Se la fede ci fa fare carriera, c’è qualcosa di preoccupante

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Bisogna che il mondo sia formato da una grande quantità di poveri perché poche persone possano spartirsi l’ottanta per cento delle risorse del pianeta. È giusto?

“Non so come potrà avere fede questo mondo fondato sulla produzione della immondizia e sulla selezione umana. Non so come potrà avere fede una umanità fondata sulla competizione anziché sulla collaborazione”

– Un’occasione annuale per fare festa, per ritrovarsi a tavola e raccontarsi. Ma anche per riflettere ancora una volta sulla croce di Gesù, simbolo centrale e sconcertante della nostra fede, che mette in crisi i valori dominanti e disgreganti del successo, del potere e dell’avere e indica come unica possibilità di salvezza e di armonia sociale il recupero del vivere fraterno e solidale. Il testo che segue è un estratto dell’omelia tenuta da don Angelo Rubaconti, parroco di Misano Monte, lo scorso 25 agosto, in occasione della Festa del Crocifisso.

“Gesù disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli (Mt. 16,15-17)”.

Celebriamo le Festa del Crocifisso e in primo luogo bisogna dire che noi cristiani siamo gente piuttosto strana. Cosa c’è da festeggiare nel Crocifisso? La crocifissione di Gesù appare più una disgrazia che un evento da festeggiare. Apparentemente in questo giorno siamo invitati a contemplare la fede di Pietro ma non è così. Infatti Pietro è beato perché la fede che professa non è merito suo.

Il nostro racconto letto in maniera superficiale potrebbe anche essere fuorviante. La fede non può essere la risposta giusta da dare alla domanda di Gesù allo scopo di fare carriera. Se la fede ci fa fare carriera, c’è qualcosa che non funziona e c’è da preoccuparsi. Può succedere che invece di seguire Gesù lo usiamo per la nostra affermazione o per il nostro successo.
Ma cos’è la fede? Mi sembra che possiamo tentare di definire la fede guardando all’anello che molti di voi portano al dito. Non so per quale motivo l’anello sponsale si chiami fede, non so da dove derivi questo nome e nemmeno chi lo ha deciso. Però mi sembra una buona idea. Guardando all’anello nuziale direi che la fede è un legame con delle persone concrete, con una famiglia. Questo legame afferma che io non mi appartengo che non sono più mio. Appartengo ad una famiglia. Appartengo a persone concrete alle quali dono la mia vita. La fede è l’affermazione che la vita è dono. Non è dunque Pietro ad aver fede in Gesù ma è Gesù ad aver fede in Pietro e in questa umanità: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (Prima lettera di Giovanni – cap. 4)”. La fede di Gesù si manifesta nella sua fedeltà sponsale verso questa umanità. Benché questa umanità sia una sposa che non è all’altezza, tuttavia Gesù manifesta la sua fede donando per essa la sua vita.
Non so come potrà avere fede questo mondo fondato sulla produzione della immondizia e sulla selezione umana. Tutto ciò che non ci piace, noi lo buttiamo o lo allontaniamo dalla nostra vita e in qualche modo lo facciamo sparire dai nostri occhi. Questo facciamo con le cose e soprattutto questo facciamo con le persone.

Non so come potrà avere fede una umanità fondata sulla competizione anziché sulla collaborazione. Siamo abituati ad applaudire un campione perché è stato capace di sottomettere a sé mille dei suoi avversari. Il campione ci viene presentato come il modello, l’emblema dell’uomo riuscito. Ma ci vogliono 999 sconfitti per fare un campione. Ci vuole il sacrificio di 999 persone per farne felice una. Può essere? E questo avviene in tutti i campi della nostra vita e non soltanto nello sport. Bisogna che il mondo sia formato da una grande quantità di poveri perché poche persone possano spartirsi l’ottanta per cento delle risorse del pianeta. È giusto?

Ricordo che una sigla televisiva che introduceva un programma di cartoni animati diceva: “Che mondo sarà quello che ha bisogno di “Superman”? Superman ha bisogno di antagonisti malvagi e di tanti esseri inferiori per essere celebrato e avere ragione d’essere. Ma non possiamo dimenticare che, al contrario, la specie umana ha vinto la sua battaglia con le altre specie animali per mezzo della solidarietà. Mentre fra gli animali vige la legge del più forte e della selezione naturale, la specie umana ha imparato a difendersi dalle avversità e dai pericoli sviluppando la solidarietà di gruppo, difendendo i piccoli e gli esseri più deboli fisicamente ma portatori di altre qualità. E in questo modo ha accresciuto le sue capacità fino a diventare egemone.

Solo Gesù è la vera novità della nostra storia umana solo lui è radicalmente nuovo, lui che “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome (Lettera di san Paolo ai Filippesi capitolo 2,6-10)”.

Gesù non è un campione che ha sconfitto i suoi avversari. Semmai Gesù è uno che fa crescere gli altri abbassandosi, mettendo fine ad ogni avversità.
Gesù non è un superman che difende l’umanità dai suoi nemici perché Gesù ama i suoi nemici e dona loro la sua vita perché anch’essi abbiano vita ponendo fine ad ogni inimicizia.
Il dono che Gesù fa di sé stesso è totale ed è il modello di una esistenza veramente nuova.

di Angelo Rubaconti Parroco a Misano Monte

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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