Impegno civile

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“Sì, perché anche l’economia e il potere in loro stessi sono forme, anche poco camuffate, di religione. Non si possono servire due padroni. Non si può servire Dio e Mamona”

Facile comprendere il discorso del vescovo. La fede ha qualcosa da dire sulla politica, non per una indebita invasione di campo”

– Il primo incontro di “spiritualità” del nuovo vescovo Lambiasi con i politici riminesi è stato un vero e proprio esame, apparentemente di routine, in realtà molto ostico. Lo definisco così perché la tentazione più facile in simili frangenti è quella di assumere il ruolo del bravo moralista?figura che spetta di dovere a un vescovo. Ma, una volta finita la predica, tutti sanno che tutto ritornerà come prima.
Monsignor Francesco sapeva bene che tale look, o paravento che dir si voglia, andava evitato, e ce l’ha messa tutta per farlo. La politica, ci piaccia o no, al fondo non è mossa dal moralismo. E’ un arte che richiede, oltre che coraggio, competenza, e progetti a lunga distanza. In termini religiosi potremmo serenamente chiamarla “conversione”. Peccare di sesso, dato abbastanza comune, è facile, anzi addirittura motivo di vanto! Peccare, usando il potere che più o meno legittimamente si detiene, equivale a combattere una vera e propria guerra, con vittime magari poco visibili, ma di certo reali. Il cosiddetto Peccato Originale non è stata una debolezza di gola! Mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male equivale a mettersi al posto di Dio, determinando noi stessi ciò che è bene e ciò che è male.
Economicamente parlando, la schiavitù da una parte e il colonialismo dall’altra, sono un bene. Quale economista avrebbe il coraggio, dati alla mano, di negarlo? Eppure, oggettivamente, sono un male. La persona vale più del capitale. Solo che, per pensarla così, occorre un’apostasia, cioè un cambio di religione. Sì, perché anche l’economia e il potere in loro stessi sono forme, anche poco camuffate, di religione. Non si possono servire due padroni. Non si può servire Dio e Mamona.

Partendo da questa cornice interpretativa è più facile comprendere il discorso del vescovo. La fede ha qualcosa da dire sulla politica, non per una indebita invasione di campo. Questo sarebbe ricadere nel peccato di strumentalizzare la politica alla fede. Il Sacro Romano Impero c’è stato, questo è vero; ma non è più il modello cui ispirarsi. Ponendo al centro l’uomo e il bene comune, il termine servizio è un orientamento irrinunciabile. Questo anche a imitazione di Cristo che “è venuto non per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita per molti”. “Non si può esercitare la pubblica autorità per farsi strada?perché serve a una famiglia, a un gruppo o ad un clan” un’affermazione, questa del vescovo, talmente ovvia da apparire pleonastica se non fosse per lo spettacolo indegno quotidiano ogni giorno offerto ai cittadini in fatto di nepotismo, corruzione, intrallazzi ecc? E che dire del richiamo a “usare il potere senza esserne usati e senza che alla fine neanche un soldo si sia attaccato alle mani”? Le parole del vescovo sembrano appartenere al libro dei sogni. E forse bisognerebbe aggiungere che anche la chiesa non è immune dall’approfittare di una certa disinvolta gestione del potere politico per i propri interessi.
Saggezza e competenza sono doti assolutamente necessarie nell’arte di governo. E non deve mancare il coraggio, altra virtù da mettere in campo, “per buttarsi nella mischia del confronto, per sottoporsi al giudizio sovrano del popolo e per esporsi al vento della critica, anche quando questa risultasse infondata o ingenerosa”. Ma non abbiamo assistito in questi mesi all’indecoroso spettacolo della stragrande maggioranza dei politici, i quali, invece di far pubblica ammenda, si sono chiusi a riccio di fronte all’indignazione popolare sollevata non solo da Beppe Grillo ma anche da reportage di giornalisti e scrittori che, documenti alla mano, denunciavano il malcostume politico? “Antipolitica!” è stato il loro commento; aggiungendo che “tra qualche tempo tutto sarebbe stato dimenticato”.
Abbiamo parlato del potere o della politica “per” il popolo. A questo punto bisogna necessariamente aggiungere “col” popolo. Questa, in termini ordinari, si chiama democrazia.. Tale democrazia si esprime non solo col voto, per altro indispensabile, ma anche con l’arte del dialogo.
Nemico sottile, ma letale, della democrazia è il dogmatismo laico o clericale che sia. Non si possono eludere le proprie responsabilità con l’a-priori che “noi siamo dalla parte giusta”. E qui ci chiediamo se la chiesa abbia le carte in regola per questi ammonimenti. Si ripete ad ogni piè sospinto che la chiesa non è una democrazia. E’ vero! Ma ben di più. Essa è un luogo di fratelli con un solo Padre e tutti con la stessa dignità. La chiesa sa che ognuno vi ha diritto di parola e che la diversità, lungi dall’essere un ostacolo, è una ricchezza. Tuttavia non è questo clima di fraternità quello che si è respirato lungo i secoli e nei tempi più recenti. Basti pensare al freno posto alla Teologia della Liberazione, alle tante voci tacitate, ai tanti teologi allontanati dalle cattedre!

Infine i “poveri”. Il vescovo invita a non “trincerarsi dietro l’alibi troppo comodo che i poveri non ci sono più”. E aggiunge che la minoranza povera debba essere adeguatamente rappresentata e tutelata nei fondamentali diritti di una vita a misura d’uomo. Purtroppo non sembra che le cose stiano così. Secondo le statistiche sono sempre di più i nuclei famigliari che arrancano per arrivare a fine mese. La situazione in Italia appare tutt’altro che rosea. Ma non è compito della politica, anche locale, pensare in grande, guardare al di là del proprio orticello, produrre ideali di più vasta portata? Non è stoltezza, miopia politica, salvaguardare il proprio recinto, chiudere gli occhi su una povertà e precarietà che riguarda l’ottanta per cento della popolazione mondiale, con difficoltà per l’accesso all’acqua, al cibo, alle cure mediche, alla democrazia? Così conclude il vescovo: “Perché la politica non degeneri in mera e spesso cinica gestione del potere si richiede una forte tensione ideale. ?L’autentico uomo politico non potrà mai ridurre a basso voltaggio l’alta tensione tra i valori di riferimento e i provvedimenti più minuti, e non potrà mai togliersi quella che Aldo Moro chiamava “la spina dell’inappagamento”.

La grandezza del cristianesimo minoritario

RIFLESSIONI

di Jena-Marie Guénois

Può influire in modo più autentico sulla società. Lo afferma Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose

– Per Enzo? Bianchi, priore della comunità di Bose, un cristianesimo minoritario può influire in modo più autentico sulla società.
Lei arriva ad affermare che la fine della cristianità è una chance per il cristianesimo…
E lo confermo, perché il cristianesimo ha vissuto su una ambiguità, quella di “essere” cristiani senza doverlo diventare, di essere praticante senza vivere veramente un cammino di fede personale. La coincidenza fra fede e società non esiste più, e la nuova situazione di minoranza dei cristiani è una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore. La libertà e l’amore sono infatti le condizioni della fede cristiana. Non sono più un caso o una necessità.?
Il diventare minoritari può essere un passo verso la scomparsa: questo non la preoccupa?
Essere minoritari non vuol dire essere insignificanti. Ci sono minoranze efficaci, che agiscono nella società perché sia compreso il messaggio cristiano. Bisogna vigilare perché questo statuto di minoranza non conduca ad uno spegnimento, ma sia come il sale o la luce del mondo. Bisogna che la minoranza cristiana abbia la possibilità reale di esercitare una vera influenza evangelica in seno all’umanità.?
Da minoritari, i cristiani devono cercare di esercitare un’influenza sulla società?
Intanto non bisogna avere l’ossessione dell’influenza, come non bisogna averne paura. La vera vita cristiana porta in sé un messaggio di umanizzazione. La spiritualità cristiana è, in fondo un’arte di vivere umanamente. Se gli uomini percepiscono che i cristiani hanno una vita buona, vera e felice, si porranno la questione del fondamento di questa vita, e l’annuncio di Gesù Cristo diventerà quasi naturale. Si farà nel dialogo, senza imporsi.?
La transizione da un epoca segnata da un cristianesimo dominante a questo nuovo statuto di minoranza è vissuta come un trauma da molti nella Chiesa. E da lei?
È un passaggio doloroso e una prova, ma non bisogna avere paura. I nostri occhi fanno fatica a discernere e non bisogna fidarsi delle statistiche, perché la fede non è misurabile. Nessuno, nella nostra società secolarizzata, è in effetti capace di misurare quanto dura l’influenza del Vangelo quando tocca il cuore di un uomo.?
Lei perciò non è preoccupato per il futuro?
Io ho una grande fiducia, perché se crediamo che il cristianesimo è una forma di umanizzazione, allora gli uomini si interesseranno al cristianesimo. Se ci fossero degli ostacoli a questo, verrebbero da noi, non dal mondo. Siamo noi che non siamo capaci di dire la nostra speranza, di dare entusiasmo con la nostra arte di vivere e di fare della nostra vita umana con Cristo un autentico capolavoro.?
Lo stato di minoranza può accompagnarsi ad un complicato riflesso comunitario : che ne pensa?
Bisogna riconoscere che il dialogo, l’apertura agli altri, l’esercizio dell’alterità sono diventati più difficili, perché suscitano diffidenza e noi stiamo attraversando una specie di inverno in tutte le religioni. Ma è un pericolo che passerà. Se la Chiesa resiste alla mondanità, se la Chiesa capisce che pregare Gesù per l’unità non è una moda ma appartiene all’essenza stessa della vita cristiana, allora avremo una nuova primavera dell’ecumenismo, un tempo nuovo per il dialogo.?
Ma come evitare il peggio?
Siamo condannati alla dinamica della Pentecoste. Il cristianesimo è plurale. Deve imparare la diversità e non l’uniformità. E spero che si troverà nel ministero di Pietro un ministero di unità che è necessaria per tutte le Chiese, come ha voluto il Signore. Il papa in effetti può avere un suo ruolo da giocare perché si realizzi la comunione delle Chiese. Così è stato durante il primo millennio del cristianesimo. Oggi soffro per lo spirito ecumenico perché nelle Chiese ci sono persone che lavorano contro l’unità o mettono in atto prassi difensive. Non prevarranno, perché lo spirito del Vangelo vincerà queste opposizioni. Ma diffidiamo del disprezzo per le altre culture: non è lo spirito cristiano. Cristo è stato capace di sedersi alla tavola di peccatori, è morto fra due malfattori…

(Adista)

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