Mosè, i sogni che non si spengono

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di Pasquale Gentili*

– Mosè aveva circa 120 anni quando morì. Passò 40 anni in Egitto; 40 anni in Madian e 40 anni nel deserto. Durante i primi 40 anni in Egitto fu educato in tutta la sapienza degli egiziani. Questa lo spinse a lottare per la giustizia, a fare qualcosa di grande. Tentò di fare dei suoi fratelli schiavi un popolo libero. Quando li vide litigare disse loro: siete fratelli! Ma la sua lotta, il suo ideale il suo compromettersi, si infranse contro la realtà: i suoi fratelli non ne vogliono sapere della libertà: “Chi ti ha detto di occuparti di noi?”.
Rotti i ponti col faraone, respinto dai fratelli, fallito come uomo: fuggì!
Si rifugiò in Madian, dove si mise a fare il pastore, si sposò ed ebbe due figli. E’ la resa: basta con le grandi idee, le grandi imprese, con la politica. Ma passati 40 anni arriva la storia del roveto… questa cosa che brucia e non si consuma; forse i suoi sogni che non riesce a spegnere…
Per gli ebrei 40 anni sono gli anni che segnano il passaggio da una generazione all’altra. Sono soprattutto i 40 anni trascorsi nel deserto che lo richiamano: tutti quelli che sono usciti dall’Egitto sono morti in quei 40 anni di deserto: chi entrerà nella terra promessa è un’altra generazione.
Sono passati 40 anni dal ’68!
Di quella generazione coi suoi ideali non è rimasto nulla. Se qualcosa è rimasto deve essersi rigenerato. Solo una nuova generazione può portare avanti quel sogno, quella rivoluzione.
Appartengo alla generazione del ’68. La realtà ci ha fatto toccare con mano il fallimento. Molti di noi hanno rinnegato quel tempo. Vorrei ricordare qualcosa partendo da un’esperienza personale.
Ho vissuto il ’68 in seminario, un luogo dove forse poteva sembrare che quell’aria non potesse entrare. Ero a Bologna in un seminario nuovo imponente, severo e in uno spazio molto verde, quasi privilegiato… sono passati 40 anni e quel posto si è trasformato in un insieme di uffici!
Ricordo tre personaggi: il rettore, don Nevio Ancarani e due insegnanti: don Filippo di Grazia e don Giovanni Catti.
Era il gennaio del ’69 quando Jan Palac, dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati Russi si diede fuoco nella piazza S. Venceslao di Praga e il rettore ci propose di parlarne. Ci pose il quesito se quel gesto era un atto di eroismo, di martirio o un suicidio! Non hanno importanza le conclusioni a cui arrivammo, ma era estremamente significativo il fatto che non si partiva da un giudizio a priori: per la morale cattolica togliersi la vita è peccato e il suicida non aveva neppure diritto ad essere sepolto in cimitero. Che il responsabile della nostra educazione cattolica mettesse in dubbio una dottrina consolidata era qualcosa di nuovo.
L’insinuazione del dubbio sul significato di quel gesto e del fatto che non potesse essere giudicato a priori ci sorprese.
Don Filippo ci fece incontrare, conoscere, celebrare liturgie con tutte le esperienze religiose presenti in Italia: nessuna esperienza si sentiva superiore ad un altra: si provava la gioia e l’interesse del dialogo. Le religioni non erano in contrapposizione fra di loro, ma in una comune ricerca del bene dell’umanità.
Catti ci sorprendeva perché non faceva lezione esponendo princìpi o altro del genere, ma raccontando storie: le storie sono più importanti dei dogmi!
Nessuno di questi ha fatto “carriera”. Nel giro di pochi anni furono tutti esonerati dai loro ruoli e quasi messi da parte. Ma i loro occhi ancora oggi brillano di curiosità. Noi certo non capivamo, ma qualcosa di nuovo avevamo respirato, apparentemente impercettibile e insignificante, ma che non ci ha più permesso di essere integralisti nè fondamentalisti e neppure rassegnati.
Il ’68 è stato un fatto positivo: portava a pensare positivo. Partiva da un presupposto: l’uomo, la società, la natura, la politica e per noi in particolare, la chiesa erano realtà buone, solo da modificare in certi aspetti. Ma tutto era orientato al bene comune.
Ti rapiva il sorriso di papa Giovanni XXIII, la nuova frontiera di John Kennedy, l’utopia di Bob Kennedy, il sogno di Luther King.
Ma quando questi uno dopo l’altro morirono per lo più uccisi ci si sentì un po’ orfani. La difficoltà di vivere nel deserto si fece sentire tutta.
Il linguaggio ritrovò la sua forma normale, tradizionale per cui il suicidio è suicidio, mentre il martirio è solo quello che avviene per la fede… si fece buio su tutta la terra!
Qualcosa di simile successe agli Ebrei in quei 40 anni di deserto.
Ma quando Mosè stava per morire si fece portare sul monte Nebo: dice la bibbia che gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Sembra di vedere un giovane che si affaccia alla vita! E vide la terra che aveva sognato sempre…
E bello morire sognando!
Sono passati 40 anni dal ’68, ma oggi quando guardo la generazione dei giovani che si affaccia alla vita mi sembra di vedere quel mondo che io sognavo. Forse oggi con più prudenza, meno clamore, ma più fermezza e la pazienza delle cose vive.

*Parroco di Sorrisoli (Cesena)

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