Felicità, il senso vero della vita

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LA CULTURA

– La felicità è privata o pubblica? Appartiene a questo mondo o all’aldilà? Alla vita attiva o a quella contemplativa? Alla quantità o alla qualità? E si può essere felici “senza saperlo”? Oppure serve la costruzione razionale di un progetto? Sono solo alcune delle domande che fanno da sfondo alla rassegna filosofica promossa dalla biblioteca di Misano e curata dal direttore Gustavo Cecchini dal titolo “Sulla felicità, l’attimo fuggente e la stabilità del bene”.
Ognuno dei più di sei miliardi di uomini e donne che popolano oggi la terra aspira a essere felice. Anche un bimbo appena venuto al mondo, che non ha ancora né ragione né parola, desidera la felicità e, se può segnala con un sorriso quando la raggiunge. Ma se poteste chiedere a ciascuno di questi sei miliardi di uomini e donne cosa sia la felicità quasi nessuno vi darebbe la stessa risposta; molti di loro probabilmente vi risponderebbero anzi che quel che sia la felicità non si può dire.
Essere felici discende forse dall’essere virtuosi, come già si affermò nell’antica Grecia di Socrate? O forse sta nel godimento equilibrato dei beni del corpo e dello spirito, come disse Aristotele? O nel distacco dalle passioni, come per gli stoici? O nell’essere saggi? O nella vicinanza a Dio, come suggerirebbe un credente di ieri e di oggi? O nella soddisfazione dei beni materiali, come affermano le dottrine che hanno più riguardo alle esigenze della società che a quelle dell’individuo?
E oggi in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le “passioni tristi” dove un senso pervasivo di impotenza e incertezza ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, come è possibile riscoprire la gioia del fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediati, in una parola essere felici? Su questo tema che attraversa tutta la storia dell’umanità la biblioteca ha invitato il fiore dei filosofi italiani per cercare di trovare la chiave che apre uno spiraglio verso un modo più equilibrato di affrontare le tempeste della vita e avvicinarsi a quello stato raro e fuggevole dell’animo al quale diamo il nome di felicità.
Apre la rassegna il 10 ottobre Salvatore Natoli uno dei filosofi italiani da sempre attento agli interrogativi più urgenti del presente. La felicità, per dirla con le sue stesse parole, è un “tema d’esistenza, anzi, per usare una formula cara agli antichi, è il fine stesso della vita”. “L’attimo fuggente e la stabilità del bene”, titolo della sua lezione, sarà una riflessione sulla dinamica di fondo che caratterizza la felicità e i suoi molti modi di manifestarsi: la beatitudine, la serenità, la gioia.
La felicità, dunque, non sta solo nell’attimo, nell’acme cui perveniamo, ma nell’appartenere a essa. La felicità è piacere d’esistere, fecondità. E’ espressione della vita che vuole se stessa e che trova compimento nella sua stessa realizzazione: nelle vite riuscite. Per questo la felicità, come dice Nietzsche, non risiede tanto nella sazietà, quanto nella gloria della vittoria, per questo ha la forza di rinvenire perfino sopra e oltre il dolore.
In questo senso essa è frutto di virtù. Non è perciò solo un mero transitare, un sentimento labile, ma è un bene stabile. Coincide, infatti, con la capacità di trasformare gli ostacoli in sfide, di generare a ogni momento il bene e di fruirne. La felicità è il sì incondizionato alla vita.
Molto atteso è l’intervento di Maurizio Pallante (17 ottobre) dal titolo: “Per una decrescita felice: la qualità della vita non dipende dal Pil”. Basta un rallentamento della crescita per gettare le nostre società nello sgomento, davanti alla disoccupazione, al divario sempre maggiore tra ricchi e poveri, all’abbandono dei programmi sociali, sanitari, educativi, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può dunque immaginare a quale catastrofe porterebbe un tasso di crescita negativo. Ora se non cambiamo traiettoria è proprio questo regresso che incombe in termini sociali e di civiltà.
In questo contesto considerare la decrescita come una condizione felice può sembrare una contraddizione, ma in realtà essa indica un nuovo sistema di valori. La decrescita non è una rinuncia, una riduzione del benessere, un ritorno al passato. Piuttosto è una scelta consapevole, un miglioramento della qualità della vita, una rispettosa attenzione per il futuro. E’ un altro modo di rapportarci al mondo, alla natura, alle cose e agli esseri. Le società capaci di autolimitare la propria capacità produttiva sono anche le più gioiose.
Il terzo appuntamento (22 ottobre) è con Maurizio Ferraris con “L’arte come promessa di felicità”. C’è una bella frase di Stendhal che dice: “La bellezza è una promessa di felicità”. Questo vuol dire che la bellezza non è una entità magniloquente, bensì una proprietà terziaria (cioè espressiva) connessa a oggetti, opere, eventi e persone: c’è qualcosa nel mondo che si stacca dalla nebulosa delle cose circostanti perché esprime qualcosa, e in particolare una promessa, quella di renderci felici.
La promessa potrà non essere mantenuta per intero (ed è cioè che accade il più delle volte, il che spiega perchè la bellezza ha una qualche parentela con l’inganno), oppure potrà durare troppo poco (ed è per questo che la bellezza è legata alla malinconia), ma intanto importa che in quel preciso punto del mondo ci sia una promessa di quel genere, che si rivolge proprio a noi; quanto al salvare il mondo, come diceva Dostoevskij, lasciamolo fare alla politica, alla scienza, all’economia, alla giustizia, e, se possibile, proviamo a dare una mano anche noi.
“Com’è intesa la felicità in Oriente?” E’ questo il tema del quarto appuntamento (31 ottobre) con Giangiorgio Pasqualotto. Per l’oriente la felicità innanzitutto è legata al concetto di conoscenza, come identificazione con la saggezza. Nella filosofia orientale si crea un legame inscindibile tra verità, conoscenza e felicità. La verità è la realtà, non un nostro costrutto mentale, mentre la conoscenza è l’identificazione con la consapevolezza della realtà in cui viviamo. Sono proprio la verità e la conoscenza che danno origine alla felicità.
Uno dei filosofi italiani più seguiti e stimati, Umberto Galimberti, sarà protagonista della serata dedicata al tema “Amore e felicità” (6 novembre). Non c’è parola più equivoca di “amore” e più intrecciata a tutte quelle altre parole che, per la logica, sono la sua negazione. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nell’amarezza della disillusione.
Galimberti penetrerà i meandri del sentimento e del desiderio, registrando i mutamenti intervenuti nella modalità di vivere (e patire) le dinamiche dell’attrazione, il patto con l’amato/a, la trama di autenticità e menzogna del rapporto amoroso, i percorsi del piacere.
Quirino Principe sarà il protagonista della serata dedicata a “Musica e felicità” (14 novembre). Quali sono gli effetti che la musica esercita su di noi? che corrispondenze tra musica e vita? forse la felicità che la musica offre è proprio la sua capacità di trasferirci in una sfera superiore, innesca lo stesso procedimento mentale di quando si sta davanti ad una statua greca dell’età classica. Guarda come pensavamo di poter essere: armoniosi, entusiasti, forti, dinamici, consapevoli, fiduciosi nel futuro, idealisti, generosi e tutto quello che non si è diventati.
“La felicità dell’uomo libero” è il tema Il penultimo appuntamento (21 novembre) con il filosofo Carlo Sini. Può la conoscenza renderci felici? Può la felicità farci liberi? Arduo è rispondere. Se la felicità è uno stato o addirittura un possesso, come eviteremo che ci sfugga o che ci venga sottratta? E se libero è allora colui che nulla possiede perché da nulla è posseduto e reso schiavo, come potrà però esser felice? Felice di che o per che? Ma la saggezza filosofica insiste: solo la conoscenza rende liberi e solo l’uomo libero è finalmente felice. Chi tuttavia è già abbastanza libero per riuscire a riconoscerlo? E chi è poi l’uomo libero? Davvero saperlo ci renderà felici?
La chiusura (28 novembre) è con il teologo Vito Mancuso su “Felicità e immortalita”. Esiste l’anima? E se esiste, la vita dopo la morte?… sarà una serata che toccherà le corde spirirituali di tutti noi assopiti e narcotizzati dalle materiali urgenze quotidiane. Una lezione su chi siamo (l’anima) e dove andiano (il destino) .
Dunque otto serate dove verranno affrontati i grandi interrogativi dell’esistenza: dove siamo, verso dove andiamo, come possiamo aiutare noi stessi nella perenne ricerca di una vita serena e di qualche forma di felicità?

PROGRAMMA

Apre Natoli, sipario con Mancuso

10 ottobre – Salvatore Natoli:
L’attimo fuggente e la stabilità del bene

17 ottobre – Maurizio Pallante
Per una decrescita felice: la qualità della vita non dipende dal Pil

22 ottobre – Maurizio Ferraris
L’arte come promessa di felicità

31 ottobre – Giangiorgio Pasqualotto
Com’è intesa la felicità in Oriente?
6 novembre – Umberto Galimberti
Amore e felicità

14 novembre – Quirino Principe
Musica e felicità

21 novembre – Carlo Sini
La felicità dell’uomo libero

28 novembre – Vito Mancuso
Felicità e immortalita

Conferenze presso il cinema-teatro Astra a Misano Adriatico via d’Annunzio, 20 con inizio alle ore 21.

Info: 0541.618424
website: www.biblioteca.misano.org – Ingresso libero

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