De Nicolò: ‘Il turismo si fa guardando nel proprio orto’

LA CULTURA

– “Primo, guardare nel proprio orto perché è ricco. Domenico Cervesi è tra i primi a scrivere dei bagni di mare come elemento di cura. Grazie alla sua posizione, a Cattolica c’è un microclima più gradevole che a Riccione e Rimini. Cervesi lo scrive e noi testoni non lo sfruttiamo appieno da un punto di vista turistico”.
Chi scrive era andato a casa di Maria Lucia De Nicolò, da 30 anni attenta studiosa di cose locali, nonché professoressa di Storia contemporanea all’Università di Bologna e direttore del Museo della marineria a Pesaro, il Washington Patrignani, per ascoltare un lavoro di due anni affrontato da un gruppo di giovani studiosi coordinati dalla stessa De Nicolò, che metteva sotto la lente di ingrandimento della storia Cattolica, San Giovanni, con puntate a Misano Adriatico e Gabicce Mare.
Invece, dal cilindro delle chiacchiere è venuto fuori lo spunto di cui sopra che potrebbe esser fatto proprio dal Comune di Cattolica e dalle associazioni di categoria per programmare il futuro turistico della città e della provincia di Rimini, partendo dalla forza della propria identità. Dal cosiddetto genius loci.
Biblioteca di oltre 16.000 volumi, quasi 200 pubblicazioni, la De Nicolò, allieva di Alberto Tenenti, a sua volta tra gli allievi prediletti di quel mostro di Fernand Braudel (il fondatore delle Annali), forse ha la maggiore raccolta di libri d’Italia sui bagni di mare.
Grazie ai finanziamenti dell’Unione europea, la sua squadra era formata da un bel gruppo di giovani studiosi: Cristina Ravara Montebelli, Asja Zec, Benedetta Gugliotta, Francesca Fiori, Luigi Alberto Sanchi, Joseph Franzò e Paola Novara. E’ emerso che la Valconca era terra di vigneti, uliveti e grano; quest’ultima però come ancella e non come coltura portante. L’olio era utilizzato più come liquido industriale che cibo.
Il gruppo guidato dalla De Nicolò ha prodotto due volumi, “Archeologia e storia di un territorio di confine” e “Custumium, archeologia adriatica fra Cattolica e San Giovanni in Marignano”, la carta archeologica della zona, due meeting che hanno portato a Cattolica prestigiosi studiosi.
Se dovessero giungere fondi comunitari, dovrebbe partire un nuovo progetto di studio in collaborazione con i croati e i montenegrini. Insomma, si utilizza la lente di ingrandimento della ricerca sul Medio Adriatico.




Mondiali Master di Atletica Leggera, Atletica 75 c’è

I tre atleti hanno gareggiato l’8 agosto sulla distanza della maratona, percorrendo i 42 km e 195 metri in 2h 59m 33s (Ciotti), 3h 18m 55s (Magi) e 3h 32m 02s (Sarti), piazzandosi, nelle proprie categorie per fascia di età, rispettivamente 23° su 106, 17° su 49 e 37° su 84. Gara tanto bella quanto impegnativa, con temperature che a dispetto della latitudine si sono aggirate intorno ai 28/30° e con un tracciato caratterizzato da continui sliscendi.
L’Italia, con i suoi 292 atleti su complessivi 4.947, provenienti da 86 nazioni, è stato il terzo paese dopo, ovviamente, la Finlandia (1.568) e la Germania (453). Nel medagliere, l’Italia, con i 25 ori, 19 argenti e 21 bronzi ha ben figurato piazzandosi al 7° posto, dietro Finlandia, Germania, Usa, Gran Bretagna, Australia e Russia.




Inter Club, 25 anni di passioni

– L’Inter Club di Cattolica taglia il mitico traguardo dei 25 anni. Lustri di appassionate sofferenze e trionfali traguardi negli ultimi cinque anni. Un loro tifoso padre Benito Fusco, frate dei Servi di Maria, affermava che Dio si raggiunge attraverso la bellezza. Di certo Dio no, ma un pezzo di felicità si conquista attraverso i successi della beneamata.
Circa 150 soci (una trentina le donne) che giungono da tutta la Valconca e non solo: Saludecio, Mondaino, Misano, Morciano, Riccione, Montecchio, Tavullia. Il covo è il mitico Bar Billy (prima era il Caffè Time), dove la domenica per la partita si ritrovano mediamente in 100; per la Coppa molti di più. Ognuno ha il proprio posto, riservato come lo poteva essere la panca in chiesa un tempo. Nessuno si azzarda ad occupare la mattonella dell’altro in caso di ritardo.
A fine campionato, per celebrare il quarto scudetto (uno “a tavolino”) consecutivo, il Club ha organizzato una signora mangiata aperta a tutti: spaghetti, affettati e formaggi. Nella speciale estrazione, in palio due maglie ufficiali fatte venir giù da Milano.
La stagione 2008-2009 è scivolata via con una ventina di uscite allo stadio; tour iniziato con la Supercoppa la scorsa estate. Il supertifoso è Bruno Bacchiani; durante l’annata segue l’amatissima allo stadio in tutte le partite e in curva.
Tifare Inter è difficile ci vuole molta fede. Afferma Marco Cimarelli: “Noi non siamo tifosi passivi come i milanisti; siamo sempre critici con la nostra squadra. Insomma, siamo un po’ snob, e non tralasciamo di incazzarci, però”. E il famoso scudetto a tavolino, tolto alla Juve e assegnato all’Inter? Cimarelli. “Vale doppio; è la dimostrazione degli scudetti che negli anni ci sono stati sottratti. C’è quel rigore non concesso a Ronaldo, stagione ’97-’98, che grida ancora parole di vendetta”.
Forse il tifoso dei tifosi è Tonino Donati, il più anziano. Viaggia sull’ottantina; fu uno dei fondatori del club. In ordine cronologico, si sono arrotolati la fascia: Giuseppe Leardini, Alfio Fuzzi e Maurizio Semprini.
Tifo è tifo, ma sono tanti gli affezionati che rivestono ruoli di prestigio: c’è il sindaco di Gabicce Mare Corrado Curti, il comandante del porto, padre Benito (ora a Bologna al convento di Ronzano e prima direttore della San Pellegrino a Misano).
Obiettivi 2009? Semprini: “Vincere tutto, ovvio. Ma in testa ci metterei lo scudetto; il resto è una conseguenza. L’importante però è che Juve, Milan e Roma restino a zero tituli, direbbe qualcuno. Altro sogno che si avvera: il Barcellona insieme a noi. Un sorteggio migliore non ci poteva capitare”.
Se nel cuore di tutti la bandiera dell’Inter è capitan Zanetti che parte in panchina e poi conquista la maglia di titolare, la coppia Semprini-Cimarelli si esprime sulla campagna acquisti. “Ibrahimovic è stato un affare. Il mecenate Moratti lo ha acquistato a 25 milioni e lo ha rivenduto a 50, più Eto’o. Mourinho è da Inter. Fa scrivere, è protagonista in Tv, tiene la platea come pochi”.
Altra soddisfazione per il quarto di secolo: a Cattolica non c’è mai stato uno Juve Club.
L’organigramma della società. Presidente: Maurizio Semprini; vice-presidente: Tonino Donati; consiglieri: Marco Cimarelli (tesoriere), Filippo Capone, Stefano Mazzini, Alberto Tirincanti e Eugenio Imbò.




Bcc Gradara: Festa del socio

Nel lungo pomeriggio si respira l’atmosfera dell’istituto di credito: un modello cooperativo più orientato al sociale, ma tenendo ben saldo il timone dell’economia vera

– L’acqua che nutre la Banca di Credito Cooperativo di Gradara sono i soci (oltre 2.000), i clienti (molte migliaia), i collaboratori, la collettività e la comunità dove opera. Una parte della stessa acqua che nutre l’insieme sociale esce dalla Banca di Credito Cooperativo di Gradara. E’ un flusso continuo di prendere e dare al territorio, come il contadino con la terra e viceversa.
L’atmosfera della Bcc di Gradara la si può cogliere alla Festa del Socio, in programma il 13 settembre, inizio alle 16.30, presso l’Hostaria del Castello, a Gradara.
“E’ un’occasione – dice Fausto Caldari, il presidente della Bcc – per ricordare che le Bcc sono essenzialmente banche delle comunità locali, e quindi anche e soprattutto banche delle famiglie, banche delle piccole e medie imprese. Sono uniche ed originali, e rappresentano uno dei principali valori per lo sviluppo di comunità più o meno piccole”.
Il pomeriggio della festa è una scaletta con i simboli di Gradara e dintorni: apre la Banda di Gradara, segue il saluto del presidente Caldari a nome del consiglio d’amministrazione. Si presenta il bilancio sociale, con i doveri e le responsabilità della banca verso gli attori co-protagonisti della vita socio-economico: fornitori, clienti, comunità. Poi si premiano i soci che da lunga data (40 anni) col proprio apporto sostengono la banca. La rustida di pesce al ritmo di danze e balli chiude la giornata.
E’ un modello cooperativo, la Bcc, più orientato al sociale, ma tenendo ben saldo il timone dell’economia vera, del lavoro e della responsabilità. Modello portato ad esempio anche dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti in molte interviste non proprio tenere con il sistema bancario nazionale.
“Il nostro utile – afferma il presidente Caldari – va al nostro territorio. Abbiamo distribuito, nel 2008, 681.000 euro: benefici e vantaggi ai soci (ticket sanitario, agevolazioni nelle strutture sportive, nel tempo libero, nella cultura, iniziative ricreative), alle imprese, alle famiglie, alla collettività. Lo abbiamo fatto attraverso contributi nel sociale, nella cultura, nel tempo libero, nella sanità, nella scuola, nello sport. Dobbiamo essere orgogliosi dei risultati ottenuti dalla nostra banca: un’attività imprenditoriale a responsabilità sociale che continua a crescere insieme”.

Programma

La Festa del Socio della Bcc di Gradara si tiene all’Hostaria del Castello, a Gradara per i pochi che non lo sapessero. Il pomeriggio del 13 settembre.

16.30 – Apertura con la Banda musicale di Gradara
16.45- Saluto del presidente Fausto Caldari
17 – Presentazione del Bilancio sociale
18.30 – Consegna medaglie di fedeltà ad alcuni soci
19 – Rustida di pesce
21 – Musica e ballo

BCC GRADARA TEMPO LIBERO

– Per gli appassionati del tempo libero insieme alla Banca di Credito cooperativo di Gradara, ci sono ancora dei posti liberi per la Crociera sul Nilo (in programma dal 28 settembre al 5 ottobre) e per le isole Mauritius: il lusso dell’esotico… in un angolo di paradiso (dal 29 novembre al 7 dicembre).

BCC GRADARA – CULTURA

Fotografia di un’ottantenne:
banda di Colombarone-Fiorenzuola

– La Banda di Colombarone-Fiorenzuola di Focara fa alzare in piedi tutti gli abitanti delle due frazioni. Quest’anno compie 80 anni. Per l’occasione viene presentato un bellissimo libro, “Fotografie di un’ottantenne” sponsorizzato dalla Banca di Credito Cooperativo di Gradara. Viene presentato al Centro civico di Colombarone il 26 settembre, alle 17. Le affinità tra l’istituto di credito e l’istituzione musicale sono un’infinità. Due su tutte: data la vicinanza, gli stessi destini di vita e la fondazione: la sagrestia di una chiesa. Don Raffaele Ceccarelli fondò la banca nel 1910; mentre don Giuseppe Guiducci la banda nel ’29 (fu parroco di Fiorenzuola fino al ’52). Il volume, 114 pagine, è stato scritto da due giovani bandiste: Sara Guagneli (tromba) e Ombretta Bonci (clarinetto). Hanno entrambe 25 anni. Poiché le fonti scritte sono pochissime, hanno raccolto una serie di interviste, un po’ come si fa con gli amici: perché ti piace suonare, quando hai iniziato, chi ti ha ascoltato… Fortunatamente le interviste sono iniziate nel 2006, così viene trasmesso alla piccola storia della comunità anche la voce di Ivo Filippucci. Morto nel 2007, entrò nel corpo fin dalla fondazione. La sua lunga militanza lo ha anche fatto entrare nel Guinness dei Primati. Di nobile e lunga militanza una serie di bandisti. Dal ’47: Aurelio Ridolfi, Guido Lorenzi, Bruno Carnevali, Italo Pascucci, Severino Barilari e Valerio Traversini. Una quarantina gli elementi alle origini, sui 35 oggi, la banda tiene una trentina di servizi l’anno, tra i parrocchiali e i civili. Il libro nasce da un’idea di Fiorino Della Martera (il presidente) e Renato Baronciani (direttore fino a 2 anni fa). Libro in regalo ai presenti, il giorno della presentazione intervengono le autorità, con il presidente della Bcc, Fausto Caldari che porta il saluto dell’istituto di credito.

Gabicce, quando era terra di agricoltori, cacciatori e pescatori

Il libro, opera di Maria Lucia de Nicolò, viene presentato il 19 settembre all’Astra di Gabicce. Sarà regalato ai presenti

– Le attività prevalenti dei gabiccesi tra il XV e XVII secolo erano tre: l’agricoltura, la caccia e la pesca. Lo afferma lo storico di Cattolica professore di Storia contemporanea a Bologna Maria Lucia De Nicolò nel libro “Le Gabicce. Insediamenti, agricoltura, caccia, pesca. secoli XV-XVIII”. Il loavoro viene presentato il 19 settembre, alle 16.30 al cinema teatro Astra di Gabicce Mare. Oltre all’autrice, intervengono il sindaco Corrado Curti, il presidente del consiglio di amministrazione e il direttore generale della Banca di Credito Cooperativo di Gradara, Fausto Caldari e Luigi D’Annibale. Il volume si inserisce nel progetto editoriale che da anni vede l’istituto di credito in prima linea nei territori dove opera. Maria Lucia De Nicolò ne tratteggia le ragioni: “I lavori culturali della Bcc puntano alla valorizzazione del territorio. E per valorizzare bisogna conoscere, altrimenti si corre il rischio di scendere nel banale, fino a far diventare tutto massificato in un appiattimento desolante che crea tutto fuorché ricchezza economica ed identità. E oggi, più che mai economia significa identità e cultura”.
Studiosa del filone dei costumi, dei piccoli eventi, delle abitudini, più che dei grandi eventi, dei grandi pesonaggi, da oltre 30 anni studiosa delle carte di storia locale, la De Nicolò, come è suo stile, ha impreziosito il lavoro da 120 immagini, con l’intento di raccontare con più chiarezza ed incisività.
“Il libro – dice Fausto Caldari, presidente della Bcc di gradara – ci permette di scoprire un territorio cancellato dalla memoria in cui si riflettono le attività di una popolazione contadina in un arco cronologico che spazia dal medioevo al settecento.
Le tipiche mansioni, legate al lavoro dei campi, si integrano con altri mestieri che permettono di sfruttare le risorse naturali offerte da un ambiente multiforme, evidenziando fenomeni che caratterizzano l’identità del territorio. Attraverso l’esame dei documenti di età rinascimentale, l’autrice ricostruisce il tessuto urbanistico del castello, definendo la distribuzione insediativa, l’ubicazione delle case pubbliche e private, la conformazione della struttura difensiva che circondava l’abitato, con la porta d’accesso, i torrioni, la torre di avvistamento dei pericoli provenienti dal mare.
Descrive il territorio antico, caratterizzato da una distesa di vigneti nella parte a sud, mentre a strapiombo sul mare, sul lato nord si dava vita ad una microeconomia in cui, ad integrazione dei lavori agricoli e dell’esercizio di una piccola pesca costiera, si inseriva anche la caccia agli uccelli migratori, svolta in gran parte dal ceto signorile”.




SAPORI E COLORI DEL NOSTRO DIALETTO di A.F.

– (2) A so andè a paghè li buletie e a so ‘rmasta in buleta dura. Ho svoide al scarslén (portamonete), un gnèra gnènca un sold da fè sunè un ciegh
– (3) Spirèna c’al vaga tutt ni co léss, che an avina fatt un bus tl’acqua. Si no la saria propria da rugn (forte lamento) o da ‘rugno’, cume al giva al pore ‘Pierino di Calcinèl’ cal zcuriva sempre in italien
– (4) Ai suoi tempi l’era un zerbinott (damerino) ad gran figura, ma u s’era mont la testa e l’ha ciachè giù (sperperato) tutt quel che l’aveva sli donie e roba armést. Adess u j’è ‘rmast sno li corna che an sa andù che andelie a sbatt
– (5) An mi la poss to (non mi va giù)! Ancora an ho capì cum j’ha fatt a frighèm. L’è che se tal mond an gni fussa cért pataca, ma j’ambrujun uj tucaria cambiè mis-cér
– (6) Osta che arlièv (allievo) che avin tratt su! Po capì che bravitù, roba che t ztima (compiaccia). Me sa fussa stè ti tu pid am saria andè splì sota la sabia da la vargogna

– (1) Adesso stai buono lì, lo sa lui perché è in colpa. Le bugie hanno le gambe corte e il naso lungo. Prima o poi vengono scoperte
– (2) Sono andata a pagare le bollette e sono rimasta in bolletta. Ho svuotato il portamonete, non c’era neanche un soldo per fare suonare un cieco
– (3) Speriamo che vada tutto liscio, che non abbiamo fatto un buco nell’acqua. Altrimenti sarebbe proprio da lamentarsi con forza o da ‘rugno’ come diceva Pierino dei Calcinelli che parlava sempre in italiano
– (4) Ai suoi tempi era un damerino che faceva una bella figura, ma si era montato la testa e ha sperperato tutto quello che aveva con le donne e altro. Adesso gli sono rimaste solo le corna che non sa dove andarle a sbattere
– (5) Non mi va giù! Ancora non ho capito come hanno fatto a fregarmi. E’ che nel mondo se non ci fossero certi fessi, gli imbroglioni dovrebbero cambiare mestiere
– (6) Accidenti che allievo che abbiamo tirato su! Puoi capire che bravura, non è il caso di compiacersi. Se fossi stato nei tuoi piedi mi sarei andato a seppellire sotto la sabbia dalla vergogna




La curva maledetta

Non nascondo la mia personale soddisfazione nel leggere la notizia (la moto….), ma dei dispositivi per mettere in sicureza quella maledetta curva?

Ad essere maledetta non è tanto la curva, perché ci sono responsabilità ben precise:

1) il progettista di allora che pensava ad altro, una curva a doppio raggio di curvatura si fa solo in pista!
2) i conducenti che nonostante tutto ignorano il pericolo
3) il personale che non indica la situazione di pericolo dettato dal tracciato della curva per la ragione cui sopra
4) i dirigenti ANAS (?) che in tutti questi anni non si sono mai preoccupati di rivedere il tracciato della curva.

In ultimo sarebbe opportuno che l’attività di controllo fosse più presente anche in quel tratto di territorio, che non sarebbe difficile coordinare fra i Comuni a cui appartiene quella striscia di asfalto (almeno Misano, Cattolica e S. Giovanni per rimanere in Romagna).
Di ipotesi se ne potrebbero fare tante per il controllo vero e finto (sagome).

La Piazza potrebbe dare voce a queste osservazioni?

Danilo




Buonaiuti, da De Gasperi nessuna comprensione

Anche i grandi uomini, come De Gasperi non sono immuni da scelte e da prese di posizioni, non proprio edificanti e che, anche se possono creare un vulnus nella pretesa perfetta e specchiata descrizione del personaggio, vanno però riportate e detteBuonaiuti. Questo povero prete, grande intellettuale, dovette subire le più spregevoli “carognate”, passi il termine, da uomini come papa Pio X, Pio XI e Poi XII.
De Gasperi non seppe, e/o non volle sottrarsi alla richiesta d’Oltretevere? L’INTERVENTO

di Silvio di Giovanni

– Ho letto l’articolo a pagina 27 della “Piazza” di agosto, dal titolo “Italiani, una storia da De Gasperi fino a Palazzo Grazioli”. Concordo con la evidente ed abissale differenza di cultura morale e politica che corre tra quei tempi ed oggi e che l’articolista tende ad evidenziare e così pure concordo con le considerazioni svolte nel prosieguo.
Vorrei però precisare che anche i grandi uomini di tutti i tempi, come De Gasperi ad esempio, non sono immuni da scelte e da prese di posizioni, non proprio edificanti e che, anche se possono creare un vulnus nella pretesa perfetta e specchiata descrizione del personaggio, vanno però comunque riportate e dette, perché le cose vere, anche se possono far male, non vanno taciute.
Di De Gasperi si può certamente dire che è stato uno statista che, assieme ad altri, ha il merito di aver ricostruito il nostro stato democratico nel dopoguerra. Si può dire che ha un indubbio merito di certe scelte, anche se alcune sono state politicamente discutibili come, ad esempio, quella dell’accettazione dell’imposizione d’Oltreatlantico, tra la fine del 1946 e l’inizio del ’47, in occasione del suo viaggio in America, che, per avere dagli Usa quei 100 milioni di dollari in prestito e quei 50 a titolo di rimborso spese militari degli americani stanziati in Italia, dovrà promettere di rompere l’alleanza tripartita di governo che era il suggello, frutto della Resistenza. Questa sua accettazione, discutibile sul piano morale, la metterà in pratica nella primavera del 1947. Infatti, il 13 maggio, improvvisamente si dimise e fece cadere il governo di coalizione e, respingendo tutte le proposte tripartite, il 3 giugno presentò alla Costituente il suo IV gabinetto, escludendo socialisti e comunisti, con 11 democristiani e 5 tecnici.
Leggiamo ad esempio che cosa scrive l’insospettabile Andreotti su De Gasperi: “… Truman gli fece sapere che aiutare gli amici sarebbe stato un impegno d’onore per l’America…”).
Ma leggiamo anche la dolorosa preoccupazione che in quei giorni esprime, sul primo numero di Cronache Sociali, (30 maggio 1947), Giuseppe Dossetti (Dc, ma certamente di altra pasta): “Alla fine posso dire che il significato storico del tripartitismo non era tanto la partecipazione al potere dei partiti marxisti, pretesa da questi per desiderio di influsso politico ed accettata dalla Democrazia Cristiana per timore di peggio; quanto piuttosto era (o avrebbe dovuto essere) un senso superiore di solidarietà popolare e di coincidenza pratica di sforzi concreti tra i partiti del popolo per avviare i primi passi di quelle riforme strutturali, capaci di dare un contenuto integrale alla nostra democrazia. Questo era ancora ammesso alla fine dello scorso febbraio. Da allora ad oggi, che cosa è avvenuto?”
Che cosa fosse purtroppo avvenuto lo abbiamo saputo poco dopo di allora, lo sapeva già Dossetti in quel fine maggio del 1947 e le sue parole sono intrise e permeate di un sofferente intuito che farà maturare una latente evoluzione facendolo distaccare, disgustato, dalla Dc e dal suo “leader” tre anni dopo, quando il 31 ottobre 1950 cesserà anche la pubblicazione di Cronache Sociali.
Non meno pesante è il giudizio di Giorgio La Pira che, dopo l’eccidio di Modena, gennaio 1950, si domanda dove sia finita “l’attesa della povera gente”, dove sia finita “la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria” e di lì vedemmo la cosidetta “diaspora dei professorini” , così come definita l’esperienza di quei giovani Dc che mal digerivano la vittoria di quel “degasperismo” nella sua svolta involutiva e restauratrice che tradiva gli impegni postbellici per una democrazia condivisa figlia della Resistenza.
Ciò che invece non lascia via di scampo al leader diccì è la sua peregrina ubbidienza alla gerarchia vaticana, quando gli fu evidentemente chiesto di praticare la più grande cattiveria che un potente possa fare ad un uomo indifeso, disoccupato, senza lavoro ed affamato da mesi, per giunta.
L’uomo fu don Ernesto Buonaiuti. Questo povero prete, grande intellettuale, dovette subire le più spregevoli “carognate”, passi il termine, da uomini come papa Pio X, Pio XI e Poi XII.
De Gasperi non seppe, e/o non volle sottrarsi alla richiesta d’Oltretevere? Di fatto impedì che a Buonaiuti (uno dei 12 docenti, su oltre 1.200, che avevano rifiutato nel 1931 di giurare fedeltà al regime fascista), gli fosse ridata la cattedra (così come fu restituita agli altri 11 professori), dopo il giugno 1944 ed una paga per campare.
Su richiesta di Togliatti, De Gasperi gli disse di essere disposto a riaprire la crisi ministeriale pur di non permettere che Buonaiuti tornasse ad insegnare. C’è di più. Quando ancora nel 1945 si formavano le coalizioni tripartite, Togliatti propose il nome dell’intellettuale Ambrogio Donini (Pci), come vice ministro a De Gasperi, questi rifiutò in maniera determinata perché ex allievo di Buonaiuti.
Che De Gasperi ricevesse allo scopo le pressioni dal Vaticano non è da stupirsi. Avrà mai avuto la cosciente opportunità di ammetterlo? Di lasciarlo scritto in seguito? Di confidarlo, nei dieci anni che è sopravvissuto a quel dopoguerra? E non è comunque per lui una scusante, la manifesta codardia (così come definita da don Ernesto) dell’allora ministro Guido De Ruggero e né l’incapacità di decidere secondo il “diritto”, dell’altro ministro Vincenzo Arangio-Ruiz, che può deporre a sua discolpa.
Il Vaticano, in quegli anni, volle proditoriamente svolgere fino in fondo l’opera di persecuzione su quell’uomo di chiesa che aveva una mente più aperta e sapeva vedere avanti nel tempo. Spiace che Togliatti non abbia fatto obiezioni, anche se forse fu più scusabile, data la particolarità del travagliato momento politico e la necessità di mantenere la coalizione ad ogni costo.
Spiace che non abbia fatto obiezioni nemmeno il filosofo Benedetto Croce che si è limitato a dire: “Abbiamo penato tanto per metterci d’accordo con i democristiani che non potevamo fare una guerra di religione per Buonaiuti”.
Addolora inoltre una colpevole omissione di un altro grande uomo, fin dal 1925 e ripetuta poi circa 35 anni dopo (che fu compagno di banco di Buonaiuti quando avevano entrambi vent’anni), divenuto in seguito molto importante, ma influente anche allora e che avrebbe potuto intervenire in suo aiuto ma non lo fece né allora, né dopo alla memoria. Si tratta di Giovanni XXIII,
La Chiesa di Roma di quel tempo, a partire dal 1926, con la scomunica Vitando, fino al papato di Eugenio Pacelli, trattò Buonaiuti in maniera veramente belluina, impedendo anche che qualcuno lo avvicinasse (tanto conteneva quel tipo di scomunica). Il 20 aprile 1946 morirà, ammalato e solo, nella miseria, ma conservando la dignità morale degli uomini migliori, che gli consentirà di respingere le pretese ricattatorie del Vaticano. Quei ricatti che, con subdola parvenza rappacificatoria, alcuni uomini di chiesa sanno sovente praticare nella posizione del più forte, del potente, verso il misero indifeso morente.

P.S. Prego leggere allo scopo le pubblicazioni di uomini di cultura quali: Arturo Carlo Jemolo, Giordano Bruno Guerri, Ambrogio Donini ed altri ed inoltre l’enorme produzione dello stesso Ernesto Buonaiuti.




Mendicanti di bellezza

Mendico è colui che chiede e cerca con pazienza, con costanza, perché sa che troverà. Il mendico ha nel cuore una domanda e non se l’è data da solo; qualcuno gliel’ha messa dentro. La consistenza, la serietà, lo spessore di tale domanda, sono la garanzia che il mendico troverà quello che cerca. Perché a partire da quello che cerca, da quella realtà, è proprio da lì che è cominciato l’affascinante e quindi è incominciata la ricerca.
E subire il fascino è il segno concreto dell’esistenza, della realtà che affascina.
La ricerca della Bellezza dà anche la misura della sproporzione fra chi cerca e colui che è cercato; la sproporzione è la lontananza, l’abisso fra il cercatore e il cercato, fra il mendicante e la bellezza. L’unica possibilità di incontrare allora è che il mendicante si faccia trovare, si faccia raggiungere dalla bellezza. Perché lui, il mendicante, con le sole sue forze non può raggiungerla; può solo intuirla, esserne affascinato, cercarla e averne nostalgia; proprio perché lui è mendicante e la Bellezza c’era prima di lui.
La Bellezza si fa intravedere in tanti modi. Una è l’immagine pittorica. Per secoli la chiesa ha parlato col linguaggio delle immagini (pittura, scultura); i fedeli non sapevano leggere. Il linguaggio delle immagini è comprensibile a tutti perché è più veloce delle parole. Dall’armonia dell’immagine pittorica nasce un’immagine dell’uomo reale, mai idealizzata e astratta (arte greca); un’immagine vera, riconoscibile e insieme elevata. L’arte dell’era cristiana disegna l’uomo con un’idea di lui che va oltre l’uomo e ha a che fare con un’idea di eterno, di cielo, di armonia che mette ordine nel mondo disordinato.
Questa rappresentazione dell’uomo è stata possibile nel corso dei secoli, grazie alla civiltà cristiana, grazie all’incarnazione: le radici del realismo della nostra arte pittorica si nutrono dell’evento fondante del cristiano, la presenza del mistero nella storia, nella materialità, qualcosa che colma una sproporzione, una distanza, un abisso, qualcosa che sale, qualcosa che scende come la Pentecoste, qualcosa che sale come l’Ascensione.
L’Eterno che sposa il transitorio e allora tutto si trova, tutto si compie e ha senso.
E chi non crede?
Il Cristianesimo: non importa se accettato e rifiutato. Accettato a metà, o riguardato con al fondo del cuore il tormento del dubbio, della nostalgia, o della ribellione. Il patto costitutivo dell’incarnazione toglie ogni possibile astrattezza anche alla più ardita speculazione filosofica, perché questa deve restare attaccata alla carne, perché è lì che è apparso il Mistero.
La tradizione cristiana e la scienza.
La tradizione cristiana non solo detta l’indole dell’arte italiana, ma anche sapere tout court e della tecnica. Il fatto che il mondo è stato creato toglie ogni divinizzazione alle cose: c’è qualcuno che ha dato consistenza a ciò che esiste, in quanto ha avuto un’origine, non è Dio, perciò lo scienziato può indagare, toccare, provare, sperimentare, verificare. Se la natura è divinizzata, è inavvicinabile dall’uomo. Non puri custodi, ma interagenti con essa, nel rispetto dei suoi equilibri. La scienza ha fatto i primi passi nelle culle del cristianesimo, nei monasteri (Camaldoli, Monte Cassino).

C. C.




Porto, quale futuro per Vallugola?

Corrado Curti, il sindaco, argomenta: “La società non ci ha ancora presentato il progetto, quando lo farà, prenderemo posizione. Di certo faremo degli incontri pubblici, nei quali la proprietà illustrerà che cosa vogliono fare a Vallugola. Noi abbiamo ricevuto il progetto preliminare in agosto, attraverso la Capitaneria di porto di Pesaro, che lo ha trasmesso a noi e a tutte le istituzioni interessate che sono davvero numerose. Voglio sottolineare che il progetto è da Gazzetta europea; dunque, in tanti potrebbero fare ipotesi progettuali diverse. L’attuale proprietà, in delegazione, venne davanti alla nostra giunta a illustrare a grandi linee quali erano le loro idee. Da allora non abbiamo avuto nessun approfondimento tecnico”.
Ma guardiamo la fotografia andando con ordine. La concessione demaniale della società che gestisce il porticciolo era scaduta nel 2006. L’atto formale del rinnovo è stato comunicato, sempre dalla Capitaneria di Pesaro, lo scorso 26 giugno.
Investimento di alcune decine di milioni di euro, il progetto preliminare Vallugola è stato redatto dallo studio tecnico Marco Gaudenzi di Pesaro. L’ufficio conta una dozzina di collaboratori e lavori di pregio; tra cui il “Kursaal” a Cattolica. Nel loro sito, si legge: “Progetto preliminare per la ristrutturazione e l’ampliamento del porto esistente mediante la realizzazione di un bacino di calma idoneo alla protezione della falesia”.
E su quella falesia, su quel porto da rivedere, se il Comune aspetta, altri si stanno muovendo. E’ nato un Comitato cittadino, “Terra nostra”, che vuole capire e valutare.
Su posizioni molto rigide invece le associazioni ambientaliste provinciali: Federazione pro-natura Marche, Italia Nostra, Lupus in fabula, WWF, Legambiente, Lipu (Lega italiana protezione degli uccelli).
Scrivono: “Fino a pochi mesi fa l’ampliamento del porto di Vallugola, cuore del Parco Regionale del San Bartolo, aleggiava come una forte preoccupazione, quasi un incubo di cui non si conoscevano bene i contorni. Certo preoccupava quel vuoto di pianificazione che riguardava l’intera area e quell’espressione che, all’Art. 130 del Piano del Parco, prevedeva per Vallugola miglioramenti igienici sanitari, delocalizzazione della sosta degli autoveicoli e ‘l’ammodernamento ed eventuale potenziamento del porto con la realizzazione dei necessari servizi’. Oggi finalmente il progetto è divenuto di dominio pubblico grazie alla disponibilità degli elaborati nel sito dello Studio che lo ha redatto. Le nostre preoccupazioni, si sono materializzate ben oltre le peggiori previsioni.
Si tratta di un’opera del tutto fuori proporzione rispetto alla limitatezza dei luoghi con uno snaturamento completo e definitivo dell’intera area. Il progetto prevede, infatti, un allineamento di banchine che potranno ospitare fino a 239 yacht dalle dimensioni superiori ai trenta metri, fino a quelli di otto metri. Prevede, inoltre, un abbassamento dei fondali, attualmente di pochi metri, per renderli idonei ad ospitare barche di queste proporzioni e soprattutto barche a vela.
Ovviamente un porto così dimensionato, comporta la costruzione di una gigantesca massicciata a protezione delle banchine di ancoraggio e un devastante, quanto improponibile sistema di viabilità a terra. La strada, a doppia corsia per tutta la lunghezza del porto, prevede nel lato monte un parcheggio lungo tutta la sua lunghezza che inciderà sui già instabili versanti della falesia; al termine, dopo una rotatoria e altri parcheggi, si connetterà ad un percorso pedonale e carraio, più o meno con le stesse dimensioni, fino al Gabicce.
Oltre alla strada il progetto prevede altre opere quali magazzini, uffici, foresterie e quant’altro un porto di queste dimensioni potrà richiedere.
Inquietanti potrebbero essere le ripercussioni di questo enorme manufatto sulle fragili falesie e i tratti di spiaggia a Sud e a Nord nonché sulla stessa spiaggia di Gabicce. L’equilibrio, tra la naturale erosione della falesia potrebbero alterarsi determinando fenomeni erosivi ben più gravi di quanto al momento presenti”.
“L’opera così come disegnata – continuano le associazioni – farà scempio non solo del valore naturalistico dell’intera costa, che da Gabicce giunge a Vallugola ma mortificherà il valore storico e paesaggistico della stessa Baia.
Verrà totalmente annientata tutta l’importante fascia di spiaggia ciottolosa con tutta la sua unica flora e fauna che caratterizza e valorizza scientificamente e biologicamente l’intero tratto costiero del Parco Naturale e che è stata motivo della sua istituzione in area naturalmente protetta.
Qualora la realizzazione, di questo progetto dovesse andare avanti, la Regione Marche dovrebbe rivedere gli interi confini del Parco Regionale del San Bartolo e certamente la validità nella sua interezza. Difficile sostenere, infatti, che l’area mantenga i requisiti minimi di valenza ambientale per conservare il suo status di Parco regionale. Se ciò accadesse, sarebbe la prima volta in Italia, che un parco viene cancellato per perdita dei suoi requisiti istitutivi, cancellando con esso il valore aggiunto che esso veicola”.

GLI UOMINI

“Terra nostra”

– A Gabicce è nato un comitato che si batte contro l’ampliamento di Vallugola. Si chiama “Terra nostra”. Il direttivo: Pierino Balducci (presidente), Cristina Manzini (vice), Fiorella Sanchi (segretaria), Pierpaolo Frontini, Augusto Mulazzani, Davide Mazzini e Fabio Salbitano.




Salvataggio, rivoluzione in salsa gabiccese

La lampadina si è accesa a Paolo Pratti. Sposato, due figli, appartiene ad una delle famiglie che hanno la storia dell’ascia e dei bagni di Gabicce. Tutto inizia col nonno Riziero Cola (detto “Galafà”), maestro d’ascia e bagnino. Oggi, il nipote gestisce i 34/35 (quelli dell’avo più vicino al porto). Racconta: “L’idea mi è venuta partendo dal fatto che ogni concessione di spiaggia deve avere un addetto al salvataggio. Così mi sono detto, se ne mettiamo uno ogni 150 metri si vanno a coprire due zone, con evidenti benefici: costi più bassi e servizio migliore. In alcuni casi su 150 metri c’erano perfino tre bagnini, uno per stabilimento”.
“Poi – continua Pratti, 47 anni, titolare di una spiaggia bella e elegante e senza fronzoli (progettata da Patrizio Ciotti), nonché volontario della Croce Rossa – il servizio lo abbiamo strutturato applicando le modalità del pronto intervento della Croce Rossa. Inoltre, tutti i bagnini di salvataggio sono dotati di radiolina e escono allo stesso orario. Con la stessa divisa, sulle torrette tutte uguali. Insomma, vogliamo essere preparati e disciplinati”.
Altro elemento sono gli aggiornamenti dei ragazzi. Pratti: “Li facciamo spesso sulle nuove linee guida, sul protocollo di rianimazione, perché spesso succede che dopo il brevetto si fanno poco e si dimentica”.
La sua idea è stata vista dagli addetti ai lavori talmente semplice, efficace e rivoluzionaria che è stato chiamato dai bagnini di Cattolica e Pesaro. Ma almeno per quest’anno, il modello non si esporta. La neonata società potrebbe proporsi come erogatrice del servizio per piscine, alberghi. E fungere da opportunità di lavoro per molti giovani di Gabicce, Cattolica e Gradara.