Quando lo stile, se c’è, finisce con la stoffa

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LA RIFLESSIONE

La crisi è una brutta bestia, presente e vera come non mai. Ma questo non basta a capire il comportamento di grandi imprenditori, immersi in un alone di glamour, famosi per il loro stile che però, se e quando c’è, finisce un centimetro prima della fine della stoffa

– La crisi è psicologica ci dicono. Intanto intorno aumentano i disoccupati e per i prossimi mesi non c’è nulla di buono all’orizzonte. Operai ed impiegati, piccoli artigiani e piccolissimi commercianti saranno le vittime sacrificali di una situazione davvero impensabile solo pochi mesi fa, e di imprenditori scorretti e senza scrupoli.
I deboli pagano sempre soprattutto quando sono divisi e si credono onnipotenti, ed operai ed impiegati, illusi dai diritti conquistati nel passato, si sono creduti onnipotenti e per questo hanno scelto di essere divisi. Una illusione dovuta soprattutto da una condizione drogata dall’euforia dei mutui facili per il plasma o per il telefonino di ultima generazione.
Ma loro soprattutto, operai e impiegati, sono “esuberi” e gli esuberi sono i primi ad essere eliminati. Se molti industriali compiranno l’operazione con un nodo alla gola, e grazie a Dio non sono casi sporadici, ce ne saranno altri che invece lo faranno con il cinismo di chi sa sfruttare le occasioni. Ripuliranno dalle “erbacce” i propri orticelli senza che nessuno avrà il coraggio di lamentarsi. La meccanica e il patinato mondo della moda saranno gli orti più sporchi: saranno in tanti a dovere restare a casa. Proprio nella nostra zona ci sono aziende di fama mondiale che hanno già cominciato.
A casa sono già andati e andranno indiscriminatamente persone che lavoravano in quelle aziende da tutta la vita. Qualifiche importanti, gente considerata fino a qualche mese fa indispensabile. Sono state licenziate o messe in cassa integrazione persone a cui mancava un solo mese di lavoro prima della pensione.
E tra le prime vittime i lavoratori stagionali che avevano ed hanno nella loro condizione una spada di Damocle puntualmente precipitata sulle loro teste. Poco è importato che questa gente abbia in qualche modo servito le aziende con (per forza o per amore ) più abnegazione, rinunciando spesso a un po’ dei propri diritti. Poco è importato che spesso direttori ipocriti e un po’ vigliacchi abbiano promesso o fatto intendere assunzioni a tempo indeterminato “dimenticandosi” poi di mantenere le promesse.
Ora queste persone, validi lavoratori in quanto più e più volte richiamati dalle aziende, sono diventate o diventeranno le vittime più facili da mietere, e spesso, la loro età sarà la causa di una futura perenne disoccupazione.
Hanno amato il loro lavoro fino ad accettare condizioni particolari e adesso ne subiscono le conseguenze. Già, il lavoro. Per chi non ha mai fatto una sola ora di cassa integrazione, per chi ha sentito l’azienda come una parte della propria vita, alzarsi la mattina e non dovere andare ad occupare il proprio posto di lavoro è motivo di umiliazione, quasi di vergogna.
Ma i sentimenti non contano e forse non conteranno mai. Ci sono aziende che licenziano e contemporaneamente decentrano il proprio lavoro in Meridione o all’estero. Chissà perché lo faranno? Il dubbio è che alle misere paghe locali si sostituiscano paghe ancora più misere e la rinuncia ai propri diritti, cioè a quegli elementi che fanno la differenza fra il lavoro e lo sfruttamento.
Ma certamente i sindacati, i sindacalisti, saranno informati. Già i sindacati. Servono ormai solo nel pubblico impiego o a piazzare i figli al Caaf. Oppure a diventare, se si è molto bravi, direttori del personale. La gente che si rappresentava rispetto all’azienda diventa la controparte, compiendo un salto della quaglia che fa a cazzotti con l’etica ma va a braccetto con l’opportunismo. C’è da dire che anche operai ed impiegati non sono esenti da colpe. Rinunciare a farsi rappresentare ha un costo il cui conto viene prima o poi presentato. E’ per questo motivo che ora che si vede licenziare gente che conosce il proprio lavoro come le proprie tasche diventa logico chiedersi che cosa sia la meritocrazia che riempie la bocca di tanti in questo momento, invocata a più riprese in ogni settore produttivo del paese.
Nel suo nome si chiede di potere premiare i lavoratori meritevoli e penalizzare i fannulloni. Ma quello che sta accadendo con la scusa della crisi è la dimostrazione che non è lavorando onestamente che si viene premiati, forse i parametri per il merito sono diversi e non dichiarabili. La crisi è una brutta bestia, presente e vera come non mai. Ma questo non basta a capire il comportamento di grandi imprenditori, immersi in un alone di glamour, famosi per il loro stile che però, se e quando c’è, finisce un centimetro prima della fine della stoffa.

C. C.

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