Albania, terra di martiri e santi

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– Nel 1947 salpava, in gran segreto, da Durazzo, diretta in Jugoslavia, una nave che aveva un carico speciale. Trasportava documenti, periodici, registri, libri, manuali sequestrati alle chiese di Scutari, destinati a diventare carta da macero per la nazione iugoslava a corto di questa materia prima per i loro giornali. “Sono cartacce” aveva detto il direttore della flotta mercantile ai marinai della nave, “i preti ne hanno fin troppa, mentre i nostri fratelli jugoslavi ne hanno bisogno”.
Padre Marin Sirdani, francescano, professore di Storia nazionale al liceo Illyricum di Scutari, grande figura di storico, specializzato nella ricerca su Skanderberg, l’eroe nazionale albanese che aveva tenuto testa e respinto i turchi secoli prima, quando vide i comunisti saccheggiare la biblioteca del convento e disperdere il proprio lavoro disse ai nuovi vandali: “Fate attenzione, questi sono documenti troppo importanti per la storia dell’Albania, perciò trattateli con attenzione particolare!”. Gli fu risposto: “Non ti preoccupare. Questi stracci non ci servono per niente; la scriviamo noi la Storia.”. Cominciava così ancora una volta il periodo dell’oblio per una nazione che era appena tornata, dopo la lunga parentesi dell’occupazione turca, a riprendere il proprio posto all’interno di quell’Europa di cui sia geograficamente che culturalmente aveva sempre fatto parte.
Dimenticata per secoli, al punto che albanese era diventato sinonimo di turco, l’Albania, in preda ad una dittatura comunista feroce come poche, ricadeva ancora una volta preda di un oblio collettivo, quasi rimossa dalla coscienza dell’Occidente. Ma al suo interno era storia di sangue, di persecuzione, di martiri, di carcere duro, di torture fisiche e psicologiche. Segno che la dignità e la fierezza e la memoria di un popolo resisteva alla nuova barbarie ed era difficile da estirpare.

Ora si tenta di ricucire con quel passato attraverso soprattutto le testimonianze vive di chi ha visto, di chi ha sofferto, di chi nel suo cuore non ha mai ceduto. Ho conosciuto al monastero di Grottaferrata, vicino a Roma, suor Rregjina Lulashi, delle suore basiliane di santa Macrina. Ho voluto conoscerla dopo aver letto il suo bel libro “Due fratelli martiri” (Ed. Agimi Otranto; www.agimi.org). Queste due figure mi avevano affascinato e suor Rregjina non ne era solo la biografa, ma anche una parente stretta.
Racconta la suora: “Il motivo per cui ho scritto il libro parte da una domanda fondamentale: chi sono gli albanesi e come sono arrivati fin qui? Ricordo che fin da piccola (1970) ci dicevano che noi eravamo il popolo più felice del mondo, ma di mattina spesse volte vedevo la mamma piangere e nascondersi dietro la casa. E noi, bambini, affamati, sbattevamo l’armadio della cucina tutto vuoto e nel silenzio gridavamo: dov’è la ricchezza, dov’è la gioia? Una mamma che aveva un pezzo di pane per i suoi piccoli era felice, le sembrava di avere tutto. E quando uno dei piccoli le disse: “Mamma con che cosa mangio il pane?”. Lei rispose: “Mangialo coi denti”. Ma poi, venuta in Italia (1995), per suor Rregjina le domande aumentarono quando vide tv e giornali presentare gli albanesi come criminali, ladri, mostri. Come poteva essere successo che un popolo che aveva tanto sofferto nell’indifferenza pressoché completa del mondo cosiddetto civile, fosse così mal visto nel sentire comune di coloro ai quali chiedeva aiuto per la sua rinascita? Così sulla scia dei due fratelli martiri che avevano operato cercando di salvare dall’oblio ricordi, testimonianze, folklore, documenti per ricostruire un’identità di popolo che i turchi avevano cercato di cancellare in circa 500 anni di occupazione, suor Rregjina ci restituisce col suo libro due tasselli di un mosaico ben più ampio che attende di essere ricostruito.

Padre Marin e don Alexander sono fratelli, il primo francescano, il secondo prete diocesano. Rimasti orfani ben presto, dopo un girovagare fra famiglie di parenti e amici, pervengono a Scutari dove, in conseguenza del loro desiderio vocazionale vengono accolti rispettivamente nel collegio dei frati francescani, l’uno, e in quello saveriano, retto dai gesuiti, l’altro. La grande passione di Marin è la Storia, la Storia del suo Paese, fin dalle origini. Tale passione lo accompagnerà tutta la vita e lo vedrà autore dei molti libri nei quali le sue ricerche sono state messe per iscritto, alcuni dei quali sfuggiti ai falò del regime. Con l’avvento del comunismo comincia il martirio di un intero popolo. Naturalmente i primi ad essere presi di mira sono gli intellettuali e gli uomini di chiesa. Vengono chiuse diverse chiese e conventi, confiscati beni ecclesiastici, distrutte le biblioteche, uccisi o imprigionati vescovi, sacerdoti, religiosi. In questo clima di paura, di intimidazione, dove tutto sembra perduto, bisogna almeno salvare la memoria, non dimenticare ciò che è successo, per poter un giorno ricominciare. E’ questo che p. Marin chiede a frate Zef Allumi, tornato al convento, dopo l’uscita dal carcere. Gli disse: “Noi stiamo morendo tutti, ma tu vai, vivi! Soltanto per raccontare. Noi abbiamo bisogno che tu viva? voi giovani dovete vivere… Anche se non sarai capace di fare nulla, vivi soltanto per raccontare”.
Per la sua coerenza e la sua fedeltà alla chiesa di Roma sarà incarcerato e, per più di due anni, tenuto nell’isolamento totale. “Mi hanno tenuto in una cella tanto piccola che non mi bastava neanche per raddrizzare bene i piedi. Era così buia che non sapevo né quando si faceva giorno né notte”, confiderà a un amico quando poco prima di morire, nel ’62, ritornerà in libertà.

A don Alexander, persona allegra, dinamica, buona, amata da tutti, toccherà una sorte agghiacciante. Quando cominciarono le persecuzioni, nel ’45, incoraggiava senza paura i suoi fedeli. A chi gli diceva di stare attento a quel che diceva rispondeva: “Tu abbi lunga vita, giovanotto, ma per me morire per Cristo è come nascere. Cristo è più prezioso della mia vita”. Il 26 luglio del ’48, sant’Anna, disse: “Fratelli e sorelle, ci ha coperti una nube nera, ma non spaventatevi, perché verrà una nube bianca e risplenderemo come le pietruzze del fiume dopo la pioggia”.
Fu la sua ultima omelia. Quella notte i comunisti, entrati nella sua casa, lo presero a calci e pugni e lo portarono via. Al mattino presto giunse suo fratello, Marin. Saputo l’accaduto dalla cugina Tereze, che aveva assistito al fatto, le disse: “Vieni ad aiutarmi a dire Messa, perché il parroco di questa chiesa è morto”. Alexander morirà il 30 agosto del ’48. Secondo alcuni testimoni subì il martirio insieme ad un altro sacerdote: “Li picchiarono e maltrattarono nel carcere, li spellarono e ancora vivi li gettarono nella fossa nera”. Alexander è inserito nella lista dei 40 martiri albanesi, fra coloro che presto saranno proclamati santi dalla Chiesa.

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