‘Ed ecco a voi…’. Omaggio a Fellini… e l’attualità

Tutto anche grazie all’ascolto della musica di ‘Viaticum’ del trio svedese E.S.T.
Il tempo, si mostra sempre spavaldo con chi non accetta il suo disinvolto trascorrere. Come un guerriero irriducibile e indomito, il tempo avanza e colpisce anche il simbolo dell’edonismo, il mito di Casanova. Incoronato come una celebrità, come una leggenda, nella strategia della conquista, ora siede stanco su una vecchia poltrona e senza trucco.
Non essendo più in grado di mostrare muscoli dorsali, pettorali e addominali, non gli resta altro che mostrare foto d’epoca accuratamente conservate in un stagionato album. Questa società non gli farà mai mancare terreno fertile e occasioni di riscossa. Al Casanova govane di ieri, al Casanova stanco di oggi, manca un autore che ridisegni la sua figura abbondante di spirito avventuriero, fino alla esagerazione e al paradosso. Sulla grande nave, ora in pericolo per continue avaria sociali, il mito di Casanova trionfa, mentre a bordo trovasi di tutto.
C’è l’avvocato, con la borsa, baffi e bombetta, in tenuta preistorica, senza cellulare, che saluta da un fotogrammo felliniano, assediato dagli sberleffi di giovani monelli. C’è persino la ‘donna dei sogni’, incorniciata come un quadro, sollevata e mostrata agli sguardi incantati, proprio dal Casanova di turno. Al timone si aggirano numerosi aspiranti piloti, con in dotazione, carte di navigazione speciali.
Accanto al Casanova dal tono dimesso, s’intravede la figura di un esemplare sulla via di estinzione come la pubblica opinione: l’intellettuale. Conosce tutto a memoria, persino il suo nome e cognome, sa tutto di tutti, dimenticando che la nave rischia il naufragio. Ai lati, pronta a usare i remi o le cinture di salvataggio, una società col lutto al braccio. Povero Casanova, il libro di storia ti ha rapito, ma in compenso ti ha riservato una pagina destinata ad appassire come un fiore.
Quando gli strumenti sono inadeguati e stonati, anche la grande orchestra produce suoni sgradevoli. Gli strumentisti, disorientati, cercano una via d’uscita, sperando che dall’alto si cali sul podio l’uomo dalla ‘bacchetta magica’. Per tutti, purtroppo, non vi è che il castigo dell’attesa, mentre il mare minaccia tempesta, e il tempo annuncia il suo arrivo in perfetto orario.
In alto, tra le nuvole, il Maestro disegna tutto e se ne va. Come la sua atmosfera, la sua poesia, è percepibile, non visibile.

Grazie Maestro

P.S: ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

di Ebo Del Bianco




Caso Eluana, deciderà il tribunale

MORALE E VITA

– Nei giorni scorsi mi è stato chiesto di patrocinare come avvocato il caso di un’anziana lungodegente che, nel pieno possesso delle facoltà mentali, ha chiesto di interrompere l’alimentazione liquida a mezzo sondino e di poter essere alimentata normalmente; l’istituto ove è ricoverata si è opposto perché ciò significherebbe accorciarne drasticamente l’aspettativa di vita. Dovrà decidere il Tribunale di Rimini: ancora una volta sarà un giudice a decidere una controversia su temi “eticamente sensibili”. La vicenda evoca i casi drammatici giunti di recente all’attenzione dell’opinione pubblica.
Ho accettato l’incarico ma con il dubbio di non stare dalla parte giusta, e magari di assecondare un progetto non di vita, ma in qualche modo sacrilego ed offensivo dell’ordine naturale delle cose.
Spesso siamo chiamati a scelte concrete che mettono a dura prova i nostri convincimenti etici più profondi: la vicenda è stata tuttavia l’occasione per prendere consapevolezza delle convinzioni in cui credo, e fare un po’ di chiarezza interiore.
Penso che l’essere cattolico e la pretesa di appartenere alla Chiesa renda questi conflitti di coscienza ancora più laceranti: è paradossale dover prendere atto che come credenti siamo più impreparati degli altri ad affrontare la complessità delle questioni che la nostra epoca ci pone innanzi.
A mio avviso tale impreparazione è anche frutto di un retaggio dottrinale che ci portiamo dietro del tutto inadeguato rispetto ai modelli culturali del nostro tempo, e di un Magistero della Chiesa che non ha ancora fatto i conti con la modernità e soprattutto con una quotidianità governata dalla mentalità scientifica, ormai divenuta un abito mentale.
Come credenti avremmo bisogno di coniugare i principi della nostra fede, le cose in cui crediamo, con la cultura della nostra epoca : la Chiesa non è invece riuscita a proporre una sintesi credibile tra fede e cultura, né ha avviato la ricerca di una mediazione culturale che aiuti il discernimento, e dunque l’ascolto della coscienza, che trovi linguaggi nuovi, comprensibili, per esprimere la ricchezza dell’esperienza di fede e coniugarla con il nostro tempo, per convincere e convincersi che si può essere cristiani “dentro” la cultura contemporanea, senza con ciò avversare come un “demone” la scienza e la tecnica.
Siamo in una situazione di smarrimento per l’affermarsi di forme culturali del vivere sociale avversate dalla Chiesa “senza se e senza ma”, bollate da ormai vent’anni come individualismo sfrenato, consumismo effimero, ricerca del successo e del piacere, relativismo etico, ecc…, clichè divenuti a lungo andare luoghi comuni vuoti, mentre la stragrande maggioranza dei cattolici vive con ben diversa maturità e serenità il nostro tempo, pur consapevole delle tante degenerazioni sociali ed individuali che ci affliggono.
Analogamente, sul versante dei “temi eticamente sensibili” la Chiesa appare costantemente in difesa, capace solo di ribadire, sul versante pubblico ed in ogni dove, i propri “principi non negoziabili”, vita, famiglia e libertà religiosa, più attenta a non perdere rendite di posizioni che non a fornire ai propri fedeli nuovi strumenti culturali per “rendere ragione della speranza” (1 Pt, 3,15).
Il problema non è “adeguarsi” alle logiche del mondo, sia ben chiaro; la Chiesa porta avanti un messaggio universale che afferma la propria alterità rispetto a queste logiche, lo sappiamo: ciò non toglie che si siamo ancora in attesa dal Magistero di “nuove analisi e nuove sintesi” (Gaudium et Spes, 5) che affrontino e risolvano la “congerie di problemi” (GS) che già il Concilio vedeva all’orizzonte, e soprattutto che smentiscano quel pensiero laico che a ragione vede il cattolicesimo “in perenne e lacerante conflitto con la propria epoca” (Aldo Schiavone).
Non vorrei soffermarmi sulle scelte contingenti della Chiesa, sulle posizioni discutibili dettate dalle cronaca politica o dalla situazione italiana (ad esempio, crediamo davvero di poter difendere l’istituto della famiglia relegando al codice civile, e dunque alla sfera privata dei singoli, la disciplina delle coppie di fatto ?!, che in Inghilterra – come presto da noi – superano le coppie sposate?, ? e perché il laicato cattolico ha taciuto innanzi a tale soluzione di bassissimo profilo, proposta dalla gerarchia senza alcun confronto preventivo con il mondo laico?).
Mi riferisco a questioni ben più profonde, che avrebbero bisogno anche di nuove elaborazioni teologiche. Penso ad esempio al concetto di natura, di “ordine naturale”, tanto spesso invocato da noi cattolici per giustificare i limiti alla scienza o censurare comportamenti ritenuti eticamente riprovevoli, e dentro i cui confini riconduciamo anche – discutibilmente, credo – l’istituto della famiglia fondata sul matrimonio.
Tuttavia, il concetto di “ordine naturale”, così come sviluppato dalla tradizione e dalla teologia e filosofia cattolica, ha da sempre offerto modelli statici di interpretazione della realtà, validi ed efficaci in un’epoca premoderna ma del tutto inadeguati per “leggere” la complessità del nostro tempo.
I processi evolutivi, biologici, culturali, scientifici, sono infatti così repentini da sconvolgere ogni acquisizione consolidata, ogni convincimento: viviamo in un’epoca caratterizzata dalla mentalità scientifica, e mai come oggi la scienza e la tecnica condizionano il sorgere di nuovi modelli culturali, ponendo in discussione, di volta in volta, l’etica che ne consegue.
E’ stato scritto che l’uomo per la prima volta avverte l’assenza di confini materiali alle possibilità del fare: una potenzialità certamente da governare entro un quadro ben preciso di regole e valori etici, individuali e sociali, ma da non demonizzare come frutto umano perverso.
Innanzi al caso di Eluana, il cui padre ha chiesto l’interruzione dell’alimentazione artificiale, la Chiesa ha richiamato ancora una volta la “legge naturale”, che impedisce all’uomo di “interferire” con il processo della vita. Da cattolico ho compreso questa posizione. Mi ha dato molto da riflettere, tuttavia, la replica del sig. Giuseppe Anglaro, padre di Eluana, il quale ha osservato che “il corso della natura è stato interrotto dai protocolli rianimativi che hanno portato Eluana allo stato vegetativo permanente; qui non si tratta di una consumazione di una vita, ma di fare in modo che la natura riprenda il suo corso che è stato interrotto”.
E’ curioso che entrambi gli interlocutori a loro modo si siano richiamati all’ordine naturale: ciò che per la Chiesa è violenza contro il corso naturale dell’esistenza, per il padre di Eluana è ritorno ad una naturalità che solo trent’anni addietro, senza le macchine che prolungano indefinitamente la vita vegetativa, avrebbe posto fine all’ esistenza terrena della sua povera figlia : in tale esempio, paradossalmente, appare tuttavia la Chiesa ad adeguare il limite della natura alle nuove possibilità temporali di vita consentite dalla scienza medica e dalla tecnica ?
Tutto ciò per dire che il concetto di natura amplia o restringe i propri confine anche in base a ciò che la scienza e la tecnica consolidano come fatto culturale comune, come ha dimostrato il tema della donazione degli organi, avversata dalla Chiesa fino a vent’anni fa’ ed oggi pacificamente accettata anche sotto il profilo morale.
Ma in un contesto culturale come quello descritto, qual è la soglia della “naturalità” che come cattolici siamo chiamati a tutelare come inviolabile?! Fin dove possiamo spingerci nell’accettare i risultati della scienza e le applicazioni della tecnica, e dunque lo sviluppo umano?
Soprattutto, a quale umanità ci apriamo, se come cattolici temiamo così tanto la cultura del nostro tempo, bollando ogni sua espressione con l’accusa di relativismo ? Ma di quale speranza ci facciamo portatori se non pensiamo altro che a proteggere l’uomo da sé stesso? ? ma il messaggio cristiano non afferma che Dio vuole essere scelto nell’esercizio consapevole e responsabile della libertà umana?

di Astorre Mancini
Avvocato in Rimini




Mani & cervello

Diamoci una “Mano”
Non c’è nessuna parte del corpo che come le mani siano altrettanto determinanti per realizzare i progetti del cervello. La simbiosi raggiunta da queste due parti del corpo (mani, cervello) così diverse fra loro ma anche così interdipendenti, ha del miracoloso.
Sappiamo infatti che l’uso delle mani per costruire un utensile è stato il primo passo indispensabile che gli animali (primati) hanno fatto quando è iniziato il lungo cammino che ci ha portati a diventare quello che siamo ora (umani).
Si dice che la mano possa assumere 40 milioni di posizioni diverse, è anche simbolo, serve per comunicare con gli altri, ce le stringiamo a vicenda per salutarci o per accordarci (al tempo dei nostri nonni il gesto era sufficiente a suggellare accordi anche di interesse, ora invece… e meglio lasciare perdere, come dissero i fratelli Coen “non è un paese per vecchi”).
Si gesticola per aiutare la parola, ci si tocca per significare simpatia, amore, amicizia, le mani giunte in gesto di preghiera ci aiutano ad entrare in comunicazione con Dio, l’Islam per negare la comunicazione con Dio le amputa.
Il cervello per mezzo degli occhi prima vede, poi in una frazione di secondo valuta su come intervenire manipolando per modificare una cosa, per farla diventare una cosa diversa, ed è a quel punto che intervengono le mani a cui viene ordinato di realizzare concretamente il progetto del cervello.
In cucina, prendiamo un ingrediente lo modifichiamo, cambiandone la forma, lo uniamo ad un altro ingrediente, ed ecco che abbiamo realizzato una ricetta, con la possibilità di variare sapore e sostanza, aspetto e gusto in una infinita possibilità di soluzioni, che diventano nostre variazioni e di cui ci possiamo vantare, o confrontare con gli amici.
Stiamo perdendo questo specifico uso delle mani, il processo di inversione si è fatto più marcato ed evidente a cavallo degli anni ’70 con la fuga prima dalle campagne, ma sopratutto dai mestieri manuali, il fenomeno sembra essere inarrestabile e irreversibile.
Da principio si diceva che in questo modo avremmo finito con il disimparare, dimenticando gli apprendimenti delle generazioni passate, questo sta già avvenendo, con il risultato che le generazioni future non avranno mai imparato e quindi non potranno trasmettere questi saperi, spesso considerati obsoleti e superati ai loro figli, ma superati da cosa?
Considero questa una bella domanda a cui servirebbe una risposta che tenga anche conto di dove si intenda andare, in quale direzione e per fare cosa.
Speriamo che Darwin si sia sbagliato quando ha formulato la sua teoria, altrimenti l’uomo e la donna del futuro probabilmente saranno degli esseri tutta testa, poco tronco e niente mani ne gambe, “tanto non ci serviranno” neanche per schiacciare i tasti del computer, la cui prossima generazione (peraltro già pronta) si comanderà con il pensiero. Ma noi non ci saremo, cantavano alcuni anni fa i Nomadi, ed io aggiungo “per fortuna”.
L’homo faber si sta estinguendo rapidamente e con lui si stanno perdendo abilità, talenti, maestrie, destrezze, tutti vocaboli che si usavano spesso per descrivere le abilità manuali. In campo gastronomico questo fenomeno determina inevitabilmente anche la perdita dei sapori.
Sempre più frequentemente cibi precotti e preconfezionati invadono le nostre tavole, determinando una perdita di gusto e l’insorgere di un appiattimento generale dei sapori a cui si rimedia spesso da parte dell’industria con esaltatori di sapidità e sostanze colorate per renderne invitante l’aspetto.
Progressivamente sopratutto i giovani (trentenni e quarantenni) esprimono apprezzamento per piatti (preconfezionati e/o precotti) che fino a qualche decennio fa ci si sarebbe vergognati di portare in tavola. Mi chiedo se siamo ancora in tempo per invertire questa tendenza. Vorrei fare un appello, tutti nel nostro piccolo possiamo contribuire se non ad invertire almeno a rallentare questa tendenza, e ritengo che sul mangiare ci siano tanti buoni motivi per farlo.
Nella nostra tradizione forse il piatto più semplice è il sugo al pomodoro, è appena terminata la sua raccolta, possiamo quindi usare la polpa dei nostri pomodori invece del barattolo.
La ricetta: Salsa al pomodoro.
Facciamo un soffritto con mezzo scalogno ed un piccolo peperoncino sminuzzato, appena inizia ad imbiondire aggiungiamo la polpa privata dei semi e della buccia di alcuni pomodori (100 g di polpa per persona) aggiungiamo due fettine di zenzero sbucciate, una delle quali sminuzzata con un coltello in piccolissimi pezzi, facciamo prendere il bollore, aggiustiamo di sale e facciamo cuocere per trenta minuti circa, aggiungendo quando e se serve un poco d’acqua.
Quando salteremo la pasta aggiungeremo alcune foglie di basilico sminuzzate con le mani. Possiamo usare questo sugo per condirci delle tagliatelle, in questo caso dovrà essere molto più morbido (più acquoso) dovrà invece essere più tirato se ci condiamo della pasta secca.
Lo stesso sugo lo possiamo usare (improvvisandoci) anche come base in cui ci possiamo mettere diversi tipi di pesce, meglio se di piccole dimensioni e di una unica varietà (triglie, mazzole, seppioline, spighetta spinata ecc…); alla fine aggiungiamo prezzemolo sminuzzato, ed ecco che il brodetto è pronto, o almeno una delle innumerevoli varianti che ogni paese delle coste d’Italia (isole comprese) si vanta di considerare l’unico, il migliore, la vera ricetta originale.
Ma si sa, noi italiani o siamo protagonisti o non siamo niente.




Spigolature degli Scrondi

Che Rue sia – Approvato in agosto dal consiglio comunale il nuovo Rue (Regolamento urbanistico edilizio), strumento che mancava per dare attuazione al nuovo Piano strutturale; il sindaco Imola dice che vedremo meno cemento in città, ma intanto ci siamo ciucciando quello che fino ad oggi è stato consentito, e non è poco. Eclatante i casi nelle aree tra il lungomare e la via Torino e Milano: non si costruiva da 30 anni e tutto in una volta ci trova l’ampliamento dell’Hotel Corallo e la prossima realizzazione al posto del vecchio delfinario. Il bello è che si chiede lume a qualche consigliere comunale, non si riesce ad avere una risposta chiara; niente di irregolare, che sia ben chiaro, ma di sicuro di poca comprensione. Speriamo che il nuovo Rue abbia veramente la capacità di limitare l’edificazione; oramai siamo circondati dal cemento, anche in spiaggia, tra vasche, piastre per i giochi, pedane, si riesce a non scottarsi più i piedi nella sabbia bollente.

Ferragosto, i pecccati – Continua la tradizione riccionese che prevede che i più importanti atti dell’amministrazione siano approvati in agosto: per non smentirsi anche il Rue (si veda sopra) ha concluso il suo iter a ridosso di Ferragosto, quando la testa dei cittadini è impegnata altrove, chi al lavoro e chi in vacanza. Pensare male non è peccato, dicono i vecchi saggi, pertanto ci si chiede il perché di questo fenomeno tipicamente riccionese: anche la variante del PRG che interessava la zona sotto la ferrovia fu approvata in agosto (con crisi di giunta). Questa volta però un significante elemento positivo, non sono state accettate le osservazioni presentate fuori dei termini previsti, e questo ha in ogni caso tolto dal campo ogni dubbio sul lavoro che il Consiglio comunale ha svolto: per fortuna!

Estate, primi numeri – In questo periodo si fanno le prime valutazioni sull’estate, sull’efficacia della promozione, sulle presenze riscontrate, su quanti soldi i turisti hanno lasciato nelle nostre realtà. Per ora si sentono voci diverse, pur nella consapevolezza che è una stagione difficile, con l’economia in crisi, ma che non ha in ogni modo impedito di scegliere Riccione come meta per le vacanze.
Si sente affermare che gli alberghi ben strutturati e in prima linea hanno comunque avuto risultati buoni, mentre sono in difficoltà le strutture più piccole; bene i servizi di qualità, meno bene quelli che hanno puntato più sul prezzo economico.
La confusione è tanta; andrà fatta una seria riflessione a fine stagione coinvolgendo tutti gli operatori economici e sociali presenti sul territorio, non sarà possibile proseguire politiche di piccolo interesse a favore di una o altra categoria: tutti per uno e uno per tutti!




Turismo, ‘a fuoco’ da 11 fotografi

LA MOSTRA

La via che si è pensato di percorrere è stata quella di far ritrarre Riccione solo da fotografi ‘del posto’: Isabella Balena, Silvio Canini, Giorgio Conti, Piero Delucca, Gianni Gori, Daniele Lisi, Flavio Marchetti, Giampaolo Proni (partecipa con un racconto), Romano Sanchini, Eleonora Scarpellini, Valerio Vasi

– “TURISMI” è il titolo della mostra inaugurata il 23 agosto scorso presso la Villa Mussolini. Organizzata dall’assessorato alla Cultura del Comune di Riccione con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini. La prestigiosa mostra chiuderà i battenti il 30 novembre. Orario: fino al 14 settembre dalle 20 alle 23, chiuso il lunedì. Dal 16 settembre dalle 16 alle 20, aperto solo il sabato e la domenica.
Catalogo pubblicato dall’editore Guaraldi, i protagonisti della mostra fotografica sono: Isabella Balena, Silvio Canini, Giorgio Conti, Piero Delucca, Gianni Gori, Daniele Lisi, Flavio Marchetti, Giampaolo Proni (partecipa con un racconto), Romano Sanchini, Eleonora Scarpellini, Valerio Vasi. Il bell’allestimento della mostra curato da Roberto De Grandis, aggiunge un pizzico di artisticità.
“Come raccontare Riccione, una città balneare nota in tutto il mondo, con immagini capaci di superare i luoghi comuni? – si chiede la curatrice della mostra Gigliola Foschi, nella presentazione del catalogo – Come evitare stereotipi e fotografie patinate, quali quelle proposte dalle riviste di turismo? La via che si è pensato di percorrere è stata quella di far ritrarre Riccione solo da fotografi ‘del posto’: autori dunque che intrattengono con questa città un rapporto intenso e di lunga data, o perché vi abitano o perché vi sono tornati più e più volte”.
Gigliola Foschi dopo avere passato in rassegna le tematiche, gli stili e l’interpretazione delle opere esposte, conclude dandosi le risposte ai quesiti iniziali. “In definitiva ci sembra che gli autori siano riusciti a superare ogni sterile contrapposizione tra lo stupore del nuovo e l’assuefazione al già visto. Grazie ai loro sguardi segnati da emozioni, ricordi, amori e anche intolleranze, ci hanno restituito una pluralità di immagini e approcci visivi che forse rivelano Riccione nei suoi aspetti più intimi e meno scontati”.
Tra le cose più pregevoli della mostra, senza nulla togliere al valore degli altri autori, le fotografie del misanese Flavio Marchetti e l’intervento del docente dell’Università di Venezia, il riminese Giorgio Conti.
Sul primo Gigliola Foschi scrive: “… Le sue fotografie ci mostrano una cosa (la barriera di corpi sulla spiaggia per ferragosto) per raccontarne una più profonda. Il loro vero soggetto non sono i bagnanti e neppure la spiaggia, ma quel mare reso lontano e inarrivabile a causa della loro presenza ingombrante, indistinta ed eccessiva”.
Giorgio Conti, nel suo intervento, sintetizza lucidamente il percorso storico-sociologico della storia turistica di Riccione: “Dalla terra alla sabbia: i pionieri del turismo”; “Dalla sabbia alla polvere… di stelle: altri turismi”; “Meno sabbia più silicio: oltre il turismo”.
“Oltre il turismo – scrive Conti – significa capire che non esiste più una destinazione monocolturale-balneare, ma sono nati i Mille turismi delle motivazioni: si è passati dal Turismo di massa a quello delle tribù. Per attrarre le tribù è necesario saperle informare-catturare nella rete, capire che l’informazione e i servizi, sul e per il turismo, sono più strategici delle stesse strutture e risorse primarie”.
Ma Conti va oltre, intravvede già le criticità che la nostra Riviera si troverà di fronte nei prossimi anni. “Un nuovo senso di distruzione sembra aleggiare sulla Riviera Romagnola e non solo a Riccione. Gli aspetti e gli impatti dei Mille Turismi, con i loro grandi numeri e la paralisi del traffico, hanno generato un sempre più esteso movimento popolare impegnato nell’Antiturismo: si è passati dall’euforia del Turismo di Massa all’apatia e fastidio per gli Altri Turismi, infine cova l’antagonismo per i Mille Turismi attuali. Forse non va solo diversificato e destagionalizzato il sistema turistico, ma vanno ricercate originali modalità per un nuovo modello di sviluppo locale non solo turistico”. C’è da meditare…




Parole da e ‘Fnil’

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…Tigri e tigrotti – La mattina del 25 agosto, due ragazzotti passavano ad irrorare le caditoie con il liquido contro la zanzara-tigre. Un cittadino nota che si armeggiavano su una caditoia sì e cinque no. Li ha fermati, rimbrottatti e chiamato il Comune. I due addetti andavano a passeggio. I cittadini si tengono le zanzare.

…Immondizia 1 – Cartacce di ogni gusto e plastiche di ogni forma. Si possono ammirare lungo la strada parallela alla ferrovia. Si può godere dell’urtante scenario se si percorre il marciapiede che vi corre a fianco. In tutto 700 metri di pensieri. Era meglio non tagliare l’erba che faceva da tappeto.

…Immondizia 2 – Un secondo luogo dove godere delle azioni tristi è ai bordi del Parco Mare Nord. Per l’esattezzza, per gli eventuali sette curiosi, è sufficiente passeggiare sulle tavole che separano lo spazio verde dalla spiaggia ed è un vero e proprio caleidoscopio di malacreanza: carte, sporco, plastica, faretti rotti e coperti dal cemento.




All’assalto delle montagne mito

Dal 23 al 27 luglio, appena dopo il passaggio dei protagonisti del Tour 2008, si sono cimentati con il Galibier (la più lunga ma pedalabile), l’Izoard e l’Alpe d’Huez (la più corta con i suoi 13 km, asfissiante con le sue punte tra il 15 ed il 16 per cento).
I 19 chilometri dell’Izoard si possono fare anche sulla pulita pista ciclabile affiancata ad un metro e mezzo dalla strada. Inoltre, fanno sapere i 5 amici di Misano Cella, sui tornanti ci sono cartelli che indicano agli automobilisti di stare almeno ad un metro e mezzo dai ciclisti. Su due delle tre montagne, le amministrazione locali in concomitanza con il passaggio del Tour hanno offerto agli amatori sontuosi ristori all’inizio ed in cima alle salite. Nella tre giorni hanno mulinato 260 chilometri, un centinaio di salita. Bellissimi i luoghi, affascinanti le arrampicate, ma cari. Una bottiglia d’acqua al ristorante 6 euro, con la pizza margherita a 10. Gli alberghi costano come da noi.




“Sofia”, orfanotrofio in Africa

SOLIDARIETA’

– Il sogno della piccola Sofia si sta realizzando. La prima pietra per la costruzione di un orfanotrofio sarà posata il prossimo ottobre. Il Centro ha l’ambizione di dare speranza ai bambini di un piccolo paese in Africa, per l’esattezza Kisugu, Uganda. E’ prevista la realizzazione di un centro in grado di accogliere circa 500 orfani (bambini-soldato ed affetti da Aids). Così composto: dormitorio, scuole, mensa, laboratori, ambulatori e strutture sportive.
Il programma di aiuti non si ferma all’orfanotrofio, ma comprende due nazioni e tre progetti. Oltre a quello di Kisugu, ci sarà un intervento nei villaggi di Kitgum e Hoima, sempre in Uganda; si andranno a migliorare le condizioni di vita, partendo dalla scuola e dalla salute, sempre dei bambini orfani e soldato.
Infine, il terzo progetto si va a concretizzare in Rwanda, villaggi di Gatsibo e Gicumbi. Ci si impegnerà nella scuola, nell’assistenza sanitaria e nel portare l’acqua.
Gli avanzamenti lavori delle tre strutture saranno direttamente seguite da Mauro Ciaroni, il propulsore, il cuore, l’anima, degli aiuti. Sposato, due figli, dagli amici soprannominato “magico” per la bellezza dello spirito con cui fa e sa coinvolgere, afferma: “Da mesi sto lavorando con una Fondazione che opera nei paesi del Terzo mondo; si tratta dell’Avsi (una non governativa), che mi darà una robusta mano a livello amministrativo e logistico (anche coinvolgendo partner locali), ma in completa autonomia decisionale. Vorrei sottolineare che si cerca di coinvolgere più persone, più imprenditori e più enti possibile nella raccolta dei fondi per la concretizzazione degli aiuti. In ottobre, per gli inizi-lavori andremo in Africa con una missione operativa fatta da amici, da Clemente Ghirlandi e da un referente dell’Avsi. Voglio ringraziare gli amici, gli imprenditori, gli enti pubblici del Pesarese e del Riminese, gli sponsor che stanno permettendo tutto questo. Uno di loro, che non vuole assolutamente apparire, ha messo sul piatto la metà dell’intervento, circa 150.000 euro”.
Il volontariato di Mauro Ciaroni nasce nel 2003, grazie alla figlia Sofia. La piccola ha 4 anni e guarda un documentario sui bambini africani. Si rivolge al babbo e chiede: “Che cosa possiamo fare per loro?”. Nasce il “Progetto Sofia”. Mauro coinvolge gli amici; finora ha raccolto 55.000 euro.
Per dare concretezza a questo bellissimo sogno, il 25 settembre, ore 20, all’Oasi di San Nicola di Pesaro, ci sarà una cena raccolta fondi. Per prenotazione e maggiori informazioni, telefonare al 388.7644863
(mauro.ciaroni@alice.it), 0721.50849.
Il suo motto è una commovente e breve riflessione di madre Teresa di Calcutta: “Possiamo fare tutti qualcosa di piccolo con grande amore. Ma insieme possiamo fare qualcosa di meraviglioso”.




Felicità, il senso vero della vita

LA CULTURA

– La felicità è privata o pubblica? Appartiene a questo mondo o all’aldilà? Alla vita attiva o a quella contemplativa? Alla quantità o alla qualità? E si può essere felici “senza saperlo”? Oppure serve la costruzione razionale di un progetto? Sono solo alcune delle domande che fanno da sfondo alla rassegna filosofica promossa dalla biblioteca di Misano e curata dal direttore Gustavo Cecchini dal titolo “Sulla felicità, l’attimo fuggente e la stabilità del bene”.
Ognuno dei più di sei miliardi di uomini e donne che popolano oggi la terra aspira a essere felice. Anche un bimbo appena venuto al mondo, che non ha ancora né ragione né parola, desidera la felicità e, se può segnala con un sorriso quando la raggiunge. Ma se poteste chiedere a ciascuno di questi sei miliardi di uomini e donne cosa sia la felicità quasi nessuno vi darebbe la stessa risposta; molti di loro probabilmente vi risponderebbero anzi che quel che sia la felicità non si può dire.
Essere felici discende forse dall’essere virtuosi, come già si affermò nell’antica Grecia di Socrate? O forse sta nel godimento equilibrato dei beni del corpo e dello spirito, come disse Aristotele? O nel distacco dalle passioni, come per gli stoici? O nell’essere saggi? O nella vicinanza a Dio, come suggerirebbe un credente di ieri e di oggi? O nella soddisfazione dei beni materiali, come affermano le dottrine che hanno più riguardo alle esigenze della società che a quelle dell’individuo?
E oggi in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le “passioni tristi” dove un senso pervasivo di impotenza e incertezza ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, come è possibile riscoprire la gioia del fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediati, in una parola essere felici? Su questo tema che attraversa tutta la storia dell’umanità la biblioteca ha invitato il fiore dei filosofi italiani per cercare di trovare la chiave che apre uno spiraglio verso un modo più equilibrato di affrontare le tempeste della vita e avvicinarsi a quello stato raro e fuggevole dell’animo al quale diamo il nome di felicità.
Apre la rassegna il 10 ottobre Salvatore Natoli uno dei filosofi italiani da sempre attento agli interrogativi più urgenti del presente. La felicità, per dirla con le sue stesse parole, è un “tema d’esistenza, anzi, per usare una formula cara agli antichi, è il fine stesso della vita”. “L’attimo fuggente e la stabilità del bene”, titolo della sua lezione, sarà una riflessione sulla dinamica di fondo che caratterizza la felicità e i suoi molti modi di manifestarsi: la beatitudine, la serenità, la gioia.
La felicità, dunque, non sta solo nell’attimo, nell’acme cui perveniamo, ma nell’appartenere a essa. La felicità è piacere d’esistere, fecondità. E’ espressione della vita che vuole se stessa e che trova compimento nella sua stessa realizzazione: nelle vite riuscite. Per questo la felicità, come dice Nietzsche, non risiede tanto nella sazietà, quanto nella gloria della vittoria, per questo ha la forza di rinvenire perfino sopra e oltre il dolore.
In questo senso essa è frutto di virtù. Non è perciò solo un mero transitare, un sentimento labile, ma è un bene stabile. Coincide, infatti, con la capacità di trasformare gli ostacoli in sfide, di generare a ogni momento il bene e di fruirne. La felicità è il sì incondizionato alla vita.
Molto atteso è l’intervento di Maurizio Pallante (17 ottobre) dal titolo: “Per una decrescita felice: la qualità della vita non dipende dal Pil”. Basta un rallentamento della crescita per gettare le nostre società nello sgomento, davanti alla disoccupazione, al divario sempre maggiore tra ricchi e poveri, all’abbandono dei programmi sociali, sanitari, educativi, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può dunque immaginare a quale catastrofe porterebbe un tasso di crescita negativo. Ora se non cambiamo traiettoria è proprio questo regresso che incombe in termini sociali e di civiltà.
In questo contesto considerare la decrescita come una condizione felice può sembrare una contraddizione, ma in realtà essa indica un nuovo sistema di valori. La decrescita non è una rinuncia, una riduzione del benessere, un ritorno al passato. Piuttosto è una scelta consapevole, un miglioramento della qualità della vita, una rispettosa attenzione per il futuro. E’ un altro modo di rapportarci al mondo, alla natura, alle cose e agli esseri. Le società capaci di autolimitare la propria capacità produttiva sono anche le più gioiose.
Il terzo appuntamento (22 ottobre) è con Maurizio Ferraris con “L’arte come promessa di felicità”. C’è una bella frase di Stendhal che dice: “La bellezza è una promessa di felicità”. Questo vuol dire che la bellezza non è una entità magniloquente, bensì una proprietà terziaria (cioè espressiva) connessa a oggetti, opere, eventi e persone: c’è qualcosa nel mondo che si stacca dalla nebulosa delle cose circostanti perché esprime qualcosa, e in particolare una promessa, quella di renderci felici.
La promessa potrà non essere mantenuta per intero (ed è cioè che accade il più delle volte, il che spiega perchè la bellezza ha una qualche parentela con l’inganno), oppure potrà durare troppo poco (ed è per questo che la bellezza è legata alla malinconia), ma intanto importa che in quel preciso punto del mondo ci sia una promessa di quel genere, che si rivolge proprio a noi; quanto al salvare il mondo, come diceva Dostoevskij, lasciamolo fare alla politica, alla scienza, all’economia, alla giustizia, e, se possibile, proviamo a dare una mano anche noi.
“Com’è intesa la felicità in Oriente?” E’ questo il tema del quarto appuntamento (31 ottobre) con Giangiorgio Pasqualotto. Per l’oriente la felicità innanzitutto è legata al concetto di conoscenza, come identificazione con la saggezza. Nella filosofia orientale si crea un legame inscindibile tra verità, conoscenza e felicità. La verità è la realtà, non un nostro costrutto mentale, mentre la conoscenza è l’identificazione con la consapevolezza della realtà in cui viviamo. Sono proprio la verità e la conoscenza che danno origine alla felicità.
Uno dei filosofi italiani più seguiti e stimati, Umberto Galimberti, sarà protagonista della serata dedicata al tema “Amore e felicità” (6 novembre). Non c’è parola più equivoca di “amore” e più intrecciata a tutte quelle altre parole che, per la logica, sono la sua negazione. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nell’amarezza della disillusione.
Galimberti penetrerà i meandri del sentimento e del desiderio, registrando i mutamenti intervenuti nella modalità di vivere (e patire) le dinamiche dell’attrazione, il patto con l’amato/a, la trama di autenticità e menzogna del rapporto amoroso, i percorsi del piacere.
Quirino Principe sarà il protagonista della serata dedicata a “Musica e felicità” (14 novembre). Quali sono gli effetti che la musica esercita su di noi? che corrispondenze tra musica e vita? forse la felicità che la musica offre è proprio la sua capacità di trasferirci in una sfera superiore, innesca lo stesso procedimento mentale di quando si sta davanti ad una statua greca dell’età classica. Guarda come pensavamo di poter essere: armoniosi, entusiasti, forti, dinamici, consapevoli, fiduciosi nel futuro, idealisti, generosi e tutto quello che non si è diventati.
“La felicità dell’uomo libero” è il tema Il penultimo appuntamento (21 novembre) con il filosofo Carlo Sini. Può la conoscenza renderci felici? Può la felicità farci liberi? Arduo è rispondere. Se la felicità è uno stato o addirittura un possesso, come eviteremo che ci sfugga o che ci venga sottratta? E se libero è allora colui che nulla possiede perché da nulla è posseduto e reso schiavo, come potrà però esser felice? Felice di che o per che? Ma la saggezza filosofica insiste: solo la conoscenza rende liberi e solo l’uomo libero è finalmente felice. Chi tuttavia è già abbastanza libero per riuscire a riconoscerlo? E chi è poi l’uomo libero? Davvero saperlo ci renderà felici?
La chiusura (28 novembre) è con il teologo Vito Mancuso su “Felicità e immortalita”. Esiste l’anima? E se esiste, la vita dopo la morte?… sarà una serata che toccherà le corde spirirituali di tutti noi assopiti e narcotizzati dalle materiali urgenze quotidiane. Una lezione su chi siamo (l’anima) e dove andiano (il destino) .
Dunque otto serate dove verranno affrontati i grandi interrogativi dell’esistenza: dove siamo, verso dove andiamo, come possiamo aiutare noi stessi nella perenne ricerca di una vita serena e di qualche forma di felicità?

PROGRAMMA

Apre Natoli, sipario con Mancuso

10 ottobre – Salvatore Natoli:
L’attimo fuggente e la stabilità del bene

17 ottobre – Maurizio Pallante
Per una decrescita felice: la qualità della vita non dipende dal Pil

22 ottobre – Maurizio Ferraris
L’arte come promessa di felicità

31 ottobre – Giangiorgio Pasqualotto
Com’è intesa la felicità in Oriente?
6 novembre – Umberto Galimberti
Amore e felicità

14 novembre – Quirino Principe
Musica e felicità

21 novembre – Carlo Sini
La felicità dell’uomo libero

28 novembre – Vito Mancuso
Felicità e immortalita

Conferenze presso il cinema-teatro Astra a Misano Adriatico via d’Annunzio, 20 con inizio alle ore 21.

Info: 0541.618424
website: www.biblioteca.misano.org – Ingresso libero




Conad Rio Agina Misano, un quarto di secolo di belle storie

Da un supermercato a Misano Mare nel ’83, a 6 punti vendita: due a Misano (Rio Agina), Riccione (Boschetto), due a Pesaro, più un Dico a Misano. Da 650 a 5.000 metri quadrati e 160 dipendenti

– Nel 1983, Franco Morotti, Iole Pangrazi, Domenica Empoli e Dino Fraternali dirigono quattro negozi di generi alimentari sul territorio di Misano Adriatico. Capiscono che la distribuzione è agli inizi di una rivoluzione partita anni prima nelle grandi città del nord, ma ancora difficile da comprendere nella periferia. Si mettono insieme e con altri 11 soci fondano il Conad Rio Agina a Misano Mare, a pochi passi dalla centralissima via Repubblica. In tutto 650 metri quadrati: una superficie amplissima ai tempi.

Gli inizi
L’idea è buona; l’impresa va bene subito. Anche se la paura è tanta. Agli inizi gli orari sono lunghi e non meno che faticosi. Aspettando di passare tra un turno e l’altro, si consumava un panino in piedi. Si effettuavano i classici sacrifici per strutturare ed irrobustire il futuro dell’azienda. Oltre al lavoro, c’era applicazione e professionalità. Un esempio, è la cottura dei polli allo spiedo da servire ai turisti degli appartamenti e campeggi. Gli addetti “presero lezioni” da esperti. Diventarono talmente bravi, che si vendevano soltanto con la forza del profumo. Dopo 25 anni, i 650 metri quadrati sono diventati circa 5.000. I dipendenti d’estate toccano le 160 unità (140 nel periodo invernale). Ma lo spirito è rimasto immutato: ascoltare e servire al meglio il cliente. Ed essere a sua disposizione per crescere insieme.

Le tappe
La prima tappa del lungo cammino che ha fatto del Conad Rio Agina, uno dei fiori all’occhiello del settore nelle province di Rimini e Pesaro, risale al ’90. Si acquisisce il genere alimentari di Portoverde (ceduto poi nel 2001).
Una data da svolta, da appuntare nel sacro quaderno dei fatti importanti, risale al ’93: si scende a Pesaro con un punto vendita. Nella stessa città nel 2006 si issa una seconda bandierina.
Stare sull’onda è sempre stata una delle filosofie dei soci del gruppo. Nei primi anni ’90 sembrava che i discount dovessero sgretolare le certezze della grande distribuzione classica. Così eccoli in campo per l’ennesima avventura. Nel ’92, aprono il discount a Misano Adriatico, dietro il “Marco Polo”, a pochi passi dalla Strada Nazionale.
Un’altra tappa da incorniciare risale al nuovo secolo: 2001. Acquisiscono la gestione del Conad Boschetto a Riccione.
Altro centro, e punto di partenza, per altre avventure imprenditoriali è nei primi anni del 2000. Si gettano le basi per la Nuova Conad Rio Agina a Misano Adriatico. Si sceglie un posto visibile, facilmente raggiungibile e con ampio parcheggio: a pochi metri dalla Strada Nazionale (la mitica via Flaminia dei Romani). Il nastro viene tagliato nel 2003. La scommessa viene premiata dai clienti.

Futuro
I soci sono uniti e compatti. Hanno la volontà e lo spirito di fare, di continuare nel solco di chi è venuto prima. Fanno sapere Giorgio Cecchini e Giuseppe Ottaviani: “Cercheremo di cogliere le opportunità che il mercato e la fortuna offrono”.

I protagonisti del successo

– Giuseppe Ottaviani e Giorgio Cecchini, rispettivamente presidente e direttore del Conad, non hanno dubbi: “I protagonisti assoluti dei nostri magnifici 25 anni sono stati i nostri dipendenti. Alcuni sono entrati come giovani stagionali al primo impiego e dopo 20 anni sono ancora con noi: Romina Iacchetti (responsabile al Conad Boschetto di Riccione), Claudio Casadei (responsabile generi vari sempre al Boschetto) e Sabrina Gaia (responsabile amministrativo dell’azienda)”. Ma eccoli i protagonisti attuali della Conad. Per città.

Pesaro
Brinza Mihail, Duchi Forti Michael, Federici Simone, Gennari Enea, Maggio Angelo, Mainardi Enrico, Mauri Cristiano, Moretti Romina, Paolini Mirco, Patrignani Loredana, Petrukhina Olena, Pozzi Emma, Quagliarella Sara Dora, Rossi Imelde, Saccomandi Valeria, Salonia Marco, Santini Alessia, Urani Sara, Vitali Susanna, Cosma Erika, Diotallevi Federica, Lolina Yuliya, Simonetti Nicola, Spinaci Cinzia

Riccione
Angeli Luigi, Antonelli Alex, Antonelli Isabella, Beccaletto Simonetta, Benedetto Maria, Berardi Elena, Bernardini Moreno, Betti Nadia, Bianchi Marco, Bianchi Patrizia, Bracciano Maria Antonietta, Bumbu Lidia, Cannella Stefania, Casadei Claudio, Cecchini Alessandro, Colacicco Paola, Di Nardo Luca, Donati Simona, Fabbri Elisa, Fabbri Nicoletta, Facecchia Maria Rossella, Felicini Anna Maria, Focante Filippo, Freducci Rosa, Giannetti Jennifer, Giorgi Monica, Guarini Carmen Simonetta, Guerra Paola, Guglielmi Alessandro, Iacchetti Romina, Lanza Marco, Lippolis Irene, Lotti Vilma, Manenti Luciana, Marcaccini Roberta, Menini Nicola, Mercato Antonio, Minelli Italia, Mosca Michelina, Ndiaye Mafal, Olivetti Alessandro, Onali Maria Laura, Pepe Martino, Piccioni Giulia, Politi Carmen, Polito Cristina, Pora Pierpaolo, Romani Valter, Santi Pamela, Sbaragli Gloria, Semprucci Beatrice, Simoncelli Daniela.

Misano
Bartoli Paolo, Bertuccioli Anna Maria, Bianchi Raffaella, Bianchi Stefano, Casali Luca, Conti Maria Letizia, Deriu Alessandro, Lucatorto Gaetano, Luzi Michela, Marzi Elisa, Olimpiyeva Viktoriya, Petrucci Stefano, Pozzati Livia, Rossi Emanuela, Saetti Thomas, Tonini Mirella, Tosi Marco, Calegari Thomas, Cevoli Milena, Giovannini Sendj, Mussoni Demis, Ricci Alessia, Sabattini Fabrizio, Tiberi Benito, Tonini Francesco, Troni Sandro, Uguccioni Jari, Zambelli Marco, Angelini Daniele, Battazza Giorgia, Berardi Sara, Burcus Georgeta, Burcus Roxana Mihaela, Canaletti Sabrina, Caputo Filomena, Cerrone Rosanna, Conti Matteo, Cozzolino Joseph, Crescentini Mattia, D’Alessandro Milena, Delbianco Sara, Del Bianco Stefania, Derosa Giovanni Michele, De Rosa Raffaella, Dommarco Adele, Fabbri Maria Grazia, Faloppa Luca, Gala Sabrina, Gennari Gianluca, Giorgi Alessandro, Giorgi Catia, Kashari Pranvera, Khoule Modou, Lanza Salvatore, Mangani Gigliola, Marandella Marzia, Mariotti Marco, Moroncelli Barbara, Pellegrini Gianluca, Pennacchini Alessandro, Petrucci Matteo, Pinto Rita, Piobbici Pier Paolo, Protti Oscar, Pruccoli Maurizio, Ramirez Amor Miguel Angel, Rossi Daniela, Sammarini Maria Concetta, Saponaro Deborah, Sardella Marina, Scafuto Vincenzo, Scognamiglio Ciro, Senatore Danila, Simoncini Simona, Tacchi Cristina, Sorcinelli Erica, Spinu Nicoleta Victoria, Stanco Maria, Tamburini Sabrina, Terenzi Raffaella, Tonti Simone, Zyberi Asllan.