In vacanza con la Bcc di Gradara

Il viaggio in autopullmann, con la perfetta organizzazione e la gradita attenzione degli addetti della B.C.C., che avevano la capacità di anticipare e prevenire ogni nostro desiderio, è stato foriero di un piacevole svago rispetto alla vita quotidiana.
La solerte attenzione del personale della Banca, del Presidente e del Direttore, tutti in gita come noi, ha conferito al viaggio ed al soggiorno con la breve vacanza, un carattere allegro, di gioiosa e rassicurante convivenza, poi, di tanto in tanto, punteggiata di spiritose uscite di Eleonora, nostra guida di viaggio, che si ostinava a sillabare le sigle della nostra Banca con un gracchiante “Bo-Co-Co”, anziché l’orecchiabile e famigliare “Bi-Ci-Ci”.
Il pranzo sulle terrazze del Palazzo Ducale, attraverso una particolare scala di accesso ed una soleggiata terrazza, poi in una insolita sala da pranzo formata da sbalzi di quote del pavimento ed una copertura in legno a vista fuori dal comune per la notevole pendenza delle falde, lo stile, il tipo di legno e di ancoraggio della struttura portante, a notevole altezza, ti catturava lo sguardo e ti impediva di non osservarla.
La passeggiata nella grande e storica Piazza De Ferrari con la sua monumentale fontana su cui prospettano il Palazzo della Regione, il Palazzo dell’Accademia Linguistica di Belle Arti, il Palazzo della Borsa, il Palazzo Ducale, che nel 1339 divenne sede del primo Doge Simon Boccanegra, da cui Verdi nel 1857 trasse la sua opera musicale, il Teatro Carlo Felice sul cui fronte troneggia, in equestre posizione, la statua bronzea dell’eroe dei due mondi e l’adiacente Piazza Matteotti, abbiamo incautamente smarrito per alcune ore, e poi ritrovato, una coppia di carissimi nostri anziani coniugi, Aldo e Gina, la cui ricerca ha costituito un simpatico diversivo.
Sulla vecchia ed importante Strada Nuova, chiamata Via Garibaldi dal 1882, si ergono palazzi di una pregevole bellezza, testimoni della potenza e del fasto residenziale dell’aristocrazia genovese del XVI secolo, tra cui Palazzo Doria Tursi, che abbiamo visitato e che contiene la mostra delle opere di Van Dick ed altri pittori genovesi del XVI e XVII secolo, che 160 anni fa è divenuto sede del Municipio.
Fu eretto a partire dal 1565, poi, 32 anni dopo, Gian Andrea Doria lo acquisì per suo figlio Carlo, Duca di Tursi, da cui completò la denominazione dell’imponente costruzione, la cui facciata, costituita da materiale marmoreo, pietra ed ardesia, consta di due ordini sovrapposti diversi al piano rialzato ed a quello superiore ove le paraste rustiche aggettanti vengono sostituite, in alto, da paraste doriche di buon effetto estetico.
I mascheroni dalle smorfie animalesche sulle finestre dei piani, il maestoso portale marmoreo coronato dallo stemma della città, la geniale soluzione dei giardini soprastanti rispetto al portico, che sfrutta la pendenza naturale dei terreni, il tutto conferisce una plasticità ed un risultato ben integrato con il resto architettonico della intera importante strada.
Nel vecchio centro le strettissime stradine, che chiamano “caruggi” tra alti e vetusti fabbricati d’abitazione, nei meandri di vie tortuose dall’impianto medievale, ove si ritrovano i mercatini, le chiese, le piccole piazzette su cui prospettano anche importanti e vetusti palazzi come la cinquecentesca “Loggia dei Mercanti” su Piazza Banchi, il tutto conferisce all’insieme una interessante scoperta di una concezione urbanistica fuori dal comune e così realizzata anche a scopo difensivo contro le razzie dei pirati, per la facilità di ergere barricate e difendere postazioni dalle finestre.
La visita al porto, nella domenica mattina, nell’area di mare della piazza di “Caricamento”, cui il progetto expo di Renzo Piano, ha fatto sfoggio dell’arte creativa nell’architettura moderna e della ingegneria elettromeccanica, con un insieme di realizzazioni in carpenteria metallica, vetro, cristallo, similvetro, ecc. che hanno lo scopo precipuo di stupire, oltre ovviamente alla destinazione d’uso.
Il “Bigo” è una struttura che esce dall’acqua come tanti bracci di carico (i cosiddetti “bighi”) che ricordano il sistema di carico delle navi di un tempo, quando ancora non esistevano i containers.
Ad uno di questi bracci, uscenti a sbalzo, che si erge sulla terraferma è appeso un tipico ed innovativo ascensore panoramico che solleva ad una altezza di oltre cinquanta metri una cabina girevole a pianta circolare perimetrata di vetri, che ruota sul proprio asse e permette ai visitatori di vedere a 360 gradi la città, il mare, il porto.
Altre stupefacenti strutture sono state ivi realizzate come la “Bolla Tecnologica” quale struttura sferica di carpenteria metallica e cristallo destinata alla vita di preziosissime felci arboree.
Un altro braccio del “Bigo” sostiene la copertura della Piazza delle Feste che è stata realizzata con un ardito telaio portante teli di particolare tessuto plastico su di una struttura capace di trasformarsi a seconda degli eventi atmosferici.
Il sabato lo abbiamo invece dedicato alla visita a Montecarlo, nel principato di Monaco, il piccolissimo stato indipendente e sovrano, riconosciuto fin dal 1512, ubicato in territorio francese, a 13 km dal confine con l’Italia.
Durante il viaggio una leggera e rada pioggerellina, che a malapena imperlinava il vetro anteriore del pullmann, scendeva “cianin cianin” così come si esprimeva, in dialetto ligure, la nostra guida maschile genovese, aggiunta per l’occasione del viaggio in terra monegasca.
Questa è una interessantissima zona di parco naturale protetta da rocce scoscese e fin dall’antichità è stato un luogo conteso per gli interessi sul mare e per il clima.
Abbiamo visitato Montecarlo, abbiamo visto da fuori il Palazzo dei Principi con il cambio della guardia a mezzogiorno in punto. Abbiamo visto i vecchi bastioni e le stradine della Rocca, il Casinò Municipale con i giardini di fronte, sui quali è installato un interessante specchio sferico bifacciale rispecchiante le caratteristiche immagini sia sulla faccia concava rivolta verso il Casinò, la cui peculiarità tecnica della dimensione, della curvatura e della lunghezza positiva del segmento di distanza focale, permette di vedere in una ridotta superficie, tutto il fabbricato antistante mirabilmente specchiato e sia, sulla opposta facciata convessa la cui lunghezza negativa del segmento di distanza focale permette di riflettere, in un insieme, sia la vicina strada con il suo traffico e sia tutta la collina edificata e l’orizzonte con le immagini impiccolite ed ovviamente rovesciate.
Nel centro di viuzze che si snodano sulla collina sono ubicati tipici ristorantini ove abbiamo pranzato già all’inizio dell’ora di nona della giornata, rincorsi da un tempo che non prometteva nulla di buono, ma preannunciava il cambiamento in peggio con un’aria fredda, foriera di un’altra sottile pioggerellina sulla strada del ritorno a Genova.
La domenica sera, sulla via del ritorno, sui molleggiati sedili dell’autopullmann, mirabilmente guidato dal bravo autista, le stanche membra gustavano il riposo, di tanto in tanto interrotto dalle gentili addette della Banca che in maniera instancabile passavano a distribuire o golosi dolciumi o gradite bevande od altro ancora, mentre le conversazioni pian, piano languivano ed il mitico Morfeo lentamente avvolgeva tra le sue braccia noi stanchi gitanti che ci godevamo un meritato “riposo del guerriero”.