“Pci, quel partito di grandi bacchettoni”

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LA LETTERA

Misano, “Casacce” – Parole e idee come si sa possono cambiare il mondo, ascoltare le loro voci , guardare le cose da angolazioni diverse può servire a capire la letteratura, la poesia che non è fatta solo di rime, tanto che mi sentirei di strapparne le prefazioni di tanti autori: credo nei contenuti della poesia?
Ma vedi; caro lettore questo doveva essere l’inizio di una lettera indirizzata al giornale che ho cambiato, perché puntualmente si torna a parlare di aborto e divorzio, una legge dello Stato che divide la nostra società. La revisione di questa legge proposta dalla destra segue indicazioni e intromissioni di un potere “rispettabile” che dimentica spesso la laicita di esso.
Questo gioco tutto politico “permettetemi questa definizione” sulla pelle delle donne, fra i diversi schieramenti cattolici a destra come a sinistra, credo abbiano un loro fine. Ma direi non solo, visto la reazione molto debole del Pd e la posizione che prenderà la parte cattolica in questo partito. Al momento che scrivo la loro posizione è tutta da verificare anche se, “scusate la meschinità”, credo che dell’aborto possa “sì” interessare la “chiesa”, ma ai politici questo dramma che tocchi le donne interessi poco, se non i “loro voti”.
Il tutto lo collego appunto ad una ricerca che avrebbe, avuto come titolo “Quei comunisti così bigotti” questa reazione debole del (Pd, al quale non ho aderito), ha un collegamento storico con la sua storia con la mia storia, quella di tanti.
Prometto senza rime ma solo con contenuti. Sono partito da Giuseppe Carlo Marino che in un saggio intitolato “Autoritratto del Pci” aveva scandagliato le regole e la morale di un mondo in gran parte sconosciuto che per chi ha meno di cinquant’anni può sorprendersi, e sorridere del bigottismo che permeò la vita del Partito Comunista Italiano, che va dal primo dopoguerra alla fine degli anni cinquanta.
Poi Sandro Bellassai approfondisce in un libro i caratteri fideistici che rendevano il Pci, così diverso da tutti gli altri partiti. Una diversità coltivata negli anni duri dell’opposizione al fascismo, del carcere, del confino, dell’esilio, ma che continuò a lungo a permeare la mente e l’anima dei militanti comunisti. Lo spirito di sacrificio, per il bene del Partito e della società, fu la regola, la stella polare che doveva guidare la vita del buon comunista. La diversità del buon comunista doveva risultare evidente in ogni aspetto della vita sociale e familiare.
Ci furono alcuni allievi della Scuola regionale lombarda richiamati perché colpevoli di fare scherzi ritenuti non educativi, sani, seri, che affratellano. Altri compagni furono invece diffidati nel presentarsi alle lezioni, malgrado il caldo asfissiante, in “abbigliamento troppo succinto”.
Ma è sul problema della famiglia del divorzio, dell’aborto, dei figli illegittimi, che il Pci dovette affrontare una difficile polemica al loro interno. I casi di dirigenti famosi che si separavano e davano vita a nuove unioni, più o meno clandestine, alimentò la cronaca rosa dei giornali, e suscitò discussioni e polemiche a non finire. La politica ufficiale del Pci si basava infatti sulla difesa ad oltranza della famiglia e della sua unità. Il che mal si conciliava col fatto che buona parte dei leader comunisti erano in quegli anni alle prese con intricate storie matrimoniali.
Le tempeste sentimentali toccavano il vertice del Pci. Oltre al “caso” Togliatti-Iotti, c’erano quelli del vicesegretario Luigi Longo e di Umberto Terracini, fondatore del partito e popolare presidente dell’Assemblea Costituente. Fu durissima la separazione di Longo e la combattiva “Estella” che aveva vissuto in primissima linea, le difficili battaglie della clandestinità.
Fu una brutta storia culminata nel ’53 quando venne a sapere dal “Corriere” di aver ottenuto l’annullamento a San Marino del suo matrimonio, smentì irata allo stesso giornale ricordando con forza che i comunisti erano a favore del divorzio ma non degli annullamenti di comodo, espedienti a cui ricorrevano volentieri i ricchi e spregiudicati borghesi.
Un punto di vista largamente condiviso dalle molte compagne abbandonate dai loro irrequieti mariti. Pur con molti distinguo il Pci si schiera a favore del divorzio anche se sul “Quaderno dell’attivista”” si suggeriva il bisogno di dire che, in linea generale, i comunisti sono sempre stati e sono per il divorzio. Su “Vie nuove”, si giunse perfino ad affrontare il tema delicatissimo dell’aborto intitolato il “bisturi della borsa nera” si respingeva una legge inutilmente severa proponendo l’estensione dei casi in cui l’interruzione della gravidanza sia consentito.
Sul problema dei figli illegittimi il Pci si schierò decisamente su quella “barbara definizione” un prodotto della cosiddetta”civiltà occidentale”. In questo caso il Pci dette prova di un certo coraggio, tenendo conto del fatto che tutta la politica del partito fu quella di evitare rotture con la Dc sul terreno scivoloso riguardante la famiglia, l’educazione cattolica, il matrimonio.
Oggi si sono ritrovati, stanno insieme. E’ stato un lungo percorso finito bene. E’ nato un partito nuovo, dirigenti nuovi, facce nuove e rassicuranti, “misteri della genetica”. Non farebbe notizia vedere il segretario del Pd Veltroni essere d’accordo sulla “194”, lui è sempre d’accordo con tutti. Ma sarà interessante nel prossimo futuro sapere il pensiero di D’Alema, su questo come sulla legge elettorale.
A volte vorrei tanto essere un politico, ma solo per capire le magie della politica. Ma purtroppo non sopporto i maghi, come non sopporto le prefazioni ma rispetto le idee altrui, “anche se una volta ha detto di non essere mai stato Comunista”. Da tutte le angolazioni avrei potuto parlare delle nuove mode che tendevano a liberalizzare i costumi, che i fumetti venivano definiti “narcotici intellettuali”, che le balere erano consigliate, quella dei dancing decisamente condannata. Sfuggita a Gaber in quel bellissimo cd ‘Cos’è la destra – cosè la sinistra’, e tante altre cose, ma la pagina mi dice che è ora di chiudere.

Giorgio Pizzagalli

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