Riccione, la comunità in un naufragio

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COMUNITA’

di Lele Montanari

– “Dop una giurneda isè, adès a pos enca murì”. Lo ha detto Gino Tomassini dopo l’inaugurazione della vela e della “prua” in memoria del peschereccio “Bruna”, affondato con cinque marinai a bordo nel 1929. I simboli sono stati collocati nella rotonda all’altezza del monumento ai caduti del Mare a Riccione Terme lo scorso lo scorso 5 aprile.
Alla cerimonia erano presenti il sindaco Daniele Imola, l’assessore all’Ambiente, Mario Galasso, il presidente di Famija Arciunesa Giuseppe Lo Magro, Giorgio Piccioni (un discendente dei Tomassini, uno dei naufraghi, nonché titolare delle terme) e tanti parenti dei marinai tra cui il signor Tonino Vici (presidente della Cooperativa Piccola Pesca “Secondo Tomassini”), Epimaco Zangheri (Pico), Tino Casalboni, i marinai della Saviolina, Carlo Volpe e Gnoli, Fabio Berni (presidente del Club Nautico di Riccione), Fabio Ronci (presidente Geat). I lavori della vela e della prua in miniatura sono stati curati da Giuseppe (Pino) Massari e Mario Aureli.
Tra i presenti anche Gino Tomassini, discendente diretto degli armatori della barca, il babbo Augusto e lo zio Secondo. Quest’ultimo morì insieme ai marinai Roberto Pronti (39 anni), Giulio Gennari (25), Paolo Ceccarelli (24) e Ubaldo Righetti (19).
Augusto (morto a 82 anni), padre di tre figli, non uscì perché si sentiva semplicemente di non andarci: “Non è giornata di andare in mare”. Dal naufragio si salvarono altri due dell’equipaggio. Ugo Bertozzi, perché la sera prima fu chiamato in caserma dai fascisti e picchiato. Invece, Dino Cesarini quella sera si imbarcò sulla barca di Arduini (i Campagnòn) di Cattolica, parenti dei Tomassini.
Imbarcazione ormeggiata a Rimini; i marinai scomparsi abitavano tra Porto-Alba e zona Marano.
La storia del naufragio me la ricorderò sempre perché nelle famiglie di un tempo queste tragedie lasciavano un segno indelebile. Colpì tutta la comunità. In quegli anni una bella fetta della popolazione di Riccione viveva grazie alla marineria. Tutti si conoscevano. Quella dei marinai era una famiglia unica nella quale prevaleva l’amicizia, la fratellanza. Il rispetto.
A mia madre, Gina (gemella di Gino), morta nel ’91 a 68 anni, ogni volta che c’era il mare grosso, le ritornava alla mente il naufragio della Bruna.
Questa è stata la più grossa tragedia nella quale sono morti marinai riccionesi.
La vela issata come monumento in mezzo alla rotonda reca i colori giallo ocra con due inserti rosso mattone: un triangolo in alto e un quadrato a metà vela, lato albero. Inoltre, è stata collocata la prua con i colori bianco e blu, con dentro una mattonella in ceramica, con incisa sopra una dedica ed i nomi dei marinai.
Dopo la cerimonia tutti ospiti dell’hotel “Marilena” della famiglia Gino Tomassini, che ha sfoggiato un menù marinaro (cucina sul fuocone dalla moglie Bina) di una bontà assoluta. Da raccontare agli amici.

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