Chiesa e politica: dall’Osservatore romano, marchio doc per la destra?

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«La Chiesa in nessuna maniera si dovrebbe confondere con la comunità politica e non legata ad alcun sistema politico»
(Gaudium et spes, 76).? L’affermazione conciliare pone fine a qualsiasi collateralismo fra comunità cristiana e partiti politici

Più che indicare quale appartenenza, è bene richiamare, come faceva Giovanni XXIII, il valore del discernimento e della prudenza per raggiungere scopi economici, sociali, culturali, politici, onesti e utili al vero bene della comunità

LA RIFLESSIONE

di Rocco D’Ambrosio*

– Nel dibattito ricco e appassionato su comunità cattolica e politica in Italia, è giunto, da ultimo, l’intervento dell’Osservatore Romano del 31 marzo 2009. Secondo l’autorevole quotidiano il? Pdl appare come una “formazione forte”, nata “con l’ambizione di unire differenti culture politiche”, che “alla prova dei fatti, è maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria”. Queste parole, vista l’autorevole fonte, obbligano ad una riflessione, anche perché sono in linea con interventi precedenti di diversi pastori e laici cattolici.
Il magistero non è povero di riferimenti in questa delicata materia. Vale la pena analizzare alcuni testi, a mio avviso tra i più significativi, per trarre alcuni insegnamenti.
1. «La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico» (Gaudium et spes, 76).? L’affermazione conciliare pone fine a qualsiasi collateralismo fra comunità cristiana e partiti politici – vedi il caso Dc – proprio perché presenta con chiarezza l’autonomia della sfera temporale da quella religiosa, restituendo alla comunità cristiana il suo proprio ruolo di profezia e coscienza critica (vero nucleo della scelta religiosa), il suo evangelico servizio nei confronti dei detentori del potere e dell’intera comunità civile. Quindi nessun singolo pastore, nessun giornale cattolico, come nessun fedele laico, può impegnare l’intera comunità cattolica in un appoggio politico così evidente. Perché tutto ciò sfugge a diversi pastori e laici cattolici e allo stesso Osservatore Romano?
2. È molto interessante anche un testo pubblicato, nel 2002, a firma dell’allora cardinal Ratzinger. In esso si ricordava, a chi si impegna in politica, le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili nell’azione politica: no ad aborto ed eutanasia, tutela dei diritti dell’embrione umano, tutela e promozione della famiglia, libertà di educazione, tutela sociale dei minori, liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù, diritto alla libertà religiosa, sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona, bene comune, giustizia sociale, solidarietà umana e sussidiarietà, promozione della pace. Ancora: questi principi morali non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, consegue che l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Alcuni pastori e fedeli laici sono molto prodighi (come l’Osservatore Romano) nel riconoscere la fedeltà del Pdl ad alcuni di questi principi (no ad aborto ed eutanasia, tutela dei diritti dell’embrione umano), ma dimenticano che per gli altri principi i componenti del Pdl sono tutt’altro che cattolici. Del resto, il discorso varrebbe anche se caso mai l’encomio fosse andato ai cattolici di centrosinistra, i quali spesso vivono l’esatto opposto: fedeltà ad alcuni principi, i secondi, e distanza dai primi. Quindi l’appoggio ad una parte, a scapito dell’altra, non solo non è ecclesiologicamente giustificato, ma non lo è neanche moralmente. Paolo VI ricordava: «Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi» (Octogesima adveniens, 52). Perché tutto ciò sfugge a diversi pastori e laici cattolici, e allo stesso Osservatore Romano?
3. Il magistero sociale della Chiesa, inoltre, è sufficientemente chiaro sul fatto che la stima, l’appoggio e il voto, a chi si impegna in politica, non possono essere basati su preferenze emotive, convenienze economiche, strategie politiche per l’approvazione di alcune leggi, ma solo sul riscontro della maturità umana, etica e tecnico-professionale di politici. I cristiani, infatti, «mentre svolgono le attività terrestri conservino una giusta gerarchia di valori, rimanendo fedeli a Cristo e al suo Vangelo, cosicché tutta la loro vita, individuale e sociale, sia compenetrata dello spirito delle beatitudini, specialmente dello spirito di povertà. Chi segue fedelmente Cristo cerca anzitutto il regno di Dio e vi trova un più valido e puro amore per aiutare i suoi fratelli e per realizzare, con l’ispirazione della carità, le opere della giustizia» (Gaudium et spes, 72). In quest’ottica il ruolo dei pastori, e di tutti gli organi di stampa ad essi legati, è quello di educare, confortare, sostenere tutti, nessuno escluso, i politici cattolici e aiutarli a compiere scelte coerenti con la fede. Non rientra nel ruolo di pastori il costituirsi in gruppo di pressione, né promuovere o favorire un partito di ispirazione cristiana o alcuni singoli politici a scapito di altri… Oggigiorno, il problema, per i cattolici in politica, non è tanto quello dell’appartenenza quanto quello della coerenza?.. Allora più che indicare quale appartenenza, è bene richiamare, come faceva Giovanni XXIII, il valore del discernimento e della prudenza perché i fedeli laici in politica possano «stabilire i modi e i gradi dell’eventuale consonanza di attività al raggiungimento di scopi economici, sociali, culturali, politici, onesti e utili al vero bene della comunità» (Pacem in terris, 57). Perché tutto ciò sfugge a diversi pastori e laici cattolici, allo stesso Osservatore Romano?……
Forse questa “profezia frenata dalla diplomazia” (B. Sorge) serve a salvaguardare i vari sussidi economici alla comunità cattolica. Forse si crede di recuperare così il primato culturale che la Chiesa cattolica in Italia ha perso da anni. Forse si pensa che la riduzione della fede a posizione ideologica, capace di ispirare leggi, sia il miglior modo per evangelizzare. Forse si pensa di rafforzare così il prestigio della comunità ecclesiale.
Ma forse la strada autentica è altra: riscoprire la lezione del piccolo resto d’Israele, di un popolo che non cerca grandezza e potere, ma vive e cresce solo in Dio. Di un Dio, come scrive Italo Mancini, più presente nell’invocazione che nella dimostrazione. Ciò non significa confinarsi tra mura sicure – tentazione molto frequente – ma recuperare la memoria della storia biblica, cioè di un popolo, presente nella storia quotidiana, che confida solo in Dio e non nei mezzi umani. E con dolcezza e rispetto (1 Pt 3, 16) annuncia il Vangelo a tutti e in tutti gli ambienti, fedelmente e liberamente.
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*Docente di Filosofia politica presso la Facoltà teologica pugliese di Bari e la Pontificia università gregoriana di Roma

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