Solo la bellezza può salvare il mondo

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CULTURA

di Lisa Delbianco

– Cosa intendeva dire Dostoevskij con le parole “La bellezza salverà il mondo”? Forse che il suo semplice e segreto potere di costruire socialità, aggregazione, amicizia e solidarietà ha sconfitto la barbarie della distruzione? Questa forza civilizzatrice, dunque, è in grado di ricondurre ad una tensione morale che sappia opporsi al nichilismo? In verità oggi sarebbe più giusto tentare di salvare la bellezza dal mondo poiché essa è stata avvilita, ridotta a poca cosa di fronte alle questioni economiche e scientifiche, deformata in uno strumento di intrattenimento o palliativo consolatorio.

– Eppure, per quanto derelitta, rimane una potente arma di riscatto contro le maglie dell’utilitarismo, delle lusinghe dell’universo mediatico e misurarsi con essa implica la sfida di raggiungere una sfera superiore di conoscenza e di auto-costruzione. La vera bellezza fa scandalo ma l’esistenza senza di essa è priva di qualcosa di essenziale.
La nuova rassegna filosofica promossa dalla Biblioteca Comunale di Misano Adriatico dal titolo “La bellezza salverà il mondo?”, curata da Gustavo Cecchini, propone una serie di serate finalizzate a ridefinire territori, disegnare mappe, capire il confine che separa il bello dal brutto nell’ambito dell’agire umano.
La prima strada percorribile riflette sul valore ideale della bellezza, poiché tra il bello e il bene esiste un legame misterioso e indistruttibile. La bellezza di cui parla Salvatore Natoli è profonda moralità, consiste nello stile di vita virtuoso che consente all’uomo di autodeterminarsi raggiungendo uno stato di armonia che impone coordinamento al caos. Non è qualcosa di cui siamo immediatamente dotati dalla natura, al contrario questa bellezza è guadagnata con sofferenza attraverso lo scontro con la crudeltà della vita. Tale perfezione della forma coincide con “il grande stile”, che è valore, virtù, è la misura che guida la vita dell’uomo retto e diviene paradigma per gli altri. Si tratta, in ultima analisi, di coltivare una grande individualità poiché solo l’individualità riuscita è capace di stile ed è dunque nella condizione di accedere a un’etica superiore.
Nel secondo appuntamento Stefano Zecchi rifletterà sulle promesse della bellezza. All’origine della storia occidentale c’è un mito che narra di un concorso di bellezza, bandito sull’Olimpo, degenerato nella prima grande guerra tra gli uomini, la guerra di Troia. La bellezza come forza seduttrice, come energia creativa che suscita desideri, sollecita azioni e che non può essere ridotta a perfezione ed equilibrio poiché la sua presenza è perturbante. Il mito la identifica come il dono più grande al quale nessun’altra qualità può stare alla pari, non per capricciosa vanità ma perché nella bellezza è racchiuso il segreto potere che governa il mondo, la forza che dischiude le porte dell’amore. Scriveva Stendhal che la bellezza non è che la promessa di un momento felice se in quell’occasione c’è amore.
Quale legame tra bellezza e scienza in un momento in cui nessuno si sente socialmente responsabile della bellezza del mondo mentre ci si sente scientificamente responsabili dell’accadere del mondo? Enzo Tiezzi, terzo appuntamento, critica l’assunto antiestetico della scienza attuale per cui tutti i fenomeni devono essere studiati solo in termini quantitativi. La conoscenza scientifica non può essere “fredda” perché il ruolo della bellezza, cioè delle forme, dei colori, dei suoni, è stato fondamentale nell’evoluzione biologica, e lo è ancora oggi per avere una percezione scientifica della complessità in un momento in cui la natura è minacciata dagli approcci rozzi di una scienza che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente. Scopo della scienza non è dominare la natura ma ritrovare il cordone ombelicale con la Terra di cui siamo parte: la conoscenza scientifica deve combinare ragione e passione, intuito ed emozione, logica e sentire “globale”.
Nel quarto incontro il teologo Vito Mancuso rifletterà sull’esperienza della rivelazione divina. La bellezza deve essere la qualità, non prepotente, di una verità degna dell’uomo che si consegna al compito di un libero riconoscimento. Il modo di agire della verità sperimentata nella rivelazione di Dio ha per condizione di voler essere voluta, non di dover essere patita, si fa viva attraverso l’evidenza della sua bellezza come grazia offerta. E’ questa una concezione della bellezza strettamente collegata alla trasparenza del bene, all’attrattiva di un gesto di dedizione, al fascino discreto di un’intenzione buona. La Croce indica infatti la bellezza ultima della rivelazione teologale e non è gratificazione sensoriale ma incanto che intenerisce e persuade interiormente. La bellezza è il modo autorevole ma non dispotico, attraente ma non seduttivo, con cui la verità chiede di essere riconosciuta e scelta.
Il quinto incontro con Roberto Escobar, filosofo della politica e critico cinematografico, ha un titolo dal sapore ossimorico: il bello della politica. Cosa ci piace di quel contorto ingranaggio spesso fatto di compromessi e menzogne? Siamo lontani dal veder trionfare la politica come la più alta delle attività umane, come un valore assoluto portato avanti da uomini scelti che, mediante il sacrificio e l’abnegazione, sappiano orientare al meglio la propria esistenza e quella degli altri. Lontana è anche la realizzazione di una grande politica che sia civilmente e culturalmente responsabile della bellezza del mondo. L’esercizio politico deve essere riportato nei giusti termini, ristabilire il suo principio di essere un mezzo, non un fine, e garantire a ciascuno di vivere la propria vita coltivando il “bello” e l’assoluto che preferisce.
Nella sesta serata Marcello Veneziani parlerà del valore ambivalente insito nella bellezza. Nelle meditazioni sui cardini del sistema filosofico di Plotino Veneziani ha riflettuto sulla bellezza come generatrice di conoscenza: l’anima, ingentilita dall’educazione al Bello, diviene pura realtà intellettuale libera da ogni scoria di materia. Da qui la tensione che la riconduce alla sfera di ciò che è divino, all’identificazione di bene e bellezza che è, nel suo senso più profondo, manifestazione del sacro. Anche gli antichi sapevano però che la sua forza poteva essere non solo edificante ma anche distruttiva. Da Plotino a noi la bellezza è stata sloggiata dalle sfere celesti e denudata così da essere percepita solo per il suo carnalissimo valore seduttivo: si è trasformata in una malattia, un’ansia di perfezione fisica alimentata dagli stereotipi sociali. L’esperienza quotidiana, non più capace di cogliere la bellezza ma immersa nell’esteticità delle rappresentazioni, è dominata dal kitsch, dalla massificazione dell’immaginario che inducono al consumo, alla leggerezza, alla dialogicità superficiale e inconsistente.
Nel settimo incontro Remo Bodei tratterà dell’emozione provata dall’uomo di fronte alla bellezza degli spettacoli naturali, ovvero la sensazione del sublime, quel superiore sentimento estetico fiorito nel Settecento quando ciò che in natura è terribile non viene più fuggito come una minaccia ma anzi ricercato. Da questa sfida lanciata all’illimitato viene forgiata una nuova individualità perché il piacere misto a terrore da un alto rafforza l’idea della superiorità dell’uomo e dall’altro contribuisce a fargli scoprire la voluttà di perdersi nel tutto. Quando l’umanità occidentale ha creduto di poter sconfiggere la natura soggiogandone le energie, la bilancia delle forze si è capovolta e il sublime si è spostato dalla natura alla storia e dalla storia alla politica. Vale la pena di chiedersi quale rapporto abbiamo oggi con una natura offesa e ferita ma solo in piccola parte addomesticata.
La serata conclusiva con Paolo Portoghesi ha per titolo Chi salverà la bellezza? Interessante che la domanda sia posta da uno dei più importanti architetti contemporanei dal momento che, come diceva l’Alberti “l’architettura è nata per renderci felici”, realizzando un ancestrale bisogno di abitazione e un desiderio di bellezza in cui si racchiude il sentimento della famiglia e della comunità. Quanto più una città realizza l’equilibrio tra le sue parti, in corrispondenza all’equilibrio dell’anima dell’uomo, tanto più è bella. L’uso urbano degli spazi testimonia questo? Se pensiamo alle città, abbandonate allo sviluppo illimitato, afflitte dal sovraffollamento e dall’obsolescenza delle strutture, è evidente la necessità di tornare a un rapporto partecipato con la terra. Serve una geo-architettura fondata sul principio che siamo abitanti della terra e di essa responsabili; serve una geo-urbanistica che produca mappe sensibili ai bisogni della vita; serve inoltre un’educazione estetica che insegni a percepire le forme, i colori, i suoni mediante l’equilibrio tra artificiale e naturale e che, senza tradire il bisogno di libertà e autonomia, riporti l’individuo ad abitare i luoghi e le città poeticamente.

Gli incontri si terranno presso il Cinema-teatro Astra di Misano Adriatico, viale Gabriele D’Annunzio, inizio alle ore 21.
Info: tel. 0541.618424

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