasse della cultura che sotto il cielo stellato di giugno, nel giardino della biblioteca di Misano Adriatico apriranno finestre sul mondo. Le lezioni iniziano alle 21,30.
Alla terza edizione, “La biblioteca illuminata”, questo il titolo, parte il 18 giugno con la poesia. Sarà un omaggio che Mariangela Gualtieri farà alla grande poetessa Alda Merini, recentemente scomparsa. Dice Mariangela: “Leggerò Alda Merini in pubblico, ad alta voce, con la speranza di sapermi muovere nel torrente in piena che è la sua poesia, la sua vita. Mi sto preparando con tremore e con crescente passione. Vorrei dimenticare il dato biografico che tanto la connota e avvicinarla come un mistero, in un faccia a faccia con i suoi versi più intensi. Insieme al regista Cesare Ronconi cerco nello spettro più arcaico della mia voce una risonanza di quella potenza d’amore e di dolore che fa della poesia di Alda un prezioso viatico per questo nostro terrestre andare”.
Secondo appuntamento il 19 giugno. E’ ospite il filosofo Umberto Curi che presenta “I miti d’amore”. Dal racconto platonico del “Simposio” fino alla miriade di versioni della figura di Don Giovanni, l’amore è stato raccontato da una molteplicità di punti di vista diversi. I miti – i racconti, appunto, nei quali questo tema è stato affrontato – sono quasi sempre attraversati da un’inquietudine, espressa in modi differenti. Dal timore, o talora dalla consapevolezza, dell’inanità degli sforzi volti a realizzare la tensione erotica. I miti d’amore spiegano perché l’amore è alla fine impossibile. Quei miti fanno capire ancora oggi quale sia la natura specifica dell’amore. II non poter essere soltanto unione senza essere al tempo stesso separazione, appropriazione senza perdita, appagamento senza insoddisfazione, felicità senza dolore, vita senza morte.
Poi, il 20 giugno, tocca ad una delle più illustri scienziate italiane, Margherita Hack. L’ultimo suo saggio, “Libera scienza in libero stato” illustra cosa significa fare ricerca scientifica in Italia. Perché si parla tanto della cosiddetta “fuga di cervelli” all’estero? E perché in un’epoca in cui i maggiori paesi vedono il rimedio al grande spauracchio della crisi economica nell’innovazione e nel progresso, l’Italia è tra gli ultimi a investire nella ricerca?
Scienziata dotata della lungimiranza di chi, per più della metà della sua vita, ha guardato molto lontano, tra le galassie e i pianeti sconosciuti ai molti, Margherita Hack, affronta lucidamente e con estrema chiarezza espositiva l’Italia in tema d’istruzione, ricerca e progresso scientifico.
Chiude la rassegna, il 25 giugno, il genetista Edoardo Boncinelli che ha recentemente pubblicato: “Mi ritorno in mente”, una riflessione sul corpo, le emozioni, la coscienza. Oggi i temi intorno ai problemi della coscienza sono più attuali che mai, interessano le istituzioni, non solo religiose, e la collettività che si divide su concetti quali la morte cerebrale e gli stati di coscienza. Il terreno sul quale si muove Boncinelli è a volte scivoloso: lui stesso ha dichiarato che questo testo ha richiesto tre anni di lavoro, soprattutto perché esigeva posizioni ben definite che minimizzassero il pericolo di essere attaccati. “È un trattato che fa meno acqua di molte cose che ho scritto e letto“, afferma l’autore, ben lungi dal voler fornire risposte assolute su un tema come quello della coscienza, il problema dei problemi, ma anche una delle questioni più affascinanti. È un libro che pone importanti questioni etiche, e spinge a prendere una posizione”.
La rassegna è promossa dalla Biblioteca Comunale in collaborazione con la Commissione Pari Opportunità.

Per maggiori informazioni: tel. 0541.618424.




Turismo, al tramonto il modello Rimini

L’INTERVISTA

– Funziona ancora il divertimentificio? Il modello turistico che ha reso Rimini la capitale del turismo balneare in Italia ha ancora l’appeal di un tempo? Secondo Amerigo Varotti, presidente della Confcommercio di Pesaro, ma ritrovatosi romagnolo dopo la secessione dei comuni della Valmarecchia (è nato a Novafeltria), non è più così.
“L’offerta turistica riminese non è più proponibile, almeno per i paesi del Nord Europa come Belgio, Olanda Svezia e Norvegia. Gli stessi tedeschi preferiscono la Spagna, la Croazia o il Mar Rosso, un turismo della tranquillità, contrapposto alla confusione della Riviera. Una rivista inglese l’ha definita il puttanaio d’Europa”. Il sistema Rimini però non è solo caos e divertimento “da sballo”, anche Varotti lo riconosce: “Dalla Romagna abbiamo tanto da imparare, in termini di ospitalità, offerta e organizzazione. Il modello marchigiano però è quello della tranquillità, un turismo “slow” contrapposto a un sistema “fast”. Dalla nostra abbiamo la regione con l’aspettativa di vita più alta in Italia, le nostre cinque province sono nei primi posti nelle classifiche per il Benessere interno lordo. Sia ben chiaro, io non critico il modello romagnolo, una macchina efficiente che nel turismo ci crede e investe tante risorse che le consentono di posizionarsi bene sul mercato, basti fare un confronto delle voci di bilancio in questo settore. A Pesaro si arriva alla cifra di 280.000 euro, per Rimini si parla di 1.600.000 euro”.
E allora dove sta l’equilibrio, tra un sistema efficiente, un motore che macina chilometri e crea lavoro, e un apparato più lento, come quello marchigiano, che ancora deve emergere all’interno del circuito turistico internazionale? “L’obiettivo è, appunto, un modello turistico “slow”, un target elevato che impedisca quella che è stata definita, con un neologismo, la riminizzazione del territorio. Che significa cementificazione. Le Marche fino ad ora si sono salvate dallo sfruttamento del territorio che invece ha interessato l’entroterra riminese. Faccio l’esempio dell’alta Valmarecchia, i nuovi sette comuni transitati dalla provincia di Pesaro a quella di Rimini. Continueremo a mantenere la nostra peculiarità anche dopo questo passaggio, attraverso il marchio Montefeltro e tutte le iniziative che coinvolgono il nostro territorio, dai percorsi naturalistici, storico-artistici alle mountain bike. Prova ne sia che abbiamo detto no al club di prodotto, uno strumento troppo farraginoso. Per l’alta Valmarecchia chiederemo invece iniziative promozionali dedicate e specifiche ma, soprattutto, che anche questi nuovi comuni riminesi possano usufruire del contributo provinciale per il turismo. È assurdo che si dica che per l’alta Valmarecchia non ci sono soldi, non si può sfruttare l’entroterra solo come alternativa alla spiaggia per i giorni di pioggia”.
Dunque una differenziazione dell’offerta che però si potrebbe tradurre proprio in un turismo a due velocità, con conseguenze anche sulla promozione e la “vendita” di un pacchetto: “Il territorio va promosso nella sua interezza – conclude Varotti – non ci devono essere diversi tipi di turismi. Questo deve avvenire soprattutto attraverso l’azienda di promozione turistica e un impegno per tutto il territorio. Rimini fino ad ora ha pensato solo a Rimini”.




Giovani talenti, premio ai laureati

– Denominato “Giovani Talenti” e riservato alle tesi dei laureati e dei dottori di ricerca. E’ il Premio istituito dalla Banca di Credito Cooperativo di Gradara per onorare la memoria del professore universitario Guido Paolucci, oncologo pediatra di fama mondiale scomparso prematuramente nell’estate del 2006.
Alla quarta edizione, i lavori avranno il fregio della pubblicazione; ai giovani anche un riconoscimento di 1.000 euro. Ricerca, idee, conoscenza della potenzialità dei luoghi sono i settori di interesse e di studio che la Bcc intende individuare per puntare i riflettori sui giovani che si sono distinti nel loro percorso di formazione universitaria o post universitaria. La direzione scientifica dell’iniziativa è affidata alla prof.ssa Maria Lucia De Nicolò (Università di Bologna).
Possono partecipare i giovani residenti nei luoghi in cui opera la BCC di Gradara (Rimini, Riccione, Misano Adriatico, San Giovanni in Marignano, Cattolica, Morciano di Romagna, Pesaro, Gradara, Gabicce, Tavullia, S. Angelo in Lizzola, Colbordolo), o, che pur essendo residenti altrove, abbiano svolto ricerche e studi riguardanti le località sopra citate. Verranno selezionati due lavori, uno per l’area scientifica, l’altro per l’area umanistica.
Vi possono partecipare coloro i quali abbiano un’età massima di 33 anni (alla scadenza del bando). La domanda di partecipazione dovrà essere consegnata entro il 2 luglio 2010. Il modulo va richiesto all’Ufficio Relazioni Esterne della Banca di Credito Cooperativo. (tel. 0541-823.511), oppure si può scaricare dal sito www.gradara.bcc.it.




Premio Ilaria Alpi, in 330

– Sono 330 i partecipanti, quest’anno, al Premio Ilaria Alpi, giunto alla sua sedicesima edizione. Forse il concorso più prestigioso nel settore del giornalismo televisivo che ogni anno, a Riccione, presenta al pubblico inchieste e reportage di giornalisti di tutta Italia e del mondo. La cifra record raggiunta nell’edizione 2010 (59 video in più del 2009) testimonia l’importanza che ha raggiunto questa manifestazione e l’interesse, oltre alle 50 testate in concorso, di numerosi video inediti di giornalisti freelance, ne fa un punto di riferimento anche per giovani emergenti che tentano di aprirsi una strada nel mondo difficile del giornalismo video. I lavori giunti sono per la maggior parte italiani, ma sono numerose le testate straniere che hanno voluto partecipare al premio come Bbc, Al Jazeera, France2 e France3 solo per citarne alcune.
Anche quest’anno i temi trattati sono tantissimi. Di stretta attualità come i terremoti de L’Aquila e Haiti, gli scontri di Rosarno, la criminalità organizzata, la sanità e l’ambiente. “Vincere il Premio Ilaria Alpi è ormai diventata una delle massime aspirazioni per un giornalista televisivo – spiega Francesco Cavalli, direttore del premio – per la composizione della giuria e soprattutto perché questo non è, come tanti altri, un concorso a menzione. Ma una vera e propria gara”.
Sarà una cinque giorni intensa, dal 15 al 19 giugno, grazie alle numerose proiezioni e i dibattiti sui temi di attualità più sentiti tra il Palazzo del turismo e villa Mussolini. Di grande importanza il tema dell’assassinio di Ilaria e Miran Hrovatin, la giornalista e l’operatore del Tg3 uccisi nel Corno d’Africa mentre indagavano sul traffico di armi e di rifiuti tossici nello scenario della guerra civile somala.
Novità di questa edizione saranno gli “Aperitivù”, nome buffo per una serie di incontri, tre, moderati dal Andrea Vianello, conduttore di Mi manda Rai3, con nomi illustri del giornalismo italiano come Demetrio Volcic, Tiziana Ferrario e Sandro Ruotolo.

Per tutte le informazioni: www.premioilariaalpi.it




Del Bianco: “La provincia villaggio unico”

L’INTERVISTA

di Matteo Marini

Qui abbiamo tutto, il mare, i parchi, il golf, l’entroterra e un aeroporto. Sembra la California! Invece si ha paura di quattro hotel dell’entroterra

“Mi piacciono le sfide, rompere gli equilibri della banalità per fare cose completamente nuove. Altrimenti mi annoio”. La racconta così, come gli piace fare. Sarà per quello che ha deciso di nuovo di cambiare e, come è già accaduto in passato, ha fatto scuola.
Oscar del Bianco ha 65 anni, sembrerebbe un “normale” imprenditore in pensione, seduto sul divanetto del “Blue bar” in viale Ceccarini: bermuda bianchi, polo e giacchetta blu, mentre si gode le prime carezze dell’estate. Invece attorno a lui ruota un mondo che lui stesso, assieme al socio Ilio Pulici, ha creato. Quello del Block60, la griffe e un modo nuovo di declinare il concetto semplice di negozio. Un mondo che ha deciso di rivoluzionare ancora. Lo spartiacque è la nuova galleria del PalaRiccione, che da un deserto in mezzo alla città si è riempito in poco tempo di negozi di tendenza, salvando in qualche modo anche le casse della PalaRiccione spa.
“Il merito è di Matteo Bartolini. È venuto da me e mi ha detto: ‘Vieni tu se no qui non parte nulla’. Io e Ilio Pulici abbiamo fatto le nostre richieste, diciamo che abbiamo dettato un po’ di condizioni e poi dietro sono venuti tutti gli altri. Ho anche partecipato alla selezione delle griffe da far entrare in galleria, visto che a un certo punto le richieste erano più degli spazi disponibili, così mi sono assicurato che ci fossero solo marche di alto livello”.
Il Block60 è ormai un’istituzione a Riccione e in Italia. È anche stato il primo a presentare la nuova “tavoletta” della Apple, l’iPad. Perché cambiare?
“Mi piacciono le sfide. L’attività prima andava benissimo ma la scelta era se continuare sempre con la stessa cosa o tentare qualcosa di nuovo, che rompesse gli schemi e la banalità. Questo è un periodo molto tosto, nel quale non tutti possono permettersi di investire e rischiare un business che funziona per qualcosa che non sai dove ti porterà. In questo momento siamo gli unici a fare cose nuove”.
Rispetto al Block60 quali sono le novità?
“Non abbiamo un progetto sulla carta, abbiamo messo insieme un gruppo di artisti, grafici, architetti e scenografi, tra i quali Vincenzo De Cotis, per un progetto che evolve di giorno in giorno. Vedremo alla fine cosa ne viene fuori…”.
E quindi cosa troveremo nei sei locali che ha preso in affitto nella nuova galleria?
“Ora un negozio di abbigliamento tout court non va più. È palloso. L’ambiente sarà diviso in maniera diversa. Prima avevamo uno spazio per i libri, uno per i dischi e poi a parte i vestiti. Invece ora abbiamo pensato a delle isole tematiche, come per esempio per l’iPhone, per rompere l’equilibrio all’interno dello spazio dedicato all’abbigliamento. Sarà un contenitore il più innovativo possibile. Ma è tutto in divenire, come sarà lo sapremo solo a fine giugno, quando apriremo. Anche Caffè Pascucci sarà rivisto, ridisegnato. Sarà tutto molto diverso da adesso. E per questo devo dire grazie al mio socio Ilio Pulici, che fa tornare i conti. È la parte razionale di tutto questo, che io non sarei in grado di fare”.
Che giudizio dà sull’imprenditoria riccionese, come ci si sta muovendo?
“Come in tutte le cose c’è chi si muove bene e chi no anche perché, come dicevo, c’è chi si può permettere di innovare e rischiare e chi non ne ha la possibilità. Ma sono le istituzioni che devono dare l’input. Il problema è un gap culturale che è diventato tragico perché non c’è una strategia che guardi al futuro. Mi riferisco alle amministrazioni e alle associazioni di categoria, che dovrebbero sedersi attorno a un tavolo e dialogare”.
E la soluzione?
“La soluzione è che si deve cercare di lavorare insieme per vendere tutto il pacchetto come se fosse un villaggio unico. Parlo della provincia di Rimini e non di Misano, Riccione, Cattolica ecc. Qui abbiamo tutto, il mare, i parchi, il golf, l’entroterra e un aeroporto. Sembra la California! Invece si ha paura di quattro hotel dell’entroterra. Ancora non hanno capito che da solo non conti un cazzo. Quando sono stato presidente del comitato di viale Ceccarini mi è capitato proprio questo. Il proposito era quello di allargarci anche agli altri consorzi per fare sistema, ma è stato impossibile perché ci si doveva occupare solo del centro. Così ho mollato il comando”.
Come vede l’iniziativa riccionese per guidare il nuovo PalaRiccione?
“Secondo me non è importante chi si mette al comando di questa macchina. Non importa che sia un riccionese o un riminese, ma che i due palacongressi collaborino e facciano sistema, altrimenti è un casino”.