Bonetti, morcianese a Pechino

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SPORT E SOCIETA’

In 7 anni, Pechino è nuova anche per i pechinesi. Grandi strutture, stadi faraonici e grattacieli. I nuovi edifici segnalati come il Palazzo d’estate o la Città proibita. Pochi segni del made in Italy, molta Francia e Svezia

– Ho avuto il piacere e il privilegio di essere a Pechino dal 7 al 19 agosto scorsi, assieme all’amico nonché valente addetto stampa del Cons di San Marino Emer Sani, per assistere all’evento “più importante da due secoli a questa parte”, così come lo ha definito il riminese Italo Cucci, nostro compagno nel volo di andata.
Un’olimpiade su cui la nazione cinese e tutto il suo immenso popolo, ha riposto grandi speranze e ha scommesso davvero tanto.
La città di Beijing (Pechino) in soli sette anni ha subito uno stravolgimento epocale finendo per apparire irriconoscibile agli occhi degli stessi pechinesi.
Davvero sorprendente la quotidiana esperienza di vedere il taxista a cui qualche minuto prima si era richiesto un passaggio, girarsi smarrito verso di noi per chiedere, in un incomprensibile idioma, in quale parte della città ci stessimo trovando.
Una grande sfida quella cinese nata sotto l’egida del dragone, il simbolo imperiale di forza, potenza e coraggio.
Una prova davvero maiuscola quella della nazione cinese che non si manifesta più nelle guerre di conquista imperiali o con le prove di forza dell’inossidabile Mao, ma che ora prende forma con grandi strutture, stadi faraonici e grattacieli.
Con l’organizzazione delle Olimpiadi la Cina ha voluto manifestare a tutto il mondo come il popolo cinese possa eccellere in ogni campo.
Non a caso il portabandiera della Cina alla cerimonia inaugurale è stato tale Yao Ming: un cinesone di due metri e ventuno centimetri che da anni gioca con grandi risultati nel campionato di basket Nba.
Le prestazioni di Yao Ming non sono la manifestazione dell’ingerenza dello sport americano nella grande nazione asiatica ma, al contrario, esprimono la capacità di eccellere di un atleta cinese in uno sport straniero.
Come dire: non siamo secondi a nessuno, neppure in ciò che il resto del pianeta pensa di avere il completo predominio.
Per meglio esprimere questa “nuovelle grandeur asiatica”, Beijing ha visto sorgere dal sottosuolo un nuovo tessuto stradale ed edifici maestosi, costruiti con l’abbattimento di migliaia di abitazioni in cui viveva la gente più umile.
I grandiosi edifici moderni vengono addirittura segnalati nella guida della sterminata città di Beijing, tra i monumenti più importanti, alla stregua del Palazzo d’estate e della Città Proibita.
E proprio di fronte a quella che fu l’immenso perimetro che ospitava la costosissima corte dell’Imperatore, a circa 500 metri da porta Quianmen, il grande ingresso alla “Porta della pace celeste” ( traduzione letterale di Tienanmen), si estende per circa un chilometro una delle grandi incompiute di questa incredibile svolta epocale cinese.
Si tratta di Tienanmen Street, una storica via commerciale lunga oltre un chilometro.
Ebbene, la via in questione è stata rasa al suolo e completamente ricostruita nel tipico stile imperiale cinese.
Le cose a Pechino sono cambiate molto in fretta, in tempi per noi occidentali davvero da record e le opere più importanti sono state inaugurate a pochi giorni dall’inizio dei Giochi.
La linea 5 della metropolitana, la linea 14 e quella che conduce al principale sito olimpico, sono state definitivamente aperte il 26 luglio a poco più di dieci giorni dall’inizio della cerimonia inaugurale!
Tienanmen Street, non ha avuto la stessa fortuna.
Pur se le strutture degli edifici commerciali sono giunti a completamento, i negozi ricostruiti nel tipico stile orientale imperiale non hanno avuto tempo sufficiente per vedere aperte le loro saracinesche.
La via che conduce alla piazza più grande del mondo, come in un racconto di Rudyard Kipling, è apparsa al passante completamente deserta, abitata solo dallo spirito di intrapresa di esercizi commerciali mai nati.
La lunga via appariva ancor più spettrale se visitata nelle ore notturne, quando Tienanmen Street, del tutto vuota, appariva circondata dalla cortina di sbarre posta dalla polizia.
Beijing, grande ed estesa com’è, non ha sofferto certo per la mancata apertura di questa sua importante arteria: la città è grande e il popolo cinese non è né abbastanza critico né sufficientemente curioso per curarsi dell’accadimento.
Sono infatti migliaia i negozi, i ristoranti e i centri commerciali aperti sino alle 21 per cauterizzare le neo smanie consumistiche di questo numerosissimo e compatto popolo.
Pochi sono i segni del “made in Italy” a Pechino mentre evidenti sono le insegne dell’insediamento nella grande Repubblica delle catene di distribuzione svedesi, francesi e americane.
Il prodotto estero per approdare alla moderna corte del Gran Khan deve però presentare delle caratteristiche fondamentali.
Innanzitutto il suo nome originario deve essere convertito in un fonema che, almeno nel suono, ricordi la marca estera e nel contempo possa avere un significato cinese.
Per questo l’impronunciabile nome della nota catena Mc Donald’s, presente nel centro di Beijing con un ristorante ogni 100 metri, è stato sostituito con un nome il cui significato suona più o meno così: ristoranti di cibo americano.
Stessa sorte è capitata anche al Viagra, destinato a soppiantare il consumo di pinne di squalo, corna di cervo o delle costosissime radici di Ginseng.
Questa volta il nome del segreto soccorso alla cinese virilità, è stato sostituito con un singolare ideogramma che in lingua cinese suona letteralmente così: onorevole fratello maggiore.
Una denominazione che ad un nostro concittadino può sembrare del tutto ridicola, ma che è l’inconfondibile indice di quella educata discrezione cinese, elegante e mai volgare anche nel descrivere l’intima potenza mascolina della repubblica di Mao.
La mia curiosità, però, non si è dimostrata così determinata nel verificare anche quest’ultimo dato. Dimenticavo: i cinesi sono gentili e disponibili. Bellissime le fanciulle.

di Matteo Bonetti

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