Amarcord Gabicce di Dorigo Vanzolini

Gabicce Mare anni ‘50. Prima foto. Da sinistra: Silvio Leonardi Siviotti, Olimpio Franchini, ?, Fernando Scola, due villeggianti.

Seconda foto. Da sinistra: Luciano Scola, Odoardo Scola, Fernando Scola, Giorgio Cecchini, Fausto Scola (accosciato). (Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica)




Amarcord di Dorigo Vanzolini

1A) Da sinistra: Guglielmo Della Biancia (capoguardia), Zelindo Della Biancia, Angelo Cavallucci (Caplena), Mario Fumelli, Eugenio Leardini (al centro). In basso a sinistra: York (un setter inglese). Anno 1928.

2A) In alto a destra: Bice Cermaria, Guido Cavalli. Al centro: Anita Stefanini Lavacchini con i figli Renato e Gabriella Stefanini. Anno 1929.

3A) Iolanda Barulli. Anno 1942.

4A) Da sinistra: Leardini Salvatore (Dino), Bruna Leardini (nipote), Matilde Guidi (moglie di Salvatore). Anno 1948

5A) Bruno Righetti. Anno 1950.

6A) Da sinistra: Enzo Lazzari, Luciano Borghini, Mario Palazzi, Mario Terenzi. Anno 1958.

(Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica).




Zamagni, la banca locale è nata per sostenere l’economia

L’INTERVISTA

– La banca locale è nata principalmente per servire l’economia del territorio, a differenza di quelle nazionali e internazionali che hanno fini più speculativi. Ma entrambe ci devono essere.
Stefano Zamagni è riminese; è preside della facoltà di Economia e commercio dell’Università di Bologna. Ed è uno studioso di rango mondiale. Tra i tanti libri scritti, forse il manuale “Economia” è il più blasonato. Nella migliore tradizione anglo-sassone: chiaro, semplice, non meno che divertente.
A chi gli chiede se hanno ragione o no a lamentarsi gli industriali della politica del credito delle banche, risponde: “Non si può parlare genericamente di banche. Vanno distinte quelle del territorio e quelle di carattere nazionale, o internazionali. Per queste le ultime non c’è l’interesse a sostenere la piccola e media impresa del territorio. Operano su mercati speculativi; mentre sa che con la piccola e la media azienda i guadagni sono ridotti.
Invece, le banche del territorio nascono per servire le imprese dove operano. E le statistiche lo affermano. Le banche di credito cooperativo, le popolari, le casse di risparmio hanno aumentato le concessioni del credito e non ridotto.
Detto questo, va anche rimarcato che un sistema economico vitale ha bisogno sia delle grandi banche, sia delle piccole. Purtroppo, in Italia, negli ultimi anni si è continuato a dire che le piccole erano inefficienti, anti-economiche, malgestite. Erano pensieri frutto di un’ubriacatura concettuale, di cui ora ne stiamo pagando le conseguenze”.
Ma dall’osservatorio di Zamagni, quando finirà la crisi?
“La crisi, a livello di dimensioni è simile a quella del ’29, però non è della stessa natura. Allora era legata all’economia reale. Nasce un anno prima in Germania, che insieme a quella americana rappresentava l’economia più importante del mondo. I debiti di guerra mandarono in crisi il sistema tedesco. Gli americani non potendo fare investimenti remunerativi in Germania si ritirarono, tanto da trascinare nella crisi anche l’America. La crisi durò quattro anni perché i governanti non riuscirono a capire la malattia, un po’ come il medico che sbaglia diagnosi.
Oggi, la crisi nasce all’interno del sistema finanziario per le ragioni note a tutti. Solo che il prezzo lo pagano gli altri, imprese, famiglie, e non chi l’ha provocata. E’ quello che in economia si chiama ‘esternalità pecuniaria’. I provvedimenti presi sono serviti a tamponare la falla, ma non assicurano una ripresa sostenuta e duratura. La crisi ha una forma a ‘U’ e non a ‘V’. Nella ‘V‘ raggiunto il punto più basso, si riparte; mentre nella ‘U‘ si resta stazionari per un certo tempo.
Il provvedimento è valso ad impedire la caduta. E’ un intervento di superficie; l’Italia avrebbe bisogno di misure di tipo strutturale che sono tre.
Il primo nodo è il Sud, dove vive il 37% della popolazione italiana. Il problema è più serio di quanto non lo si consideri. Se non riparte trascina indietro anche il resto, a meno che non si dia retta a qualcuno che lo vuole tagliare. Ipotesi, da non prendere neppure in considerazione.
Secondo nodo. E’ il lavoro.. Anche questo è più serio di quanto non si pensi e non va confuso con l’occupazione. L’occupazione è un posto fisso; noi abbiamo una forza lavoro dalla produttività molto bassa rispetto ai nostri competitori.
Il terzo nodo è legato all’innovazione. Negli ultimi anni l’Italia, benché dotata di grandi potenzialità, ha rinunciato ad innovare. E’ chiaro che noi non possiamo competere né con i prezzi di cinesi e indiani e neppure con la grande impresa tedesca e americana che non abbiamo. Dobbiamo riprendere a produrre idee come avvenuto nel dopoguerra. Rimini, nel piccolo, ne è un esempio. Ha innovato nel dopoguerra; ora è ferma. Non può pensare di essere competitiva nel turismo con la leva del prezzo. Tutto questo si è capito e sta alla base del Piano strutturale”.




Pascucci Casa, la seconda rivoluzione parte da Riccione

L’AZIENDA

– Si chiama “Pascucci Casa” e si trova in viale Ceccarini, lato monte, a un centinaio di metri dall’ospedale Ceccarini, scendendo sulla sinistra. Rappresenta una delle tante rivoluzioni della filosofia Pascucci. Progettazione bella e senza fronzoli, accoglie tutti i prodotti dell’azienda: caffè, cioccolatini, bibite bio, il merchandasing Pascucci (canotte, pantaloncini, gadget, cappellini, biciclette, felpe, ciondoli, bicicletta, macchine per il caffè, caffettiere di ceramica) e una serie di prodotti biologici e bio-dinamici (coltivazione che tengono conto delle lune, crescente, calante e via), come quelli dell’“Alce Nero”, cari anche a Guido Ceronetti, uno tra i massimi intellettuali mondiali, legatissimo alle semplici e genuine tradizioni agricole. Inaugurato lo scorso agosto, al taglio del nastro le massime autorità riccionesi, con in testa il sindaco Massimo Pironi, il campione di motociclismo Marco Simoncelli. Benedizione da parte del don della Papa Giovanni XXIII. Fino a quando era in vita, per le sacre parole c’era sempre don Oreste Benzi; ora tocca al successore.
“Pascucci Casa” è una boutique di oggetti curati nel design, senza dimenticare la funzione. Ottimo per scegliere il regalo utile di pregio.
Il negozio rappresenta una delle tante rivoluzioni che Pascucci ha portato nel mondo del caffè. Se prima c’era il caffè, Pascucci ha proposto la bevanda con delle variabili che lo hanno reso ancora più frizzante: panna, mango, pistacchio, cocco. Lo ha fatto diventare altro. Un po’ come il gelato; se fino a pochi anni fa c’erano i gusti, poi sono giunti i variegati. Inoltre, il caffè Pascucci, è dolce, dal gusto avvolgente ed unico. Tutti i grandi marchi, poi, hanno battuto la strada partita da Monte Cerignone, dove ha sede la casa madre. Riccione invece rappresenta per Pascucci la seconda patria. Il luogo degli esperimenti, dove fare vetrina.
Altra idea di Pascucci copiata sono i Caffè Pascucci. Nel mondo ce ne sono un centinaio. Fanno tendenza, moda, tanto modo di vivere italiano. Le prossime aperture: Mosca, Bangalore, Zagrabia, Doha, Beirut.
La culla di Pascucci è Monte Cerignone. Oggi, la sede è un moderno: una immensa vetrata che si affaccia su luoghi belli e “selvaggi”; incorniciata da un bassorilievo che reca la pianta del caffè. Insomma, modernità in salsa artistica. La torrefazione in mezzo alla natura e a un microclima particolare rende il caffè dai profumi assoluti.
La saga Pascucci inizia con Antonio nel 1883. Dopo aver a lungo viaggiato, apre un emporio di spezie, tè, sacchi di caffè ed alimenti di ogni stranezza. L’attività prosegue col figlio Mario. Il fratello Dino apre, nel ’46, il primo caffè a Monte Cerignone. Alla fine degli anni ’50 Alberto Pascucci inizia a tostare il caffè. Alla fine del decennio, l’azienda di famiglia si concentra solo sulla tostatura del caffè. Da allora è un crescendo di risultati legati alla qualità e alle idee. A poche centinaia di metri del nuovo stabilimento, c’è l’antica casa in pietra Pascucci. Una trama di colori naturali che mettono pace. Come i suoi caffè.




Pd, Barogi: quinto segretario in 5 anni

LA POLITICA

– Emanuele Barogi, 35 anni, è il quinto segretario dei Ds-Pd in cinque anni. E’ una buona o una cattiva cosa? Nell’ordine: Antonio Magnani che lascia la guida del partito nel 2004 per diventare sindaco. Poi, c’è il periodo di passaggio di Antonio Gaia. E’ la volta di Nadia Moroncelli (oggi consigliere provinciale). Infine, dal cilindro del neonato Pd, due anni fa, il pallino del caso si ferma nella casella dove siedeva Roberto Bertozzi, avvocato, bravo ragazzo, nonché ballerino di tango (cosa che depone di certo a suo favore).
Dopo le elezioni, per stufo, ufficialmente per impegni, come lo ha fatto recitare il sano pudore dell’educazione, Bertozzi dopo la tornata elettorale che ha portato Giannini ai vertici della poltrona dell’amministrazione misanese ha rassegnato le dimissioni. Farà l’avvocato a tempo pieno e come affezionato si occuperà ancora di politica.
Eletto da una segreteria allargata, Emanuele Barogi, è un ingegnere. Come spesso capita, i dirigenti del partito si sono divisi in due e forse anche in tre schieramenti. Da una parte coloro i quali lo hanno votato e lo stimano; dall’altra parte di coloro che lo hanno votato ma dissentono sul suo nome. Non è altro che il terribile gioco della politica. Insomma, nulla di nuovo sotto questi cieli si leggerebbe nella Bibbia (“Ecclesiaste”), dato che Barogi è un cattolico. Tra i suoi “oppositori” anche il sindaco Stefano Giannini, altro cattolico. Lo trova troppo rigido e schematico per il ruolo; troppo deciso sui punti di vista. Di certo Barogi ha carattere e non si fa tanti giri di convenzienza quando deve elaborare concetti ed idee. Ora (11 settembre?) la sua nomina deve essere ratificata dall’assembela del partito. Qualcuno teme in una imboscata ai suoi danni dal gruppo che ha nel sindaco Giannini l’uomo di riferimento. Vedremo. La dialettica nella buona politica aiuta a fare chierezza e a governare meglio.
Sposato, un figlio, appartiene a quella categoria di essere umani che prendono posizione. Su ogni argomento ha la tenacia, la forza e non meno che la considerazione di sé per argomentare. Fa anche parte della commissione energia della Regione Emilia Romagna in rappresentanza del suo ordine. Della vita afferma: “Tre i fondamenti: la famiglia che ti vuole bene, la salute e una casa. Il resto è tutto in più”.




Parole da e ‘Fnil’

…Giannini, pensaci tu – Agosto, giornate da solleone. Sulla stampa, stesso giornale, sono apparse due notizie “frivole” con protagonista lo stesso luogo: le discoteche misanesi di collina. Quando c’è un vip (very important persons, persone molto importanti), la disco diventa ubicata in Riccione. Invece, quando la luce mette a fuoco la droga diventa territorio di Misano. La storiella va avanti così da anni. E qualche volta sono le discoteche che per darsi tono, tipico delle teste provinciali, si denominano riccionesi. Caro sindaco Stefano Giannini, poiché la licenza porta la sua firma, ci pensa lei.

…Veglie pomeridiane – Manca solo l’“arvora” (la quercia) e sarebbero i perfetti pomeriggi della cascina romagnola. Un gruppetto di amici si ritrova al fresco di una capanna di Bertozzi (da giovane, motociclista, infiammò le passioni di molti coetanei) in mezzo ad un orto giardino tirato a lucido dalla moglie e si raccontano pensieri che vagano di palo in frasca: di oggi, ma sopratutto del tempo che fu. Il tutto con battute feroci quanto piene di solare ironia. Vederli in ordine sparso, con i capelli più o meno argentati, tocca il cuore.




Misano Monte nel libro Travaglio-Gomez

Ed è forse a causa di tale forza che Misano Monte (grazie alla discoteca “Byblos”) è finito su una pagina dell’ultimo libro dei giornalisti Travaglio-Gomez-Lillo. A pagina 126 si legge di una “letteronza” transitata in collina e diventata parlamentare europea. Auguri. Il volume si intitola “Papi”, vezzeggiativo con cui una fanciulletta sveglia chiamava il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Misano Monte ha visto però la visita di un altro primo ministro, anch’egli attratto dalle donne, Benito Mussolini. Solo che Lui non le portava in Parlamento, ma si limitava a riceverle con tutti gli onori per le sue personali sinfonie a Palazzo Venezia. Bei tempi!




Fernanda Pivano serata misanese

Nel 2001, nell’arco della rassegna culturale e filosofica che con successo organizza annualmente la biblioteca comunale di Misano Adriatico, ci fu una conferenza, presso l’aula magna dell’Istituto San Pellegrino, nella quale si tributava un omaggio al grande cantautore genovese Fabrizio De Andrè, da poco scomparso, e della quale i relatori erano Michele Serra, Dori Ghezzi e Fernanda Pivano.
In una sala stracolma, tra i tentativi di evidenziare le caratteristiche musicali e vocali di De Andrè ed estrapolare un esegesi del pensiero emergente dalla sua opera, formulati da Serra, e da alcuni spettatori incontinenti nel voler esprimere la propria opinione; tra la riservatezza e le poche parole pronunciate, ma piene di amore verso il marito e soprattutto l’uomo, di una visibilmente commossa Dori Ghezzi. Non si può dimenticare l’entusiasmo con il quale Pivano esprimeva la propria ammirazione per il soggetto e l’energia con la quale difendeva le sue tesi nel corso del dibattito finale, sintomi di una sobria vivacità intellettuale.
Da quell’incontro, inoltre, affiorò un aneddoto indimeticabile. Durante la discussione la Pivano, nel tentativo di rispondere alla domanda di uno spettatore, cercava in modo ostinato di farsi venire in mente un verso del brano La collina di De Andrè, e chiedeva soccorso ai suoi vicini e alla platea. Ora, il caso volle dallo scriba quel passo e così venne recitato a voce alta (quale gioia!); la Pivano si rivolse con gli occhi pieni di gioia, ringraziò e fece un fragoroso applauso seguito da quello della sala intera. Beh! A parte l’imbarazzo di chi scrive, per quell’attimo si capì di aver potuto riconoscere in lei una persona vera che, nonostante l’importanza della sua storia, la magnificenza delle sue frequentazioni, senza alcuna spocchia volle ringraziare uno sconosciuto che per una piccola frazione di tempo le tese la mano. Bella serata. Grazie biblioteca. Che la terra le sia lieve.

Giorgio Fabbri




Nasce Misano Podismo

Da allora abbiamo iniziato a correre ed è nata una passione che sta coinvolgendo sempre più amici. Dalle semplici sgambate serali, si è passati ad allenamenti più lunghi, poi abbiamo iniziato a partecipare a qualche gara podistica domenicale nel nostro bellissimo circondario e da lì un’idea: perché non costituire una società podistica a Misano Adriatico?”. Con queste parole Andrea Bagli racconta quali sono stati i primi passi di Misano Podismo, per l’esattezza Associazione sportiva dilettantistica Misano Podismo”.
Ufficialmente, si è costituita la sera dell’1 agosto scorso davanti a un bel piatto di tagliolini allo scoglio e a una bottiglia di vino bianco. Cinque i soci fondatori: Andrea Bagli (nominato presidente), Ivan Semprini, Filippo Maioli, Gabriele Galvani e Gianluca Sensoli, il podista di maggior spessore.
L’associazione sportiva ha un unico obiettivo: divertirsi in compagnia e tenersi in forma.
Dicono i fondatori: “Sicuramente era più semplice tesserarsi ad un’altra società sportiva, ma l’amore per la nostra città ci ha spinto a fondare un’associazione a Misano Adriatico con lo scopo di crescere e coinvolgere sempre più persone”.
L’atto costitutivo, lo statuto societario, il sito internet, la registrazione all’ufficio delle entrate, l’affiliazione ai vari enti sportivi, i colori sociali, le divise degli atleti sono dei compiti che i cinque amici stanno portando avanti con molto impegno, orgoglio e passione perché vogliono creare qualcosa di importante.
“La nostra ambizione – continuano – è di poter organizzare per l’estate del 2010 una gara podistica per i turisti coinvolgendo albergatori e bagnini, cercando di riproporre quella che un tempo fu la ‘Camminata’ e che noi ragazzi trentenni ben ci ricordiamo. Misano ha la fortuna di avere territorio strordinario per chi va a piede: il mare, il verde, i saliscendi, il Conca, la collina. Insomma, c’è da sbizzarrirsi”.
Chi volesse avere maggiori informazioni o tesserarsi alla società può visitare il sito www.misanopodismo.com o spedire una mail all’indirizzo info@misanopodismo.com.




Solo la bellezza può salvare il mondo

CULTURA

di Lisa Delbianco

– Cosa intendeva dire Dostoevskij con le parole “La bellezza salverà il mondo”? Forse che il suo semplice e segreto potere di costruire socialità, aggregazione, amicizia e solidarietà ha sconfitto la barbarie della distruzione? Questa forza civilizzatrice, dunque, è in grado di ricondurre ad una tensione morale che sappia opporsi al nichilismo? In verità oggi sarebbe più giusto tentare di salvare la bellezza dal mondo poiché essa è stata avvilita, ridotta a poca cosa di fronte alle questioni economiche e scientifiche, deformata in uno strumento di intrattenimento o palliativo consolatorio.

– Eppure, per quanto derelitta, rimane una potente arma di riscatto contro le maglie dell’utilitarismo, delle lusinghe dell’universo mediatico e misurarsi con essa implica la sfida di raggiungere una sfera superiore di conoscenza e di auto-costruzione. La vera bellezza fa scandalo ma l’esistenza senza di essa è priva di qualcosa di essenziale.
La nuova rassegna filosofica promossa dalla Biblioteca Comunale di Misano Adriatico dal titolo “La bellezza salverà il mondo?”, curata da Gustavo Cecchini, propone una serie di serate finalizzate a ridefinire territori, disegnare mappe, capire il confine che separa il bello dal brutto nell’ambito dell’agire umano.
La prima strada percorribile riflette sul valore ideale della bellezza, poiché tra il bello e il bene esiste un legame misterioso e indistruttibile. La bellezza di cui parla Salvatore Natoli è profonda moralità, consiste nello stile di vita virtuoso che consente all’uomo di autodeterminarsi raggiungendo uno stato di armonia che impone coordinamento al caos. Non è qualcosa di cui siamo immediatamente dotati dalla natura, al contrario questa bellezza è guadagnata con sofferenza attraverso lo scontro con la crudeltà della vita. Tale perfezione della forma coincide con “il grande stile”, che è valore, virtù, è la misura che guida la vita dell’uomo retto e diviene paradigma per gli altri. Si tratta, in ultima analisi, di coltivare una grande individualità poiché solo l’individualità riuscita è capace di stile ed è dunque nella condizione di accedere a un’etica superiore.
Nel secondo appuntamento Stefano Zecchi rifletterà sulle promesse della bellezza. All’origine della storia occidentale c’è un mito che narra di un concorso di bellezza, bandito sull’Olimpo, degenerato nella prima grande guerra tra gli uomini, la guerra di Troia. La bellezza come forza seduttrice, come energia creativa che suscita desideri, sollecita azioni e che non può essere ridotta a perfezione ed equilibrio poiché la sua presenza è perturbante. Il mito la identifica come il dono più grande al quale nessun’altra qualità può stare alla pari, non per capricciosa vanità ma perché nella bellezza è racchiuso il segreto potere che governa il mondo, la forza che dischiude le porte dell’amore. Scriveva Stendhal che la bellezza non è che la promessa di un momento felice se in quell’occasione c’è amore.
Quale legame tra bellezza e scienza in un momento in cui nessuno si sente socialmente responsabile della bellezza del mondo mentre ci si sente scientificamente responsabili dell’accadere del mondo? Enzo Tiezzi, terzo appuntamento, critica l’assunto antiestetico della scienza attuale per cui tutti i fenomeni devono essere studiati solo in termini quantitativi. La conoscenza scientifica non può essere “fredda” perché il ruolo della bellezza, cioè delle forme, dei colori, dei suoni, è stato fondamentale nell’evoluzione biologica, e lo è ancora oggi per avere una percezione scientifica della complessità in un momento in cui la natura è minacciata dagli approcci rozzi di una scienza che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente. Scopo della scienza non è dominare la natura ma ritrovare il cordone ombelicale con la Terra di cui siamo parte: la conoscenza scientifica deve combinare ragione e passione, intuito ed emozione, logica e sentire “globale”.
Nel quarto incontro il teologo Vito Mancuso rifletterà sull’esperienza della rivelazione divina. La bellezza deve essere la qualità, non prepotente, di una verità degna dell’uomo che si consegna al compito di un libero riconoscimento. Il modo di agire della verità sperimentata nella rivelazione di Dio ha per condizione di voler essere voluta, non di dover essere patita, si fa viva attraverso l’evidenza della sua bellezza come grazia offerta. E’ questa una concezione della bellezza strettamente collegata alla trasparenza del bene, all’attrattiva di un gesto di dedizione, al fascino discreto di un’intenzione buona. La Croce indica infatti la bellezza ultima della rivelazione teologale e non è gratificazione sensoriale ma incanto che intenerisce e persuade interiormente. La bellezza è il modo autorevole ma non dispotico, attraente ma non seduttivo, con cui la verità chiede di essere riconosciuta e scelta.
Il quinto incontro con Roberto Escobar, filosofo della politica e critico cinematografico, ha un titolo dal sapore ossimorico: il bello della politica. Cosa ci piace di quel contorto ingranaggio spesso fatto di compromessi e menzogne? Siamo lontani dal veder trionfare la politica come la più alta delle attività umane, come un valore assoluto portato avanti da uomini scelti che, mediante il sacrificio e l’abnegazione, sappiano orientare al meglio la propria esistenza e quella degli altri. Lontana è anche la realizzazione di una grande politica che sia civilmente e culturalmente responsabile della bellezza del mondo. L’esercizio politico deve essere riportato nei giusti termini, ristabilire il suo principio di essere un mezzo, non un fine, e garantire a ciascuno di vivere la propria vita coltivando il “bello” e l’assoluto che preferisce.
Nella sesta serata Marcello Veneziani parlerà del valore ambivalente insito nella bellezza. Nelle meditazioni sui cardini del sistema filosofico di Plotino Veneziani ha riflettuto sulla bellezza come generatrice di conoscenza: l’anima, ingentilita dall’educazione al Bello, diviene pura realtà intellettuale libera da ogni scoria di materia. Da qui la tensione che la riconduce alla sfera di ciò che è divino, all’identificazione di bene e bellezza che è, nel suo senso più profondo, manifestazione del sacro. Anche gli antichi sapevano però che la sua forza poteva essere non solo edificante ma anche distruttiva. Da Plotino a noi la bellezza è stata sloggiata dalle sfere celesti e denudata così da essere percepita solo per il suo carnalissimo valore seduttivo: si è trasformata in una malattia, un’ansia di perfezione fisica alimentata dagli stereotipi sociali. L’esperienza quotidiana, non più capace di cogliere la bellezza ma immersa nell’esteticità delle rappresentazioni, è dominata dal kitsch, dalla massificazione dell’immaginario che inducono al consumo, alla leggerezza, alla dialogicità superficiale e inconsistente.
Nel settimo incontro Remo Bodei tratterà dell’emozione provata dall’uomo di fronte alla bellezza degli spettacoli naturali, ovvero la sensazione del sublime, quel superiore sentimento estetico fiorito nel Settecento quando ciò che in natura è terribile non viene più fuggito come una minaccia ma anzi ricercato. Da questa sfida lanciata all’illimitato viene forgiata una nuova individualità perché il piacere misto a terrore da un alto rafforza l’idea della superiorità dell’uomo e dall’altro contribuisce a fargli scoprire la voluttà di perdersi nel tutto. Quando l’umanità occidentale ha creduto di poter sconfiggere la natura soggiogandone le energie, la bilancia delle forze si è capovolta e il sublime si è spostato dalla natura alla storia e dalla storia alla politica. Vale la pena di chiedersi quale rapporto abbiamo oggi con una natura offesa e ferita ma solo in piccola parte addomesticata.
La serata conclusiva con Paolo Portoghesi ha per titolo Chi salverà la bellezza? Interessante che la domanda sia posta da uno dei più importanti architetti contemporanei dal momento che, come diceva l’Alberti “l’architettura è nata per renderci felici”, realizzando un ancestrale bisogno di abitazione e un desiderio di bellezza in cui si racchiude il sentimento della famiglia e della comunità. Quanto più una città realizza l’equilibrio tra le sue parti, in corrispondenza all’equilibrio dell’anima dell’uomo, tanto più è bella. L’uso urbano degli spazi testimonia questo? Se pensiamo alle città, abbandonate allo sviluppo illimitato, afflitte dal sovraffollamento e dall’obsolescenza delle strutture, è evidente la necessità di tornare a un rapporto partecipato con la terra. Serve una geo-architettura fondata sul principio che siamo abitanti della terra e di essa responsabili; serve una geo-urbanistica che produca mappe sensibili ai bisogni della vita; serve inoltre un’educazione estetica che insegni a percepire le forme, i colori, i suoni mediante l’equilibrio tra artificiale e naturale e che, senza tradire il bisogno di libertà e autonomia, riporti l’individuo ad abitare i luoghi e le città poeticamente.

Gli incontri si terranno presso il Cinema-teatro Astra di Misano Adriatico, viale Gabriele D’Annunzio, inizio alle ore 21.
Info: tel. 0541.618424